ARTICOLI 2009

IL GIORNALE - 30 dicembre 2009
Basta col vittimismo: la riforma non è donna
Basta, donne, con questa lagna. Non se ne può più di sentire il lamento "l'uomo non ci lascia fare", "gli uomini ci boicottano", "il maschio è padrone". Questo fare antistorico di indossare l'abito [...]

Basta, donne, con questa lagna. Non se ne può più di sentire il lamento "l'uomo non ci lascia fare", "gli uomini ci boicottano", "il maschio è padrone". Questo fare antistorico di indossare l'abito della vittima, per creare attenzione, pietas e solidarietà, fa veramente orrore e offende le donne. Tutte quelle consapevoli della propria dignità e della ormai indiscussa parità giuridica e sociale. Ma anche quelle che ancora sono vittime dell'ignoranza propria e della violenza altrui. Le sole che vittime si possano ancora definire. Per il resto, abbiamo conquistato qualsiasi cosa volessimo. Come dice Feltri, le donne oggi hanno la parità anche numerica in professioni che per millenni sono state esclusivamente maschili (medico, avvocato, magistrato, politico). E ciò nel nostro paese hanno fatto in pochi decenni: il diritto di voto è del 1946; il primo avvocato donna (in Svizzera) è del 1900; il primo magistrato donna del 1964. La parità giuridica coniugale del 1975. Negli ultimi cinquant'anni sono state varate miriadi di leggi per tutelare la donna come madre, casalinga, lavoratrice. Ci sono stati innumerevoli interventi legislativi, contro la violenza domestica, a favore della procreazione assistita e persino della non procreazione. Comitati, movimenti, ministeri sulle pari opportunità sono nati come "gremlins". Nel 2006 è uscito, addirittura, il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, in materia di diritto del lavoro, che raccoglie le norme che vietano la discriminazione, impongono l'istituzione delle apposite commissioni di controllo, definiscono l'attività del comitato per l'imprenditoria femminile. Nel testo vengono pignolescamente elencate e censurate le varie forme di discriminazione (ivi comprese le molestie sessuali) che le donne non devono subire, nell'accesso al lavoro, nella retribuzione, attività lavorativa e carriera; nell'accesso alle prestazioni previdenziali; agli impieghi pubblici, alle carriere militari. Ci sono poi vari decreti legislativi che individuano forme di finanziamento dedicato, in particolare, al lavoro femminile. Ma come può, il Ministro Carfagna, di fronte a questa clamorosa prova di protezionismo, finanche eccessivo, affermare che "il potere è maschio" e che le riforme si possono fare con l'amore. A parte il fatto che si potrebbe obiettare come l'amore crei più danni delle strategie politiche – se non altro ricordando in quanti cosiddetti amori si debba parlare di guerra, vendetta e tradimento – dove è scritto che una donna non possa aspirare ai vertici e conquistarli? Basti pensare alla Marcegaglia, alla Merkel e alla mai dimenticata Tatcher. Basta leggere la lista che Forbes pubblica tutti gli anni per incappare in una donna che è a capo della Corte Suprema degli USA, in altre a capo della Pepsi o di Yahoo, in Ophrah Winfrey conduttrice potentissima, in Nancy Pelosi speaker della Casa Bianca. Tutte donne potenti e influenti che hanno soppiantato altrettanti uomini, un tempo potenti. Anche in casa nostra possiamo onorare le centinaia di imprenditrici italiane, le decine di donne giudici presidenti di Tribunale, le tante avvocatesse che hanno fondato studi importanti da sole, senza essere vallette o amanti di qualcuno; le dottoresse primarie di ospedali prestigiosi. E non si può non ricordare, soprattutto, la nostra Ministro Gelmini, che ha avuto il coraggio di riformare a fondo, col rischio dell'impopolarità e con un risultato senz'altro positivo, ma che si vedrà a lungo termine. E' giovane, è competente, ha la forza della dignità del ruolo e della persona e non si perde in cicalecci da anni cinquanta. Come diceva Simon de Beauvoir, non si nasce donna: si diventa. La donna è sempre più protagonista, culturale ed economica, nella società di oggi; anzi sta dimostrando di essere la componente più dinamica, perché dalla rivoluzione è passata, senza soluzione di continuità, all'evoluzione. Una volta si accontentava di un basso livello di istruzione e, se lavorava, lo faceva senza ambizione in attesa del matrimonio che le avrebbe dato lo status sociale. Era esclusa dai ruoli di comando e, se separata, veniva in pratica ripudiata. Oggi la professione è una componente essenziale dell'identità femminile e la maggior parte delle donne è affrancata dalla necessità di avere un uomo per garantirsi reddito e posizione sociale. Se psicologicamente autonome, se competenti, se oneste. Se fiere della loro dignità. E' vero, però, che, dove ci sono potere e denaro, alcune donne si autoimmolano alla schiavitù, perché la strada per arrivare al soldo e al comando è più semplice e la si percorre da sdraiate con i soli sudori del talamo. Tuttavia, continuare a dichiararsi vittime, tra mille inutili recriminazioni, significa non avere percepito la forza e l'importanza delle conquiste sociali; vuol dire considerare ancora l'uomo a livelli superiori di capacità; manifesta un grado di autostima assai mediocre. Suggerisce la volontà non trasparente di stare in un comodo ghetto protette da tanti alibi. Palesa l'ignoranza di ciò che è successo, a solo favore delle donne, negli ultimi cento anni. Dunque, io sto con Ghandi: è una calunnia parlare di sesso debole a proposito di una donna. Ma devo tener conto anche di chi ha detto che, per quanto un uomo possa pensar male delle donne, non c'è donna che non ne pensi "più male" di lui. Un malcostume culturale che le donne, soprattutto se Ministro per le pari opportunità, non devono coltivare. In nome della legge.

IL GIORNALE - 28 dicembre 2009
Lasciano il figlio in aeroporto e vanno in ferie
Un bimbo di sei anni credeva fermamente ai genitori, quando gli ripetevano di amarlo. Poi loro si erano separati. Ed era arrivato Natale. Quest'anno le vacanze scolastiche erano particolarmente [...]

Un bimbo di sei anni credeva fermamente ai genitori, quando gli ripetevano di amarlo. Poi loro si erano separati. Ed era arrivato Natale. Quest'anno le vacanze scolastiche erano particolarmente propizie, per gli ex, alle migliori «spartizioni» dei tempi da trascorrere coi figli. Il papà aveva offerto alla mamma di stare lei con il piccolo dal 24 dicembre al 4 gennaio, mentre lui si sarebbe ritagliato gli avanzi, cioè dal 19 al 24 dicembre mattina e dal 5 al 9 gennaio. Appuntamento per la «consegna» del figlio all'aeroporto, dove il padre sarebbe arrivato alle 10 della vigilia, e da dove la madre sarebbe ripartita con lui alle 12. Vacanze interrotte, ma pur sempre lunghe per un ragazzino al quale si poteva, per di più, evitare il disagio dei distacchi nella ex casa coniugale, addobbata di luci, ma dissestata negli affetti. Un programma proposto dai genitori stessi come razionale e generoso. Tuttavia: la mamma - bloccata, a suo dire, da un incidente sull'autostrada - non è arrivata puntuale all'aeroporto, costringendo padre e figlio a bivaccare per ore tra viaggiatori trafelati; il piccolo ha dovuto assorbire i feroci insulti che i genitori si scambiavano via cellulare; la nuova fidanzata del padre - fino a quel momento sconosciuta a tutti, tranne che al fedifrago separatosi prima di confessare - è apparsa dal nulla dotata di bagagli e bambine. Di primo acchito strepitante di allegria e subito dopo seccata per l'intoppo che minacciava le sue prime legittimate e progettatissime vacanze ai Caraibi. Nessuno voleva rinunciare a niente e così è intervenuto l'avvocato, mai così gettonato come a Natale e a Ferragosto, suggerendo - in assenza di nonni disponibili - l'affidamento temporaneo dell'infelice ragazzino al centro assistenza viaggiatori dell'aeroporto. Il piccolo, sperdutosi nell'egoismo dei grandi, è stato accolto così in un presepe tecnologicamente avanzato, ma improvvisato e animato da distratti sconosciuti, senza neppure poter godere il calore animale del bue e dell'asinello. Un bimbo trattato dunque come una palla, da prendere al volo, che i genitori non sanno né lanciare né afferrare. E che, per questo, precipita e rotola nel deserto degli affetti. Mentre, dietro le quinte della sua vita, gli irresponsabili genitori si fanno i precari fatti loro. Ci sono sentimenti, infatti, che hanno il colore e lo spessore della carta velina, a tal punto da provocare vergogna negli sfortunati destinatari delle effimere dichiarazioni d'amore; sono questi i presunti sentimenti, che fanno, prima o poi, esplodere il dolore stupefatto delle aspettative deluse. Ciò diventa molto più grave quando l'oggetto del cosiddetto amore è un figlio, una persona verso cui si assume ogni responsabilità: non solo il mantenimento, con il più o meno alto tenore di vita, ma l'istruzione, l'educazione, la formazione della personalità. La dignità della vita, soprattutto, nella quale ricomprendere il suo «diritto» a essere amato, almeno dai genitori che non dovrebbero avere un figlio per caso o per sé. E tanto meno trovarsi nella condizione di abbandonarlo a se stesso. Non è la separazione a creare cattivi genitori. Ci sono famiglie che trascinano il buio intorno a loro qualsiasi cosa facciano, unite o separate. Ci sono genitori che lasciano crescere i figli nutrendoli di tanto non detto e molto non fatto, eppure sostengono di non separarsi per il loro bene, ma contemporaneamente li gratificano di una vita a mollo nell'infelicità. Altri si separano simulando la civiltà dei sentimenti e poi regalano angosce ai figli quando, alle rituali consegne per il corretto esercizio di visita, comunicano con gli sguardi gli avanzi decomposti dei reciproci sentimenti: sguardi abbuiati, irrequieti, rancorosi, di disprezzo. L'anima fresca e ridente di un bambino si può impolverare di silenzi, può essere stracciata da uno sguardo eloquente, può annichilirsi per la trascuratezza, può impazzire per la menzogna scoperta. L'amore o c'è o non c'è. Non esiste l'amore «a mio modo». Il poco o il tanto, o l'amore sbagliato. I bambini procreati, presi e abbandonati come pupazzi non sono amati per nulla. Così come non lo sono quelli strumentalizzati per interesse, economico o personale; quelli trascurati nella propria specificità; quelli usati come fiore all'occhiello di una presunta valida genitorialità; quelli impugnati come arma contundente verso l'altro genitore. E a tutti questi figli del malamore, del voler bene dichiarato ma che non c'è, il Natale, malgrado la retorica pressante, non porta niente di positivo. Anzi. Per uno di loro, bloccato all'aeroporto dalla zavorra delle incapacità dei genitori, ce ne sono tanti altri imprigionati nel limbo di una famiglia unita, dove regna - collante velenoso - il silenzio degli affetti; e tanti altri ancora nell'inferno quotidiano dei maltrattamenti fisici e psichici. Silenzio, urla, bugie, distrazione, simbiosi possessiva, inadeguatezze, sono comportamenti che si risolvono nella violenza più intima e proclamano, senza attenuanti, la non volontà e la non capacità di volere il bene dell'altro. C'è da sperare che molti di questi bimbi, disancorati dalla sicurezza di essere amati, sappiano trovare, nel dolore di cui si nutrono, un seme magico che forse potrà portare loro frutti inaspettati di rinascita e creatività. Pur senza potere mai eliminare i già vissuti danni collaterali del non amore. Anche, a volte, persino in nome della legge.

IL GIORNALE - 13 dicembre 2009
L'attrazione fatale per l'amore a pagamento
Che cosa può mai spingere un uomo bello, ricco, di successo, apprezzato e amato da tutti, e soprattutto da sua moglie, a spendere un sacco di soldi per passare alcune ore con una o più prostitute? Le [...]

Che cosa può mai spingere un uomo bello, ricco, di successo, apprezzato e amato da tutti, e soprattutto da sua moglie, a spendere un sacco di soldi per passare alcune ore con una o più prostitute? Le risposte sono molte e alcune scontate. Perché gli uomini sono tutti traditori, perché ci sono troppe donne disponibili e avide, perché il sesso matrimoniale dopo un po' stufa, perché certe fantasie perverse non possono attuarsi nel talamo coniugale, e via dicendo. Ma c'è un altro e più articolato piano di lettura del tradimento sessuale, che forse vale la pena di esaminare nel caso di Tiger Woods, che offre dettagli di fatto più specifici. Intanto sembra certo che la coppia fosse unita da sentimenti profondi. Ne è indizio l'immediata e disperata reazione della moglie che, colto il marito esattamente in fallo, prima l'ha preso letteralmente a mazzate (da golf) e poi ha lasciato repentinamente la coniugale vita sfarzosa. Indignata e ferita. Altro indizio è la risposta di lui, pronto a lasciare palcoscenici mondiali e fiumi di denaro per tentare di riprendersela. Sono assolutamente convinta che il tradimento sia inaccettabile e imperdonabile, quando e se si ama. Negoziabile e superabile, invece e solo, nella mediocrità dei sentimenti o per interessi di vario genere, anche non economici. Il tradimento di lui, peraltro, non si è rivelato quella che gli ipocriti e i banalizzatori della slealtà definiscono «scappatella», bensì un sistematico e dispendiosissimo ricorso alle prostitute. Quando lui, ricchissimo e fascinosissimo, con in più il valore indotto dell'essere campione universale, poteva scegliere chiunque e dovunque anche gratis. Perfino in comitiva, se proprio voleva realizzare fantasie sessuali diverse da ciò che offriva la consuetudine casalinga. Ma l'essere famoso è una condanna, non concede alternative, perché la gratuità non garantisce il silenzio, fondamentale per preservare l'immagine pubblica e la tranquillità privata. Invece la prostituta seria e professionale, a differenza della escort d'accatto, sa che il prezzo, soprattutto se alto, paga la riservatezza. Se non altro finché la moglie non alza il sipario e sul palcoscenico c'è posto, visibilità e denaro per tutti. Il traditore, però, come tutti i traditori è convinto di essere un grande stratega, fino a un momento prima di respirare il fetore della vergogna. Sessantamila dollari, tuttavia, spesi per retribuire le prestazioni di una sola prostituta, potrebbero anche essere stati considerati, un tempo, dall'oggi ormai patetico Tiger, il giusto prezzo da tributare al proprio delirio di onnipotenza. «Nessuno può pagare tanto una donna, per poche ore. Io sì». E il malloppo, per entrambi, può avere costituito un Viagra naturale, consentendo reciproche stupefacenti prestazioni. L'eccessivo benessere può distruggere, ma può assicurare un memorabile corto circuito dei sensi. Rigorosamente segreto e costato in proporzione alla notorietà del personaggio. Non mi convincono del tutto neppure queste ipotesi, però. Darebbero per scontati troppi ragionamenti, freddi e dolosi, nel traditore, partendo dal presupposto che Tiger ed Elin fossero una coppia felice e innamorata. All'interno di ogni coppia, tuttavia, anche la più solida e felice, ci sono sottili ed evidenti giochi di potere, dinamiche complesse, memorie emotive della relazione, posizioni di ruolo inevitabili che non sempre assicurano la serenità individuale. Anzi, la stratificazione di questi meccanismi nel tempo, può innescare reazioni a catena, a volte disastrose. Una di queste reazioni possibili è la fuga dalle responsabilità. Anche inconscia, se pure attuata nei comportamenti che costituiscono la confessione di come si è realmente. Molte persone, e credo anche Tiger, sembrano capaci di agire in modo efficace, dimostrano di saper scegliere il lavoro, il partner, i progetti, le situazioni, epperò a un certo punto si rivelano in balia di se stessi, dei fatti, delle proprie ancora sconosciute inadeguatezze. Si dimostrano, cioè, irresponsabili. Capaci in pochissimo tempo di distruggere la loro vita e quella degli altri. L'errore commesso è il sintomo della «malattia». Nella specie, l'irresponsabilità affettiva. Probabilmente Tiger, come tanti, soffriva di una sorta di claustrofobia emotiva nell'adeguarsi ai doveri di lealtà e fedeltà connessi alla scelta importante di unirsi a una donna e costruire una famiglia. E dunque cercava parentesi di leggerezza, più compatibili con la sua immaturità, nella pesantezza ripetitiva del racconto coniugale. Si sa che è più facile dare e prendere il meglio da una donna nel breve spazio di uno spot. Comprarsi un lussuoso oggetto comporta meno responsabilità che adottare un cane. Il vizio di un giorno è un piacere assoluto, svincolato dal mondo e da qualsiasi dovere. Con la prostituta, qualsiasi obbligo si conclude col pagamento del prezzo. E soprattutto non ci sono aspettative né conflitti verso chi non si incontrerà più. Qualunque sia il costo, il pagare la prestazione sessuale - abitudine più maschile che femminile, per ora - vuol dire liberarsi di ogni impegno mentale e fisico, di ogni conseguenza, critica e ricordo, che vi sarebbero inevitabilmente se si facesse sesso con assunzione di responsabilità personale. Che è, di fatto, un dovere e un limite alla libertà. Ma anche il prezzo della maturità e della grandezza: uomini si nasce, responsabili si diventa. Caro Tiger, anche in nome della legge.

IL GIORNALE - 6 dicembre 2009
Se l'ingiustizia suicida un papà
C'è un qualcosa che allude alla dignità, in quel voler morire stringendosi al collo un pezzo di stoffa annodato come fosse una cravatta. Non so dire, però, alla dignità, onorata o disonorata, di chi: [...]

C'è un qualcosa che allude alla dignità, in quel voler morire stringendosi al collo un pezzo di stoffa annodato come fosse una cravatta. Non so dire, però, alla dignità, onorata o disonorata, di chi: se del padre amareggiato, della madre severa, del giudice indolente. Ma, potrebbe anche essere, del padre inadeguato, della madre tutelante, del giudice attento. Per capire bisognerebbe leggere gli atti delle parti e i provvedimenti giudiziari: bisognerebbe sapere se il conflitto si svolgeva sul sentiero della separazione, del divorzio o della modifica di provvedimenti già in vigore. Gli scenari sono diversi, ma i giornalisti si ostinano a utilizzare i termini «separazione» e «divorzio» senza differenziarli, in ogni circostanza; quando almeno potrebbero capire che la separazione è l'inizio della fine della storia coniugale, mentre il divorzio - che si chiede dopo tre anni dalla separazione - è la ratificazione di quella fine. Prima e dopo il divorzio si possono ottenere variazioni ai regolamenti economici e personali vigenti tra le parti. Quando le agenzie di stampa (nel dare la notizia del suicidio di un padre «disperato perché la madre non gli fa incontrare il figlio più di due giorni alla settimana») specificano «appena separato», altre scrivono «in sede di divorzio», altre ancora dicono «cui la moglie aveva chiesto la separazione», deve apparire chiaro a tutti che quei giornalisti non ci hanno informato bene sui fatti; pertanto, l'argomentare, anche giuridicamente, intorno ai fatti stessi, diventa ipotetico e diversificato. Infatti, se la madre aveva chiesto la separazione, ma ancora non vi era stata l'udienza presidenziale, e dunque nessuna decisione, seppur provvisoria, di un magistrato, si deve concludere che la madre, nell'abbastanza consueto delirio di onnipotenza materno, abbia deciso con intollerabile arbitrio «il figlio è mio e lo gestisco io»; impedendo così, disumanamente, a padre e figlio lo svolgersi della reciproca affettività. In tal caso il suicidio sarebbe un urlo disperato della fragile dignità di un padre incapace di far valere la solidale potestà genitoriale, che invece garantisce pari dignità giuridica a entrambi i genitori. Se, diversamente, un giudice aveva deciso, nella prima udienza di separazione, che il provvisorio regolamento di visite dovesse essere così ristretto, forse la madre, strumentalmente o per tutelare davvero il figlio, aveva esposto tali negatività del padre, anche psichiche, da richiedere cautela nel calendario di visite. In entrambi i casi, però, il giudice avrebbe omesso di essere accurato nella protezione di una famiglia in crisi, non disponendo che almeno i servizi sociali si occupassero della gestione degli incontri; in tal modo il marito non si sarebbe sentito in balìa dei tempi di visita imposti dalla moglie. Infatti ormai la legge sull'affido condiviso è applicata, senza tante storie, in modo da consentire un equilibrio tra i genitori nel ripartirsi l'affettività e la responsabilità dei figli. Le eccezioni, per comprovati motivi, devono essere oggetto di monitoraggio consapevole da parte delle istituzioni, che non possono entrare a gamba tesa nelle famiglie, dando disposizioni categoriche, per poi lasciarle vittime abbandonate alla loro stessa malattia, causa del disfacimento. In questo esempio, il suicidio rivendicherebbe la mancanza di una giustizia minimamente dignitosa: di un potere dispositivo, cioè, tale da risolvere le questioni umane in modo, sì deciso, ma non privo dell'attenzione al singolo caso, alla fragilità dei protagonisti, alla peculiarità di storie intrise di dolore, sentimenti e risentimenti difficilmente governabili con la sola ragione. Se, ancora, invece, questa storia triste si inquadra in un giudizio di divorzio o di modifica delle condizioni in essere, c'è da pensare o a un diritto di visita del padre cambiato all'improvviso dal giudice per gravi fatti sopravvenuti, o a una regolamentazione che dura così da anni, cioè da prima dell'entrata in vigore (2006) della legge sull'affido condiviso. Nel primo caso dovremmo tornare all'esempio della madre tutelante o strumentalizzante. Nel secondo, dovremmo pensare a una madre sorda alle esigenze sia del padre sia del figlio e miope di fronte ai cambiamenti sociali e giuridici. Se così fosse, il suicidio sarebbe da interpretarsi come la convinzione del padre di voler attuare egli stesso ciò che la madre stava già facendo: togliere per sempre il padre a un figlio. Un padre che avrebbe preferito autoescludersi piuttosto che essere emarginato: un tragico fraintendimento dell'amore e della dignità del ruolo. In tutti i casi però sarebbero i dettagli a dover fornire la giusta chiave di lettura. Senza poter dimenticare che, le difficili storie giudiziarie che coinvolgono le famiglie, non possono essere trattate con pomposa burocrazia o frettolosa acriticità. Che l'espropriazione dei figli non deve essere consentita a nessun genitore a danno dell'altro. Che bisogna saper distinguere tra amore genitoriale (capacità di considerare il figlio come soggetto di diritti e non oggetto proprio da rivendicare a ogni costo) e attaccamento patologico (incapacità di vedere e rispettare l'autonomia propria e di ogni altro). Che lo Stato deve saper supportare le famiglie particolarmente colpite dal lutto della separazione, anche per esempio istituendo un numero verde per offrire, a disposizione sempre, servizi sociali umani ed efficienti. Soprattutto si dovrebbe sapere che non esistono separazioni e divorzi fra loro uguali, ma che ogni persona vive il dolore del distacco a modo suo. Quindi magistrati ed avvocati hanno la serissima responsabilità di non potersi occupare dei protagonisti solamente nei minuti o nelle ore che il ruolo impone di dedicare loro. Qualsiasi gesto giudiziariamente significativo, e che incide sulla vita quotidiana della gente, deve rivelare non solo l'attenta competenza di chi lo compie, ma anche il rispetto della dignità di chi lo riceve. In nome della legge.

IL GIORNALE - 3 dicembre 2009
La sindrome rancorosa del beneficiato
Sarà capitato anche a Voi, di avere la pungente delusione di essere maltrattati da chi, in precedenza, era stato proprio da Voi aiutato. Non con la semplice ingratitudine, che è banalmente umana e [...]

Sarà capitato anche a Voi, di avere la pungente delusione di essere maltrattati da chi, in precedenza, era stato proprio da Voi aiutato. Non con la semplice ingratitudine, che è banalmente umana e diffusissima, ma con qualcosa di più, di diverso e di inaspettato. Significativa la storia di quel Signore che aveva tolto dalla strada una prostituta, l'aveva ripulita e persino, credeva, bonificata dall'orrore dei ricordi; le aveva trovato anche un impiego ma infine, dopo mesi, era stato da lei depredato d'ogni risparmio e oggetto prezioso, per poi accorgersi che era sparita nel nulla. Oppure la vicenda di quel medico che, mosso dalla compassione, aveva operato gratuitamente nella sua clinica un paziente privo di mezzi per poi vedersi notificata una citazione in Tribunale proprio da lui che, ormai sano come un pesce, pretendeva un risarcimento danni per un improbabile accanimento di farmaci e terapia. E' storia, peraltro, di tutti i giorni, quella di molti mariti che fanno vivere le mogli come regine, viziate, coccolate e protette, per doversi a un certo punto confrontare, insospettatamente, con un mediocre bellimbusto "capace di ascoltarle" ma che non se le porta neppure via. E che dire di quelle mogli che aiutano nella carriera il coniuge caricandosi solo loro sulle spalle la fatica pluriennale e ripetitiva della casa, dei figli, della socialità, del risparmio e poi si sentono spiegare, dal vile spensierato, "mi sono innamorato di un'altra perché ride ed è giovane". Ma avete mai provato a fare una raccomandazione e subito dopo essere perseguitati all'infinito dal raccomandato non assunto, perché - a suo dire - non vi siete dati abbastanza da fare, per scoprire invece che lui si era posto con arroganza o non era stato puntuale o comunque non si era mostrato all'altezza? A questo punto non si può non riflettere su quel raffinato politico (ma non è l'unico) che era sul punto di diventare nessuno e che invece, grazie soltanto a uno più potente e capace di lui, si è riciclato in qualcuno ed è diventato anche molto importante. Troppo. Ebbene, incapace pure lui, non solo nella gratitudine, ma addirittura del più elementare rispetto, verso l'uomo generoso e verso la carica governativa, oggi si affanna a dileggiare e denigrare il suo benefattore, tentando di far dimenticare agli altri che è stato proprio lui il suo unico, determinante e gratificante sponsor. Dall'opportunità, all'opportunismo, alla viscida denigrazione. Non ho particolare simpatia per il Cavaliere. Anzi. L'unico nostro incontro è stato segnato da un suo atteggiamento veteromaschilista molto offensivo verso di me. Tuttavia, la mia passione difensiva mi porta a prendere a cuore le vittime, anche se indifendibili su altri fronti. E più vittima di Berlusconi, da qualche tempo in qua, non c'è davvero nessuno. Vittima della sua improvvida generosità, della fiducia che sparge a pioggia. Vittima, plurirecidiva, della sindrome rancorosa del beneficato. Basta solo pensare, per descriverne cause ed effetti, anche a quella pletora di comici pseudo intellettuali e molto sinistri che affollano le sue reti televisive e hanno preso a lanciargli disgustose polpette di fango, quando invece dovrebbero innaffiarlo di champagne. Considerate, quantomeno, le ricchezze, anche e probabilmente molto estere, che questi ridanciani beneficati hanno accumulato sulla sua pelle e alla sue spalle. Denaro che proveniva, e proviene, solo da lui e dalle occasioni offerte loro in nome della libera opinione. Il premier sarà pure un ganassa, troppo ricco, troppo potente, troppi processi, troppo sfuggente, troppo tutto, ma non gli si può negare la sua tendenza, magari anche solo per guadagnare consenso, ad aiutare chiunque. Dagli aspiranti politici a quelli in saldo, ai terremotati, ai parenti dei calciatori, ai comici privi di pubblico. Arriva dovunque. Basta chiedere. Per avere in cambio, quasi sempre, allusioni, veleni, aggressioni infide, persino vendette da parte dei suoi protetti che, prima o poi, mostrano di soffrire della sindrome rancorosa del beneficato. Patologia del pensiero, questa, che affligge gli stupidi, gli incapaci, gli invidiosi. Tutti coloro cioè che devono per forza usare le posizioni e le potenzialità altrui, perché agnellini sperduti privi di meriti personali. E una volta raggiunti gli obiettivi, grazie all'intervento provvidenziale, si trasformano in lupi rabbiosi. Sono infatti, del tutto inadeguati a raggiungere i livelli di chi sfruttano parassitariamente e, dunque, covano nella gelosia e nel rancore il sogno malefico di distruggere che li ha aiutati. Per non volerlo e doverlo ringraziare, fanno la fine di Lucifero. Sono incapaci di ammettere per tempo la propria indiscutibile inferiorità. Perché non riescono a convincersi di essere soltanto inutili vuoti a perdere. Quando sono svuotati del liquido dorato e frizzante, nonché del marchio prezioso e notorio, che li rendevano apprezzabili.

IL GIORNALE - 27 novembre 2009
Veronica da regina di cuori a regina di denari
Un avvocato serio può esprimere pareri che riguardino la sua professione solo se ha a disposizione fatti e documenti che li comprovino. Dunque, quello che segue non è un parere ma un allettante [...]

Un avvocato serio può esprimere pareri che riguardino la sua professione solo se ha a disposizione fatti e documenti che li comprovino. Dunque, quello che segue non è un parere ma un allettante guazzabuglio di ipotesi, per la gioia di chi è coinvolto con la curiosità nel clamore suscitato dalla richiesta di Veronica. Naturalmente, in qualità di avvocato, in particolare di avvocato che si occupa prevalentemente di diritto di famiglia, sono bersagliatissima di domande a proposito di Veronica, alle quali non so rispondere e non posso neppure farlo. Certo che gli aggettivi con i quali ho sentito qualificare la "richiesta" meritano di essere riferiti, se non altro per chiarire la natura del rimbombo mediatico. Sconveniente, sfacciata, inquietante, spaziale, ma anche impudica e provocatoria. Forse quest'ultima definizione può essere condivisa dai più, se non altro per la strategia che sembra esserci dietro questa storia infinita e al di fuori del territorio di noi comuni mortali. Noi che combattiamo tutti i giorni col costo del lavoro, e della vita, coi crediti inesigibili, con la necessità di ridurre il personale e con la continua contrazione dei canonici periodi di ferie. Intanto, bisogna spiegare che le notizie giornalistiche possono anche non essere la verità e, dunque, non è improbabile che la richiesta di Veronica non sia neppure contenuta in un ricorso regolarmente depositato (a Monza e a Milano sembra che non ne risulti alcuno); è possibile, altresì, che non sia questa la richiesta ed è anche ipotizzabile che la reboante cifra sia la base di una trattativa non ancora conclusa o definita con il due di picche; che sia comprensiva di cespiti patrimoniali o frutto della fantasia di qualche zuzzurellone. Facciamo finta che sia tutto vero. Che, cioè, Veronica abbia chiesto 3 milioni e mezzo di euro al mese a titolo di assegno di mantenimento, ossia 42 milioni di euro all'anno. Non sappiamo se l'importo comprende anche il costo del mantenimento dei figli o se sia destinato solo a coprire il tenore di vita che il Cavaliere, fino a oggi, ha garantito alla sua dama. In tal caso, starebbe a significare che Veronica chiede 42 milioni di euro, ma che, in realtà avrebbe bisogno "solo" della disponibilità netta di 21 milioni di euro. Infatti, l'assegno di mantenimento è soggetto alla falcidie fiscale, circa del 50%, tenuto conto della progressività delle aliquote incidenti. 21 milioni di euro all'anno significa 1 milione e mezzo al mese, circa 350 mila euro a settimana, più o meno 50 mila euro al giorno. Vale a dire 2 mila euro all'ora. Anche nelle ore di sonno. Come potrebbe reagire il giudice della separazione di fronte a questa richiesta, sempre facendo finta che sia vera? Alla prima udienza, quando il Presidente emana i provvedimenti provvisori e urgenti, la valutazione del magistrato è diretta ad approfondire se effettivamente tale urgenza vi sia. Se, cioè, chi chiede l'assegno sia privo di redditi a tal punto da non poter gestire la sua quotidiana sopravvivenza. Di regola, infatti, in quella sede si determina, con un calcolo approssimativo, un assegno per tutelare la parte debole nel tempo necessario a studiare documentazione ed evidenze istruttorie. Assegno che, al momento della sentenza, può essere rivisto, in meglio o in peggio, a seconda di come si è assolto il dovere di provare di avere diritto a ciò che si chiede. Va da sé che la misura dell'assegno deciso dal Tribunale è subordinata al definitivo passaggio in giudicato della sentenza, dopo tre gradi di giudizio (sono terrorizzata dai possibili dieci anni di domande). Pur continuando le parti richiedenti a riceverlo nel frattempo, per l'ammontare via via stabilito nel corso del giudizio. Facciamo sempre finta che la Signora abbia richiesto per sé 1 milione e mezzo di euro netti al mese (cioè, 2 mila euro all'ora) per ogni mese della sua vita futura. In teoria e stando alla legge, se riuscisse a dimostrare analiticamente, con estrema precisione e attendibilità che questo è il livello economico dello stile di vita finora mantenuto grazie al prodigioso e generoso marito, effettivamente dovrebbe averne diritto. Tuttavia, non si può trascurare di ricordare che la giurisprudenza ha più volte detto che "l'assegno deve essere determinato in modo da consentire che a entrambi i nuovi nuclei familiari che si formano (…) sia possibile mantenere un tenore di vita equivalente a quello goduto in costanza di matrimonio, se compatibile con il reddito attuale, complessivamente disponibile". E neppure si può omettere di considerare che un conto sono i costi di una famiglia unita e formata da più persone, un conto è il tenore di vita che si ha diritto ad avere quando la famiglia è un ricordo e la responsabilità dell'autonomia una realtà. Le valutazioni dei magistrati nel calcolare l'equità di un assegno di mantenimento non possono prescindere, al di là della rigorosa prova sui costi effettivi del richiedente, dalla comparazione delle rispettive dichiarazioni dei redditi e dalla capacità patrimoniale di entrambi i coniugi. Stando a quel che si dice e presumendo che tutto sia vero, sembra che il marito in questione abbia un patrimonio di 6 miliardi di euro e la moglie di 27 milioni di euro. Di lei non si conosce la dichiarazione dei redditi (forse niente), mentre per quanto riguarda lui, nel 2005, era di 139 milioni di euro e due anni fa di 14 milioni e mezzo di euro. Se questa è la controfigura della realtà, la richiesta di 42 milioni di euro (magari compreso l'assegno per i figli) non sarebbe stata peregrina se proposta nel 2006. Infatti, l'assegno per moglie e figli pari a un terzo del reddito dell'altro coniuge ,costituisce prassi di molti provvedimenti giudiziari italiani e osservanza della corretta formula del Dott. Calabrò, già Presidente del Tribunale di Monza, che, però, prevede solo un quarto del reddito del coniuge forte a favore di quello debole, ove non vi siano figli. Diversa è la situazione oggi che, fatte le debite proporzioni e applicato lo stesso criterio, potrebbe vedere la richiesta accolta in 4 milioni di euro all'anno per moglie e figli.( circa un terzo di 14milioni) Ma abbiamo fatto tutti i conti senza l'oste. Oste che, in questo caso, è la domanda di addebito. Se viene accertata la "colpa" di lui, è escluso che per tale motivo un qualunque assegno ,stabilito all'incirca sui parametri che precedono, per ciò solo, possa lievitare. Se, viceversa, viene riconosciuta la "colpa" di chi richiede l'assegno – per esempio, per violazione di una qualsiasi forma di solidarietà morale e/o materiale – decade automaticamente il diritto a mantenere il tenore di vita matrimoniale, sopravvivendo solo quello al soddisfacimento dei più elementari bisogni (mangiare e dormire, secondo una media di costo stimabile per la maggior parte dell'umanità). Altra variabile e, quindi, altro oste col quale si dovrà fare il conto ,è il giudice scelto, e oggi non noto, che dovrà misurarsi in questa impresa obiettivamente benefica. Non si può tacer del fatto che per il Cavaliere è assai arduo trovare un giudice a Berlino. Tuttavia, quelli che in genere si occupano di separazioni hanno mirabile esperienza, personale precedente giurisprudenza e molto buon senso. E spesso giudicano anche con criteri oggettivi. Pur nell'unicità della questione che si troveranno a decidere, non potranno certo smentirsi, né creare un precedente troppo fuori dalle righe e dall'eticamente condivisibile. In tutti i casi, salvo nell'ipotesi (per quanto remota) di esonero dall'assegno per "colpa" di chi lo chiederà, lo Stato italiano perderà buona parte dei versamenti di uno dei suoi maggiori contribuenti, ma se li riprenderà da un'altra parte. Forse che lo sponsor della prossima finanziaria sarà Veronica? In nome della legge.

IL GIORNALE - 20 novembre 2009
Vi spiego il mistero della donna che sposa il Mostro del Circeo
Sbatti il mostro in prima pagina. E lei, da esperta giornalista, l'ha fatto. Il mostro è il suo futuro marito. Lui è Angelo Izzo il pluriomicida e stupratore di donne condannato due volte [...]

Sbatti il mostro in prima pagina. E lei, da esperta giornalista, l'ha fatto. Il mostro è il suo futuro marito. Lui è Angelo Izzo il pluriomicida e stupratore di donne condannato due volte all'ergastolo. Lei, Donatella Papi, è stata collaboratrice di Montanelli, Feltri, Giacobini, penne d'oro del giornalismo italiano. Li unisce la volontà del matrimonio. Tra loro. Notizia stupefacente, incredibile. Appartengono entrambi, più o meno, alla mia generazione e dunque, per cercare di capire, ho fatto un rapidissimo sondaggio tra le mie coetanee e le donne più giovani. Le prime hanno commentato a malapena, esprimendo essenzialmente lo sgomento e giudizi di orrore, soprattutto riferiti a lei. Le femministe, in particolare, hanno fortemente biasimato la mancanza assoluta di solidarietà della donna con le povere ragazze morte. Altre hanno parlato di sindrome della crocerossina e, altre ancora, di scherzi inquietanti della solitudine. Le più informate mi hanno fatto notare che questa vicenda fa parte di un macrofenomeno: i detenuti per i delitti più abbietti (Stevanin il Mostro di Verona, per esempio, o Pietro Maso, Vallanzasca e altri) hanno sempre avuto centinaia di fans "innamorate" che scrivono loro chili di lettere seduttive e consolatorie. Le donne più giovani, rispondendo al mio minisondaggio, sono invece tutte concordi nel ritenere che Donatella Papi abbia un preciso interesse, economico e non affettivo: la notorietà. Dalla notizia, alle interviste, alle apparizioni televisive e poi al libro se non al film, un fatto così non può - secondo loro - che portare al successo mediatico e, quindi, ai soldi. Possono essere verosimili tutte queste ipotesi e se ne possono elaborare ancora facendo ricorso alla scienza psichiatrica e psicologica. Bisognerebbe dunque pescare nell'inconscio di questa donna, bella e con un figlio quindicenne, che vuole unire il resto della sua vita a un massacratore di donne. Non si conosce la sua storia familiare più intima; la sua vita pubblica, invece, per quanto da lei raccontata, è oggi inaccessibile perché il suo sito è contrassegnato da Google come sospetto, in quanto un codice dannoso aggiunto lo rende intermediario di infezioni per chi vi si collega. Il che appare, peraltro, un perverso scherzo del destino. Una specie di porta insanguinata di Barbablù. Si dice, però, che i due promessi sposi si conoscessero da ragazzi poiché frequentavano il medesimo tessuto sociale e pare avessero in comune la militanza politica nella cosiddetta, per eufemismo, "destra pura". In seguito lui ha abbracciato l'illegalità più violenta, finendo col diventare un efferato criminale, mentre lei è stata, per professione, competente testimone di un'Italia attraversata da difficili cambiamenti sociali e politici. Lui, in un'intervista televisiva di qualche anno fa, appariva ridanciano, esaltato, fintamente pentito e, anzi, quasi fiero di descrivere il suo modo di vivere in un branco che si nutriva della più orrenda violenza, convinto della superiorità del maschio sulla femmina. Un gruppo criminale che definiva le donne "pezzi di carne e non persone". Ora, parlando di Donatella, lui dice di pensarla come "parte della mia carne, separata da un crudele incantesimo". La sua carne, quella di Izzo, è destinata per sempre alla prigione, mentre la carne delle sue vittime è stata da lui crudelmente torturata e trucidata. Solo per questo, non tanto metaforico, collegamento emotivo, se fossi in Donatella farei una riflessione in più su quello che appare a tutti un insano progetto. Anche imbarazzante. Tuttavia molte donne amano i serial killer perché l'aspetto della distruttività evoca il loro antico narcisismo masochista, cioè il sontuoso ruolo di vittima che richiama contestualmente la forza della salvatrice. La donna, per antichi retaggi culturali, è preparata infatti ad essere vittima. Vuole continuare a esserlo in qualsiasi modo, a dispetto della crescita sociale e giuridica, nonché delle opportunità che caratterizzano la storia attuale. Il ruolo del dominante e del carnefice spetta all'uomo, tranne che in alcune alternative fantasie sessuali. Oppure, quale migliore occasione, per Donatella, al fine di studiare a fondo un carnefice, quella di porsi vittima delle sue mani e dei suoi pensieri? Il risultato potrebbe perfino essere un best seller intitolato "Esegesi di un mostro". Questo potrebbe essere l'obiettivo di una giornalista futura scrittrice. Un obiettivo sacrificale, ma almeno con un senso compiuto. Se così non fosse, si potrebbe cercare di capire il disegno inquietante di Donatella chiamando in gioco la competitività femminile, fortissima e certamente priva di qualsiasi umana solidarietà, per non dire compassione. "Potrebbe massacrarmi, come ha fatto con le altre. Ma io sono più attenta e intelligente. Io sola saprò dargli l'amore che mi salverà". Questo potrebbe essere lo spirito di Donatella nel coltivare una relazione così strana e pericolosa. Ma questa donna colta e intelligente potrebbe perfino credersi davvero innamorata del mostro. Perché no? L'amore non è logico, non è sempre meritocratico, spesso obnubila il cervello e ottenebra la volontà. Forse lei non ha mai trovato un uomo che le tenesse testa. Forse quelli che ha conosciuto e tenuto vicini tendevano a sminuirla e perfino a denigrarla, senza sapersi dimostrare più validi e forti. Ad Angelo Izzo, il violentatore, il criminale massacratore, Donatella potrebbe invece avere riconosciuto una qualche, per quanto mostruosa, capacità di dominio, un potere in grado di governare la confusione interiore di una donna fragile perché sola. Un potere che però lui, chiuso per sempre in prigione, non potrà mai usare effettivamente su di lei. Lei potrebbe così passare alla "storia", si fa per dire, come l'unica donna che si è salvata dal mostro, perché la sola amata e risparmiata dalla morte. In fondo, che cosa c'è di nuovo? Moltissime donne credono che questo sia l'amore. Poi un giorno, dopo qualche tempo, vengono a piangere da me. In nome della legge.

IL GIORNALE - 14 novembre 2009
E adesso ci mancava soltanto Veronica
L'ufficio stampa di una moglie silenziosa e che non parla soprattutto coi giornalisti, meriterebbe il premio Pulitzer 2009. Se non fosse, questo ufficio, strategicamente fantasma e se non avesse [...]

L'ufficio stampa di una moglie silenziosa e che non parla soprattutto coi giornalisti, meriterebbe il premio Pulitzer 2009. Se non fosse, questo ufficio, strategicamente fantasma e se non avesse fatto, alla fine dell'abile operazione, un errore di calcolo. Dunque, la storia comincia alla fine di aprile, con una mediatica dichiarazione di lei che taccia il marito di immoralità pubblica e privata. Fatto grave, molto più dei pesanti addebiti contestati, perché mette, sia l'uomo politico sia il padre, alla gogna della piazza. Ma getta un'ombra sulla moglie, che appare eccessiva e sprovveduta. Subito, però, interviene il saggio e invisibile ufficio stampa, con l'obiettivo di recuperare migliori contorni all'immagine pubblica della donna, fino a quel momento, dolce e riservata e, soprattutto, per niente aggressiva. Ma anche per evitare che il marito colga al balzo la palla incandescente e quindi lui stesso chieda per primo la separazione. Sentito il suggerimento del mentore, la moglie annuncia, con opportuno tempismo, a Repubblica e Stampa, la sua volontà di separarsi auspicando di poter raggiungere un onorevole accordo sul punto. E poi si abbandona al silenzio, mentre l'Italia intera si interroga sull'ipotesi dell'"auspicato" accordo che, grazie alla maliziosa intelligenza dell'evanescente ufficio stampa, avrebbe dovuto prevedere l'equa ripartizione tra i figli del patrimonio paterno. E così il provvido e abile consigliere d'immagine fa centro, con la trasformazione mediatica di una moglie arrabbiata in una madre premurosa. Dopodiché interviene ancora una volta il silenzio ad ammantare di mistero viaggi e vacanze della sfortunata sposa che, tuttavia, continua a non ricevere segni di vita neppure dal marito. Riceve però qualche strale di troppo dalla stampa non amica. Questa situazione obbliga, a un certo punto, l'attento e segreto ufficio stampa, a esibirsi con un messaggio di ottanta parole sul Corriere della Sera. Un messaggio sibillino, ricco in verità di suggestioni trasversali e povero della minima chiarezza esplicativa. A seguire, l'ennesimo ormai rituale silenzio, corollario un po' inquietante di ogni colpo di freccia più o meno andato a segno. La Signora, racconta qualcuno, è in attesa di una proposta dal marito fedifrago e "che non sta bene". Il marito tace e passa per padre assente ed egoista, beccandosi in fronte anche un colpo di fionda dalla figlia piccola, che rilascia un'intervista nella quale auspica - come la madre - la pace in famiglia se il papà sarà "equo". Si fanno i nomi degli avvocati e si dice che stiano negoziando un'intensa trattativa. Naturalmente nulla trapela, come è giusto che sia, perché i legali sono tenuti al segreto professionale. Dunque non è neppure certo che vi sia stata una trattativa. Arriviamo così ai giorni nostri. Sono trascorsi circa 7 mesi dalla prima infelice dichiarazione, dagli ulteriori messaggi subliminali e dai silenzi da più parte apprezzati come dignitosi, quando scoppia la notizia che rianima le redazioni, grazie alla boccata d'ossigeno offerta dal prezioso e segreto ufficio stampa: "Lei ha depositato il ricorso con addebito". Suona quasi come un ultimatum e i giornalisti si scatenano nella corsa alla valutazione del patrimonio del marito-padre non equo. Pronto ormai a essere denudato da tutti i nemici politici, intestini e domestici. E' l'apoteosi della strategia fino a questo punto ben riuscita del magico e nascosto ufficio stampa: la moglie in aprile appariva mediaticamente in torto; ora a novembre risulta vittima della sua generosa attenzione materna, contrapposta all'egoismo paterno. Tanto generosa da pretendere che il patrimonio del padre sia diviso tra i cinque figli (speriamo che non ne appaiano altri non ancora riconosciuti, se no i calcoli si complicano) prima che il loro padre muoia e dunque prima che chiunque di loro possa vantare un qualsiasi diritto. Il ricorso al Giudice deve sembrare a tutti l'inevitabile ed etica scelta di una madre preoccupata. La, facoltativa, ma voluta, richiesta di addebito, la necessaria bonifica, anche risarcitoria, di una moglie tradita. Invece, la realtà giuridica e giudiziaria è del tutto differente. Ed è una verità che non fa sognare per nulla i nemici del marito e gli amici della moglie. Il ricorso per separazione giudiziale infatti consente al giudice solo ed esclusivamente di decidere a) l'ammontare dell'assegno al coniuge più debole (quello che non ha, cioè, i mezzi adeguati per vivere lo stile di vita coniugalmente condiviso); b) l'ammontare dell'assegno per i figli (anche ,maggiorenni se non autonomi economicamente); c) l'assegnazione della casa coniugale comune; d) l'eventuale accertamento di responsabilità della frattura matrimoniale (cioè l'addebito). E basta. Ma davvero basta. Il Giudice della separazione non può dividere patrimoni, assegnare aziende, imporre consiglieri di amministrazione o riconoscere risarcimenti. Se poi sentenzia la responsabilità di uno dei coniugi - una volta provato rigorosamente il nesso di causalità tra il comportamento censurato e la inevitabilità della separazione - non è che "l'addebitato" di colpa possa essere condannato dal giudice a pagare un assegno più alto: l'unica sanzione è di non ricevere lui l'assegno di mantenimento e di essere contestualmente escluso dall'asse ereditario del coniuge incolpevole. Se poi mai, questo marito pubblicamente svergognato, dovrà pagare un assegno mensile alla moglie, avrà la gradita sorpresa di poterlo dedurre dal proprio reddito imponibile, così riducendosi, per lui, le imposte da pagare allo Stato, che invece pagherà la moglie: sicuramente un vantaggio per lui che, sinora, ha di sicuro speso molto di più per la moglie, senza mai potersi portare un euro in detrazione. In conclusione, alla fine, l'ammirevole astuzia comunicativa dell'ineffabile e sconosciuto ufficio stampa, non avrà fatto vincere la moglie che per soli sei mesi e solamente sui media. Allora il vincente sarà il marito, sì fedifrago, ma non spogliato del patrimonio: approfittando dei silenzi ombrosi, gli basterà studiare i pochi articoli del Codice che riguardano la separazione coniugale per capire di non essere obbligato ad avanzare alcuna proposta che preveda anticipate spartizioni patrimoniali; quindi per lui sarà stato meglio di ogni altra ipotesi, il ricorso individuale con domanda di addebito. E, per una volta negli ultimi 15 anni, questo strano marito, sarà felice che un giudice - certamente meno generoso di lui -possa decidere al posto suo. In nome della legge.

IL GIORNALE - 7 novembre 2009
Quando il divorzio va a nozze con gli affari
In Francia, dove la divorzialità è pari alla metà dei matrimoni, dicono di avere inventato "Il salone del divorzio" e lo promuovono con la nota enfasi nazionalista. Peraltro assimilando divorzio e [...]

In Francia, dove la divorzialità è pari alla metà dei matrimoni, dicono di avere inventato "Il salone del divorzio" e lo promuovono con la nota enfasi nazionalista. Peraltro assimilando divorzio e vedovanza in un unico contesto. Dimentichi che il coniuge morto è bonificato dal ricordo e dall'assenza, mentre l'ex coniuge ha la potenza di una mina vagante. In realtà questa patetica idea era già venuta agli austriaci che, appunto, nel 2007 avevano propagandato la loro "fiera del divorzio". Un flop, evidentemente, se mai è stata ripetuta. Come dovrebbe accadere per la manifestazione parigina. Che denuncia, sin dalle grida pubblicitarie, la propria natura commerciale. Avvocati, psicologi, mediatori ma anche chirurghi estetici, immobiliaristi e persino organizzatori di viaggi, si proporranno al pubblico come indispensabili curatori del dolore e dello smarrimento. Ma perché, allora, non anche farmacisti, gioiellieri, pasticceri, concessionari d'auto e spacciatori di droghe? Tutto può essere giudicato opportuno per superare un periodo che si percepisce come fallimentare e che richiede una compensazione alla sofferenza: anche l'alcool, una escort, un trans o un gigolò. E per altri, più romantici, corsi di giardinaggio o di cucina. Dunque, chiunque può salire su di un carrozzone mercantile e vantare la bontà dei servizi offerti, sfruttando la debolezza di un pubblico afflitto da problemi che sembrano insuperabili. Un pubblico che, notoriamente e in buona parte, prima di arrivare dall'avvocato, si genuflette, angosciato e fiducioso, alle parole suggestive di maghi e cartomanti, tecnici dell'oroscopia ed esperti di macumbe. Cos'è, infatti, il divorzio? Un'esperienza estrema nella vita di una persona. Subìto o deciso che sia, è il momento in cui si deve chiudere la parentesi aperta il giorno - pure di valenza estrema - in cui si era deciso di unirsi per sempre con il partner che, già allora, poteva essere il futuro ex. Parentesi che racchiudono in sé figli, patrimonio, abitudini, storie, intrecci affettivi, piaceri e crucci. Vite complesse e concrete che col divorzio si sgretolano ognuna a modo proprio: ogni protagonista risorge o precipita con dinamiche personalissime, influenzate dai segni che ogni giorno - tra quelle parentesi - gli sono rimasti incisi nell'anima. Chi deve divorziare - anche nel senso di separarsi - deve fare i conti prima di tutto con quel viluppo di tormenti che gli invade la coscienza e che - con la volontà e la consapevolezza - si dipana progressivamente ogni giorno fino a srotolarsi quasi del tutto nel tempo del rinnovamento: forse al salone di Parigi è possibile trovare stand di gomitoli più facili da srotolare? Mi meraviglio degli psicoterapeuti e dei miei colleghi avvocati francesi. Chi si occupa della materia così delicata del diritto di famiglia, sa bene che i "clienti" non si trovano a un tanto al chilo nelle fiere strapaesane. Il rapporto con chi si assiste è il risultato di una precisa combinazione, di fiducia, confidenza e intimità, che non può crearsi se il professionista, oltre alla competenza, non è forte di esperienza e non è consapevole dell'unicità di ogni persona che gli si affida. Chi ha bisogno di un legale si interessa della sua storia professionale, vuole sapere da altri "come si sono trovati"; in genere, prima, sperimenta l'impatto con un approccio generico e poi decide. Da solo. Senza i suggerimenti urlati di una mostra piena di voci dissonanti e interessate al business corale. Dove non c'è umanità e nemmeno generosa attenzione, se non alla risonanza dei pacchetti di servizi in offerta speciale. Il dolore e la voglia di riparare a ciò che si avverte come un senso di ingiustizia della vita, richiedono il tepore di uno studio riservato e la certezza dell'ascolto qualificato. Ad personam, rigorosamente. In particolare, avvocato in latino significa "chiamato". Dunque, egli deve essere ricercato, invocato dal possibile cliente. E mai starnazzare per attirarlo. Per non parlare degli psicoterapeuti e dei medici che, come gli avvocati, non possono garantire il risultato dell'opera da prestare. Ogni giorno i professionisti che si occupano di vite spezzate sopravvivono alla fatica e all'impegno di portare a termine senza danni complesse operazioni a cuore aperto. Con l'obiettivo, certamente, di fare rinascere gli assistiti, e per questo concentrandosi sulle loro vite. Quelli seri, non vogliono prendere per il collo coloro che passano ansiosi tra i vari settori, alla fiera lucrosa delle vanità. Sarebbero considerati evidenti il cinismo e l'assoluta mancanza di empatia, di chi pensasse di allestire sfarzose bancarelle per attirare sul mercato i feriti e gli invalidi di guerra e poi, strepitando, a gran voce, proponesse sulla pubblica via occhi e gambe di ricambio, garze ultra medicate e l'ipnosi per cancellare i ricordi. Questo, in sostanza, si apprestano a fare quelli che hanno aderito all'invito del cupo salone: promuoveranno servizi diversificati al pubblico dolorante di divorziandi in aumento e divorziati ancora feriti. Un callido calcolo speculativo del lutto altrui.

IL GIORNALE - 31 ottobre 2009
Perché le moglie si tengono i traditori
All'amore che dura tutta la vita non crede più nessuno. Ma, tutti gli innamorati credono alla promessa di farlo durare. Soprattutto la donna, fiera della forza del desiderio e della passione [...]

All'amore che dura tutta la vita non crede più nessuno. Ma, tutti gli innamorati credono alla promessa di farlo durare. Soprattutto la donna, fiera della forza del desiderio e della passione dimostrate dall'uomo che, ignorando tutte le altre femmine, vuole incoronare lei l'unica, e per sempre, donna del resto della vita. Un vero uomo è solo quello che sa mantenere le promesse; ma anche chi, rendendosi conto a un certo punto di non farcela, si dichiara sinceramente e apertamente sconfitto dalla propria volontà. Prima, però, di coprirsi con qualsiasi menzogna e prima di entrare nella gretta spirale degli inganni. Prima, cioè, di diventare un traditore. L'amore obbliga alla lealtà. Il bisogno di dire una bugia evitabile, è indice già di non amore, disamore, malamore. E' sintomo che il tradimento è già iniziato, quasi sempre in un processo irreversibile. Tradimento, dunque, è già la menzogna: pensata, coltivata, elaborata dentro di sé, come funzionale al nuovo progetto personalissimo e non dicibile al partner, e poi pronunciata, dichiarata. Usata come schermo per quello che sarà poi chiamato tradimento. Il quale tradimento consiste nel nascondere all'altro qualsiasi fatto rilevante per la salute della coppia: violazione della fedeltà sessuale sì, ma anche vizi nascosti; dipendenze dal gioco o dalla droga; acquisti di case e cose; perdita o consistenti problemi del lavoro; frequentazioni di persone non gradite al partner. Il tradimento è sempre e solo nel fare qualcosa che, se saputo, farà certamente male all'altro della coppia. E che incide progressivamente e inesorabilmente, anche se non scoperto, sul destino del nucleo affettivo e sulla qualità dei sentimenti reciproci. Se poi viene scoperto, la reazione delle mogli (qui si parla solo di uomini traditori, un'altra volta si dirà delle traditrici che pure sono tante) si modella su dinamiche differenti nel tempo e tra loro. La reazione immediata è per tutte quella di considerare inaccettabile l'offesa e ingestibile il dolore che deflagra con la rivelazione e la, in genere pietosa, confessione. Di solito il fedifrago viene invitato dalla tradita ad abbandonare la casa – con nomination istantanea e televoto individuale – e/o lasciato su due piedi. Più per pudore del proprio femminile dolore che per dignità. Tra i due e i dieci giorni successivi c'è però il ripescaggio e la messa in prova. A volte a provocarli è l'uomo, che inonda l'infelice tradita di rose o gioielli e tante lacrime. A volte è la donna che si guarda smarrita nel tinello silenzioso o nel letto freddo e decide magnanima di beneficiare l'adultero - o forse se stessa – con un sontuoso perdono. Subito dopo inizia la fase "recupero e riflessione", che può durare circa dai tre mesi ai dieci anni. Alcune coppie si buttano sul sesso, finalmente tra loro, con rinnovato impegno; altre costruiscono processi infiniti sul quando,quanto, come e perché; altre ancora fanno finta di niente, bovinamente riappollaiate sulle rispettive postazioni. Dopo pochissimo tempo, nel quale si svolgono anche attività di spionaggio, ingiurie al vetriolo e orge di pianti, il traditore puntualmente replica se stesso. Questo è il momento nevralgico nel quale pochissime donne onorano la propria dignità, allontanando per sempre il Giuda una volta amato. Altre, decidono invece di sopportare per sempre ("fino alla prossima volta" è una bugia consolatoria, appunto, della dignità compromessa). Il "sempre" peraltro è affidato alla volontà – inesistente e semmai fragile – del traditore. O persino alla terza sventurata che, prima o poi, appare sulla scena, desiderosa di detronizzare la donna ufficiale e di prendersi in esclusiva il pluriusato maschietto di tutte. Ma perché le donne si tengono in casa i traditori, nascosti nel cavallo di Troia della stabilità familiare? Perché hanno paura della solitudine, del disagio economico e sociale; perché non vogliono darla vinta all'altra o al segreto tenuto nascosto perché non valutano il potere negativo anche di un solo inganno; perché credono che la dignità consiste nel capire, accettare, perdonare, concludere compromessi; perché dicono di volere tutelare i figli. E via raccontandosela. Una cosa è certa: la scoperta dell'inganno coincide con la distruzione della fiducia, cardine irrinunciabile dell'amore. Persa la fiducia, si sgretola la stima e scompaiono generosità di giudizio, accoglienza e desiderio sessuale. Accettare questo, da entrambe le parti, significa accendere un'ipoteca sulla vitalità della coppia, che solo il miracolo di una profonda trasformazione reciproca può garantire di estinguere un giorno lontano. Per il resto è umiliazione e svalutazione del precedente patrimonio affettivo; rivoluzione della gerarchia dei valori, per la quale sentimenti e dignità stazionano agli ultimi posti. Anche l'uomo "trattenuto" malgrado tutto, cessa di essere un soggetto apprezzabile e interessante: la donna, infatti, se lo tiene solo come oggetto, in cambio della tranquillità economica e della sicurezza sociale. Fino, e mai "fine", alla prossima puntata.

IL GIORNALE - 30 ottobre 2009
L'ultima follia, ora i bimbi nasceranno senza genitori
Si stava meglio, quando si stava peggio? Una volta la coppia "coniugabile" veniva organizzata e scelta dalle famiglie d'origine. I matrimoni erano per lo più di convenienza, economica, sociale, [...]

Si stava meglio, quando si stava peggio? Una volta la coppia "coniugabile" veniva organizzata e scelta dalle famiglie d'origine. I matrimoni erano per lo più di convenienza, economica, sociale, "morale". Non c'era sempre la libertà di amare, ma era assicurata una certa stabilità sociale. In assenza di separazione e divorzio, si cercavano emozioni clandestine ma si nascondevano tutte le porcherie e le bassezze sotto il tappeto di casa. Si soffriva, certo, quando si incappava in sentimenti grandi e positivi, ma la famiglia, come nucleo sociale di riferimento, aveva un potere, anche condizionante, molto più forte di qualsiasi diritto o bisogno individuale. Poi sono cambiati il diritto e la sensibilità sociale. Il divorzio ha introdotto il senso della libertà personale, le coppie hanno cominciato a formarsi per scelta e non per dovere. Il sentimento e la passione sono diventati le variabili, spesso pericolose, della stabilità coniugale. Finché, abbattute le ultime barriere del diritto penale, le coppie oggi si costituiscono senza più neppure la contrattualizzazione con lo Stato: libere convivenze etero e omosessuali con l'obiettivo di un patto estemporaneo, e più spesso temporaneo, tra le persone; a volte senza un progetto ben definito, ma con l'obiettivo di rimettersi al destino dei sentimenti. Negli ultimi anni, con la progressiva maggiore autonomia, non solo della donna, la coppia si propone spesso come inevitabile soddisfacimento del bisogno di genitorialità di chi, fino a un certo punto, ha vissuto solo per se stesso. Dunque la coppia, nel tempo e fino a oggi, è stata un ammortizzatore sociale indispensabile allo Stato e all'ordinata convivenza dei cittadini. Le regole di convivenza - le norme giuridiche - costituiscono forse una prigione, ma hanno l'energetica potenza del contenimento dei bisogni e degli istinti individuali. D'altra parte la coppia abbatte anche i costi sociali: due stipendi, una sola casa, solidarietà immediata nelle emergenze sanitarie etc…Il cinema, la pubblicità, il marketing rivolgono i loro contenuti alla coppia e alle sue vicende, secondo una dinamica economica ormai stratificata e di cui siamo ben consapevoli. Stato e Chiesa infatti sollecitano la costituzione della coppia finalizzata a formare la famiglia e a governarne i bisogni specifici; le aziende pubblicitarie promuovono prima la coppia poi il prodotto, e il Mulino Bianco insegna. Ora questa nuova scoperta scientifica, rivoluzionaria e inquietante, assicura che per la procreazione la coppia non è più necessaria. Esiste però già questa possibilità, da tempo: è storia di tutti i giorni quella di programmi monogenitoriali per cui l'uomo e la donna, ciascuno per conto proprio, si procurano all'estero sperma o utero, secondo la necessità, per fondare una famiglia, creata non dalla coppia ma dal proprio solitario bisogno di prolungarsi nel tempo. Questo obiettivo, ormai appunto già raggiunto nei fatti, non è lesivo tanto dei figli - è abbastanza consueto infatti che uno dei genitori costituisca un elemento di danno per i minori e che l'altro si faccia carico integralmente della loro educazione e del mantenimento - quanto piuttosto della coppia, come nucleo capace di garantire la distribuzione e il coordinamento dei problemi connessi all'organizzazione della società. Pur con tutte le negatività passionali e conflittuali che nascono dai sentimenti deteriorati di coniugi e amanti. A maggior ragione la scoperta scientifica dell'Università di Stanford, per la quale dalle cellule staminali si riproducono, per una sorta di auto germinazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l'altro genitore biologico né, forse, l'utero formativo, toglie definitivamente valore alla coppia: al pilastro associativo sul quale modellare sentimenti, vita, Stato, figli. Il mondo che verrà, senza questo pilastro, sarà un mondo più libero: meno coercizioni, ma meno stabilità, meno certezze, ma anche più solitudine. Ai figli si ricomincerà a raccontare di essere stati portati dalla cicogna, per non dover loro spiegare di essere il frutto non dell'amore ma di un'"autogerminazione" in laboratorio. E dovremmo buttare via tutti i libri, le canzoni, i dvd che raccontano dell'aspettativa amorevole che ogni madre fino a oggi ha riservato loro, quantomeno per nove mesi. Si percepiranno, i ragazzini, come prodotti acquistati, forse persino per corrispondenza. Agli uomini e alle donne toglieremmo le emozioni degli incontri di coppia progettuali e sognanti. Il sapere che un altro, non un bimbo, ci è essenziale. Qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo, di non "partorire con dolore", ma non potrà mai apprezzare la carezza dell'uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei. E gli uomini faranno forse un altro salto doppio carpiato nella femminilizzazione, sostituendosi integralmente a tutto quello che sarebbe stato dato al bimbo dalla mamma che non c'è? E' comprensibile voler risolvere i problemi della infertilità, ma non si possono oltrepassare confini e territori che garantiscono all'essere umano di rimanere tale e di avere sempre bisogno di un altro, per potersi nutrire anche di sentimenti e illusioni. Non solo di esperimenti scientifici. L'altro da sé, quello con cui pensare di attraversare la vita, non può essere un figlio voluto solo per se stessi, con partenogenesi solitaria dal sapore chimico. La ricerca scientifica è indispensabile anche per sondare la capacità dell'uomo di superare se stesso e l'ignoto, ma non deve poter coltivare la presunzione dell'individuo fino a farlo sentire superiore al mistero della creazione. Ci sono delle regole da seguire se non si vuole vivere da eremiti. Spesso la mancanza di regole sembra un dono - a volte si chiama libertà - che tuttavia ha un prezzo costosissimo: il disordine e l'incertezza. Anche dell'anima.

IL GIORNALE - 25 ottobre 2009
Le moglie umiliate dai viados
È davvero ridicola l'immagine dell'uomo in camicia, senza pantaloni, sorpreso in flagranza di performance sessuale. È ridicola non solo perché ti raffiguri anche i calzini, la faccia di circostanza e [...]

È davvero ridicola l'immagine dell'uomo in camicia, senza pantaloni, sorpreso in flagranza di performance sessuale. È ridicola non solo perché ti raffiguri anche i calzini, la faccia di circostanza e un qualcosa che si intravede piegato e mortificato, mentre prima svettava in tutta la sua possibile potenza, ma anche perché ti chiedi il motivo di quella camicia. Se escludi il freddo e il pudore - avendo denudato ben altro che il torace - non ti resta che pensare a uno sprovveduto gesto di autoprotezione della presunta dignità o della forza, oppure all'urgenza del bisogno erotico. In tutti i casi, qualunque sia la motivazione, emerge l'antica e mai superata fragilità del maschio. Prono, anche nel pensiero, agli istinti sessuali. Dunque privo di potere su se stesso, se non è neppure in grado di governare la sua appendice genitale. Questa costituzionale debolezza dell'uomo è la causa dei più gravi dolori della donna: lo stupro e il tradimento. Con l'aggravante che l'incapacità di governo si traduce nella violenza devastante del corpo e dei sentimenti, quando non della vita, di una donna sconosciuta o apparentemente amata. Di conseguenza si può dire che, tendenzialmente, il maschio non ha né potere né responsabilità. Tuttavia il percorso nella storia, nella cultura, nei sentimenti ha fatto sì che qualche uomo si evolvesse sino a rispettare se stesso, la donna, la famiglia. Rimane un consistente manipolo di irriducibili, però, che non ha respirato il vento tonificante dello sviluppo giuridico e sentimentale del mondo, e continua impervio a farsi guidare dal potere confuso dei capricci fallici. Fino a esplorare tutte le possibili varianti di genere e, quindi, di orientamenti sessuali umani. Che poi si riducono essenzialmente all'omosessualità, all'eterosessualità e alla transessualità. Nella patologia della vita di coppia, della quale mi occupo ogni giorno, da più anni è emerso questo fenomeno, che riguarda appunto i mariti traditori: non c'è sempre un'altra, ma a volte un altro e, anche più spesso, un trans. Persino non occasionale. La reazione delle mogli è assai variabile. Il dolore della scoperta è sempre incontenibile. Anche perché c'è una rabbia feroce e un disagio tremendo nell'immaginare l'uomo che si ama in una situazione ridicola. Comunque sia, chi ha ucciso i sentimenti è il traditore, ma il socio del delitto è pur sempre correo. Tuttavia le donne sono più disposte ad accettare di essere soppiantate da un gay o da un trans, piuttosto di vedersi messe in discussione da un'altra donna. In questo caso infatti si sentono inadeguate, nell'altro giudicano che il proprio partner sia perverso o abbia un problema più solido da risolvere. Di fatto un problema c'è, ed è anche socialmente rilevante se, si dice, i trans prostituti sono più numerosi delle prostitute femmine e guadagnano molto di più. È una legge di mercato: l'offerta risponde alla domanda. Se anche produciamo molte escort, importiamo tantissimi viados. Dunque, i nostri uomini ne sono attirati. Perché? Una teoria femminista dice che il trans deruba il corpo della donna riducendo la forma femminile a un artefatto. Questo potrebbe spiegare perché alcuni uomini, anche giovani, apparentemente eterosessuali, vadano in cerca di un maschio mascherato da donna: per avere in sostanza ciò cui aspirano ma che non vogliono dichiarare. Si prendono, cioè, ciò che la donna non è e non ha. Altri uomini, per lo più ultracinquantenni, vedono nel trans l'ideale della loro anche segreta trasgressiva sessualità: lo stereotipo della donna c'è, ma c'è anche la virulenza del maschio. Perché non risvegliare l'indomabile guerriero, forse un po' addormentato, col Viagra naturale del proibito?In tutti i casi per quante altre motivazioni vi possano essere, il trans non mette mai in discussione il potere del maschio, ma anzi lo onora e lo ricarica perché gli si sottomette due volte, come maschio e come femmina. E il «maschio», confuso, trasgressivo, infantile che sia, si prende tutto ciò che può prendersi del maschile e del femminile. Sentendosi forte e potente, quando invece esprime, così facendo, la sua fragilità collegata alla incontrollabile distanza genito/cerebrale. Il maschio tra virgolette. Perché il vero uomo non è quello che dopo essersi comportato in modo scorretto si nasconde alle critiche e ai pettegolezzi altrui e si giustifica dicendo «Tengo famiglia» bensì colui che rispetta gli altri e la gerarchia di valori con loro condivisa. Ma, soprattutto, tutela la sua donna dal dolore feroce del tradimento, difendendo prima se stesso da pulsioni disordinate. Questo, infatti, è il solo comportamento non trans-curabile.

IL GIORNALE - 22 ottobre 2009
A scuola si inventano la lezione di sentimenti
Esiste un sentimentologo? E, se esiste, chi gli ha dato la patente? Un altro maestro di sentimenti forse? Un filosofo? Un pedagogo? Un playboy magari? Mi sembra riduttivo e pericoloso proporre [...]

Esiste un sentimentologo? E, se esiste, chi gli ha dato la patente? Un altro maestro di sentimenti forse? Un filosofo? Un pedagogo? Un playboy magari? Mi sembra riduttivo e pericoloso proporre l'introduzione a scuola dell'ora di sentimenti. In questa parcellizzazione ormai imbarazzante dell'educazione scolastica, c'è la proliferazione eccessiva della cosiddetta "specializzazione in qualcosa". Capisco che, così facendo, si potrebbero moltiplicare i posti di lavoro, ma si moltiplicherebbero anche l'ansia e la confusione di ragazzini costretti a fare zapping nella cultura. Anziché nutrirsi della cultura umanistica, scientifica, artistica. Ciò che, possibilmente, dovrebbero fare a scuola. E, per di più, si avallerebbe la mania di delega che oggi i genitori sembrano avere nei confronti dei loro figli: l'evoluzione psicofisica dei bambini avviene ormai sotto il controllo di tate, nonni, asili, scuola e doposcuola, televisione, discoteche. I genitori sembrano limitarsi a esibirli o a sgridarli, preoccupandosi solo che ci sia sempre qualcuno a sostituirli, mentre sono al lavoro, dal parrucchiere, in palestra, in viaggio, al cinema e a cena da amici. Questa si chiama irresponsabilità, cioè incapacità di rispondere al ruolo e alla funzione che liberamente si è scelto di affrontare. Costituire una famiglia è un'occasione preziosa e prestigiosa, se viene suggerita da sentimenti di amore e lealtà. Ma è anche una seria assunzione di responsabilità, affettiva e giuridica, verso chi viene coinvolto nell'entusiasmante ma difficile percorso. I figli, sopra ogni altro. I figli che hanno il diritto non solo di essere mantenuti e accontentati, ma primariamente di essere istruiti ed educati. Anche ai sentimenti. Nella quotidianità della relazione familiare coi propri genitori, i bambini fin da piccolissimi devono poter imparare il senso dell'amore, della generosità, della gratitudine. Ma anche capire il perché della rabbia, della vendetta, dell'odio. E ogni genitore trasmetterà così il suo sapere dei sentimenti, modulandolo sulle esperienze già vissute e su quelle affrontate con i figli. A volte sarà un sapere grezzo e semplice, altre più sofisticato o complesso. Comunque omogeneo al nucleo familiare e al territorio affettivo in cui si vive. Poi i ragazzi crescono, incontrano le maestre, i professori, i preti, gli istruttori di ginnastica, gli amici di entrambi i sessi. Ascoltano le canzoni. Si imbattono nei libri e film d'autore. Hanno esperienze di amicizie e di conflitti. Si entusiasmano o si sentono frustrati per gli accadimenti quotidiani. E quei semi di educazione, sparsi e coltivati con attenzione da genitori responsabili, maturano, fioriscono, si elaborano fino a dare i frutti di una giusta educazione sentimentale. Certo, ci sono anche semi non piantati, non innaffiati, non riconosciuti. Ci sono storie di padri e madri incapaci di favorire la crescita culturale e sentimentale dei figli. Inconsapevoli del soffio di energia vitale che la loro presenza e il loro esempio trasmettono ai figli. Ci sono genitori che rimangono allibiti nel constatare reazioni inaspettate dei loro ragazzi: non mettono mai in discussione se stessi e la propria leggerezza nell'averli fatti allevare ed educare da altri, spesso sconosciuti nel profondo, con storia e sensibilità estranee al tessuto familiare. E, dunque, non si capisce che senso possa mai avere un insegnante di sentimenti. Per di più selezionato chissà da chi. Può darsi il caso che egli si esprima in lezioni magistrali e profonde, proponendo agli attenti allievi considerazioni sull'onestà, l'amore, la responsabilità e la fedeltà. Può darsi anche che gli allievi capiscano e imparino. Tuttavia può succedere che qualcuno di loro, tornando a casa, si ritrovi a giudicare un padre che tradisce la madre con una ragazzotta, oppure la madre che trascorre le giornate a fare shopping, o anche il fratello adolescente che ruba e si droga. Come farà quel bimbo a fare i compiti di sentimento? Dovrà decidere di dimettersi da figlio, per non perdere la faccia davanti ai compagni e all'istruttore di emozioni. Il problema dunque non è l'educazione sentimentale a scuola. La gravissima mancanza della nostra attuale società, è che i genitori hanno abdicato il loro ruolo, preferiscono fare gli amiconi dei figli nella convinzione che così i figli si confidano e non si traumatizzano per gli interventi educativi. I figli invece crescono bene quando coscienziosi genitori cercano di insegnare loro, autorevolmente, la distinzione tra il bene e il male, l'amore e l'odio. Con la vicinanza, l'ascolto, la parola, l'esempio. Tutto il resto viene da sé nella storia che ciascuno costruisce con la propria vita e le opportune letture. Non ci può essere un professore di sentimenti, ma tutti gli educatori, in ogni disciplina, e prima di ogni altro i genitori, devono sapere trattare una materia così vitale da entrare nel pensiero, fino a trasformare l'anima per poi guidarne il comportamento.

IL GIORNALE - 15 ottobre 2009
Ma la società omofoba è fuori dalla realtà
Nell'apprezzare la libertà di stampa e il pluralismo esagerato delle idee di questo giornale, mi sono imbattuta l'altro giorno, con inquietudine, nella lettera davvero omofoba di un signore genovese. [...]

Nell'apprezzare la libertà di stampa e il pluralismo esagerato delle idee di questo giornale, mi sono imbattuta l'altro giorno, con inquietudine, nella lettera davvero omofoba di un signore genovese. Eterosessuale. Il quale si diverte a definire gli omosessuali "i non eterosessuali"; ritiene che non siano discriminati ma che, anzi, abbiano invaso TV e strade della città. E si scandalizza perché si discute della necessità di una legge finalizzata a condannare l'omofobia. Meno male per lui che non sia stata approvata, giacché sarebbe stato il primo imputato. Questo signore, forse parente della Senatrice Binetti, è giusto che sappia alcune cose. L'omosessualità e la bisessualità, che a lungo sono state considerate malattie e devianze, sono riconosciute sin dal 1994 normali varianti della sessualità umana. Nel 1974 l'Organizzazione mondiale della sanità aveva rimosso l'omosessualità dall'elenco dei "disturbi sociopatici della personalità" e dal 1994 il quarto Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali l'ha appunto definita variante del comportamento sessuale umano. E' del tutto ovvio e scontato che gay, lesbiche e transessuali siano visibili nelle città, sui luoghi di lavoro e nei mezzi mediatici, in quanto solo in Italia sono quasi sei milioni, circa il 10% della popolazione. Altre stime suggeriscono che siano addirittura circa il 30% (quindi diciotto milioni di individui) e che, dunque, vi sia un 20% di loro silente e riservato. Tuttavia, la nostra società – e ne è la prova il signore di Genova, estimatore della Binetti – continua a dimostrare un preoccupante, allarmante, ma soprattutto intollerante, atteggiamento omofobico, il che costituisce un'espressione discriminatoria di non cultura storica, sociale e giuridica. E umana. Noi molto e apertamente facciamo per altre minoranze che hanno subito gravi discriminazioni nella storia e che ora godono di specifiche tutele: per quelle linguistiche o etniche, per i fedeli di altre religioni che non siano quella cattolica, e anche per i Rom. Elaboriamo leggi a tutela dei cacciatori, che sono meno di settecentocinquantamila. Riconosciamo garanzie civili, sociali e perdoni a iosa, anche da parte della Chiesa a persone che, per tanti motivi (per esempio di origine, educazione e istruzione), sono molto lontani da noi. Ciononostante, siamo incapaci di apprezzare, senza pregiudizio, la normalità e la fratellanza di persone che giudichiamo con brutale ingiustizia esclusivamente per il loro orientamento sentimentale (prima che sessuale). L'Eurispes, secondo un sondaggio di pochi anni fa, ha rilevato che solo la metà degli italiani accetta l'omosessualità come normale forma d'amore. L'altra metà evidentemente, forse condizionata dal severo a antistorico pensiero clericale, ritiene che sia una piaga sociale: si stratifica, così, un condizionamento che rende la vita di molti gay dolorosa e insopportabile. Vengono, infatti, sdoganati e apprezzati tra loro quelli che si distinguono nello spettacolo, nella moda e nella politica. Gli altri, perseguitati dalla cultura omofobica o se vivono in ambienti culturalmente gretti, sono costretti a tacere e nascondersi. A soffocare la loro affettività, a vivere nel dolore, nella vergogna e nella fatica di affrontare sguardi, giudizi, disprezzo, irrisione e, a volte, emarginazione. Molti genitori riescono a considerare una dannazione il figlio gay, non ne parlano e spesso lo allontanano dalla famiglia. Ha un senso concreto il Gay-Pride. Hanno senso le battaglie a favore degli omosessuali. Come hanno avuto senso le battaglie che hanno fatto le donne perché si affermasse loro la pari dignità giuridica: che 40 anni fa era ancora un'utopia. Anche gli omosessuali in Italia – sei o diciotto milioni che siano – hanno diritto di essere riconosciuti dagli altri uguali, nella pari dignità giuridica, morale e affettiva; senza censure, persecuzione, sabotaggi. Senza dolore. Senza essere costretti a raccontarsi e a spiegarsi anche per superare l'atteggiamento residuale omofobico di chi li gratifica di patetica "tolleranza". La nostra Costituzione tutela e garantisce il rispetto dell'individuo e dei diritti assoluti della persona, che non sono, però, né precisati, né sommariamente indicati. Dunque, costituiscono una "categoria aperta". Tra questi deve essere ricompreso, anche perché l'articolo richiama espressamente lo svolgersi della "personalità dell'individuo", il diritto alla sessualità che, come dice la Cassazione, è un modus vivendi essenziale per l'espressione e lo sviluppo della persona. La Cassazione spiega anche che "l'omosessualità va riconosciuta come condizione dell'uomo degna di tutela, in conformità ai precetti costituzionali; assunto da cui discende che la libertà affettiva va intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze sessuali, in quanto espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità, tutelato dall'articolo 2 della Costituzione". Il signore di Genova dovrebbe anche sapere che, nel 2007, l'Italia ha ricevuto dal parlamento europeo una lettera d'ingiunzione relativa ai problemi concernenti il mancato rispetto delle disposizioni sovranazionali che vietano ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale. La discriminazione contro il popolo GLBT (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali) in Italia c'è ed è evidente nella società e nel diritto: se non si pone un immediato rimedio, la storia ci giudicherà allo stesso modo dei persecutori dei neri e degli ebrei. Il signore di Genova (con la Binetti) dovrebbe, comunque sia, sapere che qualsiasi religione, con parole diverse, ripropone il comandamento di amare il prossimo come se stessi. Dunque, chi non ama, non rispetta, non comprende e non ha misericordia degli altri, pecca gravemente. Soprattutto se per giustificare il disprezzo e la discriminazione usa argomenti meschini che si riconducono, alla fine, alla sola sfera genitale di chi è discriminato. Dimenticandone l'anima, il pensiero, le vicende e, soprattutto, il dolore che ne contrassegna la vita.

IL GIORNALE - 11 ottobre 2009
La dignità delle donne che la sinistra non vede
Che il premier sia un maschilista, non è una novità e del resto rappresenta bene la maggior parte degli italiani. Anche per questo. Di qui a rendere martire Rosy Bindi, ce ne passa, però. Una donna [...]

Che il premier sia un maschilista, non è una novità e del resto rappresenta bene la maggior parte degli italiani. Anche per questo. Di qui a rendere martire Rosy Bindi, ce ne passa, però. Una donna capace, che non ha fatto della bellezza la sua forza, è stata così intelligente da non reagire, al momento, alla pessima battuta di Berlusconi, peraltro mutuata da Sgarbi, un altro noto maschilista. Non escludo che l'onorevole abbia pensato, lì per lì, da brava toscana, cose del genere «ognuno si guardi la sua gobba» oppure «il bue ha detto cornuto all'asino» e se lo ha pensato, ha fatto bene. Sarebbe finito in quel momento, se la solita sinistra, a suo dire colta e politicamente corretta, non avesse fatto lievitare il meschino incidente, fino a farlo diventare una torta acida e indigeribile. Per la sinistra, però. Non per Silvio che, da elegante misogino, considera queste diatribe tempo perso per «donnette». Che lo siano o no. Fatto sta che l'ineffabile, e puntualmente misericordiosa, Concita, ha pensato addirittura di creare un movimento solidaristico a sostegno di Rosy Bindi (che, ripeto, secondo me, preferirebbe farne a meno) con tanto di cartolina e di mascotte che declama «Non sono a sua disposizione». Ebbene, non c'è niente di più imbarazzante e meno dignitoso che dire «non te la do» (traduzione in politichese scorretto del non essere a disposizione) quando nessuno te la chiede. E soprattutto quando, proprio Quello lì, non vorrebbe precisamente quella cosa che tu vorresti offrirgli se mai lui la volesse. Questa è la solidarietà pelosa delle donne di sinistra per una valente politica, già di per sé dotata di autonomia e dignità personali significative, che non ha bisogno del loro garrulo e stonato coro e, pertanto, diviene strumento inconsapevole dell'ennesima campagna contro. Una campagna apparentemente vincente, giacché l'indignazione per una frase sgradevolissima ha il solo pregio di essere ovvia. Ma tuttavia perdente, non avendo Concita mirato all'obiettivo giusto. Infatti la solidarietà che lei elargisce, a volte è presbite e a volte è miope; e decide di lanciarla proprio nel momento in cui, con femminile vezzo, si toglie gli occhiali, così perdendo la mira e l'obiettivo, tanto che le generose frecce le si ritorcono contro, tipo boomerang. Al tempo della vicenda Boffo, perduta di vista la molestata, ha solidarizzato col persecutore. Ad Annozero ha invocato la solidarietà femminile e si è stizzita del silenzio delle donne in generale, prendendo la difesa di una prostituta dichiarata e strategicamente diversificatasi in avventure programmate ai confini del codice penale. Pur di dar contro al Cavaliere, le si è conficcata così la spada nella roccia del suo visus circoscritto, oltre il quale, giustamente, tutte le donne mantenevano il rigoroso e dignitoso silenzio sulla vergogna di essere donna in quel modo. Oggi chiama a raccolta le algide e segaligne signore radical chic per far dichiarare loro a gran voce che non sono a disposizione del maschio retrivo. Ma chi le vuole? E perché loro, che sono cosi diverse, dovrebbero spargere una solidarietà calorosa fino a rendere felice e soddisfatta Rosy Bindy? Siamo tutte d'accordo, da destra a sinistra, e pure nel territorio anarchico da me abitato, che quella frase del premier è stata insopportabile, ma quante ne sentiamo, ciascuna di noi, ogni giorno? Quanta solidarietà abbiamo chiesto e quanta ne abbiamo ricevuta? Chi ha dignità, e la Bindi ce l'ha, sa fare da sola. Come hanno fatto le Carfagna, le Gelmini, le Prestigiacomo attaccate da donne - e non da maschilisti riconosciuti - ancor prima che si misurassero sul campo e in termini ampiamente più biechi. Chi meriterebbe la solidarietà delle donne di ogni colore è, per esempio, Marina Berlusconi. Figlia di un padre ultrastrumentalizzato dalle donne, ultradiscusso e ultrainguaiato: lei ne soffre certamente da figlia, ma ha gravi responsabilità per un'azienda con 20mila dipendenti - anche molte donne - che proprio la sinistra vuole mettere in ginocchio. Forse alcuni pensano che chi è ricco non meriti solidarietà; ma quegli alcuni non si soffermano a pensare che la vergogna, l'imbarazzo, il dolore, l'ansia non sono politicamente schierati. E infatti Concita non ha espresso solidarietà alla, pur donna, figlia del suo nemico preferito. Se lo avesse fatto avremmo potuto dire di Concita, come dice il Devoto Oli per definire il termine solidarietà, che lei ha, sì, «la coscienza viva e operante di partecipare ai vincoli di una comunità, condividendone le necessità»; giacché Concita, rispondendo a sentimenti e idee elevate, avrebbe espresso una lodevole iniziativa di sostegno morale a un'imprenditrice e a tutte le sue dipendenti. Peccato che non lo abbia fatto: così rimarrà ai posteri, ma intanto farà riflettere i contemporanei, solo la solidarietà pelosa di Concita, cioè forse ispirata da piccoli interessi politici. E infatti, Concita ha detto che non vuole essere a disposizione di Silvio. Ma nemmeno di Marina, per quanto donna mal trattata?

IL GIORNALE - 4 ottobre 2009
Escort, l'utilizzatore finale è Santoro
L'unico indiscutibile utilizzatore finale è lui.Lui che usa le donne pretesamente usate da altri,ma che in realtà usano se stesse per sfruttare la forza degli uomini di potere.E poi,di terza [...]

L'unico indiscutibile utilizzatore finale è lui.Lui che usa le donne pretesamente usate da altri,ma che in realtà usano se stesse per sfruttare la forza degli uomini di potere.E poi,di terza mano,arriva lui e le spaccia come nuove,in esclusiva.E le tutela,le esalta,le coccola,le lancia nell'arena mediatica.Come fosse una discarica abusiva nella quale riversare tutto il meglio selezionato nei cassonetti di servizio ai palazzi degli uomini illustri. Per chiarire fino in fondo. Questa volta devo sporcarmi le mani, usare parole dure. Si sa che tutti,anche i potenti e i ricchi,mangiano,defecano,copulano.Pure loro si liberano degli ovvi conseguenti residuati di queste attività,più o meno quotidiane.Di solito il pattume viene raccolto dagli operatori ecologici e inserito in una filiera riciclante o distruttiva , ma rispettosa delle regole ambientali e sociali.In genere,proprio per questo,è ormai in uso la raccolta differenziata ,cosicchè ogni materiale possa seguire il percorso tecnico,disegnato dalla scienza e dalla civiltà,finalizzato ad evitare che la spazzatura si trasformi in un'antigienica bomba di ritorno.E' ovvio che nei cassonetti dei ricchi si trovino avanzi di cibo ormai maleodoranti,come in tutti i cassonetti,ma all'origine probabilmente molto costosi.Quindi è davvero scontato che l'andare a svuotare proprio quelli,faccia godere meglio i gatti randagi,avidi di porcherie soprattutto se succulente.Vogliosi,in ogni caso,di assaggiare anche loro qualche volta le leccornie di palazzo. I racconti delle cosiddette escort sono porcherie.Peraltro rintracciabili nelle pattumiere di molte persone.Notabili e no.Spazzatura rigorosamente non riciclabile,per convenzione di civiltà e per pulizia mentale.Invece la televisione pubblica ha lasciato che si svuotassero i cassonetti e che i relativi miasmi si spargessero nell'etere. Per la gioia di ascoltatori coprofili sono state così snocciolate storie schifose e meschine che,se mai,avrebbero dovuto seguire una filiera igienizzante(per esempio,fuor di metafora,il riservato percorso istruttorio se del caso) o rimanere sotto le lenzuola e nel petto,se dignitoso,delle prostitute.La dignità,eventualmente,non sta infatti nel definirsi escort,ma nell'avere il coraggio di chiamarsi prostitute e di saper svolgere questa attività con la riservatezza che le puttane leali sanno rispettare. Di sicuro la dignità,sempre che si sappia cosa sia,non può stare nel farsi usare da un primo uomo-per lucro di entrambi-per poi svolgere il "lavoro"con un secondo(documentandolo con appropriate tecnologie)e infine raccontarlo a un altro ancora,lucrando per l'ennesima volta.Usi il tuo corpo?Ti fai pagare da chi richiede i tuoi servigi.?E'una tua scelta,forse un tuo problema.Ma deve finire lì,se c'è un minimo di decoro personale residuo.Se invece una prostituta abituale(cioè colei che commercia il proprio corpo)si fa pagare da un tale per gratificarne un altro,che forse non sa di trattare con una prezzolata,e contestualmente chiede a quest'ultimo di farle un favore di potere e poi,non avendolo ricevuto,si considera offesa e fa la vergine cuccia in mondovisione,non si può dire che abbia dignità.Né personale,né professionale.L'indecente percorso dalla camera alle telecamere si è così concluso pericolosamente tra le braccia possenti dell'ultimo utilizzatore in ordine di tempo. Appunto l'utilizzatore finale della multiforme escort ,che poi l'ha regalata agli utenti golosi. E questo in nome della legge che glielo ha consentito.

IL GIORNALE - 30 settembre 2009
I magistrati fanno quadrato per difendere i pm fannulloni
Il ministro Brunetta dichiara guerra ai magistrati "fannulloni". L'ANM reagisce furiosamente. E il Guardasigilli Alfano bacchetta l'ANM: non può dire che "se la giustizia va male la colpa è del resto [...]

Il ministro Brunetta dichiara guerra ai magistrati "fannulloni". L'ANM reagisce furiosamente. E il Guardasigilli Alfano bacchetta l'ANM: non può dire che "se la giustizia va male la colpa è del resto del mondo, mai dei magistrati". Sono figlia di un magistrato e quindi sono nata e cresciuta nel rispetto per i giudici e con l'amore del giustizia. Mio padre era stato a suo tempo il più giovane magistrato alla procura generale, ma aveva poi dovuto scegliere di lasciare e di intraprendere la professione di avvocato, perché allora, negli anni '60, lo stipendio era inadeguato a mantenere quattro figli. Nel frattempo la situazione della giustizia, anche delle retribuzioni, è significativamente cambiata e non credo che, se mio padre fosse ancora vivo, potrebbe oggi continuare a onorare e decantare l'istituzione giudiziaria come allora. Tanto decantata che proprio lui mi aveva convinta a non fare gli esami di magistrato – come io fortissimamente avrei voluto dopo la laurea – perché mi considerava troppo passionale e fantasiosa per assolvere con equilibrio una funzione così delicata. Negli anni, oltre a giudici cari amici di famiglia, ne ho conosciuti tanti davvero bravi, scrupolosi e onesti. Capaci anche di interpretare la legge seguendo l'evoluzione sociale nel tempo; diligenti fino al punto di trascurare affettuosi impegni familiari per depositare nei termini una sentenza; eroici – spesso mi è capitato – nel tenere udienza anche quattro ore di fila e fino a sera, per concludere complessi accordi tra coniugi. Quindi magistrati ottimi, garbati, capaci ce ne sono. Ma troppo pochi. Ne incontro ogni giorno in tutta Italia, invece, sciatti, svogliati, ignoranti, incapaci di scrivere non solo con grafia intelligibile, ma addirittura con la sintassi che tutti conosciamo. Ci sono giudici prepotenti, che gestiscono con fastidio e arroganza le udienze, incapaci anche di ascoltare le parti e i legali, sordi a ogni legittimo e sacrosanto gesto di difesa. So di altri, e altre, che conducono amicizie pericolose e molto sessuali con avvocati e avvocatesse che patrocinano nel loro stesso distretto. Di altri ancora, che hanno uno stile di vita molto più costoso di quanto il reddito, ora più significativo,possa permettere. Ma so soprattutto di giudici che hanno precise e forti passioni politiche che riversano, senza equilibrio e onestà, in tutti i provvedimenti e nell'attività giudiziaria. Di pm che trascurano rapimenti e molestie, ma anche omicidi, per aggredire invece qualcuno appartenente alla parte politica avversa con, per esempio, plurime contravvenzioni per abuso edilizio. E poi, lo vedono tutti, i giudici ormai decidono la composizione delle giunte provinciali, stabiliscono chi debba essere il conduttore televisivo di un determinato programma, quale concorrente debba o no partecipare ai concorsi di bellezza, chi possa o no governare l'Italia. Ma ci sono anche magistrati del tutto fuori di testa, come documenta Stefano Zurlo nel libro "La legge siamo noi" (Piemme edizioni): giudici che cospargono di Nutella il bagno del tribunale; che copiano interi brani di Simenon per allungare il brodo delle sentenze; che partecipano a regate oceaniche mentre sono assenti dalle aule perché "in malattia"; che per non pagare il conto al ristorante, dopo aver mangiato, chiamano i carabinieri e fanno sequestrare il ristorante reo di servire pesce avariato; che concedono a un detenuto di incontrare la figlia il giorno del compleanno per….dodici volte all'anno. Ci sono tanti magistrati donne, di grandissimo valore che vengono soppiantate nella carriera e negli onori dai colleghi maschi politicizzati o con maggiori opportunità di gestione del potere: l'ambiente della giustizia, infatti, è fortemente maschilista, anche a scapito delle avvocatesse che possono testimoniarlo perché vittime loro stesse, se non protette da un maschio potente. Nel territorio giuridico, dove la pari dignità tra i generi dovrebbe essere categorica, invece molti magistrati e magistrate, mescolandosi furbescamente con avvocati e avvocatesse, la disonorano ogni giorno con i soliti comportamenti di non gratuita beneficenza sessuale. Vostro onore, un corno! Di conseguenza, come si può credere nell'indipendenza, competenza e serenità della giustizia? Non ci si può credere, infatti. E Alfano dovrebbe sapere che i cittadini si armano ogni giorno di speranza e gesti scaramantici; evitano di ricorrere ai tribunali scegliendo piuttosto la strada della mediazione e degli accordi stragiudiziali; si tengono pronti a fronteggiare gli innumerevoli errori giudiziari. Alfano deve sapere e poter vedere. La civiltà di un Paese si misura dall'attendibilità della sua struttura giudiziaria. E il nostro è un Paese incivile: provi a rendersene conto il ministro della Giustizia, girando davvero l'Italia, in nome del popolo italiano, e facendo, basta una volta per tutte, il turista per cause.

IL GIORNALE - 25 settembre 2009
Se adesso i Giudici si occupano delle Giunte Maschiliste
E' certamente una beffa per l'area politica severamente giudicata, il fatto che sia stata azzerata una Giunta provinciale di centrosinistra per mancanza di donne. Una situazione imbarazzante per chi [...]

E' certamente una beffa per l'area politica severamente giudicata, il fatto che sia stata azzerata una Giunta provinciale di centrosinistra per mancanza di donne. Una situazione imbarazzante per chi ha criticato snobisticamente, fino a ieri, i portoni che, invece, il centrodestra ha spalancato all'universo femminile. Una verifica mortificante per tutte le signore che da anni "se la tirano", convinte che l'appartenenza a sinistra sia sinonimo di considerazione e tutela giuridico-sociale a cura dei politici di riferimento. Appunto, nel caso specifico, non sono stati i politici a difendere le donne, ma i giudici. I giudici del T.A.R. di Lecce, che hanno ordinato al Presidente di modificare la Giunta, nel rispetto di un articolo del regolamento della Provincia, così da assicurare la presenza di entrambi i sessi tra i componenti. Un'applicazione coatta, dunque, delle quote rosa, obbrobrio garantista al quale dovrebbe essere recisamente contrario chiunque veda nel merito e nelle capacità personali gli argomenti per emergere. A maggior ragione nell'amministrazione della "cosa pubblica". Ciò non può evitare peraltro al centrosinistra di dover incassare a denti stretti la conseguente e inevitabile critica di maschilismo, fino a ieri riservata al centrodestra. Era così difficile per gli amministratori trovare donne meritevoli di sedere con loro nell'esecutivo provinciale? Non credo. Dunque, si è trattato del solito tavolo di maschi golosi di potere e incuranti di apprezzare le sorelle politiche più capaci. E' vero che potrebbe aprirsi a questo punto una discussione filosofica che, quantomeno, darebbe voce a due scuole di pensiero sulla diversità dell'uno e dell'altro genere di maschilismo: c'è infatti chi esercita il potere gratificandosi delle donne epperò gratificandole, e chi invece lo esercita semplicemente emarginandole. Ma sarebbe una discussione non politicamente corretta e densa dei soliti gossip. Tuttavia i problemi che ora si pongono sono essenzialmente due. Primo: è giusto che i giudici, appartenenti al sistema giudiziario che, per principio costituzionale deve essere indipendente dal potere legislativo e da quello esecutivo, ora invadano a gamba tesa territori che dovrebbero restare esclusivi e di pertinenza del Parlamento o del Governo? Se la nostra Costituzione prevede la tripartizione dei poteri e l'indipendenza reciproca, è per l'obiettivo di evitare la presa di potere dell'uno sugli altri. A sinistra si lamentano invece che l'esecutivo, il Governo, soffochi il legislativo, cioè il Parlamento, con la ratifica continua e rapida di leggi governative non preventivamente discusse alle Camere. Si lamentano anche che il Governo, con Lodi vari e riforme del CSM, stia anche per esautorare il terzo potere, quello giudiziario. Tuttavia, quest'ultimo, ormai svolge di fatto funzioni legislative - soprattutto ciò è evidente in alcuni articoli della recente riforma del codice civile - e interviene sulle decisioni dell'esecutivo, quale l'annullamento di una Giunta. Se si tratta solo di controllo, estemporaneo e limitato, può anche andar bene perché rispettoso della costituzione, ma se diventa sistema, vuol dire che siamo nella completa anarchia rivoluzionaria dei principi costituzionali. Quale'è la più immediata conseguenza? Questo è il secondo problema: in Puglia - regione oramai al centro di ogni interesse nazionale - si deve costituire entro trenta giorni la nuova Giunta. Dove e tra chi i maschilisti politici di centrosinistra potranno scegliere le donne cooptate per decisione del T.A.R.: tra le donne in gamba o tra quelle in gambe?

IL GIORNALE - 20 settembre 2009
E adesso salviamo le sorelline di Sanaa
Non deve purtroppo sorprendere il comportamento della madre di Sanaa, la ragazza marocchina 18enne uccisa a coltellate dal padre a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone,perchè COLPEVOLE [...]

Non deve purtroppo sorprendere il comportamento della madre di Sanaa, la ragazza marocchina 18enne uccisa a coltellate dal padre a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone,perchè COLPEVOLE DIessersi innamorata di un italiano, di un cristiano, di un infedele. E di essere fuggita dalla sua casa, di aver abbandonato il tetto familiare per andare a vivere con quest'uomo, di tredici anni più grande e, soprattutto, di un'altra fede religiosa. Non deve stupire che questa madre musulmana si sia schierata a fianco del marito: non soltanto ha detto di averlo perdonato, ma si è allineata a lui quando ha ammesso che forse la figlia ha sbagliato. Casi come questi, purtroppo, sono frequenti.anche in italia.per fortuna non sempre sfociano nella tragedia. Madri e mogli reagiscono così per paura. Perché, a loro volta, sono vittime della violenza, più psicologica che fisica, del marito-padre-padrone. E qui non si tratta di italiani o stranieri, della tal o tal'altra cultura o religione. Qui si tratta di terrore e orrore quotidiano, frutto di maltrattamenti, brutalità, soprusi e angherie perpetrate all'interno delle mura domestiche.Di una violenza psicologica quotidiana che invade e si stratifica nell'anima fino a far morire i sentimenti e la ragione. Le donne-madri-mogli che proteggono l'aguzzino, in questo caso diventato persino assassino, lo fanno perché vivono in un inferno familiare, prigioniere di un incubo che si replica giorno dopo giorno. Sono le prede indifese di un marito violento. Agiscono in sua difesa per una sorta di istinto di sopravvivenza. Per non mettere a repentaglio la loro stessa vita. Sempre per paura preferiscono subire, piuttosto che ribellarsi, non trovano il coraggio di dire basta. Scartano perfino la strada della separazione, in quanto temono che la violenza cacciata dalla porta rientri dalla finestra e si trasformi in persecuzione.Sovente hanno ragione. Non si sentono in alcun modo né protette né tutelate. Quest'angoscia radicata nel tempo le rende non solo vulnerabili psicologicamente, ma toglie loro anche fiducia nelle istituzioni e nella legge. Fa loro disperdere il senso profondo della maternità. Nel caso specifico della madre di Sanaa, dopo le sue dichiarazioni che perdonano il gesto orrendo del marito e accusano la figlia di aver sbagliato, se fossi io il pubblico ministero non esiterei a considerarla in un certo senso colpevole, la indagherei per complicità, o per favoreggiamento nei confronti del marito. Perché questa donna non poteva non sapere, non poteva non immaginare che il marito avesse questo disegno mostruoso in testa, non poteva non sapere che il padre di sua figlia premeditava questo atroce delitto d'onore, maturato nell'incomprensione, nell'ignoranza dell'islam radicale. Ma di sicuro, se questo fosse lo scenario e io stavolta fossi il legale di questa madre, costruirei la sua linea difensiva sostenendo la tesi che è lei vittima di uno stato psicologico patologico, che di conseguenza non è in grado di intendere e volere, perché completamente plagiata dalla violenza del marito. A questa analisi però non deve mancare un corollario. Leggendo la cronaca ,emerge il ritratto di una donna profondamente radicata nelle sue convinzioni religiose, chiusa nel suo tradizionalismo, fortemente influenzata da un islam integralista, forse ancora più del marito. Tanto che ieri in tv il fidanzato italiano ha confermato che Sanaa considerava la madre "ancora più ferma di suo padre". Dunque non si può sottovalutare il fatto che la donna è anche madre di altre due bambine, Allora, se il quadro familiare è questo, il tribunale per i minori dovrebbe agire d'ufficio, cioè toglierle le due sorelline di Sanaa e darle in affidamento a una comunità. Protette ed educate a vivere nel rispetto dei diritti più elementari. Come crescerebbero infatti le due piccole in questo truce contesto familiare? Con quali pregiudizi? Con quale idea di libertà?con quale paura di vivere? Occorre ammettere che una madre che si comporta così non è in grado di proteggere le due sorelline di Sanaa, così come non è stata capace o non ha voluto proteggere la figlia maggiore. Quantomeno se vuole continuare a vivere in italia. Questa moglie ,succuba totalmente del marito-padrone ,non ha trovato la forza e l'eroismo materno di ribellarsi, di tentare una mediazione per levare la ruggine nei rapporti fra il padre e la figlia, non ha cercato di riannodare una relazione stracciata conclusasi nel sangue di questo terribile delitto.Non ha saputo fare la madre,che dà la vita e combatte fino alla propria morte pur di salvare i figli.

IL GIORNALE - 10 settembre 2009
La verità dei verbali di Bari: per il Premier nessun reato
"Sesso e droga". "Aperta inchiesta". "Indagati per sfruttamento della prostituzione e cessione di stupefacenti". "Le feste del premier". "Le escort del premier" etc… Da mesi siamo tartassati da questi [...]

"Sesso e droga". "Aperta inchiesta". "Indagati per sfruttamento della prostituzione e cessione di stupefacenti". "Le feste del premier". "Le escort del premier" etc… Da mesi siamo tartassati da questi strilli di quotidiani e settimanali che dipingono Berlusconi come un lenone assatanato e palazzo Grazioli come un casino di lusso. Il tutto spolverato generosamente di neve ed esportato all'estero. Questa è la pista dei giornalisti segugi, che ancora adesso pubblicano titoli ambigui annunciando di avere finalmente a disposizione i verbali, che stampano, e dai quali non emerge neppure una riga, non solo di cocaina ma tantomeno di reato, da imputare a Berlusconi. I velenosi scoop quotidiani sono scoppiati in mano a chi li aveva pompati, a volte con imbarazzante determinazione. Risolutive sono le dichiarazioni a verbale dell'unico indagato: "le presentavo come mie amiche e tacevo che a volte le retribuivo". Questa realtà era già intuibile, perché chiara, dalla lettura delle intercettazioni telefoniche, a suo tempo pubblicate e comprensibili in questo senso a chiunque non fosse accecato dai propri personali pregiudizi. L'obiettivo della stampa, di una certa stampa, è stato in questi mesi solo quello, evidentemente, di coinvolgere il capo del governo in storiacce di droga, sesso e prostituzione, gravide di per sé di una serie di reati, di fronte ai quali le dimissioni sarebbero state inevitabili. Soprattutto qualora il panorama, stupefacente e pornografico, si fosse ulteriormente acceso sulla corruzione di minorenni e addirittura sulla violenza sessuale. Ora, la minorenne ha parlato dimostrando a tutti i suoi limiti nell'essere, nel fare e nell'aver fatto e in questo territorio non ci può essere stato nessun intervento di Berlusconi ricollegabile a un qualsiasi reato. L'escort aveva già parlato, raccontando peraltro di avere fatto tutto quello che sanno fare le sue colleghe ma, in più, dichiarandosi fortemente delusa e arrabbiata per non essere riuscita a strumentalizzare il capo del governo, come avrebbe voluto, per suoi interessi personali. Di fatto, lei ci ha guadagnato, ma solo grazie alle sue grazie e ai nemici di Berlusconi che l'hanno esposta al mondo. Ora ha parlato anche il festaiolo pusher di femmine, che ha candidamente affermato che "Lui non sapeva" e che "il ricorso alle prostitute e alla cocaina si inserisce in un mio progetto teso a realizzare una rete di connivenze nel settore della Pubblica Amministrazione perché ho pensato in questi anni che le ragazze e la cocaina fossero una chiave di accesso per il successo nella società". E, a riprova di questo, nello stesso verbale, racconta di suoi analoghi comportamenti con politici del centrosinistra, di appartamenti messi loro a disposizione per incontri sessuali, di accordi economici per forniture ospedaliere etc…Mentre in questi ultimi episodi segnalati sembrano ravvisarsi ipotesi di reato, per il coinvolgimento diretto di politici nella contropartita richiesta, non è proprio possibile capire quale reato avrebbe commesso il pur ludico e, anche sessualmente, instancabile, Berlusconi. La sua casa non è un club per scambisti e minorenni, non ha fatto uso di droghe, non ha pagato nessuno, non era consapevole di essere strumentalizzato. Avrebbe dovuto capire qualcosa quando il gaudente pugliese gli ha chiesto un incontro con Bertolaso? Forse ha capito, perché infatti dopo quell'incontro "non è successo più nulla". E allora di che cosa stiamo parlando? Di un capo di governo che è potente non solo sul piano politico? Di un premier che è solidamente al governo anche della sua camera da letto? Di un uomo, da tempo separato di fatto dalla moglie, che approfitta delle occasioni di incontro con ragazze, che a loro volta approfittano della ventilata amicizia con lui di un lussuoso zerbinotto interessato, che vogliono incontrare l'uomo in tutti i sensi più potente d'Italia? Può non essere condivisibile - e io non lo condivido - il comportamento spensierato, vitaiolo e super erotico di chi ha gravi responsabilità nel nome di tutti. Però è genuino, privo di risvolti penali (in senso giuridico) e, comunque sia, accompagnato da diurni comportamenti politici di tutto rispetto. Il ganimede che gli ha fornito il divertimento notturno sostiene, appunto, che "lui non sapeva" di tutto il traffico con sfumature illecite che si muoveva alle sue spalle. Cosa dirà ora la stampa nemica del Cavaliere? Certamente tirerà fuori la ormai stantia e ridicolizzata affermazione metagiuridica: lui non poteva non sapere. Ma questo non è reato, almeno in nome della legge.

IL GIORNALE - 7 settembre 2009
Il destro di Noemi alla sinistra
IL DESTRO DI NOEMI ALLA SINISTRA E la montagna partorì un topolino. Il cumulo di immondizia buttato addosso al premier è stato prodotto da una caramellina insapore. Noemi, la pietra dello scandalo [...]

IL DESTRO DI NOEMI ALLA SINISTRA E la montagna partorì un topolino. Il cumulo di immondizia buttato addosso al premier è stato prodotto da una caramellina insapore. Noemi, la pietra dello scandalo scartata e lanciata dalla sinistra, ha colpito l'obiettivo con la forza dirompente di una briciola di ghiaia. La biondina di Casoria ha infatti confermato che "Silvio" è da anni un amico di suo padre, che tra loro non c'è, né vi è mai stato, il rapporto morboso e perverso ipotizzato dai nemici politici. "E' un amico di famiglia. Punto". Si è dichiarata delusa dal comportamento degli adulti, che l'ha fatta soffrire, pur tuttavia regalandole inaspettata e proficua notorietà. Dunque, di che cosa stiamo parlando? Di che cosa abbiamo dovuto parlare, per mesi, a causa dei sospetti opportunistici della sinistra? Questa gola profonda così attesa, usata e promossa, pilastro dell'accusa infamante di frequentazione di minorenni, scure lanciata a spezzare un matrimonio trentennale, si è rivelata la ragazzina innocua ma ambiziosa della porta accanto. Non è la Lolita che nutre la lascivia del vecchio ma una diligente Barbie che per ora "fa la diciottenne" – come lei dice – e ha velleità cinematografiche addirittura internazionali. Una triglietta, dunque, rimasta nella rete di chi pensava di avere pescato lo squalo pronto a divorare il governo in un solo, sanguinoso, boccone. Questo è ciò che succede a chi non ha la serenità e l'obiettività di guardare in faccia il nemico: chi è accecato da odio, rabbia e invidia, non è in grado di scegliere le armi necessarie a dare battaglia. Non è neppure in grado di elaborare tattiche e strategie paganti nel tempo. A volte, addirittura, si è talmente poveri, anche di spirito, che le armi non le si ha o non le si trova. Si è costretti, perciò ad accettare – pur di colpire – le fionde fornite da fiancheggiatori improvvisati. Ma poi non le si riesce a caricare, appunto, che con un granello di ghiaia sospinto da qualcuno ai propri piedi. Sarebbe così appassionante per il cittadino, potere invece ascoltare un'opposizione governativa intelligente, capace di offrire argomenti tecnici e solidi sui quali discutere. Tutti ci innamoreremmo della politica se potessimo confrontarci, anche tra di noi, sui temi seri che contrassegnano la nostra vita personale e sociale. Sarebbe interessante capire in concreto, e davvero, se l'attuale governo funziona o no. Invece siamo costretti a stare sugli spalti di un' arena grottesca per assistere a spettacoli immondi nei quali, i cosiddetti onorevoli, tentano di uccidersi a vicenda brandendo donnine più o meno allegre o malcapitati trans, lanciati di volta in volta contro l'avversario politico. Dopo il flop di Noemi, ultimo lancio andato a vuoto, qualcuno dovrebbe suggerire all'opposizione un recupero di virilità psichica, lasciando perdere finalmente le divagazioni più o meno illecite sulla virilità altrui. Vale a dire, l'imparare a colpire l'avversario nei punti nevralgici, lasciando perdere qualsiasi colpo sotto la cintura. In nome della legge.

IL GIORNALE - 5 settembre 2009
La svolta di Concita: ora difende il molestatore
["Senza paura, con gli occhi spalancati e il mondo che ci guarda aspettiamo il prossimo delitto" dice Concita de Gregorio nel suo editoriale, dopo aver dato del killer e del gregario a Feltri, [...]

["Senza paura, con gli occhi spalancati e il mondo che ci guarda aspettiamo il prossimo delitto" dice Concita de Gregorio nel suo editoriale, dopo aver dato del killer e del gregario a Feltri, colpevole – secondo lei – di essere al soldo del "sultano". E ciò ha scritto dopo un'accorata difesa di Boffo, vittima – sempre secondo lei – di un omicidio mediatico e, comunque sia, così ricco di dignità da avere rinunciato a "farsi eroe" (e come avrebbe potuto? Ci ha provato, raccontando di essersi sacrificato per un povero ragazzo morto. Ma l'inquietante fola si è dissolta nell'imbarazzo categorico, anche dei preti). Ancora non riesco a capire come ci si possa indignare perché Il Giornale ha pubblicato una notizia sorretta dalla definitività di una sentenza e contemporaneamente continuare a pubblicare dicerie morbose, invocando in entrambi i casi la libertà di stampa. Non riesco a intravvedere la buona fede di chi regala compassione e solidarietà a Boffo, perché shakerato nel "frullatore mediatico" e contestualmente si sente perseguitato per la richiesta di risarcimento danni ricevuta da colui che per tre mesi è stato biecamente dileggiato dalla propria stessa penna. Ma soprattutto non riesco a comprendere Concita de Gregorio. Donna e madre di quattro figli. Dolcissima interprete del disagio femminile e in particolare della sofferenza che subiscono le donne oggetto della violenza maschile. Improvvisamente, con un gesto più stupefacente della rivoluzionaria tesi copernicana, Concita prende la difesa calorosa e misericordiosa di un molestatore. Molestatore di una ragazza giovane e per bene. Ingiuriata e perseguitata nell'intimo dei suoi sentimenti. A questo punto il fatto contestato a Boffo non è una diceria: è una certezza certificata da un atto pubblico e confermata dai magistrati coinvolti. Concita è una donna colta e intelligente e non può ignorarlo. Se lei per prima avesse scoperto la notizia di un reato del genere attribuito a un politico avversario (uno a caso) forse non avrebbe avuto dubbi nel pubblicarla e nel difendere con vigore la vera vittima di questi odiosi fatti, cioè la ragazza. Le avrebbe dedicato molti dei suoi intelligenti e consapevoli pensieri nel descrivere lo stato d'animo delle vittime della violenza: perché le molestie sono sempre espressioni di violenza, soprattutto se provengono da persone autorevoli e di potere. Avrebbe scritto – come ha scritto in casi simili – "perché la violenza è un prezzo, perché il tempo che viviamo chiede uno sforzo d'ingegno per conciliare la propria autonomia con l'altrui brutale insofferenza". So che Concita aveva ragione quando la pensava così, perché io stessa ho con amarezza ricondotto la mia personale esperienza alla sua profonda analisi sui comportamenti prevaricatori. Concita avrebbe detto, ancora, che "la tolleranza della violenza è la cosa più spaventosa di tutte" e che, nella gerarchia della violenza, ci stanno anche ripetute telefonate, più o meno percepite come intimidatorie, che le donne oggi non devono più essere disposte a sopportare. Avrebbe detto, Concita, che è ora di smentire la "presunta forza femminile che si esercita nel tollerare la sopraffazione". Concita avrebbe, poi, concluso affermando che simili soprusi, violenza sottile ma funesta, non possono restare nel buio delle case e dell'anima, ma devono essere denunciati e il persecutore esposto alle sanzioni della giustizia e, magari, al pubblico ludibrio. Concita avrebbe scritto questo e, se l'avesse ancora una volta pensato, tutte noi donne, che sappiamo, le saremmo state grate. Anche la ragazza di Terni, che non ha avuto paura e non ha sopportato. Invece, Concita ha difeso il molestatore: ha invocato per lui la privacy, anche se il suo comportamento è scritto in una sentenza. Ha apprezzato il fatto che lui negasse e non spiegasse nulla. Avrei forse capito la difesa di Concita, se lui avesse confermato: "si, è vero ma sono pentito e non lo faccio più". In questo caso Concita avrebbe potuto aggiungere: "è il primo passo verso il riscatto del sopruso dei maschi". Invece, Concita questa volta ha voluto vedere solo le presunte vittime di quello che lei definisce il "sultano": le avide escort registranti, il giornalista cattolico patteggiatore, i giornalisti morbosi all'assalto, la stampa citata in Tribunale. Ma non ha visto, appunto, non ha protetto, non ha onorato l'unica, autentica, certificata vittima della violenza: la molestata. E così, proprio Concita ha compiuto il da lei annunciato delitto perfetto (titolo del suo filo rosso di ieri): Concita ha ucciso la Concita che molte donne amavano per la sua intelligente solidarietà, indipendentemente dal suo pensiero politico. In nome della legge?

IL GIORNALE - 31 agosto 2009
I falsi paladini della libertà di stampa
C'è del marcio in Italia. E purtroppo in tutto il mondo. L'ipocrisia moralista che affumica i cuori e ottunde il cervello di chiunque si rifiuti di vedere i fatti, preferendo infilarsi, da codardo, in [...]

C'è del marcio in Italia. E purtroppo in tutto il mondo. L'ipocrisia moralista che affumica i cuori e ottunde il cervello di chiunque si rifiuti di vedere i fatti, preferendo infilarsi, da codardo, in un'idea apparentemente condivisibile. In realtà frutto di pre-giudizio. Soprattutto politico e, comunque sia, di tendenza politicamente corretta. Per esempio: giudicare aggressivo il giornale e ritenere, invece, repubblica vittima della persecuzione governativa. Vituperare feltri che riporta la notizia di una sentenza 8tale è in sostanza il patteggiamento) emessa in nome del popolo italiano e solidarizzare contestualmente con il vittimismo di repubblica che importa, senza sosta, i pettegolezzi sessuali delle prostitute di professione (italiane finché si vuole, ma che non parlano in nome del popolo). Certamente non può essere esente da critica, anzi, il comportamento di un uomo ultrase3ttantenne - per di più capo di governo - che frequenta spensieratamente donnine interessate, fingendo con sé stesso di spargere fascino e desiderio erotico. Ma chiunque può constatare ogni giorno che trattasi, questo, di un comportamento diffusissimo tra uomini ricchi, o di potere o di visibilità sociale. Già meno - anzi per niente - rintracciabile tra gli impiegati delle Poste, gli operatori ecologici. Dunque, il problema morale e scandaloso è evidentemente il moltiplicarsi di donnine voraci, sfruttatrici, incapaci se non di essere parassite dei meriti altrui. Questo dovrebbe essere l'oggetto dell'esame e della critica sociale, stampa e vescovi compresi. Da qui dovrebbe partire l'indignazione dei benpensanti per poi comprendere, anche, la stupida debolezza degli uomini coinvolti, sprovveduti e presuntuosi. La libertà di stampa infatti non deve diventare l'alibi per eccitare ed esercitare il guardonismo, quanto invece, più opportunamente, l'occasione di attuare il dovere di informare e formare i cittadini. Per i politicamente corretti, ma schierati, è invece troppo golosa l'occasione di dare contro al premier, così dimenticando in un attimo valori importanti per tutti, quali l'onestà e la dignità, del tutto assenti nelle donne rapinatrici di luce e di residue energie altrui. Nell'attaccare quell'uomo, anziché queste donne, i moralisti di rimessa smentiscono il contenuto significativo di un pensiero, da sempre vanto della sinistra, fondato sulla libertà sessuale e sull'abbattimento delle tradizioni familistiche e pastorali. Altrettanto evidente paradosso degli ipocriti politicamente corretti, è il farsi paladini, appunto, della libertà di stampa (propria) nello stesso momento in cui fustigano il diritto di cronaca documentato della stampa concorrente. Per non parlare poi dell'assurdità delirante di lamentarsi, con tanto di questua di firme e pensieri solidali, di una causa giudiziaria che li vede convenuti al fine di ottenere una sentenza che accerti e dichiari che vi sia stata o no diffamazione in una vicenda diventata una grancassa giornalistica. Premesso che nessuno al mondo ha il dovere di rispondere alle domande di un giornalista e premesso altresì che un giornale serio non è un luogo idoneo ai processi, qualunque cittadino - anche il più criticabile - ha il diritto di difesa, riconosciuto dall'articolo 25 della nostra costituzione. Perché venga accertato, nella sede istituzionale, se vi sia stata violazione di un qualsiasi diritto e da parte di chi. Con tutte le garanzie processuali e di, sperata, imparzialità che giudici e tribunali dovrebbero assicurare. C'è da dire che, nella posizione del premier, il coraggio e l'audacia di sottoporsi al giudizio dei giudici quale parte attrice, dovrebbe stupire più del suo banale e ovvio diritto di usare uno strumento di legge qual'è, a disposizione di tutti i cittadini, l'azione giudiziaria che ha così scandalizzato tanti intellettuali codini. Se i giornalisti oggi chiamati a rispondere in giudizio del loro operato, hanno la coscienza di avere fatto il loro dovere e di avere esercitato correttamente il loro diritto scrivendo, entro i limiti amplissimi che la legge loro riconosce, se non hanno paura di sottoporsi all'esame dei giudici sereni e competenti, perché sbraitano e chiedono aiuti schierati? Perché temono il codice che loro stessi invocano a loro difesa? Perché, prima, ridicolizzano le norme sull'impunità e, poi, pretendono per sé la medesima impunità? Perché si propongono come vittime giudiziarie, dopo aver sbeffeggiato chi proclamava di esserlo e ha persino dimostrato di esserlo stato? Intellettuali e vescovi, se non volessero rispondere, come è loro diritto, potrebbero almeno ricordare il Vangelo: che è senza peccato, scagli la prima pietra. Berlusconi, quanto meno, l'ha scagliata, ma in nome della legge.

IL GIORNALE - 22 agosto 2009
Le ragazze di oggi e la dignità delle madri
La costituzione nel 1948 affermava solo formalmente l'uguaglianza e la pari dignità sociale di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso. Ma, fino al 1975 il Codice Civile (del 1942) disciplinava [...]

La costituzione nel 1948 affermava solo formalmente l'uguaglianza e la pari dignità sociale di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso. Ma, fino al 1975 il Codice Civile (del 1942) disciplinava ancora i rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi sul principio della assoluta supremazia dell'uomo: la donna era soggetta alla potestà del marito-capo famiglia, era obbligata a modificare la residenza in forza degli obiettivi di lui, ne condivideva categoricamente il domicilio e, in cambio della totale sottomissione, aveva il diritto al mantenimento e alla protezione. Aveva il dovere della totale fedeltà, in cambio di quella di lui "molto ridotta": l'adulterio del marito non costituiva infatti reato come quello della moglie che, se sorpresa in fallo, diventava pure madre indegna dei suoi figli. Non solo, della dote diventava proprietario o amministratore il capo famiglia, giacchè l'eventuale autonomia economica avrebbe potuto suggerire, alle mogli, scelte tali da inficiare il potere e il controllo di ogni marito. Gli ultimi 40 anni, e per alcuni interventi legislativi, gli ultimi 20 e persino gli ultimi 10, hanno finalmente segnato la rivoluzione dei ruoli familiari, attuando progressivamente il modello costituzionale con l'equa ripartizione delle responsabilità coniugali e genitoriali all'interno della famiglia ma anche all'esterno. Dunque affermando, era ora, la pari dignità giuridica di uomini e donne. Nello stesso periodo si sono susseguiti molti accomodamenti legislativi specifici, volti ad introdurre in concreto anche la parità costituzionale sancita in tema di lavoro, non solo subordinato. Potremmo a questo punto essere fieri di onorare davvero una carta costituzionale che si è allineata ai paesi più civili, consentendo l'eliminazione di norme discriminatorie in famiglia, nel lavoro e nell'economia generale. Tanto si può fare ancora, per esempio a tutela degli omosessuali, così ingiustamente perseguitati come fossero una razza a parte. Tuttavia c'è un altro grave problema: le giovani generazioni di donne, inconsapevoli delle umiliazioni e delle lotte di cui sono state protagoniste le loro madri e nonne, stanno dissipando la ricchezza delle fondamentali conquiste giuridiche di cui oggi godono, gratuitamente, inconsapevoli della preziosa eredità ricevuta. Hanno il diritto allo studio, al lavoro, al divertimento, al sesso, al divorzio, persino all'adulterio, nella piena ratificata parità col maschio. Però disdegnano, in linea di massima, i corrispettivi doveri. O, comunque sia, li fanno apparire concessioni generose: proponendosi di volta in volta vittime del maschio, della società, della famiglia. E' vero che ancora non è stato sfondato il "soffitto di vetro"; è vero che la violenza maschile non è stata debellata; è vero che ci sono luoghi di potere misogini. Ma è anche vero che molte, troppe, giovani donne, anche istruite, approfittano delle tutele previste dalla legge e non vogliono maturare la coscienza del dovere e della fatica; usano invece la loro femminilità e strumentalizzano il corpo e la diversità biologica, finendo col non rispettare la pari dignità giuridica. Infangano la potenza della femminilità quelle donne che, a frotte come cavallette, precipitano negli esclusivi territori familiari e di potere per conquistare il raccolto faticosamente seminato e coltivato da altri. C'erano pure una volta: erano furbe, guardinghe e solitarie e le altre le chiamavano puttane. Oggi sono sfacciate e fiere di autodichiararsi pubblicamente escort. Sfruttano la fragile sessualità del maschio, per rovinare famiglie e patrimoni: esiste per loro il diritto ad avere tutto, ma conoscono a fondo esclusivamente il dovere di dare una sola cosa. Sempre e solo quella. Per altro, a mio parere, una cosa ormai così diffusa sul mercato da rendere ridicoli quegli uomini che non se la prendano gratuitamente. Se non altro per pari "dignità". In nome della legge.

LIBERO - 8 agosto 2009
La Follia omicida scatta quando l'altro se ne va
La richiesta di separazione ha, per molto coniugi, l'effetto emotivo devastante di un tradimento: incomprensibile, inaccettabile, offensivo. Doloroso. Diversi sono i modi di reagire, determinati dal [...]

La richiesta di separazione ha, per molto coniugi, l'effetto emotivo devastante di un tradimento: incomprensibile, inaccettabile, offensivo. Doloroso. Diversi sono i modi di reagire, determinati dal grado di cultura sociale e sentimentale di chi subisce la scelta dell'altro nella coppia. Una scelta, sia quella del tradimento che quella della separazione, che fa emergere l'autonomia di pensiero e la capacità dell'agire individuale che stridono col progetto di coppia più o meno consolidato. Stridono, soprattutto, con le aspettative, la fiducia, le sicurezze personali. Impongono l'immediato cambiamento della vita, la ricerca di altri punti di riferimento, suggeriscono l'immagine negativa e perdente di sé. Quasi sempre di colpo, all'improvviso: anche se si intuivano i sintomi di comportamenti "deviati" dell'altro, si fingeva di non crederci. Fino alla rivelazione irreversibile. Chi ha sentimenti profondi ed educati, quasi sempre inscindibili dalla dignità e dalla consapevolezza di sé prende atto della situazione - tradimento o richiesta di separazione che sia - e, pur soffrendone anche molto, sa assumere decisioni concrete e sane che portano in ogni caso a separare la vita precedente da quella successiva. Tutta da reinventare e da vivere con presupposti e tonalità affettive differenti, anche quando chi tradisce viene accettato come tale e non rifiutato per sempre. Altri, invece, ingaggiano una battaglia compulsiva per riacquistare la padronanza del territorio: seducono, minacciano, piangono, perseguitano il terzo incomodo, inventano qualsiasi trappola emotiva per escludere l'obiettivo della separazione e mantenere lo status quo ante fino perfino se caratterizzato oramai da noia e indifferenza. Altri ancora reagiscono con la violenza che segnala lo stato brado della loro anima e del loro pensiero. Si oppongo alla separazione coi ricatti, le vendette, la violenza fisica. Considerano la scelta di libertà dell'altro un'aggressione al proprio onore sociale che, a volte, deve essere lavata col sangue di tutta la famiglia e nel modo più trucido possibile. "Se non vuoi stare con me e non devi neppure esistere senza di me. E con te i nostri bambini che sono il segno di quello che eravamo e non saremo più". Questo, immagino, che dicano i pluriomicidi familiari un attimo prima di accoltellare, strangolare, ammazzare in altri modi biechi le vite umane con le quali avevano condiviso il risveglio mattutino, l'allegria del Natale, la spensieratezza delle vacanze e anche la fatica dolce della quotidianità. Eppure, la richiesta di separazione è un diritto che il nostro codice riconosce all'altro dal contratto matrimoniale quando la convivenza diventa intollerabile e non è più fonte di nutriente serenità - anche per uno solo dei coniugi - la legge autorizza il distacco, nel rispetto dei reciproci doveri e diritti. Lo si dovrebbe insegnare ai bambini per farli crescere adulti educati a vivere. Il tradimento, invece, non è mai attuato in nome della legge, ma suggerito dall'egoismo e dall'irresponsabilità affettiva. Anche questo si dovrebbe imparare sin da bambini. Il tradimento, infatti, può uccidere i sentimenti. E in realtà non è poco. Ma la richiesta di separazione non dovrebbe potere mai più uccidere preziose vite umane. Se continuano queste stragi le istituzioni statali, rimanendo inerti, ne diventano corresponsabili. E' impensabile, infatti, che violenze così gravi non siano state negli anni precedute da maltrattamenti continuati, forse denunciati, e mai correttamente indagati.

LIBERO - 21 giugno 2009
Che dire di certe donne?
Dunque, molti uomini - imprenditori, politici, professionisti o altro che siano - hanno ormai mostrato tutta la loro negatività. I giornalisti, già consapevoli delle proprie ingovernabili debolezze, [...]

Dunque, molti uomini - imprenditori, politici, professionisti o altro che siano - hanno ormai mostrato tutta la loro negatività. I giornalisti, già consapevoli delle proprie ingovernabili debolezze, comuni agli uomini privi di volontà, hanno infatti saputo seguire le facili piste e scoperchiato pentole in cui ribolliva il solito antico minestrone del sesso. Non se ne può più di questa zuppa, che emana l'odore stantio di un tinello anni 50. Lo sappiamo, purtroppo, certi uomini sono incurabili; cresciuti nel mito dell'erezione a ogni costo, spendono e spandono la dignità per gareggiare tra loro a chi sa innalzare il più lungo granpavese di mutandine conquistate. Ma ciò che è triste, veramente triste, è che non devono fare nessuna fatica a conquistarle. Perché di mutandine ne piovono a scrosci ovunque vi sia un uomo dotato di un minimo di potenza. Sociale o economica naturalmente. Quella sessuale, infatti, è un dettaglio che solo gli uomini considerano rilevante. È con grande imbarazzo, quindi, che le donne serie e leali osservano le loro simili (?) offrirsi impudiche, avide, sgangherate e sempre impegnate a guadagnarsi qualcosa: denaro, notorietà, sistemazione. Il che poteva persino essere comprensibile quando la donna era schiava, giuridicamente inesistente, bisognosa di affrancarsi. Ma oggi, nel 2009, dopo la vittoriosa rivoluzione femminista, con la pari dignità giuridica raggiunta, l'orgoglio della differenza sbandierato, le uguali opportunità sociali, che schifezza è quella di usare il sesso come moneta di scambio? E per di più con la complicità di amici, genitori, fratelli. Senza trascurare di dire che, non paghe dell'indecoroso e strumentale comportamento, le odierne baccanti non vedono l'ora di raccontarlo urbi et orbi, premunendosi di registratori audio-video per dare la prova che effettivamente, e senza alcun ragionevole dubbio, sono puttane patentate. Se questo è il trend vincente della figura femminile del ventunesimo secolo, mi inchino alle storiche prostitute di professione che hanno la lealtà di dire prima il loro prezzo e onorano poi l'etica della riservatezza professionale. Queste donne, invece, viziate e ingorde, senza alcun talento ma incerte se fare la professionista, la moglie del capo o la star, rappresentano la malafede per eccellenza, l'antifemmina epocale, il virus che ogni uomo dovrebbe temere. Un virus silente e sicuramente mortale, perché annienta anche l'identità professionale, famigliare e sociale di chi è stato contagiato. Queste erinni dell'apparire sono prive di misericordia. Anche verso se stesse. Con quella faccia da bambine, troppo truccate forse per gioco, e quei modi di fare che titillano l'immaginario maschile fino ad anestetizzarne il cervello, agganciano l'uomo, lo spezzano con la morsa implacabile delle loro volonterose gambe e non mancano di registrare e conservare ogni fotogramma di questo uomocidio. Perché l'obiettivo non è mai il cuore di uomo, ma la sua immagine da sventolare vittoriose alle colleghe serial killer e alla stampa. Questa specie di donne disonora tutte quelle che ogni giorno combattono per difendere la dignità e i diritti conquistati; offende la maternità, la fatica orgogliosa di vivere; rinnega il vigore e il valore degli abbracci accoglienti; disprezza i sentimenti e l'amore soprattutto. Questa specie di donne, branco di cavallette voraci, sta nutrendosi fino ad estinguerla, della specie più debole e indifesa che ci sia: il maschio.

LIBERO - 26 maggio 2009
Un peccatore può essere un buon padre
"Gli affidereste i vostri ragazzi?" Certamente sì. Senza dubbi. Che Berlusconi sia stato un buon genitore, lo dimostra la reazione dei suoi figli. Lo documentano anche i fatti. I suoi figli sono sani, [...]

"Gli affidereste i vostri ragazzi?" Certamente sì. Senza dubbi. Che Berlusconi sia stato un buon genitore, lo dimostra la reazione dei suoi figli. Lo documentano anche i fatti. I suoi figli sono sani, non si drogano, non buttano niente dai cavalcavia e onorano l'amore per la famiglia e il lavoro. Ma, soprattutto, studiano e si impegnano nel privato e nel sociale, pur potendone fare a meno: come, invece, tanti altri figli di ricchi imprenditori si sono ben guardati dal fare. Dunque, il tanto vituperato Berlusconi di sicuro non ha guastato i suoi figli, ma sembra anzi aver trasmesso loro la capacità di nutrire sentimenti e passioni, come documenta la replica solidale, affettuosa e indignata che i suoi figli hanno riservato all'improvvido e giudicante avversario politico. Inoltre, lui, nell'obiettivo di crescere i figli sani e di educarli correttamente, un giorno ha saputo scegliere con lungimiranza le compagne che sarebbero poi diventate le loro madri. In questo come in altri casi, la competenza genitoriale è un fatto personale e relazionale, che non può e non deve essere valutato sulla base di pregiudizi retorici legati al lavoro, all'orientamento politico o sessuale e ai comportamenti extradomestici. Pensiero condiviso da giudici e psicologi che ogni giorno si trovano a dover decidere sull'affidamento dei figli a genitori in genere in conflitto tra loro. E' consuetudine, infatti, che molte madri chiedano la riduzione delle visite del padre ai figli, perché "reo" di frequentare prostitute, travestiti e bische, oppure colpevole di essere andato a convivere con una nuova compagna, in genere, a volte non a torto, definita "zoccola" dalle mogli stesse. Ma altrettanto fanno i padri, nell'obiettivo di privare i figli della loro madre, perché accusata di tradimento, di carrierismo o di vita un po' troppo spensierata. Sistematicamente, salvo rarissime e macroscopiche eccezioni, l'esame approfondito di psicologi, pediatri, psicopedagoghi porta alla conclusione dell'assoluta distinzione tra vita familiare e vita pubblica. Basti ricordare l'esempio di Cicciolina, ritenuta e confermata madre idonea e affidabile, malgrado le plurime aggressioni dell'ex marito che strumentalizzava la sua immagine di porno star. Che, appunto, si riduceva alla sola immagine lavorativa ma che, nei fatti, non ha mai inciso sulla sua responsabilità e affettività materna: la donna, infatti, ha ottenuto l'affidamento esclusivo del figlio nei tre gradi di giudizio. Viceversa, è storia di tutti i giorni che famiglie, apparentemente "normali", ineccepibili e anzi additate pubblicamente a modello, rivelino dall'intimo racconti traumatici di violenza e sopraffazione sessuale anche verso i figli. Il rapporto tra genitori e figli, quando esiste, perché in verità è più assente di quello che si creda, c'è ed è positivo se contrassegnato dal rispetto reciproco, dalla ricchezza del lessico affettivo, dalla capacità di comprendere le rispettive differenze e dai risultati obiettivamente condivisibili che l'evoluzione della vita dei figli stessi è in grado di testimoniare. Secondo le sentenze più recenti, anche un genitore che si scopra omosessuale, è idoneo all'affidamento del figlio se dimostri di sapersi occupare di lui, di comprenderne i bisogni emotivi e affettivi e di saper tutelare la figura dell'altro genitore. Ciò a dispetto del diffuso pregiudizio per cui un gay non può essere un bravo genitore e della conseguente vasta opinione per la quale l'adozione non dovrebbe essere consentita ai gay. Che dire, peraltro, degli ex sessantottini che pur essendosi fatti portatori di principi e ideali altissimi hanno, poi, dimostrato totale incapacità genitoriale, allevando spesso figli frivoli, smidollati, scapestrati o amorali? Quindi, se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, è altrettanto vero che il genitore virtuoso non è quello che predica i valori, bensì colui che dimostra di averli trasmessi, potendo essere orgoglioso di figli che non sono suoi cloni ma persone libere e autonome, col senso della dignità e del dovere, capaci anche di rispetto, gratitudine e solidarietà. Bisogna, infine, ricordare ai predicatori dell'ultima ora che quando i genitori fanno troppo i genitori in senso tecnico, i figli finiscono con l'essere incapaci di vivere e agire da soli. I figli fortunati sono, invece, quelli cresciuti in un territorio familiare nel quale ciascun ruolo è funzionale, delimitato, rispettoso degli altri ruoli e il denominatore comune è rappresentato dall'intensa e rigogliosa affettività.
Annamaria Bernardini de Pace

LIBERO - 21 maggio 2009
Il valore della verginità
A parere di Freud "l'uomo che per primo soddisfi l'ardente desiderio d'amore della vergine, per lungo tempo e a fatica soffocato, e abbia nel far ciò superato le resistenze costituitesi attraverso gli [...]

A parere di Freud "l'uomo che per primo soddisfi l'ardente desiderio d'amore della vergine, per lungo tempo e a fatica soffocato, e abbia nel far ciò superato le resistenze costituitesi attraverso gli influssi dell'ambiente e dell'educazione, diventerà colui con cui ella riuscirà a stabilire un rapporto duraturo, mentre la possibilità di tale rapporto rimarrà sbarrata a ogni altro". Il che spiegherebbe, secondo lui, perché l'uomo aspiri a una vergine e la donna finisca poi per vendicarsi di quell'uomo che non è il tanto desiderato proprio padre. A meno di 100 anni di distanza, queste considerazioni sembrano giurassiche: pare infatti che non vi siano più vergini che soffochino "per lungo tempo e a fatica" la voglia d'amore, né che vi siano gli ambienti idonei a creare resistenze da superare. Tantomeno esistono rapporti duraturi e ipotesi di definitivi sbarramenti a terzi. Se ci sono, costituiscono numeri d'irrilevanza statistica. Nel frattempo infatti c'è stata la rivoluzione sessuale, la pillola anticoncezionale, la pari opportunità sociale, la legge sull'aborto, il divorzio, l'attenuazione sempre più significativa dell'imprinting religioso. E la verginità femminile è stata banalizzata, ha perso il significato simbolico di integrità, fino ad assumere la connotazione negativa di ostacolo da rimuovere quanto prima. Per omologarsi, per essere considerate all'interno del branco amicale di coetanee (sempre più bambine), per conquistare subito lo stereotipo di identità femminile proposto dalla società massmediatica. Per non essere giudicate incapaci e prive di appeal dal maschio prescelto. Oggi dunque la verginità non è più un valore. Se lo fosse, sarebbe considerata un dono: il regalo che la donna fa all'uomo della propria incontaminazione. Un regalo che, per la cultura da sempre dominante, non può essere reciproco, perché l'uomo vergine oltre una certa età (16/18 anni) si autoritiene ed è considerato, dai più, uno "sfigato" o additato come gay. La svalorizzazione della verginità femminile ha tuttavia prodotto gravi danni al rapporto di coppia, all'importanza dell'amore e all'equilibrio tra sesso e sentimenti. Una volta la sessualità costituiva il punto d‘arrivo di un percorso della coppia, ricchissimo di emozioni, attesa, desiderio, aspettative e mistero. Il reciproco avvicinamento attivava pensieri e meccanismi mentali che nutrivano la storia d'amore e la portavano a gustare profondamente il fascino delle sensazioni desiderate e progressivamente sperimentate. Oggi ci si libera al più presto della verginità e si parte, la prima come l'ennesima volta, dall'irrinunciabile e urgente incontro sessuale per poi spendersi alla ricerca di introvabili sentimenti reciproci. Si confondono questi con le emozioni del sesso e della passione, che dopo un po' vengono a noia e impongono ripetizioni a catena con nuovi partners. Finché anche il sesso perde di interesse e per riattivarlo ci vogliono droghe e perversioni. La forza simbolica della verginità aveva anche un tremendo contenuto negativo per il potere di controllo che assicurava all'uomo e la sottomissione personale e sociale che imponeva alla donna. Tuttavia nel nostro tempo, così corroso dalla disordinata prepotenza del sesso, potrebbe riacquistare un interessante significato di autogoverno personale: mantenere integro il corpo può preparare a un amore policromo e non monotono, per esempio col sublimare il piacere fisico nella reciproca e più penetrante conoscenza dello spirito. Questo insegnano del resto le filosofie orientali, che suggeriscono una sorta di verginità di ritorno, con la castità ricercata per periodi più o meno lunghi. Il desiderio deve venire da molto lontano per essere davvero appagante: tenerlo in serbo a lungo, fa certamente raggiungere livelli più alti di soddisfazione che non l'esaudirlo all'istante. Certo, per quanto valore possa eventualmente riacquistare la verginità, trovo orrendo e ridicolo che venga messa all'asta e data in appalto al miglior offerente. A parte il fatto che nessuno può escludere che la ventenne abbia già avuto incontri col corpo maschile e che la sua verginità sia esclusivamente tecnica e ridotta solo a "quel lembo", o persino ricostruita, quale mai può essere la perversa fantasia dell'uomo che se la compra? Non penso proprio all'impossibile aumento del piacere fisico, quanto piuttosto al bisogno di soddisfare la nostalgia arcaica del predatore. Ed è questo che vuole quella fanciulla in fiore? Meglio allora vendere l'anima al diavolo, che paga di più e ha più potere.
Annamaria Bernardini de Pace

LIBERO - 5 maggio 2009
La prima causa di separazione è il matrimonio
La prima causa di separazione è il matrimonio" Il nostro codice civile prevede la separazione personale dei coniugi come rimedio all'infelicità coniugale. All'impossibilità, cioè, di proseguire con [...]

La prima causa di separazione è il matrimonio" Il nostro codice civile prevede la separazione personale dei coniugi come rimedio all'infelicità coniugale. All'impossibilità, cioè, di proseguire con armonia e condivisione progettuale la vita in comune. Dunque, la separazione non è più considerata una sanzione, punitiva della colpa, come era una volta. Tutt'al più la separazione giudiziale si può concludere con una dichiarazione di "addebito della responsabilità" a quel coniuge che l'istruttoria processuale abbia dimostrato essere stato la causa determinante della frattura coniugale. O a tutti e due. Se vi è addebito, il responsabile non ha diritto all'assegno di mantenimento da parte dell'altro coniuge e viene escluso dal suo asse ereditario. E' chiaro, dunque, che la parte economicamente più forte non ha alcuna preoccupazione sull'esito della sentenza, persino se macroscopicamente colpevole. Il più debole dei due, invece, teme la vicenda giudiziaria, dalla quale può aspettarsi solo un assegno di mantenimento e il godimento della casa coniugale se ci sono figli ivi collocati. L'assegno, però, proporzionato allo stile di vita coniugale, non è mai una certezza, né nell'esistenza né nell'ammontare. Se, infatti, la parte cosiddetta debole ha tuttavia un proprio personale patrimonio (tale da consentirle un apprezzabile tenore di vita) non è detto che le sia riconosciuto alcun assegno. Così come l'assegno è pure a rischio se dall'esame comparato dei rispettivi comportamenti coniugali emerge il disinteresse o l'assenza di solidarietà del "coniuge debole" rispetto all'altro. I motivi di addebito non sono, infatti, solo i tradimenti e le ingiurie ma anche le omissioni, la disattenzione, le provocazioni. Specie se coinvolgono l'ambiente lavorativo dell'altro. E non si limitano al territorio strettamente coniugale. In qualsiasi caso, colpe o non colpe, i giudici della separazione non entreranno mai in altri argomenti patrimoniali, societari, successori. Se non altro, ma non solo, perché il diritto a quote ereditarie nasce esclusivamente al momento della morte di chi crea le cosiddette aspettative ereditarie. Gli accordi di separazione consensuale, invece, permettono di spaziare in tutti gli ambiti di interessi veri e propri che hanno unito o disunito i coniugi. Con l'unica inevitabile esclusione di qualsiasi patto successorio esplicitamente vietato dal nostro codice civile. Ancora un'osservazione: per tutto il tempo della separazione (almeno 3 anni) e fino al divorzio il vincolo coniugale permane. I coniugi sono autorizzati a vivere separati, non hanno quindi l'obbligo di convivere nella stessa casa coniugale e il dovere di reciproca fedeltà è affievolito sino a scomparire. Solo il divorzio reciderà il vincolo coniugale a tempo debito e con vicende giudiziarie o consensuali simili a quelle della separazione. E' bene sottolineare che né il divorzio né la separazione "si danno" o "si concedono": l'una e l'altro sono diritti personali che sorgono al momento del matrimonio e si esplicano quando viene meno il singolo consenso. In conclusione, davvero non si riesce a capire, a parte la risonanza sociale, quale siano i motivi di tanto morboso interesse mediatico intorno a una non più di tanto inaspettata separazione di cui si parla in questi giorni. Ma di cosa e perché stiamo parlando? Per quanto si indaghi l'unica certezza è che il dolore e lo sconcerto, se ci sono, appartengono al segreto della coniugalità di cui a nessuno sarà mai dato di sapere.
Annamaria Bernardini de Pace

LIBERO - 13 aprile 2009
Matrimonio No global
Un po' il rischio se lo vanno proprio a cercare. Le donne italiane, ancora con qualche difficoltà nel gestire la pari dignità giuridica coi loro uomini, si consegnano spensierate a magrebini, [...]

Un po' il rischio se lo vanno proprio a cercare. Le donne italiane, ancora con qualche difficoltà nel gestire la pari dignità giuridica coi loro uomini, si consegnano spensierate a magrebini, pachistani, albanesi, extra comunitari in genere. Soprattutto mussulmani. Interessanti, fascinosi, la maggior parte certamente deliziose persone. Ma tanto differenti da noi: per storia, cultura, educazione, senso del diritto. Non sempre l'amore è così potente e duraturo da bonificare la distanza che segnala e definisce il territorio di ciascuno dei partner che, anzi, sovente si trasforma in campo di guerra dove schierare sui due fronti i parenti, gli amici, la legge. E i figli, purtroppo, goloso bottino da conquistare o, peggio, da trafugare per sempre. Con la complicità, a volte, del nostro stato incapace di fare sentire la forza del diritto nazionale persino ai paesi "governati" dalla sharia. Ma queste benedette donne – ingrate verso le femministe conquistatrici negli anni, per loro, della legge che ora le vede autonome e sullo stesso piano degli uomini – non riescono proprio a immaginare cosa possa succedere della loro vita quando, dispersa la tempesta ormonale, dovranno negoziare con il marito l'educazione dei figli, l'osservanza delle diverse tradizioni, delle usanze religiose o delle feste canoniche? Sono pronte ad accettare la poligamia e la sudditanza al maschio? Sanno che, se hanno sposato un mussulmano, per esempio, potranno essere ripudiate con un sms? Senza matrimonialisti di sorta che possano con successo far valere la loro posizione di coniuge debole. Infatti il tribunale di Bologna nel 2003 ha riconosciuto per i mussulmani il diritto alla poligamia in Italia, giacché "è irrilevante il comportamento tenuto all'estero dallo straniero la cui legge nazionale riconosce la possibilità di contrarre più matrimoni". Di conseguenza anche il ripudio, ma pure la punizione corporale della donna disubbidiente, e non approfondiamo più di tanto. Gli uomini italiani, peraltro, si vanno a cercare prevalentemente le donne dell' Est, polacche, rumene, croate, belle adesive e flessibili a ogni fantasia di potenza del maschio. Finché, intelligenti e scaltre, non percepiscono la forza della nostra legge che, al momento di divorziare soprattutto, le pone sullo stesso piano del marito. Dunque, per essere stati sordi al detto popolare e saggio "donne e buoi dei paesi tuoi", molti di coloro che hanno voluto globalizzare sentimenti e tradizioni, si ritrovano soli in patria; senza più il tessuto affettivo frettolosamente allestito e poi altrettanto rapidamente stracciato dalla diversità, spesso, incolmabile, perché non compresa e non vissuta con accorta lungimiranza. Soli, senza neppure i figli emigrati d'imperio. Intuisco a questo punto l'obiezione che chiunque può avanzare. E rispondo. E' vero, queste cose orribili succedono anche da noi e fra noi: la differenza di educazione, cultura, storia, progettualità esiste anche in questa piccola Italia e i matrimoni omogenei pure qui finiscono nella violenza e con la sottrazione dei figli. Appunto: perché rendere le cose più problematiche e rischiose, come dimostrano peraltro statistiche e fatti di cronaca, chiedendo poi aiuto al nostra stato che, già con estrema difficoltà, fa valere le sue leggi solo all'interno di questi angusti confini? E' meglio allora accontentarsi del già complicato e precario matrimonio no global. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Annamaria Bernardini De Pace

LIBERO - 21 marzo 2009
Mi hanno sospeso 3 mesi - Ora vi spiego chi sono
Un giorno una cliente mi ha detto: «Mia figlia adolescente da grande vuol fare la Bernardini de Pace». Non l'avvocato, la Bernardini de Pace. Dapprima mi sono sorpresa, poi ho ricordato i miei [...]

Un giorno una cliente mi ha detto: «Mia figlia adolescente da grande vuol fare la Bernardini de Pace». Non l'avvocato, la Bernardini de Pace. Dapprima mi sono sorpresa, poi ho ricordato i miei quindici anni quando informavo tutti che da grande avrei «fatto Montanelli», non semplicemente la giornalista. Volevo dire che, al di là della voglia di quel determinato ruolo, mi appassionava il carattere, il modo di essere, il coraggio e la passione proprio di quel giornalista. Dunque, mi sono chiesta che cosa mai potesse piacere di me a una ragazzina dei giorni nostri. A parte la mia frequentazione, da suocera, di Raoul Bova, mito delle giovani donne. Infatti credo di avere un'immagine, diciamo così, pubblica che si discosta significativamente da quella reale. Vengo rappresentata come uno squalo assetato di sangue e denaro, che non il dito ma la mannaia mette tra mogli e marito. Una rovinafamiglie che va a cercare coniugi innamorati per mettere zizzania e specularci. La leggenda narra che mi circondo di donne perché sarei lesbica, che castro e sfrutto i miei collaboratori, che corrompo i funzionari di tutte le televisioni per non perdermi un passaggio mediatico, che scrivo sui giornali perché i miei fratelli, editori e pubblicitari, hanno gli spazi gratis. Manca solo la voce che mangio i bambini e che faccio i wodoo per vincere le cause. Ma non è detto: forse questa non mi è ancora arrivata all'orecchio. Ventimila divorzi Invece, pur essendo io prepotente e rompiscatole, spesso irascibile e con un'ingovernabile tendenza all'ironia che sfiora il sarcasmo e mi rende antipatica a molti, non credo di essere così pessima come molti mi vedono. Capisco, tuttavia, che gli effetti della mia attività professionale possano essere strumenti per male interpretarmi nelle mani di chi è superficiale o di chi, per ragioni di ruoli, mi è contro. Mi occupo da 27 anni soprattutto di divorzi, dove i contendenti sono sempre due e sempre diversi. Ho affrontato più di ventimila casi e dunque ho la certezza di avere nel mondo almeno ventimila persone che mi sono grate e che mi hanno apprezzato. Devo naturalmente detrarre dal numero, quella cinquantina di clienti che non mi ha pagato (i maleducati e gli irriconoscenti proliferano ovunque). I nemici però sono tanti di più. Anche se non tutti gli avversari lo sono: molti di loro, nel tempo, hanno addirittura inviato al mio studio amici e parenti. Altri, pur accaniti oppositori, nel corso dei procedimenti giudiziari hanno trovato l'accordo col coniuge e rinnegato l'odio che mi avevano in precedenza riservato. C'è da aggiungere però, alle controparti nemiche, il gran numero dei miei colleghi che tentano malamente di nascondere la disistima, l'arroganza, l'invidia, l'aggressività, l'inimicizia, e persino la persecuzione, verso di me. Considerata da loro un avvocato sui generis, fuori dalle righe, desiderosa di pubblicità. Carissima. Ma incapace non l'ha mai detto nessuno. Neppure il Consiglio dell'Ordine che mi ha sospeso per tre mesi dalla professione. Rispetto la decisione per via del ruolo ma... La verità - e amo la verità per la sua forza rivoluzionaria - è che sono diventata avvocato non per scelta ma per necessità, dopo la separazione. Non ho mai cercato né padrini né padroni per avere aiuti. Non ho mai conquistato un cliente, ma tutti quelli che mi hanno cercato hanno conquistato me. Per la loro storia, voglia di giustizia, umanità. Non ho mai messo un coniuge contro l'altro, li ho invece fatti ragionare tutti sull'interesse primario dei loro figli. Non ho mai sfruttato i miei collaboratori che ho allevato e formato nutrendoli con la passione per la giustizia, l'ansia delle scadenze, gli obiettivi della perfezione. Alcuni di loro sono con me da 18 anni, almeno 7 sono molto più capaci di me e costituiscono la forza di quello che i miei detrattori definiscono l'immeritato successo. Guadagno molto, lavoro molto Guadagno molto perché dichiaro tutto, ho tanti clienti e lavoro 365 giorni all'anno (nel 2008 366). Un serio avvocato non fa l'avvocato alla scrivania nelle ore canoniche. È avvocato, sempre. Anche nei giorni festivi, a portata di cellulare sempre acceso. Vivo nel dolore liquido e bruciante che ogni giorno la gente mi fa colare addosso, quando mi chiede il miracolo di trasformare un fallimento familiare in una nuova opportunità di sognare. Dolore, rancore, violenza, giustizia, vendetta, rabbia sono le parole che vengono depositate a mazzi nel mio cuore. E, su tutte, amore. Amore sperato, frustrato, deluso, maltrattato, rinunciato. È difficile, molto difficile, riportare alla ragione del diritto persone così destrutturate da sentimenti forti e confusi. Ma è inevitabile il farlo, e farlo bene, se hai coscienza umana, civile e professionale. Non c'è una separazione uguale all'altra: cambiano le persone, i problemi, gli interessi. Cambia, ogni volta, la strategia e l'attività dell'avvocato. Cambia anche la parcella che un antistorico tariffario riduce alla semplice formazione e presentazione del ricorso quando, per esempio, si tratta di una consensuale. Un avvocato serio e coscienzioso sa che la "consensuale" è l'inizio di una nuova vita, che non vi devono essere semi di futuri conflitti, che la fantasia dei coniugi ribelli e rancorosi è senza limiti, che ogni possibile evento deve essere ipotizzato e accortamente evitato fin da subito. Ma prima di arrivare a quel verbale consensuale, devi informare il cliente, consigliargli e consultare, se necessario, psicologi, commercialisti, investigatori, tributaristi, penalisti, ingegneri persino, a seconda delle situazioni. Devi accompagnare il cliente alla conoscenza dei fatti, dei suoi diritti, dei luoghi a volte perversi di una giustizia inarrivabile. Devi portare il cliente a scegliere consapevolmente il percorso alternativo che gli si prospetta. Questo richiede pazienza, competenza, esperienza, tempo senza limiti d'orario. Richiede, secondo me, una squadra di tre avvocati sempre sul pezzo. Questo assicura il successo dell'impegno professionale e toglie al cliente il panico, e il rancore verso il coniuge, gli fa conquistare serenità e libertà dal conflitto. Questo fa sì che le mie parcelle siano considerate illeciti deontologici - per cui vengo punita dall'Ordine - e che molti colleghi dicano a potenziali o effettivi miei clienti "vieni da me che risparmi". Ciò non toglie che ogni anno io possa, anzi voglia, rendere tante prestazioni gratuite a favore di chi non ha mezzi ma merita attenzione. E che abbia scritto tanti libri per avvicinare il diritto alla gente, con linguaggio comprensibile a tutti, proprio perché privo della scientificità che colleghi pomposi e inutili dicono che io non abbia. Anarchica, ribelle, passionale Ho molti amici dunque, ma altrettanti nemici. Perché sono anarchica, ribelle alle lobbies, passionale. Perché sono donna. È tristissimo il doverlo dire, ma è la verità. Le donne serie e che raggiungono risultati, non solo non hanno una vita senza sconti, ma pagano il sovrapprezzo. Se mi compro la Maserati vengo definita con disprezzo "un'esibizionista di destra". Nulla si dice dei colleghi maschi, comunisti o di Comunione e liberazione, che girano su Porsche, Mercedes o Lexus che costano di più. Sono nazionalista e voglio un'auto italiana; percorro 100 mila chilometri all'anno per combattere le ingiustizie. È giusto che abbia un'auto bella, comoda e sicura. La mia auto la usano anche i miei collaboratori ed è praticamente per me una casa-studio-mezzo di spostamento. Perché criticarmi anche per questo? In verità queste critiche non infrangono la fermezza delle mie convinzioni. Nella mia scala di valori esiste alla sommità il cliente-vittima, poi viene il rispetto verso i giudici e in terza posizione il rapporto con i colleghi. Non riesco proprio a condividere chi vuole convincermi a privilegiare le relazioni diplomatiche coi colleghi "perché tanto il cliente se ne va". A me piace costruire un buon ricordo su un territorio di valori importanti. Primo fra tutti la verità, qualunque essa sia. Anche quella che oggi dall'11 marzo all'11 giugno non posso tutelare i miei clienti. Dunque, non capisco davvero se la mia futura collega oggi quindicenne, abbia preso a modello l'idea che della Bernardini de Pace hanno gli amici, oppure quell'altra, quella cattiva secondo i nemici. In questo caso vorrei che non si iscrivesse a giurisprudenza ma che, piuttosto, invece di fare la Bernardini de Pace, si "facesse" qualche uomo di potere. Sarebbe più facile e più comodo: arriverebbe dovunque e sarebbe sempre protetta. Se invece l'aspirante avvocato vuole essere la Bernardini de Pace che sono davvero, allora si deve preparare. Ero infatti assolutamente ignara della provocazione, competizione, cattiveria, ipocrisia e ignoranza, ma soprattutto invidia palese, che assalgono e tentano di soffocare una donna quando emerge da sola, senza aiuti e con sacrifici. Queste brutte bestie, che spuntano dalle anime piccole e pusillanimi, possono distruggere l'esistenza e la professione. Se non ti accorgi che stanno acquattate in ogni dove, pronte a sbranarti, rischi di essere il sangue del quale hanno necessità di nutrirsi per fare vedere che esistono. Ma ci sono anche i colleghi troppo severi e che mi condannano nella mia assoluta buona fede. Direi alla mia giovane amica: scegli questa strada se non hai paura di avere tutti i giorni il coraggio di essere te stessa. Se sei pronta, per amore delle tue idee, a essere impopolare tra i tuoi colleghi. Se hai come obiettivo la sola soddisfazione dei tuoi clienti. Che a te costa, certamente, molto più che a loro.

LIBERO - 19 marzo 2009
Il coraggio dell'ereditiera
La Signora della Bmw, l'ereditiera Suzanne Klatten, ha denunciato un gigolò che aveva tentato di estorcerle 14 milioni di euro, dopo averne già ricevuti da lei 7. Helg Sgarbi, il ricattatore, è stato [...]

La Signora della Bmw, l'ereditiera Suzanne Klatten, ha denunciato un gigolò che aveva tentato di estorcerle 14 milioni di euro, dopo averne già ricevuti da lei 7. Helg Sgarbi, il ricattatore, è stato condannato a sei anni di carcere. Grazie alla lodevole rapidità della giustizia tedesca. In Italia, in attesa di giustizia, Helg sarebbe stato una star del Grande Fratello e avrebbe pubblicato un piccante libro. I soldi non sono stati restituiti; Sgarbi non si è strappato i capelli per la condanna, probabilmente perché avrà fatto due veloci conti: 1.200.000,00 € all'anno senza lavorare per sei anni. Quando uscirà dal carcere sarà un ricco e ingrigito cinquantenne che, tuttavia, spero vivamente, sarà irretito e impoverito dalle moine fanciullesche di una furba bruttina con la metà dei suoi anni. La pena del contrappasso sarebbe una giusta vendetta e ristoro delle donne vittime degli espedienti schifosi di quest'uomo. Donne socialmente e culturalmente preparate e, pur tuttavia, incapaci di rendersi conto del pericolo travestito da corteggiatore. Che cosa può indurre una donna ricca, bella, con una famiglia numerosa e apparentemente felice, a cedere alle lusinghe di un avventuriero neppure particolarmente di fascino? Forse il fatto che la felicità della famiglia sia solo apparente. Forse un marito anaffettivo e senza testosterone. Forse la solitudine interiore delle donne forti e ricche. Forse la voglia di trasgressione. Forse la fragilità narcisistica, una volta patrimonio dell'uomo. Certamente anche, oltre a queste cose, l'inaspettata capacità seduttiva di un maschio. Oggi, dal '68 in poi, le donne sono abituate a prendersi ciò che vogliono. Addirittura scelgono e puntano gli uomini che le sceglieranno. Sono loro, le donne, ad attivare strategie e tecniche di seduzione. Il che costa molta fatica e qualche frustrazione. Quando, invece, una donna così abituata si trova improvvisamente a essere oggetto di curiosità, attenzioni e lusinghe, perde i contorni del territorio di conquista e da cacciatrice si fa preda. Anche di un mascalzone. Ma non se ne accorge, perché ha sperimentato qualcosa di nuovo e di eccitante. Qualcosa di sconosciuto che la fa probabilmente tornare ai sogni sepolti nelle favole dell'infanzia, quando il principe risvegliava la bella addormentata. Che, tuttavia, nell'occasione, addormentata è rimasta e non ha potuto accorgersi che baci e carezze erano manovre truffaldine sul suo corpo per arrivare al conto in banca. C'è anche da dire che, da sempre, le regine e le donne di potere, per vendetta o per emulazione dei mariti, hanno accolto nella loro camera segretari e valletti. I quali però si accontentavano dell'onore di quello che ritenevano un privilegio esclusivo loro riservato. Oggi avere sesso da una donna non è per nessuno un privilegio, visto il buffet ricchissimo di "grazie" generosamente allestito dalle giovani donne e che gli uomini, se vogliono, hanno a disposizione. Fino ad abbuffarsene. Dunque, l'avventuriero seduttivo non può avere il sesso come obiettivo, servendogli invece come facile grimaldello per forzare la cassaforte danarosa dell'incauta e romantica bella addormentata. Nel nostro caso, però, la bella Lady BMW, appena risvegliatasi dall'ubriacatura di baci, sesso e videotapes, ha avuto il coraggio che uomini ricchi forti e potenti, vittime di tante sgualdrinelle, non hanno mai: ha denunciato il farabutto estorsore, senza vergogna e senza pietà. E' andata oltre l'imbarazzo verso la famiglia e verso il mondo, per fare giustizia dello sciacallaggio emotivo che ha subito. Giustamente da lei considerato più grave dell'emorragia economica provocata alle sue finanze. Perché noi donne siamo così: "è difficile spiegare certe giornate amare, lascia stare tanto ci potrai trovare qui, con le nostre notti bianche…."

IO DONNA - 21 febbraio 2009
Che cos'è la separazione di fatto?
Spesso, quando si sente parlare di "separazione di fatto" si pensa alla separazione delle coppie di fatto (ossia di conviventi). In realtà, a separarsi di fatto sono sempre coppie sposate: marito e [...]

Spesso, quando si sente parlare di "separazione di fatto" si pensa alla separazione delle coppie di fatto (ossia di conviventi). In realtà, a separarsi di fatto sono sempre coppie sposate: marito e moglie si lasciano e iniziano due vite separate, senza però chiedere l'intervento del giudice. Chi sceglie di separarsi solo così, solitamente, lo fa perché ritiene che non ci sia alcun rapporto giuridico da regolare (per esempio, nel caso di due coniugi che lavorano e che non hanno figli) oppure perché ha già trovato un accordo col partner (magari con una scrittura privata) e non crede necessario rivolgersi al Tribunale. In realtà, è importantissimo che la decisione di separarsi venga "ufficializzata" ricorrendo davanti all'autorità giudiziaria, perché la separazione "di fatto", dal punto di vista giuridico, è una "non separazione". Infatti, i coniugi - anche se, per esempio, ormai non vivono più sotto lo stesso tetto da molti anni- hanno ancora tutti i diritti e i doveri che derivano dal matrimonio; quindi, in astratto, uno dei due potrebbe citare l'altro in giudizio per la loro violazione. Inoltre, separarsi solo di fatto non permette di far maturare i termini previsti dalla legge per chiedere il divorzio e, poi, per risposarsi: questo perché è solo dalla prima udienza - fissata a seguito del deposito del ricorso per separazione – che iniziano a decorrere i 3 anni necessari per poter presentare la domanda di divorzio. Mai sottovalutare, quindi, l'importanza della separazione certificata dal Tribunale: lasciare il coniuge non è uno scherzo.

LIBERO - 17 febbraio 2009
Lo stato insorge
La violenza, qualsiasi forma di violenza, è il più grave insulto alla libertà dell'individuo. E la libertà – libertà di pensare, di essere, di volere, di scegliere – è il bene assoluto cui tutti [...]

La violenza, qualsiasi forma di violenza, è il più grave insulto alla libertà dell'individuo. E la libertà – libertà di pensare, di essere, di volere, di scegliere – è il bene assoluto cui tutti aspiriamo e per il quale ogni giorno della nostra vita combattiamo piccole e grandi battaglie. Dunque, la violenza ripugna a chiunque. O dovrebbe. Certamente non ripugna ai violenti e violentatori, ma anche sembra lasciare indifferenti coloro che per elezione hanno il compito di tutelare la sicurezza e la libertà delle persone. E' insopportabile e orrendo che ogni giorno la notizia di apertura dei media sia sempre quella di uno stupro ai danni di una ragazza, di una giovane o matura donna, persino di un'anziana. E' vergognoso che le altre notizie, a seguire, siano sempre le stesse: omicidi, aggressioni, rapine, borseggi. Violenze sempre, quindi, sia sulle persone sia sulle cose. Nelle strade, nei garages, negli ascensori delle nostre case, nei giardinetti del quartiere, nel nostro stesso appartamento. E lo Stato cosa fa? Sta a guardare lo scempio e lo strazio mentre, già incapace di governare e punire i violenti di casa nostra, spalanca porte e portoni (anche del carcere, in uscita) a clandestini pronti a delinquere. A uomini disperati, frustrati, e falliti cui non resta altro che ubriacarsi e ammazzare bambini con auto rubate, oppure rubare, sempre per ubriacarsi, e poi stuprare a ogni ora del giorno e della notte. Non sono razzista, ma credo fermamente che non si possa offrire solidarietà in termini di ipocriti moralismi. Così facendo si crea e si moltiplica la confusione sociale, sprecando occasioni di reale tutela e perdendo di vista gli obblighi di sicurezza sociale. Il profilo dei fatti, privo di pregiudizio, dimostra che negli ultimi quattro anni il 60% degli stupri e delle violenze è opera di stranieri. Ma lo Stato, e chi lo rappresenta sia nella maggioranza sia nell'opposizione, sa che cosa vuol dire per una donna vivere con l'incubo dello stupro? Le donne violate raccontano la vergogna, la rabbia, il dolore che le affligge per il resto della vita. Ci parlano della loro anima che sentono sporcata e che straziano per strapparle i brandelli brucianti del ricordo. Del tormento nel fare anche l'amore e del ribrezzo trattenuto nel toccare il corpo di un uomo. Della disperante angoscia nel mettere al mondo una bimba. E questo lo raccontano le donne più forti, che dopo la tragedia hanno cercato di tornare a vivere. Ma anche le donne fortunate, quelle che non hanno ancora incontrato l'orco nostrano o forestiero, non vivono con serenità. Sono intanto preda della paura per sé, le figlie, le madri, le sorelle. La conquistata autonomia sociale e giuridica è fortemente ipotecata dal terrore di imbattersi nella violenza del maschio bruto, dentro e fuori casa. E non solo la violenza, ma anche la paura della violenza, atterrisce e paralizza, frena i pensieri e interrompe i progetti. Induce all'immobilità come forma di autotutela. Incrina la speranza e ghiaccia la generosità. Chi vive con l'incubo della violenza, non vive. Vegeta nel timore e nel rancore. Non è questo lo Stato che noi tutti vorremmo, cioè un mondo di violenti in libera uscita e di donne morte o vegetanti. Ma questi uomini politici che si indignano solo per la violenza polemica dei loro avversari, e queste donne politiche che passano le ore nelle salette trucco della TV accudite dalle scorte, pagate da noi, sanno forse di che cosa stiamo parlando? Oppure per loro la questione femminile si arresta, pateticamente, alle quote rosa? ANNAMARIA BERNARDINI de PACE