ARTICOLI 2007

LIBERO - 18 dicembre 2007
Divorzio alla francese
Dice Sarkozy: "mandiamo i coniugi a separarsi consensualmente dai notai invece che dagli avvocati". Uno degli atteggiamenti che più mi indigna è la credenza e l'arroganza di chi si permette di [...]

Dice Sarkozy: "mandiamo i coniugi a separarsi consensualmente dai notai invece che dagli avvocati". Uno degli atteggiamenti che più mi indigna è la credenza e l'arroganza di chi si permette di bacchettare le competenze altrui, senza averne la minima competenza. Può darsi che Sarkozy tra un divorzio e l'altro si sia fatto un discreto allenamento sulle scale dei palazzi di Giustizia; può darsi pure che, malgrado il suo potere, si sia avventurato in studi legali ad alta litigiosità; può darsi anche, però, che le sue mogli o lui stesso abbiano avuto discreti motivi di conflitto e che quindi le parcelle siano lievitate in proporzione. Può darsi che, dunque, per uno o tutti o questi motivi, il fashion president ce l'abbia con gli avvocati. E, di conseguenza, e solo per questo, abbia avuto la potente e brillante idea di punirli togliendo loro un certo numero di ipotesi di lavoro. In Francia e in Italia le separazioni "consensuali" (le virgolette le spiego dopo) sono tra le 80 e le 100.000 l'anno. Tuttavia, non capisco questo grande amore di Sarkozy per i notai, a meno che non sia incappato in uno che gli riceva gratis i suoi testamenti, necessariamente da modificare a ogni suo divorzio. In sostanza non capisco il senso della volontà di tracimare duecentomila persone dagli studi legali agli studi notarili. I notai costano, come e a volte più degli avvocati. I diversi professionisti hanno diverse competenze ed esperienze altrettanto differenti. Io non mi permetterei mai di procedere a stipule, se non dopo avere studiato e praticato la scienza notarile. E i problemi familiari si esprimono in altrettante complesse questioni giuridiche che non sono tutte il pane quotidiano dei notai: idoneità genitoriale e relative consulenze psicologiche, divisioni di beni mobili e immobili, locazioni, comodati, imprese familiari, rapporti di lavoro con le colf, valutazione del tenore di vita e aspetti fiscali connessi etc… Su quali basi il sapiente Sarkozy ritiene che i notai improvvisamente dovrebbero essere esperti di tutto ciò? Ma soprattutto delle delicate e insidiose dinamiche familiari che sovente conducono un coniuge ad accettare qualsiasi cosa l'altro imponga, quindi anche un apparente accordo, perché in quella coppia c'è violenza psicologica, e quindi dipendenza, e quindi paura? Questo lo dico perché ogni giorno vedo scritture private e verbali di separazione "consensuale" (appunto con le virgolette perché non c'è il consenso, bensì il ricatto a monte dell'accordo) firmati sotto la minaccia del terrorismo che spaventa tutti "non vedrai più i figli, resterai senza un soldo" etc…E' proprio per questo che in Italia la separazione può anche non essere trattata dagli avvocati (i coniugi possono confezionarla per iscritto da soli) ma deve assolutamente passare al vaglio del Tribunale che, con il parere obbligatorio del Pubblico Ministero, valuta di volta in volta la corrispondenza delle clausole all'interesse dei figli minori. L'avvocato, comunque sia, se esperto, e dunque se ha un serio numero di casi alle spalle, riesce a difendere le posizioni deboli anche quando all'apparenza non ve ne siano. Il notaio è un pubblico ufficiale, che si limiterebbe, dato il suo ruolo, a ratificare pedissequamente, senza entrare nel merito degli accordi e senza ricevere alcuna confidenza dalle parti. Con la conseguenza che molti dei pretesi accordi, ratificati dal Notaio "a stampino", sarebbero destinati ad avere una limitatissima tenuta per tradursi nel tempo in altrettante cause di revisione. Con buona pace degli avvocati, a questo punto richiamati in gioco. Bisogna anche finirla di giudicare gli avvocati come forieri di conflitto. Ci saranno anche legali incapaci e pasticcioni, ma un professionista serio spiega al cliente quali siano i suoi diritti e doveri, con ciò già abbassando il tasso del conflitto, e con la sua competenza sa contribuire alla formazione progressiva di un accordo veramente risolutivo della litigiosità e senza semi di future discussioni. Se i coniugi continuano a litigare, così intasando le aule dei Tribunali, non è certo colpa dell'avvocato serio, ma della patologia del rapporto che ha unito i coniugi nel bene e ancor più nel male. Patologia che non si risolve, caro Sarkozy, davanti al Pubblico Ufficiale con freddi e veloci atti notarili, ma con la comprensione del dolore e del rancore che solo il rapporto, spesso quotidiano, con un legale di fiducia può assicurare.

IL SOLE 24 ORE - 3 dicembre 2007
L'incertezza del diritto domina la lite
Lo scenario delle separazioni e dei divorzi è sensibilmente cambiato negli ultimi 3 anni. E, purtroppo, non in meglio. Si sono susseguite, dopo 20 anni di immobilismo, leggi (affido condiviso e [...]

Lo scenario delle separazioni e dei divorzi è sensibilmente cambiato negli ultimi 3 anni. E, purtroppo, non in meglio. Si sono susseguite, dopo 20 anni di immobilismo, leggi (affido condiviso e miniriforma del processo) che hanno portato solo confusione. Dunque, incertezza del diritto a causa della molteplicità di interpretazioni delle norme da applicare; il che porta i coniugi a litigare di più, a ingolfare i Tribunali (dove gli organici sono tristemente miseri) a esasperare giudici che non sempre hanno la pazienza e la serenità necessarie a decidere il futuro di uomini, donne e bambini (basti pensare a quanto successo a Gravina di Puglia e a Reggio Emilia dove erano stati affidati i figli a un futuro presunto assassino). Si allungano così i tempi per chi, a buon diritto, pretende di ricostruire la sua vita su basi regolate da norme e principi chiari e direttivi. L'insensibilità del legislatore si è però spinta oltre: oggi separarsi e divorziare costa di più. E non certo perchè gli avvocati siano diventati più cari, ma a causa delle nuove leggi frutto di compromessi bipartisan. In primo luogo, a differenza di quanto comunemente si pensa, la nuova legge sul processo civile non ha istituito la possibilità della separazione senza avvocati, ma semmai l'ha resa più difficoltosa. Separarsi da soli, prima, era un diritto riconosciuto da tutti i Tribunali, che ammettevano il procedimento senza i legali. Oggi, invece, la nuova formulazione dell'art. 708 del codice di procedura civile, sembra escludere questa possibilità, tanto che in alcuni Fori ci vogliono gli avvocati; in altri ci si può separare ma non divorziare da soli; in altri ancora divorziare da soli si può, ma non separarsi. L'ennesima disparità di trattamento tra cittadini dello stesso Stato. Il che dipende non dal potere discrezionale dei giudici, ma dal loro potere dirigenziale. In secondo luogo, la legge del 2006, mentre ha snellito i giudizi ordinari, con conseguente abbattimento dei costi, ha allungato i tempi di divorzi e separazioni, prevedendo, obbligatoriamente, un atto giudiziario in più (la c.d. memoria integrativa) rispetto alla vecchia legge. Separarsi e divorziare (per chiunque, ricchi e poveri) dunque costa oggi almeno 1.200,00 € in più. I tempi, poi, sono sempre più vergognosamente lunghi. Per una separazione o un divorzio consensuali, a Milano per esempio, si devono aspettare 6/7 mesi. Se invece si litiga, si rischia di attendere anche 3/4 anni la sentenza di primo grado, e fino a 8/10 se si interpella la Cassazione. Facile, demagogico e populistico sarebbe dare la colpa solo ai magistrati. E' vero che alcuni giudici decidono con pre-giudizio e secondo tempi più rispettosi di se stessi che della richiesta di giustizia, ma è anche vero che sono talmente oberati dal carico di lavoro da dover necessariamente rinviare le udienze anche da un anno all'altro. E' poi convinzione molto diffusa che gli avvocati siano ancora peggio e che allunghino i tempi per interesse economico o disinteresse personale. La scelta dell'avvocato è delicata, è vero. L'incompetenza può pregiudicare la causa e la vita di un cliente. Ma il più delle volte gli avvocati sanno come risolvere i problemi, ogni volta differenti e peculiari, provocati proprio da quel tipo di cliente che ammorba i procedimenti col rancore e la malafede; che poi, dopo avere massacrato con ansie e dolori il difensore, al momento del pagamento della parcella dice: ma come, tanti soldi per due paginette di una separazione consensuale? Quel cliente, non capisce quanto siano importanti quelle "due paginette" (a volte, in verità, anche dieci) necessarie a riordinare la sua vita futura dopo un matrimonio che l'ha devastata. Non comprende che è rischioso, usare uno dei tanti moduli che circolano in rete, per risparmiare qualche euro, senza rendersi conto che una parola in più o in meno può cambiare il senso e le conseguenze di un presunto accordo. Soprattutto non si rende conto che la sua vita merita attenzione, anche se costosa, e quindi non può essere ridotta a un generico prestampato.

IL SOLE 24 ORE - 27 novembre 2007
Divorzio Oggi
Lo scenario delle separazioni e dei divorzi è sensibilmente cambiato negli ultimi 3 anni. E, purtroppo, non in meglio. Si sono susseguite, dopo 20 anni di immobilismo, leggi (affido condiviso e [...]

Lo scenario delle separazioni e dei divorzi è sensibilmente cambiato negli ultimi 3 anni. E, purtroppo, non in meglio. Si sono susseguite, dopo 20 anni di immobilismo, leggi (affido condiviso e miniriforma del processo) che hanno portato solo confusione. Dunque, incertezza del diritto a causa della molteplicità di interpretazioni delle norme da applicare; il che porta i coniugi a litigare di più, a ingolfare i Tribunali (dove gli organici sono tristemente miseri) a esasperare giudici che non sempre hanno la pazienza e la serenità necessarie a decidere il futuro di uomini, donne e bambini (basti pensare a quanto successo a Gravina di Puglia e a Reggio Emilia dove erano stati affidati i figli a un futuro presunto assassino). Si allungano così i tempi per chi, a buon diritto, pretende di ricostruire la sua vita su basi regolate da norme e principi chiari e direttivi. L'insensibilità del legislatore si è però spinta oltre: oggi separarsi e divorziare costa di più. E non certo perchè gli avvocati siano diventati più cari, ma a causa delle nuove leggi frutto di compromessi bipartisan. In primo luogo, a differenza di quanto comunemente si pensa, la nuova legge sul processo civile non ha istituito la possibilità della separazione senza avvocati, ma semmai l'ha resa più difficoltosa. Separarsi da soli, prima, era un diritto riconosciuto da tutti i Tribunali, che ammettevano il procedimento senza i legali. Oggi, invece, la nuova formulazione dell'art. 708 del codice di procedura civile, sembra escludere questa possibilità, tanto che in alcuni Fori ci vogliono gli avvocati; in altri ci si può separare ma non divorziare da soli; in altri ancora divorziare da soli si può, ma non separarsi. L'ennesima disparità di trattamento tra cittadini dello stesso Stato. Il che dipende non dal potere discrezionale dei giudici, ma dal loro potere dirigenziale. In secondo luogo, la legge del 2006, mentre ha snellito i giudizi ordinari, con conseguente abbattimento dei costi, ha allungato i tempi di divorzi e separazioni, prevedendo, obbligatoriamente, un atto giudiziario in più (la c.d. memoria integrativa) rispetto alla vecchia legge. Separarsi e divorziare (per chiunque, ricchi e poveri) dunque costa oggi almeno 1.200,00 € in più. I tempi, poi, sono sempre più vergognosamente lunghi. Per una separazione o un divorzio consensuali, a Milano per esempio, si devono aspettare 6/7 mesi. Se invece si litiga, si rischia di attendere anche 3/4 anni la sentenza di primo grado, e fino a 8/10 se si interpella la Cassazione. Facile, demagogico e populistico sarebbe dare la colpa solo ai magistrati. E' vero che alcuni giudici decidono con pre-giudizio e secondo tempi più rispettosi di se stessi che della richiesta di giustizia, ma è anche vero che sono talmente oberati dal carico di lavoro da dover necessariamente rinviare le udienze anche da un anno all'altro. E' poi convinzione molto diffusa che gli avvocati siano ancora peggio e che allunghino i tempi per interesse economico o disinteresse personale. La scelta dell'avvocato è delicata, è vero. L'incompetenza può pregiudicare la causa e la vita di un cliente. Ma il più delle volte gli avvocati sanno come risolvere i problemi, ogni volta differenti e peculiari, provocati proprio da quel tipo di cliente che ammorba i procedimenti col rancore e la malafede; che poi, dopo avere massacrato con ansie e dolori il difensore, al momento del pagamento della parcella dice: ma come, tanti soldi per due paginette di una separazione consensuale? Quel cliente, non capisce quanto siano importanti quelle "due paginette" (a volte, in verità, anche dieci) necessarie a riordinare la sua vita futura dopo un matrimonio che l'ha devastata. Non comprende che è rischioso, usare uno dei tanti moduli che circolano in rete, per risparmiare qualche euro, senza rendersi conto che una parola in più o in meno può cambiare il senso e le conseguenze di un presunto accordo. Soprattutto non si rende conto che la sua vita merita attenzione, anche se costosa, e quindi non può essere ridotta a un generico prestampato.

IO DONNA - 24 novembre 2007
Sono anziana e malata. La pensione non mi basta più. I miei figli sono obbligati dalla legge ad aiutarmi?
Il codice civile prevede che, quando il genitore è in stato di bisogno, e cioè non è in grado, da solo, anche perché anziano oppure malato, di procurarsi i mezzi fondamentali per vivere (cibo, [...]

Il codice civile prevede che, quando il genitore è in stato di bisogno, e cioè non è in grado, da solo, anche perché anziano oppure malato, di procurarsi i mezzi fondamentali per vivere (cibo, vestiti, casa, medicine), i figli hanno il dovere di aiutarlo, versando i c.d. alimenti. Gli alimenti possono consistere sia nel pagamento di un assegno periodico con il quale il bisognoso può comprarsi, da solo, ciò che gli occorre per vivere, sia nel mettergli a disposizione una casa. In particolare, perché vi sia questo dovere e i figli siano tenuti, per legge, a intervenire, è necessario - oltre allo stato di bisogno - che il coniuge del bisognoso non sia in grado da solo di far fronte alle esigenze dell'altro, oppure che non ci sia più. I figli, inoltre, devono averne in concreto la possibilità, e cioè mezzi economici che consentano loro sia di versare gli alimenti, sia di provvedere al mantenimento proprio e della propria famiglia, posto che l'aiuto al genitore in difficoltà non può pregiudicare le esigenze di vita del figlio e del suo nuovo nucleo familiare. Se, quindi, ricorre lo stato di bisogno del genitore e il figlio può materialmente aiutarlo, allora gli alimenti possono essere legittimamente chiesti e vanno calcolati proporzionando il bisogno del genitore alle possibilità economiche del figlio.

LIBERO - 31 ottobre 2007
Ministro padre
Improvvisamente, il ministro degli esteri inglese ha annunciato di essere entrato in congedo di paternità e ha cancellato tutti i suoi impegni istituzionali, tra cui il programmato incontro con il [...]

Improvvisamente, il ministro degli esteri inglese ha annunciato di essere entrato in congedo di paternità e ha cancellato tutti i suoi impegni istituzionali, tra cui il programmato incontro con il collega saudita. Incontro che avrebbe dovuto, in qualche modo, "celebrare la lunga relazione di amicizia tra i due paesi", come si è affrettato a precisare il ministero cui lo stesso Miliband fa capo. Se la decisione di anteporre le responsabilità genitoriali ai doveri connessi al ruolo politico è stata una sonora scusa per "bypassare" l'incontro con il pari grado saudita, ecco il classico esempio di maschio patetico e incapace di sostenere le proprie idee e convinzioni con coraggio e dignità. Se, invece, il ministro Miliband ha realmente preferito i doveri di padre ai compiti istituzionali, è esploso un interessante, e quasi unico, esemplare di maschio post-moderno. Mi spiego. Al di là delle dichiarazioni di facciata del Ministero degli Esteri (ha chiarito che nessun retroscena o mistero si nasconde dietro l'improvviso annuncio di Miliband), le più importanti organizzazioni umanitarie mondiali ci dicono che in Arabia Saudita il rispetto dei più elementari diritti umani non sempre è garantito e le donne sono costantemente oppresse e considerate esseri inferiori. Dunque, se il ministro inglese è, a ragione, severamente critico verso la politica sociale e umanitaria del governo saudita e voleva evitare di "tapparsi gli occhi" per fingere diplomatico apprezzamento al collega, avrebbe dovuto comportarsi da uomo capace e coraggioso: esprimendo pubblicamente il proprio punto di vista col negarsi al collega per questo, oppure criticando apertamente la politica saudita. Così avrebbe potuto raccogliere consensi e stima per la sua ferma presa di posizione e, soprattutto, per l'audacia di sostenere con forza dirompente il proprio pensiero. Sarebbe potuto essere un importante segnale alla faccia delle più sofisticate diplomazie. Se, invece, il suo dissenso verso le discutibili norme e consuetudini saudite in materia di rispetto della dignità umana, si è nascosto dietro la nascita di un bambino, così strumentalizzando la paternità, il ministro britannico è un imbarazzante maschio, patetico e privo del segno fondamentale che ogni uomo deve avere nel suo dna: il fegato di sostenere il proprio pensiero. Ma se ha privilegiato la responsabilità di padre e la solidarietà verso la compagna trascurando spensieratamente il convegno internazionale e l'esercizio del suo ruolo politico, allora il ministro Miliband è davvero un affascinante uomo post-moderno. Dolce, ironico e leggero. Al giorno d'oggi è raro trovare un uomo capace di rinunciare, anche solo per pochi giorni, ai benefici del potere connessi alla competizione lavorativa, ancor più se lo si fa per vivere le emozioni e i sentimenti dell'intimità familiare. In Italia, il congedo di paternità è previsto dalla legge ma è usufruito dal 2% circa degli aventi diritto. Vale a dire che i sentimenti di affetto e responsabilità genitoriale, nella scala gerarchica degli interessi dell'uomo moderno, non sono mai considerati una priorità e, anzi, nella gara (?) tra i valori restano quasi sempre "giù dal podio" a beneficio del successo, del potere e del denaro. In sostanza, se è stata suggerita dal suo senso del dovere paterno, la scelta di Miliband vista la risonanza mediatica mondiale che ha avuto, non lo incoronerà come il miglior ministro degli esteri nel mondo, ma gli regalerà discepoli e seguaci per la gioia di molte donne. Tuttavia io sono maliziosa, anzi perfida e non credo che si debbano avere illusioni in proposito: l'adozione di un bimbo non è certamente un evento improvviso e imprevedibile, il ministro Miliband ha già vissuto la paternità senza congedarsi dal lavoro, la conferenza-incontro con il ministro degli esteri saudita era da tempo programmato, la ragion di stato ha le sue priorità e ancor di più i grossi interessi economici internazionali. Dunque la "sparizione" del padre-ministro è stata un'operazione diplomatica per salvare la relazione dell'Inghilterra con lo stato saudita e per non bruciare la partecipazione inglese alla prossima faraonica opera di modernizzazione delle infrastrutture del Regno annunciata dal governo saudita. Altro che nascita e paternità consapevole! Anche per questa volta, quindi, dimentichiamoci del nuovo maschio post-moderno e continuiamo ad accontentarci dei soliti maschi uguali in tutto il mondo. O no?

HOUSE24 - 12 ottobre 2007
La casa è dovunque
Un papà separato è costretto, sei volte al mese, a farsi in macchina, andata e ritorno, la tratta Bari-Roma. 460 km. La moglie, infatti, col figlio di tre anni, ha pensato bene di cambiare città e [...]

Un papà separato è costretto, sei volte al mese, a farsi in macchina, andata e ritorno, la tratta Bari-Roma. 460 km. La moglie, infatti, col figlio di tre anni, ha pensato bene di cambiare città e compagno senza riflettere sui futuri disagi del figlio. Fisici e psicologici. Il padre, tenero e accorto, ha subìto questa straziante decisione ma, con intelligenza e creatività, l'ha risolta in un'opportunità per sé e per il figlio. Dunque, il papà può stare col bimbo due weekend al mese, dal venerdì mattina alla domenica sera, e inoltre vederlo a Bari per un'altra intera giornata. Tra andate e ritorni, quasi 5000 km al mese. 2000 dei quali col bambino. Ecco la soluzione creativa: il sedile anteriore dell'auto è stato trasformato in mini-cucina col frigorifero per latte, frutta, gelati e medicine; fornello scaldavivande; mini dispensa con pappe, biscotti e merendine. Il tutto contenuto in un box di legno a misura di sedile. Dietro, la cameretta: seggiolino d'ordinanza reclinabile; tendine parasole; lettore dvd con cartoni animati e cd con canzoncine dello Zecchino d'oro; giochi e peluches appesi agli schienali. La "stanza guardaroba" fai-da-te è stata installata nel bagagliaio e contiene abiti di ricambio, copertine, salviette igieniche e ogni altra necessità. I viaggi per il bimbo non sono più forieri di stanchezza e capricci, ma ricchi di gioia e complicità col padre. Il quale, peraltro, quando è solo, avvia il cd e impara le lingue straniere. Il francese e l'inglese quest'anno, fra poco lo spagnolo. La casa è dovunque, purché ci fai stare bene chi ami.

LIBERO - 22 settembre 2007
Matrimonio a tempo
Attenzione, oggi scade il matrimonio! Ricordati di rinnovarlo!" Non bastavano le scadenze delle bollette, delle tasse, delle rate di mutuo, degli abbonamenti al tram, che adesso Gabri la Rossa, [...]

Attenzione, oggi scade il matrimonio! Ricordati di rinnovarlo!" Non bastavano le scadenze delle bollette, delle tasse, delle rate di mutuo, degli abbonamenti al tram, che adesso Gabri la Rossa, politica bavarese, ha proposto anche quella del matrimonio. Dopo 7 anni il matrimonio, puff, sparisce. Chi vuole continuare a essere sposato deve rinnovare la promessa. Sarebbe divertente leggere nelle agende di mogli e mariti, oppure sui post it attaccati al frigorifero il promemoria che ricorda la scadenza del vincolo. Un po' come succede con l'abbonamento della RAI. Bizzarro e triste. Comunque sia, inutile. Il matrimonio è già a tempo di per sè: si rinnova di giorno in giorno, senza la necessità di formule sacramentali dopo la prima. Gabri la rossa è forse rimasta ancorata a trenta, quaranta anni fa, quando il matrimonio era veramente indissolubile, non tanto perché così prevedevano le legislazioni di alcuni paesi europei (Italia in primis), ma perché non si poteva divorziare. In particolare, se le donne avessero voluto lasciare i mariti, si sarebbero ritrovate, dalla sera alla mattina, senza mezzi di sostentamento; ancora prive, come erano e come, forse, non lo sono più oggi, di un'identità sociale che andasse oltre l'essere mogli e madri. Oggi non è più così e il matrimonio a scadenza, come le mozzarelle, non avrebbe alcun senso. Quando la coppia non funziona e viene meno il consenso, anche di uno solo, a proseguire la convivenza coniugale, c'è il diritto a separarsi prima e a divorziare poi. Dato che il divorzio è considerato irreversibile, e ha un costo, umano, sociale e monetario, non indifferente, donne e uomini ci pensano dieci, cento, mille volte prima di prendere questa decisione, salire le scale dello studio di un avvocato e fare questo passo. Paradossalmente, dopo un certo periodo e prima della scadenza, il matrimonio a tempo potrebbe addirittura essere ritenuto l'ipocrita collante di una coppia ormai disfatta. All'avvicinarsi del settimo anno, infatti, la fedifraga, l'isterico, il violento e l'ignava potrebbero mutare strategicamente atteggiamento, per la paura della solitudine, riprendendo a fare promesse irrealizzabili, così da strappare il consenso all'altro per altri sette anni di opportunistica infelicità. Un po' come succede con i nostri politici. Vengono eletti, non rispettano gli impegni profusi in campagna elettorale, ma poi, in vista delle successive elezioni, ricominciano a promettere e promettere, carpendo la buona fede degli elettori. I quali, illusi dal miraggio e smemorati, ci ricascano, dimenticano le malefatte del passato e rinnovano il loro voto nel segreto della cabina elettorale. Si potrebbe obiettare: beh, è ovvio che un avvocato divorzista non voglia il matrimonio a tempo, perderebbe tutti i suoi clienti. Niente di più sbagliato. Se dovessi guardare al portafoglio, prenderei un aereo e mi precipiterei al fianco di Gabri a sostenerne il progetto. Eh si, perché se dopo 7 anni un matrimonio scade, questo significa che, in caso di mancato rinnovo dell'abbonamento coniugale, si dovrà regolamentare l'affido dei figli, l'assegnazione della casa, l'assegno di mantenimento. Sarebbe come avere tanti divorzi o separazioni garantiti automaticamente. Lavoro assicurato per avvocati e wedding planner. Vogliamo veramente ridurre i costi delle separazioni e dei divorzi ? La ricetta non è poi così complicata. Eliminiamo la separazione, i tre anni che devono passare tra questa e la richiesta di divorzio. Stabiliamo procedure snelle che evitino il ricorso ai Tribunali per ogni sciocchezza e investiamo in magistrati specializzati e nel Tribunale della famiglia. Separazioni e divorzi sono eventi dolorosi. Rendiamoli almeno più veloci ed economici. Ma non trattiamo il matrimonio e chi ci crede come uno yogurt.

LIBERO - 22 agosto 2007
Mors tua Vita mea
Non erano trascorse ventiquattr'ore dalla straziante morte della cugina, che le due gemelle avevamo già elaborato e attuato l'ambizioso progetto di apparizione mediatica. Tendenza Paris Hilton noir e [...]

Non erano trascorse ventiquattr'ore dalla straziante morte della cugina, che le due gemelle avevamo già elaborato e attuato l'ambizioso progetto di apparizione mediatica. Tendenza Paris Hilton noir e stile Marilin Manson: tutto il macabro me lo gestisco io. La povera Chiara era una brava ragazza, orgoglio dei familiari e, probabilmente, modello pesante e forse non interessante da imitare per le cugine. Ma la sua orrenda fine, lungi dal destare la pietas delle spensierate ragazze, ha invece fornito loro l'occasione irripetibile di sbarcare finalmente sui giornali. Nel deserto di fotografie che le ritraessero tutte e tre insieme, le tecnologiche donzelle, senza perdere il tempo goloso della notizia, hanno raccattato in fretta e furia una propria foto e una della vittima e le hanno fatte assemblare con opportune tecniche di copia e incolla, così da avere un'immagine da offrire alla stampa. Vive e morta tutte e tre vestite di rosso e smaglianti. Il risultato del fotomontaggio è stato appeso al cancello della casa, scena del crimine, meta sicura di fotografi e giornalisti; le ragazze stesse si sono appostate in attesa dello scatto fatale, promessa di notorietà certa. Non prima però di essersi addobbate con occhialoni da diva e canottiera alla moda della California. Autosponsorizzatesi del macabro, hanno sbattuto il mostro in prima pagina. Anzi, le mostre, in quanto bisognose di mostrarsi per essere sicure di diventare famose. Tendenza reality; non ha importanza chi sei e che cosa sai fare, ma devi essere nel posto giusto al momento giusto e preparata al flash, per diventare qualcuno. Se poi la notizia è la morte, un assassinio feroce, una notte di sesso venduto, un ricatto studiato, una lite volgare di cui si è in qualche modo protagonisti, non c'è problema, né vergogna, anzi, meglio. Il vero degrado sta proprio nel fatto che la stampa coltiva con attenzione esasperata queste notizie che garantiscono l'audience. E le garrule gemelle erano consapevoli che tutti i Tg e i quotidiani avrebbero aperto per giorni e giorni con gli aggiornamenti del caso e divulgando l'unica fotografia disponibile: Il perverso e morboso, nonché maldestro fotomontaggio. La storia triste e ingiusta di una brava ragazza diventa così il pretesto per qualcuno di trarre vantaggio. Apparire in questo mondo e in qualsiasi modo, vuol dire diventare famosi e fare soldi. Ci si espone ai guardoni, che a loro volta sognano di essere guardati, e c'è sempre un'agente dietro l'angolo che sa spacciare la miseria umana a scapito di qualsiasi valore, virtù o decenza. Forse questa generazione non si rende conto della truculenza di tali aspirazioni e dei conseguenti comportamenti. Forse questi fatti inquietanti sono frutto di un'educazione imperfetta, che non da il senso né alla vita, né alla morte. Il circuito mediatico è diventato il paese dei balocchi che tutti desiderano senza neppure essere stati invitati da Lucignolo. Un paese dal quale è rigorosamente bandito ogni valore e ogni sentimento, perfino la paura di un possibile mangiafuoco, che, probabilmente, non può più esistere neppure nella fantasia, perché tutti sono diventati consapevoli burattini, appesi ai fili, biecamente comandati da un pagliaccio avido di facce e di figuracce. Chi è questo triste clown ? la stampa ? la "cultura" ? l'avidità del niente ? forse l'egocentrismo, che impone il protagonismo a spese di chiunque, perfino del morto. E' un particolare trascurabile essere assassino, vedovo, prostituta o cugina. Si fa bingo, se c'è la notizia, stampata o teletrasmessa. Addirittura i necrologi, soprattutto quelli milanesi, costituiscono un'occasione ghiotta per chi vuole accreditare pubblicamente la propria conoscenza del morto famoso, spacciata per amicizia di sempre. Tanto i morti non parlano e non possono smentire. Invece del doloroso epitaffio in onore e in memoria di chi non c'è più, questi corvi sanno elaborare fantasiose agiografie di sé stessi, pur di vedere il proprio nome finalmente stampato e letto da molti. Chi muore giace e chi vive si rifà la faccia.

LIBERO - 16 agosto 2007
Caro zio Renato
Eh no, caro Zio Renato. Non mi sei proprio piaciuto. Ti chiamo così, perché dici che noi di libero siamo tutti parenti. E io ho scoperto di avere, invece del fratello, pressoché coetaneo, come [...]

Eh no, caro Zio Renato. Non mi sei proprio piaciuto. Ti chiamo così, perché dici che noi di libero siamo tutti parenti. E io ho scoperto di avere, invece del fratello, pressoché coetaneo, come credevo, uno zio dell'ottocento. Sai quei signori anziani, molto codini e altrettanto incoerentemente indulgenti? Da te, così rigoroso, proprio non mi aspettavo l'elogio del tradimento. Per di più sorretto da uno pseudo sillogismo che non sta in piedi: "l'amore è responsabilità, amare è saper perdonare, quindi il tradimento merita il perdono di chi si ama". E allora come colleghi la responsabilità, soprattutto quella affettiva, al tradimento? E' responsabile chi tradisce ed è altrettanto responsabile chi perdona? Nell''800, appunto, quando le donne avevano poca voce in capitolo e gli uomini si autogiustificavano ogni nefandezza come affermazione di virilità e carnalità ingovernabile, la tua tesi sarebbe stata forse sostenibile. Ma oggi, educati come dovremmo essere ai diritti e ai doveri individuali, alla responsabilità sociale, alla graduazione degli interessi, al rispetto di regole uguali per tutti i sessi, questa tesi è tanto antistorica da essere offensiva. Verso i sentimenti e verso l e persone. Da te avrei preferito l'elogio della fedeltà, eroica ed erotica al tempo stesso. E, comunque sia, da considerarsi il minimo assoluto da offrire a un partner che si rispetti. Quando si ha rispetto anche per sé stessi. Io non ho mai affermato che il sesso sia di importanza tale da indursi a separarsi quando nella coppia non c'è più. Anzi, da sempre sostengo che il sesso e la libertina carnalità sono di grado talmente infimo nella valutazione delle cose coniugali, che chiunque, se tradisce per sesso, dovrebbe interrogarsi sulle proprie qualità e sul suo ruolo nella coppia. Dopodiché, con coraggio, decidere la separazione per non perpetuare la miseria del suo comportamento. E questa soluzione, non è come dici tu, caro Zio Renato,"l'audace amore per la libertà" e l'opportunità di fare sesso. Non ci si separa "facendo fagotto" e "mollando la prole e il coniuge in nome dell'orgasmo e annessa illusione sentimentale". Ci si separa per non vergognarsi di sé, sia che si abbia tradito, sia che non si voglia soggiacere alle meschinità quotidiane del traditore. Peraltro, separandosi, non è così certo che si salgano montagne "in solitaria gloria": perché ciò possa avvenire, è indispensabile continuare a onorare ogni giorno i sentimenti e i valori che hanno imposto la decisione. Quindi di spazio per gli orgasmi ce n'è ben poco. Non si "vola via". Si ricomincia il cammino faticoso della vita senza la zavorra di menzogne, grettezze, ingiurie e umiliazioni che ogni traditore affonda nel cuore del tradito. SI lascia il dolore sporco per respirare, pur tra asma e bronchiti di ritorno, l'ossigeno della pulizia morale. Perché la "voluttà del momento", come tu definisci il gesto orrendo di infangare il progetto vitale di una coppia, deve valere di più degli stessi sentimenti verso il partner? Se i sentimenti, il "giudizio commosso", il "senso della vita" sono più importanti, perché cedere al piacere del momento? E' troppo comodo ricevere tutto: emozioni sessuali precarie e anche sentimenti profondi e tetragoni. Garantiti dal diritto assoluto al perdono. E' il potenziale traditore, invece, che si deve interrogare, prima di ogni gesto egoista e crudele. Non il tradito che, nel dolore amaro, dovrebbe perdonare la volubilità e l'incoscienza di chi privilegia il piacere genitale sopra ogni promessa e storia familiare. E' il traditore che deve pensare ai figli un attimo prima di spogliarsi clandestinamente dell'onore e delle promesse fatte. C'è sempre dietro l'angolo di ogni coppia una sadica fatina bionda o un giocoso bruto azzurro che può attentare alla fedeltà, ai sentimenti, alla vita e all'onore di ciascuno. La persona di carattere, matura e consapevole, sa resistere alle inevitabili tentazioni e deve sapere che in amore non bisogna mai mettersi nelle condizioni di chiedere scusa. Perché fare del male all'altro vuol dire prima di tutto rinnegare sé stessi. Ma poi, soprattutto, significa ferire a morte chi sta dichiarando amore. E che senso ha il perdono per chi è condannato a morte? E' un'illusione per non morire. E' un confuso, forse l'ultimo, gesto di generosità confidando nel Paradiso. Il futuro non c'è più. E' stato inevitabilmente compromesso dall'egoismo del tradimento e dalla presunzione del perdono sicuro, veleni mortali che pregiudicano la sanità psicofisica anche di chi li ha inoculati. In conclusione, caro antico zio Renato, l'unico possibile sillogismo è il seguente: l'amore è responsabilità, chi è responsabile non tradisce, chi sa amare non può essere un traditore. E il perdono è l'estrema unzione dell'amore

LIBERO - 7 agosto 2007
Ci sono troppi ragazzi e pochi uomini
Qualcuno ha detto che al mondo ormai ci sono troppi ragazzi e pochi uomini. Qualche donna capirà amaramente che cosa ciò stia a significare. In Norvegia, peraltro, si sono già organizzati, i [...]

Qualcuno ha detto che al mondo ormai ci sono troppi ragazzi e pochi uomini. Qualche donna capirà amaramente che cosa ciò stia a significare. In Norvegia, peraltro, si sono già organizzati, i cosiddetti maschi, chiedendo a gran voce il ministero per la "pari opportunità maschile". La pari dignità femminile, infatti, secondo loro, si è trasformata nello strapotere e ha fatto terra bruciata delle aspettative dell'uomo. Ma quale uomo? Mi sembra patetico chi pretende dallo Stato, uomo o donna che sia, quell'aiuto morale che da solo non è in grado di procurarsi. Un uomo autentico dovrebbe essere fiero di esprimersi al meglio proprio quando ha da confrontarsi con donne vere. Con donne cioè, che hanno conquistato per meriti la parità giuridica e sociale e sanno manifestare la forza della diversità con fervida energia. Invece parecchi uomini di oggi sono sorpresi, spaventati, persino invidiosi nel constatare che cosa le donne sono capaci di fare appena escono da casa ed entrano nell'agone sociale. Una trentina di anni fa le osservavano con benevola ironia e un certo distacco, si mostravano a volte generosi nel dispensare qualche consiglio di lavoro o di comportamento sociale, le accoglievano con garbata democrazia nel loro territorio professionale, le pagavano quel tanto da potersi qualificare sindacalmente corretti. Nel frattempo però, perdeva progressivamente punti il modello maschile tradizionale del capo prepotente e indiscusso. Era un fenomeno naturale e giusto, nella logica del processo evolutivo della pari dignità giuridica dei sessi. L'uomo avrebbe dovuto mettersi in discussione, cambiare consapevolmente lessico, comportamenti o obiettivi. Apprezzare l'energia nuova e differenziata che proveniva dalla sorgente femminile, creativa e ricca di fermenti. Anche molte donne, a onor del vero, hanno commesso gravi errori, appiattendosi sugli esempi maschili di potere meno edificanti, e caricandosi di aggressività inutili e controproducenti. E così è successo il pasticcio che ha segnato, nell'ultimo decennio almeno, il fallimento della coppia e la competizione di genere. Alcuni uomini hanno spostato l'aggressività dal territorio sociale all'interno della famiglia, cercando di riconquistare isole di potere fondate sulla violenza fisica o psicologica. Altri hanno rinunciato alla lotta mostrando apatia nel lavoro e indolenza negli affetti. Altri ancora si sono messi in gara col modello femminile, appropriandosi del sapere baliatico e, quindi, trasformandosi in mammi ansiosi. Altri, infine, sono regrediti all'accogliente, perché confusa, psiche adolescenziale e lì sono rimasti giocosi e insoddisfatti. Molte donne, a loro volta, oltre a scappare da questi mezzi uomini imbarazzanti e lamentosi, si sono impegnate nel cercare quelli veri. Non trovandone più, malgrado l'attenzione scrupolosa, hanno deciso di investire tutte le capacità nel sociale. E ci sono riuscite, non solo per meriti personali, ma anche per il deserto di volontà e capacità maschile che hanno trovato nei luoghi di lavoro. E ora gli uomini, a cominciare dalla Norvegia, vogliono essere aiutati a riprendersi le postazioni inopinatamente perdute. Che tristezza. E se è una donna che lo dice, cari uomini, ci dovete credere. La virilità dell'uomo è molto ferita. A questo punto è l'uomo che deve, da solo, saper reagire e riconquistare la sua salute psichica, che tanto piacerebbe a qualsiasi donna. Molto di più del successo e del potere. L'uomo di oggi deve reagire come un rude cowboy: stringersi il fazzoletto intorno al braccio insanguinato dal colpo di pistola, aiutandosi con l'altro braccio e con i denti, e poi ripartire al galoppo senza un lamento e sicuro di farcela. Con l'obiettivo di riscattare e salvaguardare i valori maschili, non i privilegi. La capacità di proteggere, la sensibilità, il senso dell'onore, il mantenere le promesse. Il coraggio. L'intelligenza nell'unire sesso e sentimenti. La predisposizione all'ascolto della differenza. L'autoironia. L'uomo, insomma, dovrebbe abbandonare la fanciullezza, smetterla di chiedere aiuto alla mamma e allo Stato baby sitter e partire alla sapiente conquista di se stesso. Se vorrà e se ce la farà, nessuna donna dovrà mai più dire "poveri uomini" e tantomeno "poveri vichinghi".

LIBERO - 2 agosto 2007
Odissea in vagone letto
Devo tornare a Milano, dopo l'appuntamento di lavoro in Puglia protrattosi sino al tardo pomeriggio. L'indomani ho un'udienza in Tribunale alle 10 e, quindi, l'unico mezzo di trasporto possibile per [...]

Devo tornare a Milano, dopo l'appuntamento di lavoro in Puglia protrattosi sino al tardo pomeriggio. L'indomani ho un'udienza in Tribunale alle 10 e, quindi, l'unico mezzo di trasporto possibile per il ritorno è il treno. Anzi, meglio, il vagone letto. La mia collega e io troviamo due cabine contigue, in prima classe, al costo di 147,70 Euro ciascuna. Apriamo la porta comunicante e così dalle 22.30, ora della partenza, fino a mezzanotte circa possiamo confrontarci su alcune questioni giudiziarie urgenti. Nel frattempo non ci sfuggono la vetustà imbarazzante e la sporcizia di una sistemazione che costa quanto una camera d'albergo, non di lusso ma almeno a quattro stelle. La tendina di plastica del finestrino, una volta forse beige, ha un colore variabile tra il grigio e il marrone, con punte diversificate di nero negli angoli e lungo le cuciture. Lo sportellino che alloggia gli asciugamani non si chiude e, pertanto, funge da sollecitatore dell'attenzione ogni volta che il treno ha un sussulto. Le due mezze bottiglie di acqua, comprese nel prezzo, hanno una temperatura molto vicina a quella che immagino possa essere tipica delle pozzanghere dopo qualche ora da un temporale estivo. Con grande sussiego il responsabile della nostra carrozza ci chiede che cosa desideriamo per la colazione del mattino dopo. Siamo timorose di sperimentare in quello scenario, tuttavia ordiniamo the e caffè con ammenicoli della casa. A mezzanotte spegniamo la luce, dopo avere usato metà dell'acqua minerale calda per lavarci i denti ed esserci fatte un non programmato scrub con gli asciugamani in dotazione, ruvidi e odorosi di panni cotti. Alle quattro siamo svegliate da un rumore secco e lacerante: qualcuno ha tentato di aprire, scardinandola, la porta della cabina in cui dorme la mia collega. La porta è semi divelta e rivela dalla larga feritoia la luce del corridoio. C'è un silenzio allarmante ma, con la furbizia della paura, ci guardiamo bene dall'aprire l'altra porta e, anzi, supponendo un tentativo di rapina, premiamo a più riprese i pulsanti che sembra dovrebbero avvertire il responsabile della carrozza. Non succede niente. Forse i campanelli non funzionano. Forse il nostro "custode" è stato tramortito dai rapinatori? E se è così, che ne è stato di tutti gli altri nostri compagni di viaggio? Una cosa è certa: la porta non la apriremo mai, ma che ne facciamo di quella diventata ormai inutilizzabile e, comunque sia, precaria? Basterebbe un altro strattone dei malintenzionati per farci trovare alla loro mercè. All'opera come fossimo protagoniste di "Assassinio sull'Orient Express", molto caute e terrorizzate, parlandoci sottovoce e tenendo stretta e tirata la maniglia della porta violata, trasferiamo il bagaglio della mia collega nella mia cabina e poi richiudiamo la porta di comunicazione tra le due. Ora ci troviamo entrambe sul mio letto, in uno spazio angusto, con doppio bagaglio, senza l'acqua necessaria ad attutire la gola secca per la paura, senza sapere che cosa sia successo e che cosa potrebbe succedere. Decido di organizzare meglio la difesa: ci mancano cinque ore di viaggio, dormiremo a turno accovacciandoci ciascuna nella metà letto in verticale (in orizzontale è impossibile sdraiarsi in due) e blocchiamo meglio la porta che non è stata ancora aggredita. Faccio emergere dalla valigia foulards e cinture, le leghiamo strettamente l'una con l'altra, come fanno i prigionieri con le lenzuola nei tentativi di evasione. Questo lungo e solido nastro viene passato attraverso le maniglie e poi in alto intorno alla ringhiera del vano portavaligie e poi, in un percorso fantasioso e accidentato, bloccato al rubinetto e al pesante coprilavandino. Valigie, computer e borse da lavoro vengono ammonticchiate, a farne una trincea, alla porta rimasta per ora inviolata. Ci muniamo di spray per i capelli, forbicine e qualsiasi oggetto contundente riusciamo a scovare, per essere pronte all'assalto. Per fortuna non succede più niente, ma neppure che noi dormiamo. Alle 7.30 avvertiamo un po' di movimento, percepiamo una puzza disgustosa di pseudo-caffè e dunque, con circospezione e batticuore, apriamo la porta. Mi imbatto subito nell'ineffabile e riposatissimo custode dei sonni altrui e gli racconto l'accaduto. Non si scompone: "lo so. Capita sempre". Allibita apprendo poi da altri viaggiatori che sono stati derubati dopo essere stati addormentati dall'etere, probabilmente spray, probabilmente introdotto dalla fessura della loro porta aperta al primo colpo secco dei rapitori. Il secondo colpo serve loro per entrare e derubare gli inermi dormienti. Chiedo al capo carrozza perché lui non sia stato vigile e non abbia cercato di evitare un fatto che, a suo stesso dire, è prevedibile. Mi risponde che il suo contratto non prevede la funzione di bodyguard. Arrivata a Milano, distrutta dalla notte insonne, assetata, con mal di schiena incipiente, un po' traumatizzata dal pericolo per quanto scampato, e soprattutto nauseata dagli odori inquietanti di una prima colazione punitiva, mi affretto all'ufficio della Polfer per denunciare l'accaduto. Tre poliziotti chiacchierano tra di loro, chiedo permesso e dico che voglio esporre l'accaduto. Continuano a commentare la partita del Milan di qualche giorno prima. Insisto. Mi dicono di aspettare circa ¾ d'ora. Mi qualifico, spiegando che di lì a mezz'ora devo partecipare a un'udienza. Mi chiedono, un po' seccati, l'elenco della refurtiva. Spiego che la rapina l'ho evitata per un pelo. Finalmente ho destato il loro interesse e probabilmente la loro gioia di ricominciare presto a parlare di calcio: "Beh, avvocato, allora è tutto risolto. Non c'è denuncia da fare. Il tentativo di rapina non è reato (?) e lei non ha perso niente". A questo punto ce l'ho col Ministero dei Trasporti, col Ministero dell'Interno e mia avvio rapida ma preoccupata verso il Tribunale per sapere che sorpresa mi riserva il Ministero della Giustizia. E poi affermano che non bisogna dire "Piove governo ladro".

LIBERO - 31 luglio 2007
Caso Mele
Non posso difendere un traditore. Proprio non ci riesco. Qualsiasi giustificazione, anche la più strategica, crolla con imbarazzo sul piano etico e perfino su quello razionale. Quando non esisteva il [...]

Non posso difendere un traditore. Proprio non ci riesco. Qualsiasi giustificazione, anche la più strategica, crolla con imbarazzo sul piano etico e perfino su quello razionale. Quando non esisteva il divorzio, l'infedeltà coniugale aveva forse un senso. Addirittura poteva essere considerata legittima difesa nella palude infernale di molti matrimoni claustrofobici. Ossigenare l'anima e il corpo nella frescura dei sentimenti e delle emozioni spariti dal talamo, costituiva a volte l'unica risorsa di chi aveva sbagliato o era stato ingannato. Comunque sia, il tradimento era pur sempre un grave attacco al decoro personale del coniuge, tanto da farlo sentire "legittimato" al delitto d'onore. Oggi l'adulterio, è vero, non è più un reato; tuttavia di delitti passionali suggeriti dalle corna ve ne sono ancora in abbondanza. E non tutti gli omicidi sono pazzi. Ma il dolore dell'infedeltà subita è tale da far perdere la testa fino al punto di voler uccidere. Su questo punto si sono mai soffermati a ragionare i traditori? Mi riferisco in particolare a quelli che, soprattutto d'estate, ma anche d'inverno, non si tirano indietro e affrontano l'occasione col massimo della spensieratezza. Parliamo degli uomini: perdono la trebisonda al solo vedere due seni esposti, si lasciano acchiappare da uno sguardo sperduto nel nulla, e poi con quattro o cinque sms ben assestati, è cosa fatta. Si buttano e buttano via tutto. Oggi il sesso è il privilegiato mezzo di comunicazione (dopo gli sms) tra uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne. Se l'incontro, casuale o voluto che sia, non è glorificato dalla urgente sessualità, non ha nessuna ragione di esserci stato. La rinuncia equivale, per questa gente, all'impotenza, all'incapacità, allo spreco. Da qui la propagazione del tradimento e la sua sdrammatizzazione etica, sociale, personale. Parecchie mogli, ancora subiscono, accettano, fingono di non vedere, riacquistano i punti persi con sontuosi e frettolosi perdoni. Altre, o tradiscono prima o rendono pan per focaccia. Altre ancora, invece, si disfano nel dolore. Incredule che l'uomo eccezionale al quale si erano affidate, abbia potuto scendere al livello di mediocrità crudele di tutti gli altri. Più o meno le stesse reazioni hanno i mariti traditi che, tuttavia, ne sono consapevoli in numero di molto inferiore solo perché le femmine sono più accorte dei maschi nello spazzar via gli indizi del delitto. Il dolore c'è, naturalmente, grande e ingovernabile, solo se i sentimenti del tradito erano autentici e profondi fino a un attimo prima dell'affronto. E che persone sono mai quelle che, nella gerarchia delle situazioni vitali, mettono prima di tutto il prurito genitale, poi l'emozione della novità, quindi il loro egocentrismo, a seguire il denaro, il lavoro e gli hobbies, e poi, in fondo in fondo alla lista, il dolore del coniuge, il proprio onore, la parola data? Sono così presuntuosi, i traditori, che pensano di essere intelligenti e furbi, quando non valutano neppure che si giocano la famiglia per un tanga o un bicipite. Quella stessa famiglia dalla quale, separandosi per tempo se infelici, potrebbero uscire con dignità prima di disonorare la propria responsabilità e i propri dichiarati sentimenti. Quantomeno al dolore del distacco, non si aggiungerebbero disgusto e delusione per tutti. Ma tant'è. Quanti sono coloro che oggi preferiscono allenare i muscoli psichici del rispetto, della rinuncia, della volontà, anziché esibire, spesso solo per un'ora, i muscoli pelvici? In cambio, peraltro, della disistima perenne di chi avevano amato. Per almeno questi motivi, come ho detto, il traditore di per sé è indifendibile. Ma ce n'è uno che, per quanto da censurare, merita la grazia della solidarietà. Infatti, quando il governo italiano protegge dallo scandalo (e dalla moglie) chi è più vicino al Premier e, nonostante ciò, ha altre inquietanti curiosità, quando lo stesso Governo difende le esagerate pubbliche effusioni dei gay, se un banale traditore eterosessuale viene messo alla gogna, perché si comporta come l'80% degli uomini, ebbene bisogna dire che è discriminato. Dunque, politicamente, bisogna prenderne le parti. E poi lasciarlo al destino familiare che si è cercato. In una sera d'estate, convinto di farla franca. Come tanti, anche in questo momento…

LIBERO - 13 luglio 2007
Amato
Mi dispiace ammetterlo, ma Amato ha ragione. C'è una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere che si debba picchiare una donna. C'è una "tradizione": non tutti i siciliani e tutti i [...]

Mi dispiace ammetterlo, ma Amato ha ragione. C'è una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere che si debba picchiare una donna. C'è una "tradizione": non tutti i siciliani e tutti i pachistani. Ma anche i lombardi, i piemontesi, i laziali, i valdostani, i marocchini, i belgi e gli americani… C'è una gran parte della popolazione mondiale maschile che ancora oggi, con arroganza, fa valere la forza fisica per piegare i deboli alla propria volontà. Solo l'ipocrisia, il buonismo o la diplomazia politica hanno il coraggio di scandalizzarsi di fronte a una dichiarazione che è, invece, un giusto e severo grido d'allarme. La violenza sulla donna è sovente clandestina, le vittime si vergognano a raccontarla. Addirittura alcune sono convinte che sia inevitabile subirla, altre sono incapaci di liberarsene. Quasi tutte mentono e, per giustificare lividi e ferite sanguinanti, inventano improbabili cadute dalle scale o zuffe col gatto di casa. Molti sentimenti della coppia, molte storie anche d'amore, sono sporcati e manipolati dalla crudeltà quotidiana di chi esprime con l'ira e con le mani i suoi reali convincimenti di inferiorità. Inferiorità che solo con la sopraffazione fisica, con il male inferto ciecamente può essere diversamente apprezzata dalla vittima. La violenza, il codice della violenza, attecchisce nel segreto delle case, complici le vittime terrorizzate e piegate al silenzio, e si trasmette di generazione in generazione. La tradizione della violenza, la trasmissione appunto di padre in figlio. E a non interrompere questo odioso fenomeno che invade e frammenta l'identità psichica dell'abusato, collabora dolosamente la cosiddetta cultura sociale: i pensatori che si autodefiniscono intelligenti e che collegano uno schiaffo alla virilità; le forze dell'ordine che, finalmente investite del caso dalla vittima che ha trovato un barlume di coraggio, tentano pretescamente di rappacificare la coppia definendo la questione una "scaramuccia" familiare; i magistrati che pretendono documenti e certificati medici e poi li fanno ammuffire mentre il violento nel frattempo rinfresca ogni giorno le ferite della sua preda con nuovo sangue vivo. Quasi sempre le donne vittime di schiaffi, pedate, pugni, colpi inferti con stracci bagnati, minacce e tagliuzzamenti col coltello, spintoni davanti ai figli, tirate terribili di capelli, resistono con forza incrollabile ai tentativi di chi le induce a denunciare l'aggressore. Perché hanno costruito di sé nel tempo, quotidianamente, un'identità negativa e pensano persino che il loro predatore abbia la ragione e il potere per agire così (come avviene in molte culture anche religiose). Ma anche perché al maltrattamento in casa si aggiunge, umiliante, il maltrattamento psicologico degli operatori giudiziari, disinteressati e negligenti. La violenza all'interno della famiglia esiste eccome: nella tradizione cristiana come in quella mussulmana. Il negarlo è da vigliacchi. E se qualcuno finora è vissuto nel paese di Alice e non si è accorto che tante tragedie cominciano con uno schiaffo e finiscono con l'omicidio, e per questo bisogna volere interrompere e sanzionare la violenza sin dalla prima inaccettabile sberla, è bene che impari a dedicare attenzione agli altri. Anzi alle altre. Chiunque può essere in grado di sospettare o diagnosticare chi è vittima della violenza, se solo si sofferma a valutarne i sintomi: sguardo di chi è morto dentro, atteggiamento circospetto, mancanza di interessi, comportamenti confusi, difficoltà a decidere, disturbi dell'alimentazione, trascuratezza personale. Chi ha senso di responsabilità, deve voler intervenire. Una frase come quella del Ministro Amato, invece di far gridare allo scandalo gli inopportuni sciovinisti di casa nostra, sarebbe potuta essere l'occasione di affrontare questo gravissimo problema in termini concreti. Invece i politici insorgono offesi dalla discriminazione che Amato ha fatto dei persecutori, senza interessarsi responsabilmente alle vittime. E' perfettamente inutile, infatti, continuare ad aprire e gestire case per donne maltrattate, rifugi per donne disperate, paracadute per donne torturate, e poi sentire che i politici considerano la questione antistorica, o non siciliana o non pakistana. C'è qualcuno di questi politici pronto a giurare che in Sicilia e in Pakistan non si picchiano più le donne? E da dove avrebbe ricavato questa certezza? Sarebbe stato più costruttivo il dire "E' vero, purtroppo, parliamone però e vediamo fin dove si estende il fenomeno". Solo così il tema sarebbe stato di interesse generale, e non di personalistica immagine, e si sarebbe creato un dibattito con l'obiettivo della bonificazione dal male. Non so il Pakistan, ma noi certamente viviamo in una società da molti, ottimisticamente ormai, definita "la culla del diritto". Anche se tutte le regioni italiane hanno una ricca tradizione culturale, tuttavia tutte sono ancora molto ricche di uomini e donne che del diritto e dei diritti individuali non sanno nulla e non vogliono saperne nulla. Non vogliono conoscere parole come rispetto, onore, solidarietà se non rapportandole a vieti e insopportabili canoni malavitosi. Realizzano i concetti di autorità e di potere collegandoli alla forza fisica e alla crudeltà mentale. Per questi cialtroni e delinquenti, il merito e il diritto altrui, come la vita del resto, non hanno significato. Questa è violenza, questa è la tradizione da combattere. Con serietà. Senza l'ironia pedestre di chi ancora si permette di dire che un uomo non è virile se non è capace di dare uno schiaffo. Andate a chiedere a una vittima della violenza quale è il grado di virilità del suo cosiddetto uomo e se lei, donna, è soddisfatta di godere di questa virilità.

LIBERO - 10 luglio 2007
Bovio
Caro Corso, sto davvero tanto male, perché non ci sei più. Coraggioso e rassicurante com'eri. C'è anche il dolore di non avere capito che, forse, soffrivi a tal punto da volere una risposta diversa, [...]

Caro Corso, sto davvero tanto male, perché non ci sei più. Coraggioso e rassicurante com'eri. C'è anche il dolore di non avere capito che, forse, soffrivi a tal punto da volere una risposta diversa, questa volta. Tu sei stato per me, sempre, il saggio capace di dare l'unica risposta giusta. Un grande avvocato, il più grande. Sapiente, misurato, colto. Fin da piccolo, i nostri papà erano amici e dunque la nostra amicizia risale nel tempo, eri il migliore, il più intelligente, il più spiritoso, il più educato. Un modello, l'orgoglio della tua famiglia. Ricordo quando decidesti addirittura di sottoporti agli esami per diventare subito avvocato e poi Cassazionista, senza aspettare i tempi burocratici che allora erano necessari per il titolo di avvocato dopo quello di procuratore legale. In pochi anni, invece che aspettarne sedici, hai potuto avere l'onore di discutere in Corte. Eri riuscito brillantemente a sorprendere tutti. Non hai mai sbagliato. Hai avuto da subito la grande capacità di infondere fiducia e coraggio in qualsiasi tuo interlocutore. La tua infinita competenza giuridica si è espressa con eleganza, determinazione e raffinata ironia. Qualità diventate preziose e uniche negli anni e in un mondo sempre più forsennato e negligente. Tu, invece, sei stato un uomo d'onore. Mi piaceva molto chiacchierare con te, quando ne avevamo il tempo. Da ultimo ci sentivamo più spesso, perché tu eri il mio avvocato. Venerdì abbiamo commentato tante cose: l'assurdità dei tempi giudiziari, la follia di alcuni magistrati, la sciatteria o la rapacità di certi colleghi, l'inutilità a volte di continuare a credere agli ideali che lo studio del diritto ti fa penetrare nell'anima. La difficoltà di lavorare in un clima inutilmente combattivo, nel quale spesso si contende non per principi e valori, non per la verità e la giustizia, ma per il solo gusto di affossare l'avversario. Abbiamo riso, anche se sconcertati, dei nuovi inquietanti miti trash coltivati dal giornalismo. Come ogni volta eri attento e reattivo, spiritoso e assennato. La tua incredibile capacità di benevolenza ha saputo come al solito, ridimensionare ogni fatto negativo discusso, ogni persona non stimabile protagonista dei nostri discorsi. Nessuna tua parola mi ha potuto avvertire del grande disagio che ti stava avvolgendo. Se non una frase provocatoria, un po' dolente, ma sempre illuminata dalla tua irrinunciabile ironia: "non abbiamo più l'età per continuare a credere nonostante tutto".

HOUSE24 - 4 luglio 2007
Assegnare la casa
La legge e la giurisprudenza non riconoscono nella separazione il diritto di assegnazione della casa coniugale a uno dei coniugi, se non ci sono figli. Assegnare la casa, cioè legittimare che uno dei [...]

La legge e la giurisprudenza non riconoscono nella separazione il diritto di assegnazione della casa coniugale a uno dei coniugi, se non ci sono figli. Assegnare la casa, cioè legittimare che uno dei due vi resti per decisione del giudice, implica infatti l'evidente compressione del diritto dell'altro che ne sia proprietario, un diritto sacrificabile solo nell'interesse dei figli. Viola e Marco, senza figli, per anni hanno combattuto ostinatamente per l'improbabile diritto di assegnazione dell'attico di cui erano comproprietari al 50 %, facendo valere lei la propria debolezza reddituale e lui il fatto di aver pagato una maggiore porzione di mutuo. Naturalmente il Tribunale ha continuato a dare torto a entrambi che, benché separati e poi divorziati, hanno proseguito imperterriti e infelici la belligerante convivenza, per odio reciproco e amore della casa irrinunciabile per entrambi. Finchè Viola ha trovato casualmente un delizioso terreno sul mare nel Sud della Francia, senza alcuna possibilità però, presente e futura, di edificazione. La fantasia e la voglia di autonomia vitale le hanno suggerito una soluzione creativa: ha venduto all'ex marito la sua metà casa, col ricavato ha acquistato un fantastico camper superaccessoriato (autoalimentazione per l'acqua, fornitura di corrente, satellite, terrazza estensibile con bracci meccanici ecc), lo ha arredato nella più maliziosa tradizione provenzale e ha realizzato in un sol colpo tutti i suoi sogni fino ad allora impossibili: mare, solitudine, indipendenza. Per di più le è restato un discreto capitale di cui vivere. Unico piccolo problema: ogni tanto deve spostare di qualche metro il camper, perchè il terreno che ha comprato non può affatto sostenere costruzioni fisse. Cosa importa? La tua casa è dove davvero te la senti tua.

LIBERO - 6 giugno 2007
Kaka'
Secondo me la rivoluzione vera degli anni settanta è stata questa: una volta uomini e donne si incontravano, elaboravano reciproci sentimenti e poi c'era il sesso; oggi l'immediato territorio di [...]

Secondo me la rivoluzione vera degli anni settanta è stata questa: una volta uomini e donne si incontravano, elaboravano reciproci sentimenti e poi c'era il sesso; oggi l'immediato territorio di comunicazione è il sesso, poi, forse, si elaborano i sentimenti. Da qui la confusione, l'incapacità di costruire, la noia. La banalità effimera delle emozioni che portano a relazioni multiple e a matrimoni precari. Credo che l'amore sia la più importante ragione di vita e, come Don Chisciotte, sono certa che non ci sia amore sprecato. Però, attenzione a chiamare amore qualsiasi legame dagli incerti contorni. Non sono sicura che basti dire madre per dare per scontato il suo amore al figlio e così molti matrimoni sembrano fondati (?) su ben altri presupposti che il reciproco sentimento e la solidarietà coniugale. Dunque mi sembra davvero uno scoop luminoso, in questo scenario arido e pasticciato delle relazioni cosiddette amorose, il racconto del giovane Kakà sulla sua storia d'amore e sul matrimonio ricco di emozioni profonde. Due ragazzi giovani, per niente storditi dalle rutilanti e golose proposte dei coetanei e del mondo, decidono liberamente di vivere nella più pura spiritualità la loro reciproca attrazione, rimandando al momento del matrimonio qualsiasi gioia carnale. C'è dell'eroismo in questo. Quanti ne conosciamo di ragazzi così forti? Forse ce ne sono pochi persino sotto i dodici anni, se solo analizziamo i comportamenti delle adolescenti di oggi che, già in fase pre puberale, conoscono le tecniche di seduzione erotica. Sì, perché con questa mania dell'educazione sessuale scoppiata dopo il sessantotto, i ragazzini crescono col mito di "come si deve fare", "quando lo si può fare" "facciamolo ora così ci capiamo di più" "facciamolo sempre". Le stesse femmine, dopo tante esperienze e diventate mogli, pretendono poi prestazioni eccellenti a ogni piè sospinto, coltivando ansie maschili e corna. Il maschio, infatti, da sempre è alla ricerca di una donna più giovane e (secondo lui) meno esperta. Oggi, che è sotto lo schiaffo della perizia femminile, ancora di più. Le donne, a loro volta, sono in competizione continua col resto del mondo femminile e si sentono appagate solo se sessualmente desiderate. E' amore tutto questo? No. E' sesso usato come chiave per accedere all'amore. Ma è uno sbaglio che porta dolore e delusione persino quando l'esordio ha fatto scintille, aggravando per di più l'equivoco. Questi amori muoiono di disgusto, perché non c'è stata la conoscenza dell'altro, il sorgere progressivo della fiducia, la coltivazione dei ricordi comuni, la costruzione di un progetto. Intendiamoci: liberi tutti di fare sesso nella quantità e nella qualità preferite (e possibili). Ma non prendiamoci in giro confondendo l'attrazione fisica con l'apprezzamento dell'altro, le emozioni pubiche istantanee con i sentimenti a lunga gittata. Come diceva Marx, l"amore" è una sventura quando non produce amore reciproco. Nella storia che ci racconta Kakà l'amore c'è, ed è evidentemente reciproco, anche se può farci sorridere (alcuni "sghignazzeranno" anche) l'idea di una castità coltivata con sacrifici, rinunce, tremori. Fatica. Di questi tempi poi, che vedono nella volontà e nella fatica di onorare i sentimenti segnali di bieco romanticismo o incapacità di cogliere l'attimo. Ma in quella castità c'è tutta l'energia del desiderio, un territorio ricco e fecondo di sensibilità, attenzione, fantasia, nostalgia. Tutti moti dell'anima che nutrono e accrescono il sentimento dell'amore che, progressivamente e intensamente, si appropria dei corpi. L'intimità che comincia dai pensieri per trionfare nella fisicità. Un amore che nasce e cresce così, sarà ricco di rispetto, complicità, vita e sincerità. E certamente anche di sesso, visto che è stato considerato dalla coppia lo zenit del loro incontro e non un facile biglietto da visita. Persino la fedeltà, in una coppia così convinta, diventa una provocatoria e provocante componente dell'erotismo. Bravo Kakà. E se te lo dico io, che conto i disastri del sesso accessibile, ci puoi credere.

LIBERO - 5 giugno 2007
Viola
Cara piccola Viola, non sei mai nata. Ma hai visto tutto l'orrore del mondo. Hai dovuto subire persino un'autopsia. Perché si vuole accertare di chi sei figlia. Sarebbe stato meglio non saperlo mai e [...]

Cara piccola Viola, non sei mai nata. Ma hai visto tutto l'orrore del mondo. Hai dovuto subire persino un'autopsia. Perché si vuole accertare di chi sei figlia. Sarebbe stato meglio non saperlo mai e lasciarti questo mistero, nella speranza che quel principio di vita ti sia stato regalato da un soffio d'amore e non dal caso o dalla violenza. Ma tu sai, hai sempre saputo. E per otto mesi hai respirato nel cuore di tua madre. Consapevole e confusa; smarrita, nel prepararti alla vita, in un groviglio di emozioni che ti arrivavano disordinate dai confini del tuo rifugio. Le piccole voci dei tuoi fratellini, gli strilli alternati alle risate, e le parole tenere di tua madre a volte per te a volte per loro. E poi quelle voci grosse, arrabbiate, prepotenti che ti facevano sobbalzare e ti lasciavano inquieta, finché una carezza triste della mamma ti permetteva di assopirti ancora. Tu ti chiedevi, nella sapienza antica del tuo dna di femmina, e chiunque fosse tuo padre, il perché di tanto dolore. Ma la tua mamma non era capace di spiegartelo. E neppure di spiegarlo a se stessa. Schiava com'era della paura e della dipendenza da quel dolore. Se fossi nata, cara piccola Viola, avresti potuto capire che l'amore fra le persone è spesso qualcosa di insano, che si chiama amore perché non si sa come definire quel legame che attrae e respinge e tuttavia è difficile recidere. Anzi, sovente non lo si vuole proprio interrompere. E non per l'imbarazzo del giudizio altrui, ma perché si ha paura. Di sé e dell'altro. La vittima di questa specie d'amore si convince di meritare le offese, il malumore, persino il disprezzo e la rabbia di chi dice di amarla. Si sente in colpa, crede di essere incapace o inadeguata, si allinea alle ragioni apparenti dell'altro. L'amore malsano trasforma la vita quotidiana in una nebbia di dolore inferto e subìto, dove i gesti di reazione e di fuga sembrano assurdi e violenti, a tal punto la violenza ha paralizzato la mente. E chi subisce queste aggressioni, psicologiche o fisiche non c'è differenza, si trova in uno stato di terribile isolamento: insicurezza, umiliazione, inganno e vergogna non sono raccontabili. Se non si è creduti, è un'ulteriore ingiuria. Se non si è aiutati, è l'ennesima violenza. Si preferisce piuttosto la prigione del dubbio, dell'assurda speranza che non ci sia un'altra volta. E pur di non sentirsi soli, di non dover raccogliere le energie residue e combattere, si accettano le carezze del nemico. Finché un giorno diventano coltellate mortali, che uccidono figli, mogli, mariti, madri e padri. Per distruggere il male, per spiegare l'amore sbagliato. Le persone al di fuori di queste relazioni dannose, non vogliono capire. Spesso addirittura si schierano con le ragioni dell'aggressore. O perché la vittima non si sa far aiutare, o perché gli altri sono incapaci di iniziativa e di solidarietà. E così tante vite si consumano nella crudeltà e nella sofferenza, i sentimenti sono manipolati e truffati, nessuno si assume con lealtà e responsabilità il dovere di mettere in discussione queste drammatiche relazioni familiari. Nessuno. Né i parenti, né gli amici. Il medico di famiglia, la maestra dei figli. Il carabiniere o il poliziotto chiamati all'improvviso. Non parliamo del magistrato. Che vuole le prove. E quando le ha, le contesta. Sai Viola, cosa mi sono sentita dire da un magistrato, donna, quando ho chiesto l'allontanamento di un marito che schiaffeggiava la moglie, la prendeva a pugni e la perseguitava con frasi denigratorie? "Avvocato, lei non può entrare a gamba tesa nella vita di una famiglia. Si sa che queste cose succedono in certi ambienti". Bene, anzi male. Se si sa che succedono, perché non si puniscono i colpevoli? Perché non si previene la violenza? Bisogna aspettare l'omicidio perché ci sia un guizzo d'interesse da parte della gente "per bene"? E, comunque, dopo, c'è sempre il garantismo dell'assassino, mai della vittima. Anzi, proprio nel tuo caso, piccola bimba mai nata, si vuole andare a vedere se la tua mamma avesse o no tradito il marito. Sarai stupita nello scoprire dove si vadano a cercare le ragioni e i torti di un assassinio. Ma poi ha delle ragioni condivisibili un assassinio? Del resto, se in questo mondo non c'è rispetto di una donna viva, perché dovrebbe essercene per una povera morta? Cara Viola, non sei riuscita a vedere la luce perché sei stata invischiata e distrutta da una trama di incomprensibili sentimenti, debolezza, violenza e indifferenza. Forse la colpa non è solo di chi era vicino ai tuoi familiari e non ha saputo capire e agire per tempo. La colpa è anche di tutti noi che stavamo per accoglierti nel mondo e non ce ne siamo accorti, non abbiamo pensato a te. Come non ci interessiamo mai della vita degli altri, ciascuno per le sue personali e professionali competenze. Ogni giorno in Italia c'è un omicidio in famiglia. Che cosa stanno facendo i politici, i media, la Chiesa, i giudici, gli avvocati per arginare questa perversione? E' più importante trasferire surrettiziamente gli ufficiali della Guardia di Finanza o formare e informare i cittadini sui disagi sentimentali e psichici che portano la morte? Cara Viola, mai nata, mai amata, mai lasciata in pace, neppure nella tomba, è pensando a te, al tuo grido inespresso, né di gioia né di dolore, che tutti ora dobbiamo trovare il coraggio di raccontare e di agire, affinché il subire e l'infliggere dolore non sia più uno stile di vita. Né di morte.

LIBERO - 24 maggio 2007
Donne con le palle
In un convegno a Napoli (forse nel 2005) l'europarlamentare Lilli Gruber, si definiva con fierezza "donna con le palle". Io, e non solo io spero, quando sento questa frase, spesso da uomini impauriti [...]

In un convegno a Napoli (forse nel 2005) l'europarlamentare Lilli Gruber, si definiva con fierezza "donna con le palle". Io, e non solo io spero, quando sento questa frase, spesso da uomini impauriti e ammirati, mi innervosisco non poco: perché una donna per essere apprezzata deve essere gratificata con un attributo maschile, peraltro non particolarmente elegante? A parte la visione inquietante della "uoma" in gonnella che si concretizza tra gli astanti, non è certo l'essere dotato di una zavorra dondolante che rende l'uomo uomo, nel senso cioè di persona di carattere e volontà. E tantomeno la donna. E' questo un modo di pensare e di dire molto volgare, che umilia le une e ridicolizza gli altri. Purtroppo, all'origine, l'errore è proprio delle donne che, nella disordinata ma efficace corsa alla conquista della parità, hanno preferito adeguarsi e omologarsi al modello maschile, piuttosto che proporre l'esaltazione della differenza. Le femministe sono state indispensabili e valide, ma nella foga della rivoluzione hanno sbagliato, mirando all'uguaglianza indifferenziata, e preferendo così farsi loro stesse fotocopie proprio dell'archetipo che stavano combattendo. Oggi la maggior parte delle donne vuole essere fiera dell'uguaglianza, malgrado i disastri sentimentali e sociali che un simile pensiero genera, e non pensa invece a soffermarsi sulla pari dignità né, soprattutto, sul ricco e creativo valore della differenza. Biologica, mentale, comportamentale. In questo territorio livido da "day after", dove uomini e donne sono in crisi di passioni e relazioni e si guardano con sospetto e incredulità, si avverte il rischio dell'omologazione sessuale che segnerà la fine del femminile. Ecco allora che si leva la voce potente e femmina di una brava giornalista che, col suo libro "La scomparsa delle donne" (Mondadori), ci invita seriamente a riflettere. Marina Terragni conclude il suo saggio affermando "quello che posso fare io per gli uomini - smarriti tanto quanto le donne – è di onorare la mia di differenza. Semplicemente essere una donna". Il percorso di pensiero che ci fa attraversare, per giungere a questo proposito, è onesto e semplice. Per accedere all'"assoluto maschile", ora il prezzo è quello di infilarsi nella pelle degli uomini. Ma se emanciparsi vuol dire non essere più schiave dell'oppressione maschile, perché ora siamo diventate schiave dell'idea di essere veri uomini, quando non abbiamo neppure tentato di essere vere donne? "Oggi gli uomini sono come scorticati dalla fine del patriarcato" e "il mondo è pieno di tracce di questo universo femminile, di indizi che aspettano solo che qualcuna li scopra". E, dunque, come suggerisce di agire, Marina Terragni, affinché si possa vivere liberamente la femminilità, senza perdersi nulla, ma anzi dando corpo e contenuto alla relazione uomo-donna? Rinunciamo a competere con il maschio, impariamo a disfare le corazze che ci hanno aiutato a guerreggiare, proviamo a esportare sui luoghi di lavoro la nostra capacità di organizzazione ed economia domestica. Forse è bene stare un po' più quiete, esaltare la nostra capacità di "imparare a patire per imparare ad agire", coltivare la nostalgia per ciò che è solo femminile. Ri-valorizzare il grande lavoro della maternità e della cura. In tal modo, forse, gli uomini non si sentiranno più autorizzati alla violenza, all'ingratitudine, alla smania di dominio. Lessicale, politico, personale. La lotta è tra gli uguali, non tra i differenti, che possono invece proporre nuovi modi di pensare a sementi preziose ai progetti comuni. Se tutte noi donne volgeremo lo sguardo su noi stesse, non sarà una retromarcia, non verremo tacciate di vieto conservatorismo e neppure perderemo la dignità della parità conquistata. Ci spoglieremo invece della rabbia ancestrale e della frenesia moderna e muteremmo la prospettiva dalla competizione alla consapevolezza. Avremo finalmente la libertà di "stare al mondo da donne". Con i diritti e i doveri uguali a quelli dei maschi, ma con la nostra esclusiva, precipua, energia femminile. Senza che qualcuno mai più osi dire "questa è una donna con le palle".

LIBERO - 16 maggio 2007
Io, l'altro
Neppure il valore più grande può essere salvato dal sospetto, dal pregiudizio. Il sospetto è il protagonista del film "Io, l'altro" interpretato e coprodotto da Raoul Bova. E' mio genero e parlare di [...]

Neppure il valore più grande può essere salvato dal sospetto, dal pregiudizio. Il sospetto è il protagonista del film "Io, l'altro" interpretato e coprodotto da Raoul Bova. E' mio genero e parlare di lui può sembrare nepotismo; forse lo è, ma poco. Perché, in questo ruolo, lui è davvero valido, al di là di ogni ragionevole dubbio. Come abile è l'altro interprete, Giovanni Martorana, e come virtuosa è stata mia figlia Chiara che è intervenuta nel montaggio e nella colonna sonora. Detto questo, sottolineo subito che il film tratta un tema sociale di importanza fondamentale e di estrema attualità: la convivenza con l'altro, il diverso per razza, cultura, religione. La storia di due pescatori, appunto in questo senso diversi, si snoda in una progressiva e sconvolgente gamma di sentimenti ed emozioni, dall'amicizia alla speranza, alla solidarietà, fino alla paura, diffidenza, odio, follia, disperazione. Due amici, Giuseppe e Joseph, l'uno italiano e l'altro arabo, dividono giornate, notti e fatica da anni, svolgendo il loro lavoro tra entusiasmi e delusioni, accompagnati dalla dolcezza dei ricordi condivisi e dai sogni impossibili di un futuro più appagante. Sembra che niente possa turbare questa solidale e complice amicizia, quando invece la radio di bordo li informa di un attentato terroristico e della ricerca dell'indagato. Che sembra proprio essere Joseph. Da qui, da questo preciso momento, la malfidenza assale Giuseppe. Lo sconcerto lo corrompe infido e prepotente, contro ogni realtà possibile e gli avvelena ogni pensiero, ogni gesto. Lo scontro fra i due è doloroso e violento. La gioiosa virilità che li univa esplode e si disperde in frantumi di crudeltà e nubi grevi di odio. Fino ai gesti estremi, allo scontro malvagio delle rispettive culture, alla verità disperata e senza appello. Chiunque di noi, nel suo piccolo, ha vissuto questa corruzione dei sentimenti, in una storia di coppia o di amicizia. Chiunque di noi, dunque, sa come l'anima si lacera, urla la sua indignazione quando le certezze confortanti e buone vengono aggredite dai segnali striscianti del dubbio, finché forze feroci dell'odio, uguali e contrarie a quelle dell'amore, mostrano la verità livida e insopportabile che deve essere eliminata. Col male; per non sentire più il male. Ecco, io credo che la visione di questo film possa essere di grande significato culturale per tutti, proprio nella lettura dei tanti sofferti passaggi emozionali. E' un modo per riflettere sulla intimità dei nostri pensieri. Sull'adeguatezza delle nostre azioni. Ma non solo. Il periodo storico e politico attuale, così complicato, ci deve portare a estendere il nostro ragionare anche al sociale, ai problemi di convivenza multirazziale, di integrazione, di pregiudizio, di ricerca ossessiva del nemico. Che è forse dentro di noi. Non ha importanza chi tradisce chi; chi uccide chi. Vittima e carnefice sono entrambi preda di un'entità superiore, direi sovrumana, ancestrale. Del male. Dell'odio. Della paura di vivere. Del bisogno incontenibile di avere un avversario da sopprimere, dopo averlo perseguitato. Per sentirci bravi e vincenti. Quando invece "l'altro" è solo differente. E' non è detto che, tra i due, "io" sia il migliore.

LIBERO - 11 maggio 2007
Tragedia Vercelli
L'indignato e lacerante dolore che abbiamo provato nell'apprendere la tragedia della scolaresca devastata dal ribaltamento del pullman, deve farci riflettere. Il nostro sgomento è nulla di fronte alla [...]

L'indignato e lacerante dolore che abbiamo provato nell'apprendere la tragedia della scolaresca devastata dal ribaltamento del pullman, deve farci riflettere. Il nostro sgomento è nulla di fronte alla disperazione dei genitori, all'esperienza incancellabile dei bambini miracolosamente sopravvissuti. All'orrore infinito di quel momento in cui, possiamo immaginarlo, la fresca gioia dei bimbi si è dissolta nella cupezza di un terrore che rimarrà cristallizzato nei loro ricordi. E tutto questo perché? Per irresponsabilità, incompetenza, mancanza di rispetto. Dell'autista in primo luogo, ma anche degli organizzatori della gita, del preside e degli insegnanti della scuola. Chiunque abbia, anche per un attimo, l'impegno (per di più retribuito!) di occuparsi di una vita altrui, deve avere la competenza per poterlo fare. Avere competenza significa garantire agli altri le proprie cognizioni e la capacità specifica. Essere responsabili comporta la consapevolezza di sé e la coscienza del ruolo che si assume. Mostrare rispetto equivale a onorare la fiducia che gli altri hanno riposto in quella persona, in quel ruolo, in quella funzione. Ora, se l'istituto scolastico organizza una gita per gli alunni, ha il sacrosanto dovere di scegliere mezzi, autisti e accompagnatori di altissima fiducia e garanzia. Ma, proprio per la responsabilità di custodia che gli organi scolastici hanno verso gli allievi, c'è anche il sacrosanto diritto di verificare e di censurare il servizio scelto e poi messo a disposizione. Persino di annullare l'eventuale contratto, se non rispondente alle serie aspettative. Perché nessuno degli accompagnatori si è rifiutato di salire con tanti bambini su di un pullman guidato da un solo autista? E chi aveva verificato la "storia" di questo autista? L'ha dichiarato lui stesso di avere fumato una "canna" la sera prima. Sono quasi certa che, se questa notizia si fosse saputa prima della partenza, la maggior parte dei "responsabili" l'avrebbe trascurata con quel solito, insopportabile, tono di superficiale accondiscendenza che ormai qualifica gli ascoltatori di queste miserrime confessioni. Sì, perché è ormai considerato politicamente corretto accettare che chiunque faccia qualsiasi cosa, perché c'è la libertà di farlo. Ma non è vero, non può essere così. Bisogna sapersi indignare e ribellare. L'autista sul luogo di lavoro deve arrivare senza residui di cannabis, e così il medico, l'avvocato, l'insegnante, il giudice, il poliziotto, il cuoco e chiunque abbia nelle sue mani in qualsiasi modo la vita degli altri. Perché, se si drogano, questi non possono essere né competenti, né responsabili, né rispettosi di sé e degli altri. E dunque mettono in atto, in ogni loro gesto, un tentativo di reato. E per drogato intendo non solo chi, come suol dirsi, "si fa" di canne o di cocaina, ma anche chi "si fa" di alcolici, di farmaci invasivi e di qualsiasi altra sostanza che attenui l'attenzione e la lucidità. Ogni datore di lavoro ha la responsabilità di controllare l'adeguatezza al ruolo dei propri dipendenti. Il "capo" degli autisti deve avere il diritto-dovere di accertarsi che, prima di mettersi alla guida, il suo dipendente non sia alticcio o assonnato, dopo averne evidentemente stabilita la perizia fin dal momento dell'assunzione. Anche l'onorevole curriculum di un medico, però, non è sufficiente a garantire l'esito di un'operazione chirurgica, se questa è preceduta da una nottata invereconda. E', dunque, evidente che l'autoresponsabilizzazione è la prima garanzia che vorremmo poter pretendere da chiunque si occupi delle nostre vite. Ma (ne vogliamo parlare con tutta sincerità?) ciascuno di noi, su quante persone può veramente contare con cieca fiducia? Non ci stiamo forse accorgendo progressivamente che "responsabilità", "competenza", "fiducia", "rispetto", sono termini quasi desueti e surclassati da altri quali "potere", "diritto", "interesse", "piacere", "mio", "io"? L'inciviltà di un popolo si misura, secondo me, proprio dal rarefarsi delle relazioni, dal progressivo disconoscere l'importanza degli altri, dall'incapacità di capire che ogni nostro gesto incide nel sociale a catena, come è d'esempio l'errore dell'operaio che ha invertito a Taranto i tubi d'emissione dell'ossigeno e dell'azoto. Il piacere assurdo di una canna può trasformarsi in una tragedia assurda. In sostanza, il potere, a qualsiasi livello, senza la competenza e la responsabilità di chi lo esercita, può ferire a morte. E' veramente grottesco che, in questo paese superficiale, si continuino a fare leggi, impartire ordini, elaborare sontuosi necrologi e poi si trascurino, così bovinamente, non solo la lotta alla droga, ma quella, ben più necessaria, all'incapacità e all'irresponsabilità di tutti coloro che svolgono anche un ruolo apparentemente insignificante. Se è vero che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, proprio per questo il lavoro, qualunque esso sia, deve essere onorato, con competenza e responsabilità. Ogni giorno e nel rispetto anche della vita altrui.

LIBERA - 18 aprile 2007
Silvio Versus Silvio
Ricapitoliamo: la pubblicazione di notizie è legittima e seria se le informazioni a) sono vere o verosimili; b) sono esposte in maniera corretta; c) hanno interesse per l'opinione pubblica; la [...]

Ricapitoliamo: la pubblicazione di notizie è legittima e seria se le informazioni a) sono vere o verosimili; b) sono esposte in maniera corretta; c) hanno interesse per l'opinione pubblica; la pubblicazione di fotografie è lecita se a) vi è il consenso di chi è raffigurato; oppure b) vi è notorietà della persona ritratta; a meno che c) l'esposizione del ritratto non pregiudichi onore, reputazione o decoro del soggetto; in ogni caso d) gli scatti non devono oltrepassare la soglia della cosiddetta "privata dimora". Il conflitto da risolvere insomma è tra il diritto di cronaca del giornalista e il diritto alla privacy del soggetto di cui si parla. In questo territorio di contesa creano la loro bella confusione l'interesse economico, la provocazione politica, il morboso guardonismo, il precedente esibizionista e, perché no, il masochismo e l'ignoranza di chi pubblica e di chi è pubblicato. Nel migliore dei casi solo il titillamento del morboso guardonismo dei lettori può spiegare la volontà di pubblicare le foto di un arzillo ex premier ora leader dell'opposizione (?) che passeggia con cinque ragazzotte nella sua supervilla, subito dopo il periodo di Quaresima. Ma allora perché non pubblicare, con la stessa spiegazione e con l'obiettivo identico dello scoop "che ogni direttore sogna", la foto del portavoce del Governo che ispeziona il mondo dei trans? E' masochismo o interesse politico? Perché, a ben vedere, se proprio vogliamo fare questioni di lana caprina, la foto del portavoce sarebbe potuta essere considerata pubblicabile in quanto ripresa nella strada, luogo pubblico, e quelle dell'ex premier impubblicabili perché scattate con teleobbiettivi nella privata dimora. E chi ha deciso in senso contrario potrebbe allora difendersi affermando che il portavoce era però seduto sulla sua automobile (da alcune sentenze giudicata "privata dimora") e il leader dell'opposizione è stato invece colto in un parco troppo ampio per essere considerato "dimora" e tantomeno "privata". Ritorniamo dunque al diritto di cronaca. C'è interesse dell'opinione pubblica alla vita privata dei politici? Sì, perché i politici sono portatori del mandato e dell'interesse di ogni cittadino. Dunque, il diritto di cronaca, sempre nel rispetto di verità, pertinenza e continenza della notizia, deve potersi esercitare anche intorno ad argomenti, non propriamente di filosofia politica, che riguardano dei personaggi in questione. Ma, ho detto bene, "dei" personaggi. Non di uno solo. Perché un Silvio è pubblicabile e l'altro no? Perché l'uno è interessnate soggetto di scoop e l'altro è oggetto di discreto e caro protezionismo? Così facendo, per quanto banale possa essere la conclusione, non possiamo fare altro che parlare di provocazione politica in pericoloso equilibrio verso il masochismo, tanto è plateale l'odierna scelta di pubblicare, tenuto conto dei fatti notori e della famosa fotografia non pubblicata. Comunque sia, nell'un caso e nell'altro, non se ne può più di questi politici che saranno anche grandi e competenti nel loro ruolo istituzionale, ma che, come uomini inquietano e fanno desiderare ardentemente, più che le quote rosa, il vero e proprio pink power. Nell'attesa, non ci resta che ascoltare spensieratamente Renato Zero e Lucio Battisti che con lungimiranza avevano preconizzato, circa trent'anni fa, il nostro attuale panorama politico. L'uno con "…viva gli amori tuoi che si vestono come vuoi…" e l'altro "…dieci ragazze per me posson bastare…"

HOUSE24 - 17 aprile 2007
Casa dolce Casa
La casa familiare, al momento della separazione dei coniugi, costituisce, per legge e giurisprudenza, il centro degli affetti e delle abitudini, il luogo che definisce la famiglia e il suo stile di [...]

La casa familiare, al momento della separazione dei coniugi, costituisce, per legge e giurisprudenza, il centro degli affetti e delle abitudini, il luogo che definisce la famiglia e il suo stile di vita. L'obiettivo della legge, nel trauma della diaspora, è di conservare ai figli l'habitat domestico, indipendentemente dalle vicende dei genitori. Nella casa rimane pertanto quel genitore con il quale i figli continueranno a vivere. Ma i genitori spesso sono sciagurati: anziché pensare al disagio dei figli, mostrano la loro "anima casalinga" nel preoccuparsi solo di mettere le mani sulla casa. Vi è stato chi, alle soglie della separazione e approfittando della settimana bianca dei figli con la mamma, ha dolosamente allagato la casa, raccolto arredi e corredi in un magazzino all'uopo locato, e ha poi annunciato ai figli ritornati – attoniti in tuta e scarponi – l'"imprevedibile" disastro per cui la casa sarebbe stata inagibile per i successivi sei mesi. L'ha fatta franca e si è tenuto il suo prezioso immobile, perché il Giudice, basandosi sempre sullo stato di fatto, ha assegnato a moglie e figli il modesto appartamentino preso nel frattempo in affitto. Ma c'è stato anche chi, poco prima dell'udienza presidenziale, ha recuperato la vecchia zia cieca e l'ha introdotta armi e bagagli in casa, inconsapevole l'allibita moglie, per poi sostenere davanti al giudice che l'abitazione non poteva essere lasciata in godimento alla moglie essendo la zia intrasportabile e, soprattutto, pericolosa giacché coltivava sentimenti di odio verso la moglie dell'adorabile nipote. Per non parlare di chi, la notte prima di recarsi in Tribunale, attua un'accurata opera di spoliazione dell'habitat domestico, non limitandosi ai preziosi cd ma asportando quadri, mobili della nonna e persino improbabili elettrodomestici per friggere senza olio. E la fantasia non ha limiti: c'è chi vende la proprietà, chi la ipoteca, chi opera improvvisi sabotaggi. Insomma la "roba", il patrimonio,per molte persone, conta molto di più di qualsiasi tutela filiale, di qualsiasi onore sociale e personale. Rimanere genitori di riferimento dei figli vuol dire continuare ad abitare nella casa, che appunto, costituisce un diritto dei figli; e proprio loro diventano così lo strumento prezioso sul quale fare pressante leva al fine di scalzare l'altro coniuge e non dargli la soddisfazione di trattenere per sé il bottino conteso. D'altra parte basta pensare al fatto che l'assegnazione della casa ai figli, soprattutto se piccoli, espropria di fatto il titolare del bene anche per vent'anni. Il che aiuta a capire, ma non a giustificare, l'acrimonia e l'aggressività che si canalizzano sull'abitazione domestica. Con la legge 54/06 si è lievemente attenuata l'asprezza dei conflitti giacché sono stati introdotti due principi che temperano l'assolutezza dell'assegnazione: chi vede compresso il suo diritto di proprietà può calcolarne il sacrificio riducendo l'importo dell'assegno; se poi il nido domestico viene "invaso" dal nuovo partner del genitore collocatario dei figli, il proprietario ha diritto di riprendersi il… "bottino". E' brutto da raccontare, ma purtroppo i coniugi belligeranti considerano la separazione un "gioco" a somma zero (ciascuno vince ciò che l'altro perde) dato che il territorio perduto da un coniuge rappresenta il trofeo del coniuge vincitore. La cosa triste è che la conquista della casa coniugale spesso costituisce il sigillo estremo della vittoria: chi aveva scritto che la casa è il luogo della pace, il rifugio da ogni torto, ogni paura, dubbio e discordia?

LIBERO - 17 marzo 2007
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In guerra tutto è permesso: e dunque, nella "Cambogia" del giornalismo italiano, onore al merito al direttore del giornale che non ha voluto fare differenze tra ruoli sociali e ha pubblicato senza [...]

In guerra tutto è permesso: e dunque, nella "Cambogia" del giornalismo italiano, onore al merito al direttore del giornale che non ha voluto fare differenze tra ruoli sociali e ha pubblicato senza censure ciò che altri hanno preferito regalare al tam tam di maldicenze. Poi, però, interviene l'Autorità garante che dice, in sostanza, ciò che legge e giurisprudenza ribadiscono da anni: non si propagano notizie che non siano di interesse pubblico, non si pubblicano particolari (piccanti) che vadano oltre il diritto di cronaca e soprattutto non bisogna svelare i contorni del territorio sessuale di ciascuno. Pubblico o privato che sia. La Gazzetta Ufficiale ci informerà che, da subito, chi non rispetta queste regole è soggetto alla sanzione del carcere (da tre mesi a due anni) e rischia di dover risarcire il danno. Dunque, per chi ancora non era informato o non aveva avuto il tempo di leggere codici e pronunce della Cassazione, il Garante ha confezionato un bigino riassuntivo del famoso "decalogo del giornalista" che fin dal 1984 la Cassazione aveva così impostato: a) le notizie per essere pubblicate devono essere vere o verosimili (criterio della verità); b) devono essere esposte in maniera corretta (pertinenza); c) devono rivestire interesse per l'opinione pubblica (continenza). Ma, attenzione, l'interesse pubblico non si identifica mai nella morbosa curiosità del lettore, altrimenti tutto sarebbe pubblicabile. Le intromissioni nella sfera privata, anche dei personaggi pubblici, sono giustificate solo se sia possibile desumerne elementi di valutazione sul ruolo pubblico del personaggio in questione. Secondo il Garante, che si è mosso in aiuto a un politico, dunque, avrebbe sbagliato chi ha svelato i suoi comportamenti privati. E' logico, però, porsi una domanda: le abitudini private di un politico – che è rappresentante del popolo elettore – sono di interesse pubblico? A malincuore, da paladina dei diritti assoluti quale sono, devo proprio rispondere affermativamente. Se un politico combatte in Parlamento la droga, ma poi ne fa ampio uso appena ne esce, io – elettore – devo saperlo. Se un politico, tutelante della famiglia e contrario al divorzio, tanto che per questo ha accumulato voti da chi crede di pensarla come lui, ha una vita sentimentale e sessuale disordinata e inquietante, un giornalista deve ritenere che sia di interesse pubblico il raccontare questa vita. Se un parlamentare propugna leggi contro gli omosessuali ma, contemporaneamente, cerca accompagnatori su internet, non ha ragione di lamentarsi se i giornali ne pubblicano nome e misfatti. La contraddizione, infatti, tra il ruolo pubblico e le abitudini private dei politici, è un elemento di significativo rilievo e che deve avere piena cittadinanza nel diritto di cronaca. La notizia sulla coerenza o l'incoerenza di un esponente del governo o del parlamento risponde pienamente ai criteri di verità, pertinenza e continenza che giustificano e nobilitano il diritto di cronaca. Secondo me lo scandalo non sta nel raccontare un fatto relativo a un politico e che il politico vorrebbe tenere segreto, ma nello scandalizzarsi perché è stato reso pubblico ciò che il politico vuole nascondere. Paradossalmente forse, io credo che travalichino il diritto di cronaca i fatti personali di un calciatore e di una velina ma non quelli di un politico: i primi infatti non hanno chiesto il mio voto per lavorare e la loro coerenza non ha alcun interesse pubblico. Lo scoprire, invece, vizi privati e distonie comportamentali di un delegato del popolo, a mio parere, deve consentire al giornalista di esprimerlo nell'esercizio del suo sacrosanto diritto di cronaca. Naturalmente, avendo accertato la verità dei fatti e operato il rigoroso controllo dell'attendibilità della fonte. E' ipocrita far credere che il cittadino vota un partito, che il partito ha la sua storia e i suoi ideali e che tanto non contano le singole persone che lo compongono e quel che fanno dopo sontuosi discorsi e paludate conferenze stampa. Contano, invece, eccome. E il cittadino che li vota, ha il diritto di sapere fino in fondo chi è e che cosa fa quella persona che riceverà il suo personale mandato a rappresentarlo. Ognuno ha le sue idee, ma io mi appello al più corretto e ampio diritto (dovere) di cronaca prima di segnare con la matita copiativa una croce su di un nome che potrebbe appartenere a chi in privato tradisce, ruba, violenta, mente, si droga o, comunque sia, ha qualcosa che vuole a ogni costo nascondere. Se si vergogna di sé stesso lui, perché dovrei votarlo io?

LIBERO - 10 febbraio 2007
Beati i cattivi, perché potranno diventare buoni
Se c'è una cosa che non sopporto, e che da tutti dovrebbe essere considerata intollerabile, è che non esistono più i buoni e i cattivi. Non c'è più niente di giusto o sbagliato. Non c'è il male e non [...]

Se c'è una cosa che non sopporto, e che da tutti dovrebbe essere considerata intollerabile, è che non esistono più i buoni e i cattivi. Non c'è più niente di giusto o sbagliato. Non c'è il male e non c'è il bene. Tutto è possibile, nulla è vietato. La colpa è del "politicamente corretto", questa mentalità strisciante e ipocrita che ha ammorbato persone e valori fino a rendere ogni cosa non dicibile o giustificabile. O, comunque sia, dicibile in un modo diverso e garantita da una metafora buonista. Cosicché, a ogni fatto e a ogni persona viene riconosciuta una ragione positiva dell'evento o del comportamento. Non si apprezza più il merito e, quindi, non esiste più il demerito. Il ragazzino a scuola non teme di essere bocciato, se è un asino o un pelandrone, tanto non si vergognerà di essere promosso col "debito di formazione". Cosa sarà mai un debito, quando nella comunicazione familiare se ne parla disinvoltamente come di una necessità per esibire la casa, la tv al plasma e l'ultimo modello di Suv? Al ragazzino nessuno ormai racconta che una volta una persona d'onore si sparava quando non riusciva a pagare i debiti sventatamente contratti. Oggi chiunque abbia un debito, anche minimo, sa che può contare sui tempi garantisti della giustizia che pretende prove inossidabili prima di condannare al dovuto pagamento il disonesto approfittatore del denaro e dei servizi altrui. E a proposito di onore, cosa è stato spiegato alle ragazzine quattordicenni "di buona famiglia" che perseguitavano e seviziavano una coetanea più carina perché conquistava e seduceva più ragazzini di loro? Troppe bugie Vogliamo parlare una volta per tutte di bontà, cattiveria, invidia, odio, vendetta o dobbiamo ancora addolcire la tragedia con spiegazioni del tipo "disagio sociale", "immaturità affettiva", "incomprensione relazionale"? Perché l'uomo che tradisce è sempre in "crisi esistenziale" (e quindi bisogna capirlo), la donna infedele è "alla ricerca di se stessa" (dove? In quale parte del corpo?), il bambino che ruba è "bisognoso di affetto" e l'omicida è "esasperato dagli avvenimenti"? A volte le giustificazioni sono valide, ma quasi sempre si deve avere il coraggio di definire ladro chi ruba, traditore chi è sleale, bugiardo chi mente, disonesto chi inganna. Vandalo chi ha spaccato le vetrine dei negozi e viene invece qualificato "contestatore politico". Tutti cattivi. Certamente non "buoni ma sfortunati". E poi, cos'è questo cinismo paludato d'ironia, che si risolve nell'ingiusta sdrammatizzazione del gravissimo eccidio, nel ridere della boutade "meglio l'erba dei vicini dei vicini di Erba"? Ci sono caduta anch'io, che ho voluto rispondere ai plurimi sms : "e che dire del vicino fatto di Erba?". Ma me ne sono vergognata subito dopo l'irrevocabile invio. Il mio inoltro ha svalutato l'orrore della tragedia e il gravissimo problema della droga. Ma tant'è. Ho capito che rischio l'inquinamento della leggerezza, della superficialità, della disattenzione ai valori cardine della società civile. Valori che stanno evaporando grazie appunto alla mistificazione del politicamente corretto, che nasconde il vero per farci sentire tutti più gentili, educati e comprensivi. Mistificazioni Se dici cieco a un non vedente, o negro a uno di colore, o handicappato a un "diversamente abile", sei giudicato incivile e culturalmente scorretto. Ma se stupri un bambino, tutt'al più ne avrai abusato (e nessuno valuta che l'abusare presuppone un diritto all'uso) e sarai coccolato dagli psicologi come "non ancora socialmente inserito". E se poi lo uccidi, quel bambino, hai diritto al perdono istantaneo che, automaticamente, l'assassino e la società buonista pretendono, tanto che a volte la vittima sopravvissuta ritiene doveroso concederlo. Che senso ha il perdono quando uno non sa neppure di essere cattivo, perché mai nessuno lo giudicherà tale? La società ci vuole tutti buoni ma ricchi di alibi. I cattivi ci sono, invece. Facciamocene una ragione. Se non altro per difenderci in tempo. Dunque, se vogliamo una società civile, se vogliamo riappropriarci del senso dell'onore e dell'autentico rispetto della vita e degli altri, riprendiamoci dall'archivio parole che sono ancora su tutti i dizionari, a cominciare da "buono" e "cattivo", "onesto" e "disonesto", "generoso" e "avaro". "Verità" e "menzogna". Ma non dimentichiamoci di "invidia", "odio", "vendetta". Senza di che non avrebbero senso né l'onore né la vergogna.

LIBERO - 10 febbraio 2007
Più che i gay godono le golf ed i clandestini
Sono molto imbarazzata: devo navigare in un mare che nulla ha a che fare con quello del diritto che, secondo il grande giurista A.C. Iemolo, dovrebbe con delicatezza lambire il mondo dei sentimenti e [...]

Sono molto imbarazzata: devo navigare in un mare che nulla ha a che fare con quello del diritto che, secondo il grande giurista A.C. Iemolo, dovrebbe con delicatezza lambire il mondo dei sentimenti e della famiglia. Questo tsunami dei diritti dei conviventi è quanto di più lontano possa esserci dalla libertà dei sentimenti e dal diritto di famiglia. Il ddl sui "Dico", con pignoleria inquietante, infatti, mercifica e monetizza qualsiasi rapporto d'amore, di solidarietà, di mutuo soccorso abbia a svolgersi sotto lo stesso tetto. Ma poi, in realtà, malgrado l'impeto delle onde e delle dichiarazioni d'intenti, si risolve in una sciacquata di mani. Art.1: Quando e a chi si applica la legge? O con contestuale dichiarazione all'anagrafe dei conviventi (etero, omo, parenti non in linea retta, amici) o con lettera raccomandata da un partner all'altro nella quale si comunica di aver reso all'anagrafe la dichiarazione unilaterale di convivenza. (...) Fatta la legge trovato l'inganno: Intanto nella prima ipotesi c'è una specie di matrimonio di serie B che il governo aveva detto di non volere; nella seconda c'è la possibilità di sottoporre ai "Dico" anche chi non lo vuole: cosa impedisce di spedire la raccomandata presso il domicilio comune quando l'altro è in vacanza e poi tenersi la prova a futura memoria? Di qui la necessità per i conviventi di un pellegrinaggio quindicinale agli uffici dell'anagrafe per evitare sicuri e non voluti obblighi alimentari e successori. A che cosa servirà questo disegno di legge se diventerà legge? A garantire le visite in ospedale (art.4) subordinabili però alla disciplina in proposito delle strutture sanitarie (ciò che già in parte avviene) nonché a riconoscere il diritto (già esistente nel nostro codice) di designare il convivente quale proprio rappresentante nelle decisioni relative alla propria salute, donazioni d'organi, funerali etc.. Suggeriti questi mortiferi lasciapassare, la legge ci racconta (art.7) che già ora Trento e Bolzano assegnano alloggi ai conviventi. E le altre Regioni e Province? Peraltro nel frattempo, giusta l'art. 6, e divenendo così la Bossi-Fini carta straccia, chiunque, maschio o femmina, potrà diventare prezioso tramite di permessi di soggiorno per convivenza, con maschi o femmine. Nascerà il mercato dei permessi di soggiorno per russi, tailandesi e cubani? Che, se poi l'italiano è un imprenditore, grazie all'art. 9, potranno chiedere la partecipazione agli utili dell'impresa di famiglia! Quello che invece interessava di più i conviventi, soprattutto omosessuali, cioè il trattamento previdenziale e pensionistico, con l'art. 10 viene rimbalzato al "riordino della normativa" relativa. Se poi la convivenza dura almeno nove anni e nel frattempo la parte più forte economicamente non ha agito per ripudio (sì, perché non è prevista nessuna forma di cessazione della convivenza, né nessuna forma in genere) il convivente sopravvissuto alla morte dell'altro acquista diritti successori. Ma, dico, c'era bisogno di un "Dico" perché al convivente venisse riconosciuta una quota dell'asse ereditario? Anche oggi, con la quota disponibile, il convivente (e senza che vi siano nove anni di certificata convivenza) può disporre del 25%, del 33% o persino di tutti i suoi beni ( a seconda del concorso ereditario con più o meno figli genitori e coniuge) a favore del suo partner mai sposato. È vero che se non c'è testamento, questo diritto non c'è. Però il sopravvissuto oggi ha già il diritto di succedere almeno nel contratto di locazione anche dopo una brevissima convivenza, senza attendere di provarne tre anni come previsto dall'art. 8 dell'ineffabile ddl. Quanto poi al riconoscimento dell'assegno di "separazione" (ambito da tutte le parti deboli) questa sontuosa ipotesi di legge, dopo il ripudio, prevede esclusivamente un obbligo alimentare, non di mantenimento del tenore di vita. Quindi un obbligo che sorge solo nel caso di autentico stato di bisogno del ripudiato, incapace di provvedere a sé stesso. Dimenticavo di sottolineare che la legge sulla convivenza non può applicarsi a chi è sposato se non dopo tre anni dall'udienza presidenziale di separazione e solo se munito di sentenza di divorzio: dunque chi aspira ai i diritti successori, e convive con un coniugato per quanto separato, deve aspettare in tal caso dodici anni. Insomma tanto rumore per nulla. Non sono risolti i problemi degli omosessuali, né quelli degli etero coinvolti in divorzi conflittuali. Le coppie di fatto hanno ottenuto solamente di essere, finora nei fatti, brutte copie. Chi beneficerà di queste norme, se mai la montagna partorirà l'annunciato topolino, saranno invece solo inps, camerieri e badanti: da oggi c'è infatti la corsa a contrattualizzare tutte le colf assunte in nero, se non altro per evitare visite in ospedale, decisioni in materia di donazione di organi e impensabili diritti successori. Per difendersi dai "Dico", c'è solo il matrimonio: Articolo 13, c.6 "i diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previste cessano qualora uno dei conviventi contragga matrimonio". Preferibilmente con un altro…

LIBERO - 1 febbraio 2007
Sto con Veronica
Finalmente la dignità è una notizia. La dignità di Veronica Berlusconi, che è esattamente quella che qualsiasi donna dovrebbe avere. E qualsiasi uomo, visto che la nostra legge parla di pari dignità [...]

Finalmente la dignità è una notizia. La dignità di Veronica Berlusconi, che è esattamente quella che qualsiasi donna dovrebbe avere. E qualsiasi uomo, visto che la nostra legge parla di pari dignità giuridica tra i sessi. È un termine purtroppo talmente desueto, dignità, che lo si usa quale sinonimo di orgoglio, di fierezza e persino di superbia. E invece è il principio e il fine ultimo di ogni vita, il sentimento di rispetto per sé stessi da dimostrare con ogni parola e in ogni situazione. Anche difendendo la propria dignità dai lesivi attacchi altrui. Il senso di sé, la consapevolezza dei propri meriti, intrinsechi o acquisiti, esigono naturalmente la considerazione degli altri. Almeno di chi ci sta vicino. Almeno dei figli e del partner, che incautamente o consapevolmente a volte la compromettono. Invece la moneta che più spesso le donne sperperano, per avere figli e compagni, è proprio la dignità, che barattano, appunto, con l'ipocrisia, la sicurezza economica, il successo sociale. Gli uomini, peraltro, per quanto educati alla dignità, nella vecchiaia sovente la disperdono nello squallore del pappagallismo da salotto e negli ultimi fuochi fatui sessuali. Ha ragione Veronica, nonostante (e ancor di più per) le critiche che si è attirata, nel rivendicare pubblicamente le scuse del marito che pubblicamente l'ha offesa. Ha voluto rinunciare alla propria riservatezza per affermare il valore più alto della dignità. È un insulto greve per la tua donna, persino se non è tua moglie, dire a un'altra qualsiasi, cretinetta o fascinosa che sia, «se non fossi sposato, ti porterei ovunque». E non c'è neppure dignità, né senso di sé, in chi ha ricevuto nel silenzio questa specie di complimento. Il silenzio, probabilmente ricco di orgogliosa vanità, deve intendersi infatti come sprezzo della solidarietà femminile. Ennesima prova della mancanza di dignità di genere. Veronica dice con fermezza che la sua dignità di donna «deve costituire un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso». Condivido fortemente la posizione di Veronica che dà eguale importanza al ruolo di madre amorevole e di donna da apprezzare di per sé, pubblicamente e nel privato. E che vuole trasmettere ai figli maschi un valore educativo fondamentale quale il rispetto per le donne, alla base dei rapporti sani ed equilibrati tra i sessi. Ma anche il rispetto di una donna verso un'altra donna, che garantisce la solidità delle relazioni affettive; purtroppo oggi più che mai compromesse dalla vanità, maschile e femminile, che offusca il senso di responsabilità personale fino a ferire a morte la dignità dell'altro. Se l'altro la dignità ce l'ha. Insomma Veronica non è Hillary, né una perdonista "regina" nostrana. Silvio non può passarla liscia come un Clinton o un Savoia qualsiasi, dopo questo abile colpo di fioretto che rivela in sua moglie una fiera combattente. Che sa onorare la dignità dei suoi sentimenti. Si impongono dunque le scuse pubbliche e devono essere convincenti, molto più convincenti della lettera diffusa ieri: le merita davvero una donna che dimostra di essere per intero il cuore e la mente della sua famiglia e che davvero non è per nulla "la metà di niente". Anzi.