ARTICOLI 2010

IL GIORNALE - 29 dicembre 2010
Ma l'utero in affitto ai gay sfratta la dingità delle donne
Elton John ha finalmente soddisfatto la sua voglia di paternità (o maternità?) ricorrendo a una mamma a tempo, incubatrice di un embrione costituito dal suo seme (o da quello del compagno?) e da [...]

Elton John ha finalmente soddisfatto la sua voglia di paternità (o maternità?) ricorrendo a una mamma a tempo, incubatrice di un embrione costituito dal suo seme (o da quello del compagno?) e da un'ovodonazione di segreta provenienza. Come del resto aveva già fatto Ricky Martin e come continueranno a fare molte coppie omosessuali. In particolare, perché l'adozione per loro è ancora più lunga e complicata che per le coppie eterosessuali. Così, però, la donna ha raggiunto l'apice della strumentalizzazione: usata a tempo, per la sola gestazione, come una valigia, un'anfora, un carrello del supermercato. Deprivata, per contratto, d'ogni sogno, pensiero, emozione, sentimento legati alla creazione di una vita dentro di sé. Forse sono vittima di un pregiudizio, ma non riesco ancora a capire e giustificare la maternità surrogata. Non sono d'accordo sul principio che il desiderio di maternità sia un diritto e come tale vada tutelato, stando ai concetti espressi dal giudice romano dottoressa Schettini, quando autorizzò, nel 2000, una coppia a impiantare l'embrione, da fecondarsi in provetta, nell'utero di un'amica, purché questa lo accettasse senza scopo di lucro. Non sono neppure d'accordo, soprattutto, nell'interpretare la sterilità come una patologia da aggirare con audaci metodi scientifici, invece che un segnale del destino. Sono del parere, piuttosto, che bisognerebbe dare una famiglia a tutti i bimbi rimasti soli, e non un bimbo, ottenuto con metodi spericolati, alle coppie infertili. Ma questa è un'opinione personale; come lo è la più rigorosa opposizione alle pratiche abortive che, tuttavia, non mi ha impedito di combattere, a suo tempo, perché ci fosse una legge idonea a tutelare la salute e la psiche di chi contraria non è. Uno Stato laico, del resto, deve tener conto della pluralità dei pensieri dei suoi cittadini e non può trascurare le minoranze. Se il progresso scientifico, con coraggio e audacia, propone nuove soluzioni per superare il problema della sterilità, è giusto che lo Stato se ne faccia carico predisponendo direttive e regole che cautelino i cittadini dall'improvvisazione e dagli inganni. In Italia, invece, nulla di tutto ciò. Non se ne discute, entro i confini nazionali, se non nel codice deontologico medico, che vieta la fecondazione in utero per conto terzi. Eppure è dal 1985 che si è affermato, nel mondo, questo nuovo metodo riproduttivo: Kim Cotton, in Inghilterra, è stata la prima locatrice del proprio ventre. Da allora, la pratica si è diffusa, oltre che nel Regno Unito, in America, Canada, Russia e Ucraina, Spagna e India, Paesi nei quali c'è una legislazione accurata e puntuale che salvaguarda i genitori biologici da eventuali inadempienze delle precarie portatrici di gravidanza. Questa è la ragione per cui, ormai, molte coppie sterili e gay viaggiano, anche dall'Italia, per dedicarsi al, non più avveniristico, shopping di pance. Le vetrine sono invitanti e in grande competizione fra loro. L'America ha un'organizzazione avanzatissima, ma l'Ucraina non si fa per nulla criticare. Ho scoperto che lì viene offerto un pacchetto vip per maternità surrogata, a 30mila euro. Tutto compreso: dalla prima visita al rilascio dei documenti anagrafici e del passaporto per il neonato, passando attraverso la scelta della madre surrogata, calcolando il costo dei servizi medici e medicali, legali e alberghieri, fino alla previsione, addirittura, di interpreti, ristoranti ed escursioni turistiche. Il che mi inquieta. Per quella briciola di calcolo allettante che intravedo. Il problema è grande e non è solo degli Stati laici. Che può dire il Vaticano di tutto ciò, quando la prima maternità surrogata la si trova nella Bibbia? Abramo, infatti, si racconta, con l'accordo preventivo della moglie Sara, sembra abbia generato un figlio «prendendo in prestito» il corpo della schiava Agar. Senza ormoni, medicine e agoaspirazioni, probabilmente con l'indispensabile passione estemporanea, ma pur sempre usando la donna come semplice cavità. E che possiamo dire, tutti noi, quando forse stiamo assistendo all'ennesimo percorso evoluzionistico, che porterà all'uguaglianza assoluta e definitiva del maschio e della femmina, fino a non poter più esclamare «viva la differenza»?

IL GIORNALE - 22 dicembre 2010
Cari lettori, a Davide serve che la madre si dimostri coraggiosa
Davide chiede al padre di lasciare l'amante e di "tornare" in famiglia. Da dove sembra non sia mai partito, peraltro, preferendo dirigere due situazioni parallele. La sorella lo sostiene, [...]

Davide chiede al padre di lasciare l'amante e di "tornare" in famiglia. Da dove sembra non sia mai partito, peraltro, preferendo dirigere due situazioni parallele. La sorella lo sostiene, dichiarandosi orgogliosa del fratello. Silenzio del padre e silenzio della madre. Però, i lettori si indignano con me e stanno dalla parte di Davide. Premesso che anch'io "sto dalla parte di Davide", nel senso che condivido il suo dolore per la famiglia disunita e per il purgatorio in cui lo fanno vivere i suoi genitori, riassumo i motivi di contrasto dei lettori (tranne due, tutti uomini) con la mia tesi. Che, ricordo, è la seguente: il tradimento coniugale è una slealtà le cui conseguenze devono essere decise dai coniugi in tempi brevi, proprio per non coinvolgere i figli. O ci si passa sopra con l'impegno che non si ripeta, o ci si lascia. Il terzo incomodo è un complice, ma non può essere demonizzato al posto del traditore. L'amante parallelo alla vita familiare squalifica il traditore, umilia il tradito, devasta la psiche dei figli consapevoli. L'unico rimedio sano, in questi casi, è la separazione, che può rimettere in gioco la vita e i sentimenti di tutti, nel segno del cambiamento positivo, perché espressione di verità. Apriti cielo: molti lettori mi hanno accusata di parlare così per interesse professionale; tutti sono convinti che i figli debbano prendere posizione per riprendere il fedifrago; una signora maledice il divorzio come istituzione voluta dalla sinistra e, in alternativa, vorrebbe lo Stato presente in casa per guidare i coniugi confusi; un altro lamenta che non ci siano la voce del padre e della madre a dire la loro; un'altra signora invita al dialogo più aperto in famiglia per evitare i divorzi; un altro, definendo "raccapricciante" il mio pezzo e "splendida" la lettera di Davide, critica quella che, secondo lui, è la mia difesa del diritto all'egoismo dei genitori; un altro ancora, dichiarandosi portatore di una scintilla, si augura che il padre scopra la sua scintilla e torni da Davide ascoltando il suo grido di dolore; un altro infine giudica il mio pensiero come un armeggiare il mio bagaglio professionale e lo bolla di relativismo etico, mentre loda Davide per il suo intervento e si augura che il suo desiderio venga soddisfatto con il ritorno del padre. Ribadisco che la sofferenza di Davide è ingiusta, come è ingiusto aver creato un'atmosfera familiare così brutta e dolorante tanto da spingere un figlio a invocare la soluzione che, a lui, sembra la più facile: chiedere al padre di interrompere il comodo, per il padre, doppio gioco. A favore della moglie e licenziando l'amante. E' a tutti evidente che in questa storia, come in migliaia simili, sono tutti i protagonisti perdenti e infelici: i figli che vivono in una famiglia anagrafica priva di sentimenti vitali; la moglie che subisce inganni e ferite ogni secondo della sua vita e che è convinta di dover sopportare per amore dei figli; il marito che soffre della sua incapacità di stare correttamente da una parte o dall'altra; l'amante che si accontenta di briciole avvelenate dopo essersi seduta a una tavola, da inaspettata ospite. Questo florilegio di sacrifici, che perdura da tre anni, può mai produrre qualcosa di positivo nella vita di queste persone? E qualora mai il padre, decidesse di tornare da quella povera madre, lei ne sarebbe davvero felice? Forse i figli sarebbero contenti di aver eliminato l'altra, ma alla loro madre che cosa riserverebbe il futuro? La sua dignità, massacrata da anni di sopportazione del dolore più crudele che può subire una moglie, potrebbe anche avere dei sussulti di rigetto verso il fedifrago. Oppure, se veramente santa, potrebbe persino perdonare e porgere l'altra guancia. O anche potrebbe persino tenerselo, facendogliela pagare per sempre. In ogni caso i sentimenti di questa coppia sarebbero deteriorati dai ricordi, dalla vergogna, dalla paura. In fondo fino a oggi quest'uomo ha trattato la madre dei suoi figli come una baby sitter di lusso, una governante, una maschera di moglie. Come potrebbe ripagarla, tornando da lei? Questa signora, più di ogni altro nella storia che ci è stata raccontata, avrebbe diritto a riprendersi la sua vita, i pensieri, i sogni per esplorare altre possibilità di amore. Più rispettose e appaganti di quelle che i figli sperano per lei. E meno tiranniche e avvilenti di quelle che le riserva il marito. Il divorzio, che non è stato voluto dalla sinistra, ma da una matrice liberale del nostro paese, è davvero un rimedio all'infelicità. Nessuno, tantomeno questa sfortunata signora, succuba di un pericoloso buonismo, ha il dovere di sopportare il dolore creato da un altro e che dilaga giorno per giorno nella sua esistenza. Se si decide, invece, di scegliere il martirio sacrificale, si ha il dovere di non coinvolgere i figli. Che, a loro volta, hanno il dovere di rispettare, per quanto è possibile, le scelte dei genitori. Sbagliate o giuste che siano. Un conto sono i coniugi, che possono, se vogliono, divorziare; un conto i genitori che, come tali, restano sempre in coppia, anche se in case separate. E i figli hanno diritto alla bigenitorialità. Per legge. E hanno il dovere, per amore disinteressato verso i genitori, di non considerarli solo in questo ruolo. Auguri, cara signora mamma di Davide: che il Natale le porti in dono la generosità dei suoi familiari e dei nostri lettori.

IL GIORNALE - 19 dicembre 2010
Papà tradisce mamma? I figli ne stiano fuori
Caro Davide, non sono d'accordo con i contenuti della tua lettera, nella quale inviti il papà a lasciare l'amante - dopo tre anni - e a scegliere la famiglia. Racconti che state tutti lacrimando, [...]

Caro Davide, non sono d'accordo con i contenuti della tua lettera, nella quale inviti il papà a lasciare l'amante - dopo tre anni - e a scegliere la famiglia. Racconti che state tutti lacrimando, siete stanchi di combattere e quest'altra donna non merita amore, giacché ha due matrimoni alle spalle e ha distrutto la vostra famiglia. Non sono d'accordo prima di tutto perché sono passati tre anni di troppo. Questi discorsi, o si fanno nel momento in cui si svela il tradimento o sono del tutto fuori luogo. O si chiude o si ricostruisce. Se tuo padre non è stato leale e tua madre ha voluto accettare il perpetuarsi nel tempo dell'umiliazione dell'infedeltà, te la devi prendere con entrambi, oppure subire il disagio che, appunto entrambi, hanno creato ai figli. In tutte le cose a due, c'è quasi sempre corresponsabilità. Tu, inoltre, sei la vittima di quel modo di pensare per cui i coniugi si convincono di dovere stare insieme «per i figli»: lui non lascia la moglie ma si tiene l'amante, lei non lo caccia di casa, ma riesce a schierargli i figli contro e, intanto, tutti aspettano che succeda qualcosa di risolutivo. Nel frattempo, però, i figli diventano l'alibi, facilissimo e vile, per nascondere se stessi e ricattare l'altro. I sentimenti di tutti restano sospesi, il problema non detto, ma sofferto, sostituisce coi silenzi il dialogo familiare. Quel problema, negato, si aggrava ogni giorno, producendo in tutti danno e dolore. Si combatte per mantenere l'indissolubilità del matrimonio, vedendone l'insidia solo nell'amante fisso. E così, giorno per giorno, la famiglia produce egoismo e cattiverie, finendo col ritrovarsi denutrita di affetti e di valori. L'idea della separazione minaccia la certezza di ciò che si è acquisito, per cui si preferisce sperare che tutto torni come prima, quasi non fosse successo niente. Ma quello che è successo è grave, gravissimo: avere un amante durante il matrimonio è un atto di aperta slealtà, che viola il principio della reciproca solidarietà morale e materiale dei coniugi, il fondamento cioè del matrimonio. Nel momento tragico e doloroso in cui si scopre di essere traditi, ci sono solo due strade serie da percorrere: o si prende atto che l'amore è finito e, se l'amore è stata la motivazione basilare del matrimonio, ci si separa; oppure ci si mette in discussione, non si considera il tradimento sessuale come inganno e lo si accetta. Accettando, in entrambi i casi, le sofferenze, le difficoltà, i cambiamenti. Senza recriminazioni, senza insulti, senza false aspettative. Molti, invece, confondono l'amore con il diritto allo stato coniugale acquisito: il matrimonio deve durare, perché è la garanzia di un'obbligatoria felicità. Dimenticando che nessuno ha il diritto alla felicità, quando invece l'infelicità coniugale dà il diritto a chiedere la separazione. Diritto che c'è, e andrebbe attivato da uno dei coniugi, quando la vita familiare è intollerabile per l'importanza assunta, nel bene e nel male, da una persona esterna alla famiglia. Caro Davide, non è proprio giusto accusare solo questa donna che, tutt'al più, può essere considerata complice dell'infedeltà di tuo padre e del tutto priva di solidarietà femminile verso tua madre. Se proprio hai voglia di giudicare, devi prendere in esame le possibili colpe di tutti. Perché, secondo te, il cuore di tuo padre dovrebbe essere «oscurato» dai sentimenti di una donna o per lei, quando invece lui potrebbe raccontarci, solo per esempio, di essere stato trascurato troppo a lungo da tua madre? Oppure di essere un traditore seriale, sempre accettato tranne questa volta? In ogni caso è privo di coraggio, come pure tua madre, laddove entrambi preferiscono nascondersi tartufescamente dietro la maschera del ruolo familiare, sulle spalle fragili di voi figli, invece di vivere la verità. Sono convinti di soffrire per amore, e soffrono invece per egoismo e incapacità. La separazione non è il danno maggiore, rispetto a quello di un matrimonio infelice. E di una famiglia devastata nella stessa casa. Non voglio così farti dire che per me è facile e comodo esprimere questi concetti, visto che sono avvocato divorzista. Ti assicuro che vivo nel mio lavoro i miei valori più sentiti, e non viceversa. La scelta della separazione per quanto difficile, dolorosa e faticosa, costituisce l'unica possibilità di essere coerenti con valori quali la verità, il coraggio, l'autonomia, la lealtà. Non è la separazione a distruggere una famiglia seria e sana e non è la convivenza nello stesso territorio a renderla solida e pulita. A volte, la verità e la trasparenza di una corretta separazione possono salvare la famiglia dalla dissoluzione dei sentimenti. Voi figli non dovete accettare di portare i pesi gravi e grevi che sembrano imporvi genitori confusi e non coraggiosi. Non siete la colla per tenere insieme due coniugi, allontanatisi da tempo, che stanno pagando, forse, una tangente al ruolo genitoriale. Ma questo non è rispettoso di voi, delle vostre giovani vite, della vostra libertà di scegliere senza schierarvi con nessuno. Non dovete più essere la polizza assicurativa di un matrimonio unito, non avete il dovere di lacrimare perché nasca un fiore nel deserto d'amore che respirate ogni giorno. Caro Davide, non chiedere dunque più al papà di «tornare da voi»; aiutalo invece ad andarsene con coraggio e responsabilità affettiva. Offri alla tua mamma l'opportunità di sentirsi ancora amata, senza obbligare qualcuno a farlo. Aiuta entrambi a essere consapevoli e creativi. La separazione non è una vergogna: è un rimedio necessario a un matrimonio sbagliato o esaurito; un'alternativa pulita alla simulazione o al gelo affettivo. Non è una sconfitta, né un fallimento. È un nuovo progetto, che rimette in gioco forze e debolezze nel segno della sincerità. Anche a favore dei figli, per educarli alla vita e ai cambiamenti, quando sono necessari. E, comunque sia, caro Davide, riprenditi la tua vita e continua a credere nei sentimenti, anche se a volte cambiano.

IL GIORNALE - 14 dicembre 2010
La sinistra cerca di usare pure i bebé
Mi rifiuterei di chiederlo, prima ancora che di farlo. La deputata del PD, Federica Mogherini, invece, propone che una deputata del PDL non si rechi a votare la sfiducia, per compensare la sua [...]

Mi rifiuterei di chiederlo, prima ancora che di farlo. La deputata del PD, Federica Mogherini, invece, propone che una deputata del PDL non si rechi a votare la sfiducia, per compensare la sua assenza, obbligata dalla necessità di partorire. Bell'inizio di maternità: strumentalizzare il figlio, prima ancora che nasca, come argomento suggestivo. E' il più facile e deteriore ricatto emotivo che possa proporsi, come siamo abituati a vedere nel canovaccio delle più squallide separazioni. E' peraltro imbarazzante, per giustificarlo, che si parli di fair play o di solidarietà femminile, proprio in uno scenario, quale quello di Montecitorio, dove non solo non si gioca con eleganza, ma si bara spensieratamente nascondendosi assi nelle maniche e jolly nelle mutande. Tra l'altro non mi è sembrato astuto che la Mogherini abbia paragonato la situazione numerica incerta, a un "giro di roulette", così ricollegando, nel pensiero di tutti, la roulette a Montecarlo e, dunque, al vero responsabile del pasticcio politico attuale. Lo Stato è ormai diventato un tinello odoroso di minestrone: si fa la conta dei cognati, delle amanti e delle partorienti, prima di apparecchiare e di assegnare i posti. Il Presidente della Camera, che da tanto tempo si era organizzato e stava organizzando questa festicciola del pallottoliere, avrebbe potuto per tempo proporre un'opportuna modifica al regolamento della Camera. Tanto più che forse non è un problema nuovo: ai tempi di Irene Pivetti, lei si rifiutò di lasciare il suo piccolo appena nato quando fu chiamata per sostenere col voto una mozione parlamentare. Mi sembra che disse di sentirsi in dovere di rifiutare di soccorrere un governo appeso a un voto, quando c'era un neonato più bisognoso di cure. Oggi il problema è che il neonato FLI spera nell'aiuto della nascitura Marta per abbattere, a colpi di sfiducia, il Governo in carica. Siamo messi davvero male se, accanto al tinello, invece della Camera, c'è una nursery urlante di neonati aggressivi e oggetto di speculazione politica. Con buona pace dei valori di libertà, responsabilità personale e lealtà verso il Paese e gli elettori. In attesa di un regolamento della Camera che valuti la nascita di un figlio non come malattia, né come missione, bensì come valore assoluto, tale da tutelare entrambi i genitori parlamentari (perché un padre non dovrebbe avere il diritto di stare in sala parto con la moglie?) senza che vengano meno al dovere politico, è dunque davvero da lunatici e cervellotici far ruotare il destino di sessantamilioni di persone intorno ai tempi incerti e imprevedibili delle doglie. L'unica autentica solidarietà femminile – e maschile soprattutto - è nel partecipare con gioia alla nascita di Marta e degli altri attesissimi bimbi, senza fare sentire ingiustamente in colpa puerpere e partorienti. L'alternativa, potrebbe essere quella di attrezzare una sala parto in un'ala del Parlamento (al Senato dovrebbe essere inutile per raggiunti (?) limiti di età).

IL GIORNALE - 12 dicembre 2010
Quando il bimbo in provetta fa scattare il divorzio
Un marito ha chiesto la separazione dalla moglie, con addebito a lei della responsabilità della frattura coniugale, quando ha scoperto che la loro figlia non era stata da lui concepita, bensì [...]

Un marito ha chiesto la separazione dalla moglie, con addebito a lei della responsabilità della frattura coniugale, quando ha scoperto che la loro figlia non era stata da lui concepita, bensì fecondata con seme eterologo. Senza che lui sapesse niente, ma anzi essendo stato ingannato dalla moglie che, di nascosto, si era recata all'uopo in una clinica spagnola e aveva poi fatto credere al marito, in realtà sterile, che si fosse trattato di un concepimento naturale. La linea difensiva della donna si è risolta nel rinfacciare il proprio diritto alla maternità e nel giustificare la sua menzogna, perché detta «a fin di bene». Ebbene, la difesa fa acqua da tutte le parti e, anzi, si risolve in un'aperta confessione di colpevolezza e nella prova, dunque, che la signora ha violato i principi e gli obblighi sui quali si fonda il matrimonio. Il matrimonio, sul piano civilistico, è un negozio giuridico bilaterale, un atto personalissimo caratterizzato dalla massima libertà: solo la volontà di sposarsi può vincolare chi decide di farlo, e a tale vincolo si rimane soggetti finché dura il consenso a continuare ad esserlo. Dal matrimonio derivano obblighi reciproci per i coniugi, che si trattano, e sono trattati dalla legge, su un piano di pari dignità giuridica. Gli obblighi sono: fedeltà, solidarietà morale e materiale, collaborazione e coabitazione. Non esiste nessun dovere di procreazione e, dunque, nessun diritto corrispettivo. Questo concetto del «diritto alla maternità» è nato da una interpretazione confusa ed estesa del principio costituzionalmente garantito della tutela della maternità. Ai tempi in cui si discuteva della legge sull'aborto, e al grido «l'utero è mio e me lo gestisco io», fronde cattoliche estremiste e altrettanto estreme fronde femministe, hanno giocato sull'equivoco tra i diritti femminili nascenti dalla maternità (assistenza, tutela, indennità, conservazione del posto di lavoro eccetera) e il diritto della donna a decidere in via esclusiva sulla prosecuzione di una maternità indesiderata. Da qui, secondo me, l'idea assurda e peregrina che vi sia un diritto femminile a procreare, anche come espressione reciproca del corrispondete dovere maschile. E, di conseguenza, la violazione dell'obbligo da parte del maschio sterile che, non potendo soddisfare il presunto diritto della moglie alla generazione obbligatoria, sarebbe da considerarsi inadempiente ai doveri matrimoniali. Così non è, e lo suggerisce il buonsenso stesso. Purtroppo in un'epoca in cui le donne sono molto, troppo, competitive tra loro e ritengono, ciascuna, di avere diritto a ciò che le altre già hanno, anche i figli - oltre al denaro, alla casa, al lavoro - diventano oggetti irrinunciabili del desiderio. A qualsiasi costo. E se l'uomo, cui hanno affidato tutte le loro richieste, non può adempiere, che problema c'è? Si ricorre a un'altra soluzione, convinte come sono, tutte, di agire nel proprio diritto e per l'attuazione di un diritto insindacabile. Se questo avviene nell'ambito della propria libertà personale senza coinvolgere alcun uomo (né per lo status, né per il cognome, né tanto meno per il patrimonio e il reddito) è perfino encomiabile. Ma quando la donna non è sola e ha un uomo cui rendere conto, il suo potere - perché la maternità è ormai un potere e non è mai stata un diritto - ha confini molto ben limitati, perché agisce su un territorio giuridicamente rilevante. Se non c'è matrimonio, i diritti e i doveri dell'uomo in questione devono essere trattati sullo stesso piano di quelli della donna, che pretende di essere madre per privilegio personale. Se questo non succede, quella donna forse non sarà perseguibile per truffa (anche se spesso artifizi e raggiri sono il presupposto perfino di molte nascite «naturali») ma certamente il suo comportamento è tutt'altro che onesto. Se poi addirittura c'è un matrimonio, il concepire un figlio in provetta e il far credere al marito che lui ne sia il padre, è un vero e proprio tradimento. Non inteso in senso sessuale, ma come abietta violazione del dovere di lealtà coniugale. La fedeltà, e l'obbligo di fedeltà, è da intendersi infatti, secondo la legge e la giurisprudenza, nel senso più ampio di lealtà, sì da comprendervi anche la sincerità e la condivisione di tutti gli importanti accadimenti della storia di vita matrimoniale, che i coniugi devono scrivere insieme. Perché c'è un patto, una parola data e l'assunzione di uguali responsabilità. Su ogni questione importante deve esserci schiettezza e accordo. La fiducia nella coppia è un legame intimo e profondo, che impone il massimo rispetto della verità. La menzogna, l'inganno, il nascondimento, il tradimento della fiducia insomma creano nella coppia un alone di sporco che, prima o poi, viene in superficie e disintegra la forza di coesione della fiducia. Fino a imporre la revoca del consenso alla volontà di stare insieme e a giustificare il diritto alla separazione. Peraltro, chi mente, chi viene meno a un impegno morale, a un obbligo assunto anche giuridicamente, è un vile, incapace di parlare, di chiarire, di chiedere. È senza coraggio e onestà. Non ci sono bugie «a fin di bene»: le menzogne nascondono solo i capricci e le inadeguatezze di chi le dice. Se poi la menzogna nasconde la verità di una piccola vita che cresce ogni giorno, è gravissima, perché non offende solo il coniuge, non si limita a distruggere un matrimonio, ma si perpetua nel tempo ipotecando per sempre la relazione della madre col figlio. Nel nome di un inesistente, malinteso e pericoloso, diritto alla maternità.

IL MESSAGGERO - 26 novembre 2010
I peccatori si sono moltiplicati. Sono quasi un allarme sociale.
Condannati per l'eternità nel girone dei lussuriosi, Paolo e Francesca restano alla storia, nei termini poeticamente descritti da Dante, come gli addolorati interpreti del peccato di chi non ha saputo [...]

Condannati per l'eternità nel girone dei lussuriosi, Paolo e Francesca restano alla storia, nei termini poeticamente descritti da Dante, come gli addolorati interpreti del peccato di chi non ha saputo anteporre alla pulsione amorosa i precetti morali. Nel XXI secolo, i precetti morali sono evaporati, a favore d'un malinteso diritto individuale alla felicità, al piacere, ad avere tutto. I matrimoni, che all'epoca erano quasi sempre frutto di scelte familiari, di interessi politici, di accorte strategie patrimoniali, oggi invece sono liberi percorsi progettati nel consenso assoluto della coppia. Consenso che può essere revocabile, per legge, con la separazione che, in genere, prelude al divorzio. Eppure l'adulterio, che da qualche decennio non è più reato, costituisce quasi un allarme sociale: le statistiche dell'ottobre 2010 ci raccontano che il 55% dei mariti e il 45% delle mogli hanno tradito almeno una volta; che il 60% approfitta della pausa pranzo; che, tra tutti i tradimenti, il 70% si risolverebbe in una "scappatella", mentre il 30% si trasformerebbe in relazioni stabili. E' un allarme sociale; non solo perché uno psicologo giapponese sostiene che chi tradisce è più stupido della media e certamente inaffidabile nei rapporti di lavoro, ma anche perché il fedifrago – se il coniuge non tollera o non si adegua – dà luogo, oltre al dolore, a una serie di costi evitabili: psicologi, tranquillanti, avvocati, investigatori e, in ogni caso, cioè anche prima del divorzio, alla duplicazione delle spese familiari. Il matrimonio, dunque, è una scelta libera. Ma non sempre abbastanza consapevole e meditata. E, pertanto, precaria. Ne sono prova i tradimenti e le decine di migliaia di separazioni, in crescita ogni anno. Ciascuna di queste storie, frutto di ordinaria irresponsabilità affettiva e banale ricerca di emozioni, difficilmente sarà raccontata nel cuore prezioso di una Divina Commedia. In quel tempo, "galeotto fu il libro" che travolse nella passione i due amanti; oggi, complici sms e mail capaci di insinuarsi ovunque si trovi l'oggetto dell'interesse clandestino, per raggiungerlo e consumare tradimenti seriali, i "peccatori carnali" si sono moltiplicati. E non sono più, come Paolo e Francesca, anime "affannate" per sempre unite nella "bufera" instancabile che le trascina, bensì uomini e donne che rincorrono la trasgressione e si rincorrono tra loro, senza sosta e senza vergogna. Neppure per il dolore che, con bovina indifferenza, sanno spargere sugli altri.

IL GIORNALE - 26 novembre 2010
Chi fa prostituire i figli va punito come un omicida
Fin da quando aveva sei anni, la mamma gli metteva lo smalto rosso sulle unghiette e gli pettinava i capelli, che aveva lasciato crescere lunghi fino alle spalle, e poi lo affidava al papà. Il quale, [...]

Fin da quando aveva sei anni, la mamma gli metteva lo smalto rosso sulle unghiette e gli pettinava i capelli, che aveva lasciato crescere lunghi fino alle spalle, e poi lo affidava al papà. Il quale, a tarda sera, lo portava in una baracca, lo stendeva su di uno sporco giaciglio e si appostava sulla porta per incassare il denaro da numerosi, lascivi, perversi, porci e brutali uomini che, l'uno dopo l'altro, abusavano di lui, fingendo che fosse una piccola lei. Lo sodomizzavano, violavano la sua tenera piccola bocca, ancora incorniciata da denti da latte. Si rivelavano, ai suoi occhi, non più innocenti, nella loro schifosa disumanità. Un giorno per strada, il disgraziato bimbo è stato intercettato dai vigili e affidato al centro del Bambino maltrattato. Ma i feroci genitori, spalleggiati da quattro amici, hanno fatto irruzione nella comunità e hanno rapito il bimbo, dopo avere bloccato - spruzzandole sul viso uno spray fortemente urticante - la coraggiosa educatrice, che col suo corpo aveva tentato di proteggerlo. Subito dopo e per i tre anni successivi, questi ripugnanti genitori hanno rimesso di nuovo in moto la macchina di sesso e soldi, che osavano chiamare figlio, finché le forze dell'ordine non l'hanno ritrovato e ricoverato in una comunità protetta. Qui il dolente ragazzino, che della vita aveva conosciuto solo la parte più abietta, ha cominciato a raccontare. Prima frammenti di ricordi sporchi e amari, poi dichiarazioni sempre più precise e circostanziate, con dettagli tragici e disgustosi. È stato considerato attendibile dal giudice che, in base alla sua narrazione, nell'aprile 2008 ha sottoposto i genitori alla misura della custodia cautelare. Nel frattempo, il sindaco ha nominato per lui un avvocato e davanti a un altro giudice si è svolto il percorso di adottabilità. Malgrado le sue ovvie fragilità psicologiche, conseguenti ai gravi traumi subiti, la depressione e l'ansia angosciante, il ragazzo, che ora ha tredici anni, ha trovato una famiglia generosa che si è assunta il coraggioso compito di fargli dimenticare il male. Oggi, quegli esseri indefinibili che hanno osato per qualche anno definirsi suoi genitori, sono stati finalmente condannati. Diciotto anni di carcere, perché hanno indotto il figlio, con meno di 10 anni, a prostituirsi e dunque a subire violenze sessuali di ogni genere, con abuso di autorità e con le aggravanti della continuazione e della parentela. Purtroppo non hanno condannato tutti gli abusanti, ma solo gli ormai ex genitori. Può sembrare una pena eccessiva, se paragonata a quella che si infligge a un assassino giudicato con rito abbreviato. Secondo me, questi meritavano l'ergastolo. Purtroppo il codice non lo prevede. Maltrattare il figlio così, con questi scandalosi comportamenti, vuol dire ucciderlo giorno per giorno, ogni momento. Significa consegnare alla vita un bambino con l'anima deturpata e i sogni abortiti. Prendere soldi da chi sporca, turba e martoria il piccolo figlio ogni sera, è quasi più tragico che ucciderlo in un raptus. Perché c'è la lucidità di nutrire il proprio terribile egoismo, l'inettitudine personale, la miseria del cuore. L'infelice ragazzo, nella sua infinita disgrazia, ha trovato tante donne - il sindaco Letizia Moratti, l'avvocato Chiara Belluzzi, il giudice Elly Marino, l'educatrice Giorgia Caforio - che per lui hanno fatto quello che l'innominabile madre non ha voluto fare. Dal loro accudimento umano e professionale è rinato ed è stato lavato dalle porcherie che gli incrostavano i pensieri. Ma anche tanti uomini, poliziotti e magistrati, che gli hanno accordato ascolto, protezione e giustizia. Come un padre, non ignominioso come il suo, dovrebbe assicurare. Tutta questa brutta storia ha come sfondo un campo rom e il ragazzino è rom. Cambia qualcosa il saperlo ora? No di certo, perché il valore della vita non ha colore né etnie. Milano, dal sindaco alle istituzioni ai professionisti, ha dato un grande esempio di civiltà, sociale e giuridica. Ma anche di amore.

IL GIORNALE - 24 novembre 2010
Che lagna questi elenchi dei disfattisti
Vieni via con me? Proviamoci. Può essere interessante. In particolare sembra si parli del corpo delle donne, ed Emma Bonino ha sempre cose intelligenti da dire. La scenografia intanto incuriosisce: [...]

Vieni via con me? Proviamoci. Può essere interessante. In particolare sembra si parli del corpo delle donne, ed Emma Bonino ha sempre cose intelligenti da dire. La scenografia intanto incuriosisce: ampia, rossa e disseminata di microfoni. Tuttavia, dopo un po', sembra solo provocatoria: tutti parlano, cantano, recitano elenchi, ma sempre con un tono di voce sommesso e dimesso. Facce di circostanza e movimenti a passetti veloci sulle punte, come in chiesa. Forse è una metaforica bordata alla televisione urlata. E un po' fa sorridere questo orpello ipocrita da salotto buono. E' l'unico sorriso che può suscitare la trasmissione. Infatti, travolti da una sequela di litanie lagnose, dolorose, inquietanti, progressivamente ci si può trovare preda di violenti attacchi di claustrofobia. Saviano dà il colpo di maglio magistrale, sfornando eco balle e spazzatura come se piovesse. Ha ragione nel mettere in luce la gravità e le cause di questo problema. E' encomiabile la sua lotta frontale alla camorra. E' lodevole la sua diligenza nell'andarsi a studiare tutte le carte dei relativi processi. Però, ha un pensiero continuamente sinistro, parla con retorico populismo, emana disfattismo. Mai una parola positiva, un suggerimento, un'iniezione di intelligente costruttività. E' sacrosanto informare raccontando, ma un minimo di pari opportunità nel dire il peggio che viviamo e come potremmo vivere il meglio, non sarebbe più sano? Dopo che quasi ci potremmo tagliare le vene nel sapere che è a rischio di cancro il mangiare la frutta cresciuta nei pressi di campi pattumierizzati (e che rischiamo anche da morti il riciclo delle nostre ossa nell'orto), siamo informati da Saviano che, per fare pulizia dei nostri rifiuti, ci vogliono 56 anni. Il che significa, per tutto il tempo che resta, continuare ad ascoltare il predicatore triste su questo tema. Il problema sarà sempre più grave, se nemmeno lui, che sa tutto, può indicarci una soluzione. E' una questione irresolubile. E, dunque, non ha davvero senso prendersela con Berlusconi, che, almeno in qualcosa, è impotente; tanto da suscitare simpatia in chi generalmente lo invidia. Inoltre è davvero insopportabile ascoltare uno che di mestiere fa lo scrittore, usare continuamente il verbo "sversare". Che non esiste e non è sinonimo di riversare. Lo Zingarelli 2010 cita esclusivamente "sversamento" (scarico abusivo di liquami) e "sversatoio" (vasca di raccolta). C'è poi "sverzare" che vuol dire rompere in sverze (schegge). Dopo aver sentito almeno cinque volte pronunciare "sversare" da un celeberrimo e ricco scrittore, mi sono un po' sverzata. Non abbastanza per non percepire lo snobismo di Renzo Piano che propone di fare il bene comune costruendo musei, scuole e sale concerti. Mi è sfuggito "ospedali". Pensavo di riprendermi con Guzzanti, che ha infilato, invece - ahimé che spreco di intelligenza - una serie di battute una più patetica dell'altra e persino più noiose di quelle raccontate di Berlusconi (citato dal presunto comico sei volte; sedici volte il suo governo e i suoi ministri; una volta il Papa; una il PD; una Bersani; una la camorra; una il preservativo). Anche lo spazio di Emma Bonino è stato sottotono e silente, come il programma impone: in una sagrestia a poco a poco affollata di donne (vere però, non le solite sgallettate, e questo sarebbe stato un merito) si è parlato del corpo femminile come di un campo di battaglia, del lavoro precario, nero e faticoso. Solo infelicità, molestie, brutture; solo miserie di chi non ha diritti. A corollario, la tristissima canzone della Mannoia su una donna che vaga per la strada e non ha più la voglia di fare la guerra. Meno male che in questa chiesa, affollata di preti, prefiche e chierichetti, c'è stata l'irruzione del guerriero Maroni: un brevissimo momento di respiro, soddisfacente per tutti e sanamente concreto, per riprendersi dalle tetre onoranze funebri tributate all'Italia, alle donne, ai campi coltivati, al lavoro e alla cultura. E, su tutto, lo spirito mortifero di una mentalità assistenzialista, che pretende dallo Stato la soluzione di qualsiasi problema. Ma se ognuno dei sessantamilioni di italiani, o almeno quella metà che segue questa trasmissione, invece di criticare e lagnarsi del fare altrui andasse a cercare dentro di sé la voglia di fare, inventare, creare, produrre, cambiare, ciascuno personalmente? La dignità non sta nel raccontare il male, ma nel cercare di trovare il bene e provare a farlo. Dopo, forse, possiamo ragionare se venire via con te!

IL GIORNALE - 21 novembre 2010
L'unica verità:siamo peccatori
Habemus condom. È una notizia epocale. Il Papa, in qualche singolo caso, da oggi, considera possibile e non illecito l'uso del profilattico. Già conosciuto dagli egizi oltre mille anni prima di [...]

Habemus condom. È una notizia epocale. Il Papa, in qualche singolo caso, da oggi, considera possibile e non illecito l'uso del profilattico. Già conosciuto dagli egizi oltre mille anni prima di Cristo, il preservativo veniva poi usato nel tardo Impero romano più che altro come strumento di creatività erotica. Solo dopo il Rinascimento, ha acquistato la sua funzione pluridiversificata, valida ancora oggi, di prevenzione delle malattie e delle nascite. Il preservativo ha avuto il massimo del successo e della popolarità con Hitler, che lo faceva distribuire ai soldati; in favore dei quali sosteneva l'opportunità dell'appagamento sessuale, contestualmente però preoccupandosi della trasmissibilità delle malattie veneree. La Chiesa cattolica (diversamente da quella ortodossa o dalla evangelica valdese) ne ha sempre vietato l'uso, giudicando immorale ogni azione svolta nel compimento dell'atto sessuale se tesa a impedire la procreazione. È rimasta fino a oggi insensibile anche alla funzione più socialmente importante, di prevenzione delle patologie sessualmente trasmissibili, dalla sifilide, all'Hiv, all'epatite C, all'herpes e via dicendo. L'anno scorso, proprio mentre era in visita in Africa, dove l'Aids è pandemia, Papa Ratzinger aveva sostenuto che la diffusione del profilattico non potesse essere la via corretta per contrastare il flagello dell'Aids. Si era trattato di un giudizio della Chiesa, che aveva però provocato le reazioni indignate di tutte le istituzioni mondiali, governative e non governative, impegnate nella lotta alla mortale malattia. Quelle stesse istituzioni che, immagino, oggi apprezzeranno la relativa apertura del Papa all'uso di questo strumento con funzione prettamente sanitaria. La significativa influenza che ha la parola del Papa, potrà almeno consentire l'attuazione dei piani sanitari di prevenzione, senza che gli operatori medici debbano combattere con le crisi di coscienza dei cattolici. Anche se ho sempre pensato che non tutte le istruzioni della Chiesa, in particolare quelle che intervengono nel territorio sessuale, vengano seguite rigorosamente da ogni fedele. Lo dimostrano le vendite, più che soddisfacenti, di profilattici nel mondo; i non certo morigerati costumi sessuali del XXI secolo; il calo delle nascite; l'infedeltà coniugale praticamente eretta a sistema. Oltre al divieto dell'uso del condom, il Papa aveva, appunto, suggerito di essere fedeli al partner e di convogliare la sessualità nel matrimonio, possibilmente prolifico. Per contrastare l'Aids. Oggi il Papa superconservatore deve avere capito che anche la Chiesa non può restare granitica, almeno in alcune posizioni davvero lontane dal mondo reale. E così, apre ai preti protestanti, pur se sposati, e ammette in alcuni casi, giustificati dal meretricio, l'uso del preservativo. Tuttavia mi rimane una perplessità, non da poco. Dice il Papa: «Per una prostituta, usare il condom può essere il primo passo verso una moralizzazione». Forse il Papa, però, non sa che le prostitute (anche quando si definiscono escort) sono molto avanti e, da tempo, si tutelano col profilattico. Igienicamente, però, non spiritualmente. Dunque, non è certo stato questo il passo verso la loro moralizzazione; né risulta che, perciò, abbiano acquisito «la consapevolezza che non tutto è permesso», come il Papa si augura. Un altro passo, dopo questo storico della parziale giustificazione all'uso del benedetto «guanto», lo deve fare proprio il Papa: diventando consapevole che siamo tutti non uomini e donne ideali, ma peccatori implacabili, speranzosi del perdono, se non della Chiesa almeno di Dio; nel frattempo, tutti molto accorti nel prevenire altri guai, oltre a quelli che il Cielo ci manda ogni giorno.

IL GIORNALE - 15 ottobre 2010
Il principe azzurro c'è: fa il minatore in Cile
Non è vero che tutti gli uomini siano lagnosi o violenti, noiosi o traditori. Malgrado moltissime donne lo pensino. Quasi tutte, in verità, se interrogate nel segreto e sotto giuramento di non [...]

Non è vero che tutti gli uomini siano lagnosi o violenti, noiosi o traditori. Malgrado moltissime donne lo pensino. Quasi tutte, in verità, se interrogate nel segreto e sotto giuramento di non rivelarne l'opinione a chicchessia. Lo scenario in effetti ci darebbe ragione, se soltanto limitassimo l'analisi conoscitiva del genere maschile a quello che leggiamo ogni giorno sui giornali. Da una parte si racconta di padri separati petulanti e senza nerbo, capaci solo di infinite litanie su quanto costa la moglie, com'è ingiusto il calcolo dei giorni di visita a disposizione, come sarebbe bello se le mamme fossero inviate al confino e i figli affidati ai papà. E' di tutta evidenza che il tasso di seduzione erotica di questi maschi è pressoché pari allo zero. Dall'altra, purtroppo, la cronaca è ricchissima di storiacce sanguinarie, nelle quali protagonisti sono uomini violenti, vendicativi, rabbiosi che sterminano mogli, figli, genitori, nipoti nel segno del potere personale messo in discussione. Ma anche con la forza bruta di una sessualità peggio che bestiale, sorda a qualsiasi ipotesi di rispetto per la vita. Propria e altrui. Tanto che, dopo avere ucciso, chiedono scusa: come se bastasse il pentimento (a parole….) per far rinascere una vita massacrata. Ma i media ci raccontano anche di uomini, per lo più politici, sgradevoli nella ripetitività del loro copione, fatto di promesse urlate con tracotanza e di silenziosi voltafaccia alla resa dei conti del potere. Ma anche di progressisti in pubblico e passatisti nel privato, tanto da essere manovrati persino da parenti e affini. Quando non , addirittura, da cortigiane e avventurieri. E' chiaro che il loro erotismo può essere intuito e attivato solo da persone più esperte nella regia occulta che dotate del coraggio di calcare la scena. Ci sono poi gli uomini tristi. Quelli che si fidanzano perché è arrivato il momento, che si sposano perché lei è incinta, che si separano perché lei se n'è andata, poi si riaccasano per non restare soli. Socialmente depressi, nel privato sono parassiti della situazione che si crea loro intorno. Il panorama sessuale è ristretto all'opportunità o meno della procreazione. Se richiesta con insistenza e i dovuti modi dalla malcapitata con, tuttavia, un dna molto simile. E come non dire dei traditori, cioè di quasi tutti gli uomini. In parte, anche appartenenti alle ora indicate categorie. Uomini che smentiscono le premesse e sbeffeggiano le promesse. I traditori, però, vivono di un altissimo indice di gradimento, sapendo sedurre qualsiasi tipo di donna e lasciando dolore e macerie sui numerosi letti che frequentano. E' un tasso erotico precario il loro, buono per tutte le stagioni e, quindi, privo di nerbo e caratterizzazione. Molto dimenticabile. Anche questi chiedono scusa, dopo l'inganno e la truffa, convinti di un'onnipotenza personale in grado persino di dolcificare le saline. In tale variegato e imbarazzante scenario, le donne si sentono smarrite. Deluse. Lo sono senz'altro quelle che vedono nel maschio il sogno, l'obiettivo, il completamento del meglio di sé. Le donne che si innamorano se si imbattono nella protezione, nel coraggio, nella responsabilità. Nella forza vitale, che diventa erotismo quando incontra e spiega i sentimenti. Non sono per nulla deluse, invece, quelle donne che dall'uomo vogliono denaro, potere, status. Che aspettano e trovano un uomo per avere qualcosa o qualcuno. Fino a pochi giorni fa, era così. Questo era il paludoso fondale delle quotidiane scene di coppia e delle aspettative femminili. Questo vedevamo degli uomini. Oggi, è venuto il Cile a irrompere sulla scena. Questo paese, vecchio di soli duecento anni, già gravemente ferito da un enorme terremoto. E poi attonito davanti alla tragedia della miniera. Dopo poco più di due mesi, dal lungo e angosciante silenzio sottoterra, sono apparsi, con una gioiosa, robusta, irruente cavalcata, 33 uomini straordinari. Proprio nel senso che sono fuori dall'ordinaria banalità. Sani, coraggiosi, pazienti, forti. Uomini, insomma. Ricchi di orgoglio e dignità. Capaci di affrontare la fatica e di coltivare la speranza. Uomini che non piangevano neppure nelle viscere della terra; che coltivavano ricca e profonda nostalgia per i figli lontani; che scrivevano poesie, allenavano il corpo, tenevano il diario dell'esperienza difficilissima; si facevano coraggio a vicenda; si raccontavano il futuro. Sperimentavano la tenacia silenziosa e la potenza dell'amicizia. Nello stesso momento in cui, nel resto del mondo, un baby sitter violentava una bimba di due anni, uno zio stuprava e strangolava la nipote quindicenne, un figlio uccideva i genitori per carpirne i soldi, un pazzo serbo creava terrore negli stadi, milioni di uomini si drogavano e si imbottivano di viagra e chalis per mostrarsi "maschi", e altrettanti piangevano per gli assegni da pagare alle ex. E tutti gli altri, uomini e donne, si nutrivano di invidia e odio per i loro competitors politici, professionali, sportivi. Tutti, mettendo in mostra questo schifoso modo di sentire anche su qualsiasi mezzo di comunicazione del mondo. Senza vergogna. Dal profondo della terra è poi finalmente sgorgato, grazie a trentatré fieri minatori, un fiume caldo e potente di umanità, amore, coraggio. Maschiezza. Trentatré uomini hanno mostrato al mondo, con grande dignità, che cosa voglia dire essere uomini. Ci hanno regalato l'emozione della speranza appagata, l'ammirazione per la loro faticosa pazienza, le lacrime per la solidarietà autentica. Ci hanno spiegato che è vero, e ancora possibile, coltivare e trasformare la forza innata dentro ai maschi, per dirigerla verso sentimenti e comportamenti di eccellenza, anziché spegnerla nella melma dell'incapacità o farla esplodere nella violenza bruta. Ci hanno insegnato ad apprezzare e amare ancora gli uomini. Là, dove esistono e da uomini si comportano.

IL GIORNALE - 21 settembre 2010
Gli stragisti del matrimonio facile
Ancora un padre separato, che ha ucciso la sua piccola figlia. Quasi ogni giorno in Italia c'è una strage familiare. Nel 75% dei casi le vittime sono donne, nel 12% i figli, uomini gli altri. I [...]

Ancora un padre separato, che ha ucciso la sua piccola figlia. Quasi ogni giorno in Italia c'è una strage familiare. Nel 75% dei casi le vittime sono donne, nel 12% i figli, uomini gli altri. I presupposti, dichiarati o in seguito accertati, sono i conflitti. Culturali, generazionali, ereditari, coniugali. Il problema è gravissimo, ma lo si affronta solo per inorridire al momento in cui scorre il sangue. Soprattutto quando è di un bambino. I tromboni e i codini, ma soprattutto gli ipocriti, per l'ennesima volta diranno che le separazioni sono nefaste, che i bambini ci vanno sempre di mezzo, che la famiglia era una certezza quando non c'era il divorzio. Chiunque ciò dirà, o solo penserà, potrebbe invece riflettere più a lungo e analizzare queste continue tragedie da un'altra prospettiva. Sono i matrimoni, infatti, e le cosiddette unioni sentimentali e le improvvisate convivenze, che meriterebbero di essere analizzate e giudicate, per come si creano e si trasformano in brevissimi spazi di tempo. Negli ultimi venti anni, le relazioni tra uomini e donne sono profondamente cambiate. Cercate e vissute all'insegna della libertà individuale. Il politicamente corretto – cancro comportamentale che ha intaccato il pensiero e la coscienza di molti – vieta che si indaghi in qualsiasi modo sulla storia personale e familiare di chi si incontra. Il politicamente scorretto obbliga, invece, quasi tutti a conoscere sessualmente chiunque solleciti i sensi; invece di approfondire – in via preventiva - il pensiero, i meriti, i valori praticati da chi si incontra. Per di più oggi, oramai, chiunque decida di convolare a nozze, o a coabitazioni, non solo non chiede, ma rifiuta sdegnato qualsiasi consiglio della propria famiglia o degli amici. Anzi spesso si assumono decisioni in contrasto, così da affermare la propria libertà. L'amore, dai più, non è considerato come espressione di solidi, profondi, verificati sentimenti da raccogliere insieme per costruire interessanti progetti di vita. Si confondono, infatti, le emozioni con i sentimenti, il momentaneo desiderio erotico con la definitiva scelta vitale. Dopodiché ci si separa. Perché, qualche tempo dopo, non si riesce a sopportarsi, giustamente, considerata la superficialità della scelta. Oppure perché si è irresponsabili; o, ancora, perché dietro l'angolo c'è sempre qualcuno più interessante di chi si vede ogni mattina. Dunque, la separazione è, solo e semplicemente, un rimedio a una situazione negativa che già c'era: o l'amore non c'era mai stato, oppure è stato sperperato dall'incapacità di uno o di entrambi di coltivarlo. Se la separazione è un rimedio, il danno è rappresentato dall'unione sbagliata o rovinatasi nel tempo. Purtroppo la generazione dei trenta/quarantenni, come sovente si dimostra incapace di costruire una relazione duratura, altrettanto spesso si rivela incapace di separarsi. Nonostante la separazione in sé sia ormai considerata un evento "normale", un fatto quasi fisiologico nella vita di coppia. Ci sono relazioni affettive patologiche, però, che non riescono a interrompersi neppure con la separazione. I legami persistono con i dispetti, le vendette, gli inadempimenti, il conflitto giudiziario. I figli, che diventano corpi contundenti coi quali colpirsi reciprocamente a ogni incontro. I figli che diventano documenti umani della violenza. Fisica, psicologica, affettiva. La violenza che cresce dentro alla famiglia. Una famiglia che non sa più svolgere il suo compito, di cura, educazione, contenimento, maturazione. Affettiva e sociale. Dietro le stragi ci sono sì, a volte, malattie psichiche non curate (e già questa è una colpa del nucleo familiare inefficiente), ma la maggior parte dei casi offre scenari apparentemente normali prima della tragedia. Tuttavia questi padri e madri autori del delitto più atroce, nel tempo, prima di essere chiamati figlicidi, potevano forse essere riconosciuti come litigiosi, anaffettivi, freddi, perfidi, spietati, insensibili. Tuttavia hanno trovato qualcuno che li ha "amati", che si è fidato di generare un figlio con loro. Ma questo qualcuno si era mai interessato al racconto della loro vita? E la famiglia d'origine dell'omicida, nel non educare i figli alla relazione affettiva, nel non curarli se necessario, aveva mai pensato che – abiurando al proprio fondamentale ruolo – sarebbe stata complice dell'omicidio futuro di un nipotino? Fare una famiglia è una scelta seria. Non è un gioco, non è un diritto, non è una garanzia. I genitori devono avere spirito di servizio ed educare i figli ad affrontare la vita. Difficoltà, frustrazioni e malattie comprese. Non onorare il ruolo formativo genitoriale, vuol dire crescere individui intrisi di rabbia e infelicità. Vulnerabili. Vittimisti. Intolleranti. Incapaci. Sia di costruire una famiglia, sia di gestire una separazione. Fino alla strage. L'impulso ad ammazzare i propri "cari", nasce da disturbi dell'affettività. I papà e le mamme che uccidono i loro figli, per vendetta o per frustrazione, non sempre sono folli. Sempre, però, sono figli di qualcuno che se ne è disinteressato o li ha cresciuti abituandoli alla visione egocentrica e malata del mondo; nella quale gli altri servono a procurare solo piacere e non hanno nessun diritto. Neppure quello di vivere. Oggi, di fronte a questa ennesima sanguinosissima morte di una bimba, assumiamoci le nostre responsabilità. Per spirito di solidarietà. Non è il caso, quindi, di demonizzare genericamente le separazioni, non è sufficiente mostrare sdegno e sgomento a ogni singolo episodio di assurda violenza. Dobbiamo capire, invece, perché ci sono tanti genitori disturbati; perché nessuno è in grado di fermarli prima; da quali famiglie provengono; dove alligna il seme della violenza; quali sono gli strumenti che la società ha a disposizione per informare le famiglie ed educarle a educare. Chi vuole formare una famiglia deve sapere che ambisce a una prestigiosa responsabilità. Dunque, deve prepararsi; sapere scegliere; modificare le proprie personali aspettative; rispettare il proprio ruolo e i diritti degli altri; faticare e soffrire. Solo così potrà interrompersi, un giorno, la catena generazionale della violenza.

IL GIORNALE - 14 settembre 2010
Prostituirsi per la carriera? Si Può. Ma è un'offesa non solo per le donne
La tesi di Stracquadanio è: per fare carriera ognuno deve usare quello che ha, intelligenza o bellezza che sia…Del proprio corpo si deve disporre come meglio si crede…Se un parlamentare ammettesse di [...]

La tesi di Stracquadanio è: per fare carriera ognuno deve usare quello che ha, intelligenza o bellezza che sia…Del proprio corpo si deve disporre come meglio si crede…Se un parlamentare ammettesse di essersi venduto per far carriera, non dovrebbe lasciare la poltrona…E' sbagliato pensare che chi è dotato di un bel corpo sia necessariamente un cretino. Qualunque attività, espone comunque a una verifica… L'ipotesi di discussione potrebbe anche non esserci, perché queste argomentazioni, per quanto provenienti da un onorevole, sono così povere e maldestre da non meritare replica. Tuttavia, proprio l'insulsaggine degli assunti, e la loro generica portata, provocano e inducono a ribattere. Quasi per gioco. Ma, in ogni disputa, perché ci sia un senso concreto, è necessario essere d'accordo, tra i contendenti, almeno su un principio. Potremmo essere tutti d'accordo, per esempio, sull'affermazione che un bello non è necessariamente cretino. Quindi, dovrebbe valere anche l'affermazione reciproca, cioè che un cretino non è necessariamente bello. E anche che non tutti i brutti sono intelligenti. Non conosco le fattezze di Stracquadanio, ma mi piacerebbe sapere se si auto-colloca tra i belli o tra i brutti. Infatti: nella prima ipotesi, potremmo credere che non necessariamente sia un cretino; ma nella seconda, potremmo persino concludere che, invece, potrebbe essere un cretino. In tutti e due i casi, però, varrebbe il contrario. Il che ci fa desumere che l'affermazione di Stracquadanio è del tutto inutile; non amplia la nostra conoscenza sulle ulteriori qualità dei belli e dei cretini; non serve a dimostrare alcunché; non può porsi come principio idoneo a supportare una qualsiasi tesi, tantomeno quella che tutti i belli possano fare carriera disponendo liberamente del proprio corpo senza dover lasciare la poltrona quand'anche si fossero prostituiti. Vediamo allora se è possibile trovare una minima intesa con l'altra tesi di Stracquadanio. Cioè che per far carriera uno deve usare quello che ha. Bellezza o intelligenza che sia. L'Onorevole non parla di competenza, esperienza, fatiche, studi laboriosi, oppure di raccomandazioni o di colpi di fortuna. Sembra che, secondo lui, la carriera sia uno spazio concesso o ai belli o agli intelligenti. Ancora, non so se lui sia bello e, dunque, visto che ha fatto carriera, potrei dedurre o che sia intelligente o che sia bello. Ma, secondo la sua precedente affermazione, se lui non si ritiene bello, potrebbe anche essere un cretino. Dunque, probabilmente, è intelligente e bello. Ha fatto carriera con tutto quello che aveva, ma riesce a smentirsi nelle sue molteplici affermazioni, tanto da contraddirsi. Finora, infatti, non abbiamo ricavato alcun convincimento dalle leggi che regolano lo Stracquadanio-pensiero. E' vero che ci manca un elemento fondamentale per verificare la tesi, e cioè il sapere se lui è bello o brutto, ma in ogni caso non avremo mai neppure la certezza se possa mai essere un cretino o un intelligente. Sempre stando (in assenza di una fotografia) ai suoi assiomi. Continuando a ripercorrere i quali, ci troviamo di fronte a "del proprio corpo si deve fare ciò che si crede" e "un parlamentare che avesse venduto il proprio corpo non dovrebbe lasciare la poltrona". Beh, qui è davvero difficile capire quali siano le argomentazioni a monte della conclusione finale dell'Onorevole. Del proprio corpo si deve fare ciò che si crede? Anche vendendone dei pezzi? Anche organizzandoci sopra una riffa? Anche portandolo in giro nudo? Anche dipingendolo d'oro e presentandosi così in Parlamento? Se un'affermazione non regge l'ipotesi paradossale che da essa si può trarre, è un'affermazione priva di senso reale verificabile. Poi c'è da dire che un parlamentare che fa carriera, dovrebbe farla in forza dei voti ricevuti. Dunque, a chi il parlamentare dovrebbe vendere il proprio corpo? A tutti, poniamo, i 15.000 elettori o a tutti i dirigenti di partito? E se uno è capace solo di vendere il proprio corpo, cosa ci sta a fare su una poltrona, che potrebbe rivelarsi più faticosa? Però, sui prostituti, la memoria non mi aiuta. Ce ne sono in Parlamento? Forse era l'occasione era buona perché l'Onorevole, dispensatore di regole generose, ci parlasse un po' concretamente di loro. Magari anche enumerandoli. Suppongo, infatti, che Stracquadanio sia, almeno, politicamente corretto e nel parlare non volesse fare una distinzione di genere, escludendo i maschi dalle sue icastiche e indimenticabili osservazioni. Perché, se voleva difendere solo le donne, l'ha fatto malamente, con argomentazioni tanto banali, quanto offensive per la loro pochezza. E umilianti. Generalizzare, sia nell'offesa, sia nella difesa, vuol dire essere inconcludenti nella sostanza. Spero davvero che Stracquadanio sia bello; così da potere affermare che – a parità di intelligenze – chi è bello, "stra-quadagna".

IL GIORNALE - 6 settembre 2010
Contro Carla Bruni rinasce il femminismo da osteria
Se qualcuno doveva tacere, quella era Catherine Deneuve, non Carla Bruni. Invece la bionda, ex numero uno di Francia per bellezza e fascino, ha dichiarato che l'attuale numero uno per fascino e [...]

Se qualcuno doveva tacere, quella era Catherine Deneuve, non Carla Bruni. Invece la bionda, ex numero uno di Francia per bellezza e fascino, ha dichiarato che l'attuale numero uno per fascino e potere, cioè Carla Bruni, doveva stare zitta. Avrebbe dovuto essere cauta la bruna, secondo la bionda, e non firmare appelli a favore di Sakineh, la donna iraniana accusata di adulterio e forse concorso in omicidio e per questo condannata alla lapidazione. E ciò avrebbe dovuto fare, secondo lei, essenzialmente per due motivi: perché un personaggio noto non deve esporsi più di tanto, e perché il suo passato non è del tutto morigerato. Dunque, secondo la Deneuve, sono autorevoli e non a rischio solo le suore di clausura? Carla Bruni ha fatto, invece, un grande gesto, di obiettiva forza morale e culturale. Ha fatto quello che Michelle Obama o la Merkel non hanno neppure pensato; ha agito con determinazione, mentre le nostre parlamentari chiocciavano nel pollaio scandalizzate per la presunta lapidazione giornalistica di una spavalda giovanotta, conquistatrice di patrimoni e attempati compagni. Del tutto indifferenti, tuttavia, al fatto che nel 2010 una donna non solo è condannata a morte, per adulterio, ma addirittura col mezzo della lapidazione. Cioè, interrata verticalmente in una buca fino alle spalle, per essere colpita da pietre sulla testa fino a morirne. Per una questione, oltretutto, che dovrebbe riguardare solo lei e suo marito e non dovrebbe interessare minimamente la società e, tanto meno, la giustizia, soprattutto se sommaria. Il mondo avrebbe dovuto sollevarsi con più indignazione contro l'annunciato crimine iraniano. Tutte le donne di potere dell'universo avrebbero dovuto solidarizzare e sostenere a gran voce la salvezza di Sakineh. Tutte le donne vicine a uomini di potere avrebbero potuto e dovuto convincere i loro capi a individuare alleanze e strategie politiche, utili a evitare questo obbrobrioso crimine. È inaccettabile la pena di morte che ancora imperversa, oltre che in Iran, negli Usa e in Cina. Ma è insostenibile per la nostra coscienza che venga decretata per una colpa d'amore: tutti nel mondo siamo potenziali o effettivi adulteri; tutti dovremmo forse essere lapidati? Né possiamo tollerare che ciò avvenga in un altro Paese, solo perché c'è una cultura diversa e una legge folle. Ebbene, Carla Bruni ha levato la sua voce, ha firmato un appello; si è indignata, ha reagito, ha tentato di far cambiare le cose. Ha innescato la speranza. Secondo la Deneuve non avrebbe dovuto, perché popolare e, a maggior ragione, avendo un passato che gli iraniani le hanno poi rinfacciato. Ma quale passato? Non molto diverso da quello della Deneuve, peraltro. Anzi, la Deneuve avrebbe dovuto solidarizzare con Sakineh più d'ogni altra: lei stessa è stata adultera e, quando il padre di sua figlia è morto, ha lasciato una vedova che non era lei. Per di più, sia la bionda sia la bruna attrice, rappresentano un modello per almeno tre generazioni di donne. Sono belle, brave, libere, cambiano uomo quando vogliono, sono molto amate, ricche e famose. Per gli iraniani questo significa essere prostitute, perché in quel Paese incivile la dignità e l'onore delle donne stanno nell'essere coperte da un velo e nel fare le schiave degli uomini. Nell'accettazione mortifera del proprio destino di genere, senza poter dare voce al cuore e al cervello. In Italia le nostre colte e zelanti femministe sono capaci solo di scandalizzarsi, fino a impedirla, per una gara di bellezza tra aspiranti cameriere in un bar. Un concorsino sessista quanto si vuole, discutibilissimo, ma proposto a donne libere e maggiorenni, capaci di decidere se parteciparvi o no. Come quello di Miss Italia, del resto: occasione di impiego per donne altrettanto libere di misurarsi col corpo, anziché con la testa. Le nostre femministe non distinguono più tra morale e moralismo, se hanno saputo starnazzare sul maschilismo da bar e non hanno fatto e detto nulla sulla violenza inaudita del progetto iraniano. Come del resto Catherine Deneuve, che ha preferito fare la maestrina di galateo con quella che è innnegabilmente la sua rivale mediatica francese - più giovane, più forte, più autorevole - anziché usare la potenza della popolarità per sferrare un carico da undici agli aguzzini di Sakineh. Eppure Catherine sembra una donna amante della vita e dell'amore, visto l'impegno che mette nel contrastare sul proprio corpo e, soprattutto, sul viso le aggressioni del tempo. In questo, obiettivamente, troppo aiutata dal suo chirurgo plastico. Che forse, a ben vedere, perché accanito e senza limiti, meriterebbe la lapidazione, almeno dimostrativa e virtuale.

IL GIORNALE - 28 agosto 2010
Se è la donna a picchiare l'uomo
Donne che uccidono gli uomini, ci sono da sempre. Ma gli uomini sono sempre stati incapaci di costruirsi un network protettivo e denunciante, come invece hanno saputo fare le donne: è la ragione per [...]

Donne che uccidono gli uomini, ci sono da sempre. Ma gli uomini sono sempre stati incapaci di costruirsi un network protettivo e denunciante, come invece hanno saputo fare le donne: è la ragione per cui, di fatto e mediaticamente, è "passata" l'immagine maschile di carnefice più che di vittima. Naturalmente, per disparità di forza fisica e sociale, gli uomini maltrattati e uccisi sono stati nel tempo in numero obiettivamente residuale. Ora il fenomeno, però, pare essere in aumento. Così almeno ci viene detto dalla Francia, dove è apparso uno studio secondo il quale ben 27 uomini (uno ogni quindici giorni) sono stati uccisi dalle compagne nel 2008, contro 157 donne uccise dai partner (una ogni 5 giorni). Centodiecimila uomini hanno denunciato di essere vittime di violenze coniugali, torture, ferite, botte, minacce e barbarie di ogni genere. Il coraggio della denuncia mostra il bisogno di riscatto della propria identità. La virilità, così come da sempre percepita, oggi è umiliata da donne violente. Si dice, però, che i 110.000 denuncianti rappresentino solo il 5% del numero reale . Non è poco. E se se ne parla così, vuol dire che, finalmente, è crollato un tabù, costruito sia dagli uomini sia dalle donne. I primi per vergogna, le seconde per non turbare gli schemi femministi di autoprotezione del genere. Tutt'al più si è discusso a volte della differente matrice della violenza: fisica nell'uomo, psicologica nella donna. Il che non sempre è vero, tanto più oggi. Ora, infatti, giusta la progressiva emancipazione della donna, sembra ci sia anche un nuovo modo di esprimersi della criminalità femminile, mascolinizzatasi essa stessa. La donna ha voluto opportunità e diritti uguali all'uomo, ma si è appropriata anche delle medesime armi offensive contro le quali aveva per millenni dovuto difendersi. L'arroganza, l'aggressività, la violenza. Armi accompagnate spesso da pistole coltelli, corde, cuscini, rasoi e martelli. Una volta la callida violenza femminile si esprimeva, silenziosa, in prevalenza con il veleno, arsenico e stricnina, ed era motivata essenzialmente da ragioni economiche o bisogni esasperati di vendetta. La donna uccideva attirando la preda, con la tecnica del ragno, nella propria rete domestica. Lontana dalla luce, invisibile agli altri e padrona del territorio. Probabilmente le vittime erano, e sono in verità, con queste modalità ancora attuali, molte di più di quelle scoperte. Le vedove nere processate, infatti, sono certamente in numero inferiore a quelle reali. Tuttavia oggi le ragioni che spingono le donne a uccidere, paiono più complesse e sofisticate, non suggerite solo dal bisogno di difesa, bensì anche dalla necessità di competizione. Diventano criminali, perciò, non soltanto le abusate – nella mente e nel corpo – ma anche quelle che, come gli uomini, vogliono eliminare gli ostacoli dalla loro vita, vogliono vendicarsi di affronti personali o sociali, vogliono competere con la forza del nemico. Per superare la propria inadeguatezza, un tempo la donna cercava un marito che fosse scudo al mondo; oggi uccide il marito che non risponde alle sue aspettative eliminandolo così dal proprio mondo. Una volta la femmina sopravviveva celebrando il proprio sontuoso ruolo di vittima, rifiutando persino l'aiuto di chi la voleva salvare; oggi provvede da sé a trasformarsi da vittima in carnefice, usando armi non più silenziose ma sanguinarie. Non che Medea, Lucrezia Borgia o la saponificatrice Leonarda Cianciulli fossero improvvisati angeli vendicatori, ma rappresentano pur sempre fenomeni eccezionali nei rispettivi tempi vissuti. Al di fuori di ogni statistica. Tanto da essere rimaste proverbiali per la loro indicibile, massacratoria violenza. Oggi, stando al sondaggio francese, il fenomeno sembra assumere i contorni dell'emergenza sociale. A maggior ragione se lo si collega all'incredibile, preoccupante, diffusione delle madri che uccidono i propri bambini. Anche con sorprendente serialità, come abbiamo letto nelle cronache di questa estate che ci hanno raccontato di numerosi corpicini sepolti nel giardino di una sola famiglia. Eliminati dalla mano della loro madre dopo averli partoriti. La donna, in questo scenario, deve essere vista in una prospettiva nuova e inquietante, che celebra il funerale della storica figura femminile, incardinata esclusivamente nella funzione di dare, nutrire e proteggere la vita. La donna, in quanto tale, non può più essere considerata acriticamente la parte debole. Ogni coppia ha la sua storia che, di volta in volta, deve essere indagata senza pregiudizi. Perché la donna ha mutuato dal maschio il gusto, anche acre, del potere e della sopraffazione. A costo della vita altrui. Il che fa ingiustamente dimenticare – pur rimanendo fermo e gravissimo l'allarme sociale sul punto – il silenzio dolente di tante donne, morte ogni giorno della loro vita sotto i colpi di maglio degli uomini che hanno scelto e non hanno mai denunciato per non disonorarli. Quelle donne mai hanno maltrattato o ucciso gli uomini cattivi che abitano la loro vita: preferiscono immolare sé stesse e sopprimere l'orgoglio personale piuttosto che il padre dei propri figli. E' meglio un mostro in casa o un uomo sottoterra?

IL GIORNALE - 24 agosto 2010
Una montagna di soldi e ancora non basta
Le separazioni in Italia ogni anno sono oltre 80.000. Delle quali, circa 70.000 si risolvono consensualmente: una parte, direttamente negli studi legali per poi essere ratificate nei Tribunali; [...]

Le separazioni in Italia ogni anno sono oltre 80.000. Delle quali, circa 70.000 si risolvono consensualmente: una parte, direttamente negli studi legali per poi essere ratificate nei Tribunali; un'altra, dopo l'inizio del conflitto giudiziario, si trasforma in transazione grazie agli eventi processuali, ai buoni uffici di autorevoli e saggi magistrati, alla opportuna resipiscenza dei coniugi combattenti. Le circa diecimila che restano, affollano gli scranni dei giudici, coi loro fascicoli sempre più consistenti, e finiscono in sentenza. Dopo anni di litigi, testimoni e perizie tecniche; a volte dopo tre gradi di giudizio e con il moltiplicarsi di cause satelliti: sequestri, pignoramenti, revoche di donazioni, accertamenti di partecipazioni societarie, addirittura contestazioni della legittimità dei figli. Con l'ovvia conseguenza che diecimila mariti e diecimila mogli investono per anni tempo e denaro nell'obiettivo di abbattersi reciprocamente, con lo scopo preciso di sentirsi, ciascuno, vittorioso della guerra intentatasi. Una guerra che, dimenticano entrambi, è pur sempre cominciata con un bacio. C'è dunque da chiedersi come sia possibile che, due persone unite un tempo dalla più profonda intimità fisica, molte di loro unite nel tempo, anche futuro, dall'indiscutibile genitorialità, tutte, comunque sia, partecipi del comune patrimonio affettivo, abbiano la voglia e il coraggio di fronteggiarsi con tanta malevolenza e così a lungo. Le ragioni sono molteplici e pressoché infinite. C'è chi, per esempio, ha una fede profonda e considera il divorzio un peccato mortale, perché infanga il sacramento del matrimonio. Qualunque sia il grado di vivibilità del matrimonio stesso. Dilatare con tutti i sistemi possibili i tempi della separazione, significa postergare significativamente il momento del divorzio. C'è chi ha un carattere terribile e non riesce a perdonare la scelta del partner: un lungo processo può servire per non darla vinta, per mettere in piazza tutte le colpe dell'altro, per autoconvincersi dell'inevitabilità della chiusura di un capitolo di vita. C'è, ancora, chi crede di dover dare meno di quanto gli venga chiesto e chi aspira ad avere di più di quanto gli viene dato. Questi tipi di duellanti infaticabili sono certo i più numerosi. Battagliano per una differenza di 1/2000 euro all'anno ma anche di 50/100 mila, senza rendersi conto che i costi legali, negli anni, non premiano il risparmio o il guadagno ipotizzati, a meno che non vi sia un gran divario tra la domanda e l'offerta in discussione. Ci sono altri che litigano per i figli: chi li vuole troppo e chi non li vuole per niente; ma queste contese hanno la naturale conclusione con il raggiungimento dell'autonomia, prima di pensiero e poi economica, dei ragazzi. Dopodiché il gioco non vale la candela. Ci sono, tuttavia, quelli che dicono di combattere per il bene dei figli che, invece, costituiscono l'alibi per mascherare interessi personalissimi: status sociale, aziende da gestire, casa da occupare a vita, fastidi e persecuzioni da infliggere alla nuova coppia che intanto il, molto, futuro ex ha formato. Ma sono frequenti anche quelli che vogliono continuare a gestire il potere sulla coppia che nel frattempo si è dissolta: mantengono caldo il conflitto giudiziario per potersi dire e dire – come Giucas Casella – "finirà solo quando lo deciderò io". In genere questi impongono ipotesi di accordi consensuali che sono obiettivamente inaccettabili per la disparità di trattamento o per le clausole accessorie, neppure velatamente, vessatorie. Finché, uno dei contendenti nel tiro alla fune, non rimane con la corda molle in mano quando l'altro ha perso interesse al gioco e l'ha lasciata cadere. E la causa finisce là dove è cominciata. Ci sono poi molti che si affidano ad avvocati inesperti ma capaci di promettere loro obiettivi davvero irraggiungibili e spacciati come sicuri: è facile che la rabbia e il dolore della separazione, e l'ignoranza, preferiscano trasformarsi in speranza di vittoria, piuttosto di essere percepiti nella loro quotidiana velenosità. A volte, i malcapitati coniugi, finiscono nelle grinfie di legali che hanno tra loro qualche conto in sospeso da saldare: in tali casi, non è più l'animosità delle parti, ma quella dei loro avvocati a farla da padrona e a segnare il tempo della giustizia. Spesso lunghissimo, perché tra alcuni operatori del diritto vige il brocardo "chi la dura la vince". Invece, nella nostra giustizia, è vero proprio il contrario. C'è infine una categoria di coniugi separandi (in prevalenza mogli, per ora) che rema contro la possibilità di concludere in tempi brevi la vicenda della separazione. La strategia è semplice e, a volte, anche vincente. Si dà, dapprima, per scontato che la separazione debba essere consensuale, per cui, almeno per un anno si coltivano in tal senso le trattative. Con calma e pignoleria. Alla fine, trascorso un preventivato lasso di tempo senza che sia completato il quadro dell'accordo, ci si impunta su una condizione che - si deve essere certi – l'altro coniuge non accetterà. Qualche altro mese per la valutazione, finché gli incontri tra le parti si interrompono. A quel punto, trascorsi altri mesi funzionali alla redazione del ricorso, si aprono le schermaglie giudiziarie. In genere il Presidente del Tribunale prende a cuore la storia di due che sembravano quasi prossimi a un accordo; dunque, comincia il balletto fuori e dentro la stanza del magistrato che, con proposte mediatorie, si illude di arrivare là dove i legali non erano riusciti. Qualche mese di rinvio per riflettere e poi qualche altro per riflettere sulla riflessione. Di mese in mese, sono passati due anni e, di fatto, il processo non è neppure iniziato, perché fermo alla fase presidenziale. Se ci fosse stato un accordo sottoscritto a suo tempo, mancherebbe solo un anno per far dichiarare il divorzio. Così, invece, tra i due trascorsi e gli almeno tre a venire, tra la fine della convivenza e quella del matrimonio si contano non meno di cinque anni. Forse di più, se ci si affida a ulteriori strategie collaterali, più sofisticate e tenute segrete dai legali esperti. Con queste modalità comportamentali, in cinque /sei anni può avverarsi, con più probabilità che in tre, il malcelato obiettivo del coniuge stratega: di assistere cioè al decesso dell'altro. Soprattutto se non di primo pelo, di non ferrea salute e dedito, per esempio, ad attività, anche fisiche, rischiose. Se poi questo è fumatore o alcolizzato o avvezzo a immersioni subacquee o viaggi intercontinentali, le probabilità di successo del temporeggiatore, cioè di rimanere nell'asse ereditario di colui che non sarà mai ex, aumentano in misura esponenziale. Ci si chiede in questi giorni, come mai stia durando così a lungo la contesa tra Silvio e Veronica: in fondo si tratta solo di trovare un accordo economico. Tra loro sembra davvero paradossale che non ci sia stata la possibilità di una mediazione. Si parla di richieste e offerte davvero uniche, non rientrabili nella media delle discussioni economiche coniugali. Ma neppure loro sono nella media. Potrebbero trovare più di un punto di incontro. Nessuno ovviamente si può esprimere, non conoscendosi i dati. Tuttavia: a) c'è una reciproca domanda di addebito; b) se fossero provate e accolte entrambe, l'unica a rimetterci sarebbe la moglie (che avrebbe a quel punto diritto al solo sostentamento alimentare, ove non avesse mezzi propri); c) se fosse sentenziata la colpa solo del marito, non per questo egli sarebbe tenuto a pagare cifre più alte o a regalare case. Dunque, che senso ha volere un lungo processo? Ma soprattutto, chi dei due lo vuole così lungo? Chi può avvantaggiarsene? E perché? Ai posteri, l'ardua sentenza.

IL GIORNALE - 20 agosto 2010
Quando è il marito ad accasarsi
Entrambi ci occupiamo di coppie, entrambi siamo indispensabili alla coppia, ma c'è una differenza tra me e un prete: lui dà il via alla storia, io ne ratifico lo stop. Lui non sa come andrà a finire, [...]

Entrambi ci occupiamo di coppie, entrambi siamo indispensabili alla coppia, ma c'è una differenza tra me e un prete: lui dà il via alla storia, io ne ratifico lo stop. Lui non sa come andrà a finire, io so come è cominciata e perché è finita. Il prete è la speranza, io sono la resa dei conti. Il prete declama, severo: "quello che Dio ha unito l'uomo non lo separi"; io, donna, separo invece coloro che non Dio, ma una donna ha unito. Mi sono convinta, infatti, dopo anni di navigazione dolorosa nei divorzi, che sono le donne a scegliere gli uomini che le sceglieranno e le sposeranno. Come sono le donne – almeno nel 75% dei casi – a decidere che da quegli uomini si vogliono separare. Lo dice l'Istat, ma lo posso confermare dalla mia trincea quotidiana. Ciò che l'Istat ancora non dice, ma che io posso anticipare, è come gli uomini affrontano il matrimonio e come e perché si arriva alla separazione. Dunque: un certo tipo di uomo, nello sposarsi, si comporta come se dovesse aprire una ditta. Il nome è suo, così anche il capitale, il prodotto e l'avviamento. La moglie non conta se non perché è strumento funzionale al raggiungimento dell'obiettivo. Fare figli e curare il magazzino, grate di avere un tetto e mangiare. Per questi mariti, la richiesta di separazione è quasi uno scoop: non era stato messo in conto che la moglie avesse dei diritti, una identità, dei bisogni. Anzi, in Tribunale si difendono dicendo di aver dato tanto, troppo e di essere a credito anziché soggetti di obbligazioni. Inconsapevoli della solidarietà coniugale, delle obbligazioni economiche conseguenti, dei diritti a essere e ad avere che nascono dal matrimonio. Altri uomini affrontano il matrimonio come se dovessero fondare una società. E', in fondo, la giusta normalità. Alcuni di questi rispettano l'assegnazione di quote al 50%, consapevoli della parità giuridica dei coniugi; altri, invece, pretendono il 90% o si accontentano del 10%, a seconda del temperamento o del genere di donna dalla quale sono stati scelti. Le separazioni convalidano o rivoluzionano le percentuali che nel tempo si sono assestate. E, di conseguenza, capitale e responsabilità da spartire quando la società viene liquidata. Anche questi, in corrette proporzioni a seconda del carattere della moglie che, se remissiva, subisce, se appagata conferma, ma che strepita e si vendica fino alla disfatta del marito se frustrata e rancorosa. Ci sono poi gli uomini che considerano l'unica famiglia degna di onore la propria di origine. Dalla quale non intendono staccarsi. La moglie, pertanto, viene da loro trattata alla stregua di una sorta di annessione alla società principale, una specie di succursale. Una filiazione della casa madre, destinata, appunto, nella sua unica funzione di fattrice, a fare figli per accrescere l'importanza e la diffusione del marchio di fabbrica. Non vi posso dire la tragedia, quando la moglie non ne può più e vuole uscire dalla claustrofobica situazione per riappropriarsi di una propria e singolare vita: il marito la giudica un'ingrata e vorrebbe punirla, ma, nello stesso tempo, non può pensare di far fallire un'agenzia, emanazione della società capogruppo; dunque, le trattative per l'accordo economico sono estenuanti e all'insegna del principio "il bilancio continuo a controllarlo io". Purché il marchio mantenga la sua forza, il marito cederà sulla quantità di denaro, ma non sull'amministrazione e il controllo contabile. Ci sono infine uomini che, dopo essere stati con lungimiranza scelti da un'intera e organizzatissima famiglia, vengono puntigliosamente sedotti dalla delegata e abile nubenda, per essere poi fusi per incorporazione nella solida società familiare della moglie. La potentissima holding non offre, da quel momento, alcuna chance operativa al malcapitato. Che è costretto a diventare orfano della propria originaria famiglia. Egli, convinto della bontà dell'affare, si consegna beotamente all'amministratore delegato (la moglie), segue diligentemente i suggerimenti del direttore commerciale (un familiare di lei) e paga rispettosamente le note del direttore finanziario (un altro familiare). Incorporato e fuso com'è, in pratica un servo muto, non ha più la visione obiettiva delle operazioni societarie e non chiede il rendiconto dei suoi investimenti personali. Ha la sensazione di essere trattato come il presidente del gruppo, finché non deflagra, improvvisa e inaspettata, la richiesta di separazione. Che tale non è, manifestandosi invece in un vero e proprio ripudio dell'inglobato. Eppure, la confusione del nostro è tale che egli, pur rendendosi finalmente conto di non essere stato mai il presidente dell'azienda-famiglia, pur avendo qualche dubbio sul fatto che la moglie possa aver equivocato tra matrimonio e patrimonio, pur giustificando con la solidarietà familiare il comportamento compatto e famelico dei congiunti, pur essendo di colpo stato espulso dalle case e dagli affari di famiglia, è portato ad apprezzare il comportamento della consorte. Che, diversamente dalle mogli degli amici, non pretende alcun assegno di mantenimento, purché egli veda i figli – l'unico bene rimastogli - secondo un calendario risicato da lei predefinito. Anzi, prescritto dallo statuto dell'impresa familiare nel caso, certissimo, di espulsione dell'intruso finanziatore a perdere. Ebbene, quel prete, con quegli sguardi severi e minacciosi nella mia direzione quando declama la famosa frase sull'uomo che non separi ciò che Dio unisce, è proprio convinto di non dover fare sciogliere neppure queste associazioni a delinquere, nelle quali uomini e donne sono vittime di un crimine organizzato?

IL GIORNALE - 10 agosto 2010
La mossa disperata: scarica il cognato per salvare se stesso
Quando si forma una nuova famiglia, è perché si è scelta, per amore o per altro, una sola unica persona tra tante. Dunque, giusta o sbagliata che sia, è con lei che si delinea il progetto di vita, lo [...]

Quando si forma una nuova famiglia, è perché si è scelta, per amore o per altro, una sola unica persona tra tante. Dunque, giusta o sbagliata che sia, è con lei che si delinea il progetto di vita, lo si modula e si cerca di attuarlo nel miglior modo possibile. Anche con la solidarietà e la complicità. Nel creare questo nucleo operativo, però, la coppia dovrebbe anche avere il coraggio di essere leader della nascente esclusiva formazione sociale; di scegliere cioè, con determinazione, tra la famiglia d'origine di ciascuno e quella d'elezione. La prima deve poter restare l'importante riferimento affettivo che rappresenta, senza tenerla attaccata al carro in partenza per la difficile e avventurosa spedizione. Se i partner non sono entrambi consapevoli di questo, finiscono con il trovarsi carichi di zavorre, emotive e pratiche, che rendono complicato il cammino, confuse e costose le soste, pesantissimo il carico da portare. Tanto che, sovente, le coppie si disfano e si lasciano a metà strada, proprio per l'affollamento di bisogni e pretese contrastanti che mettono in conflitto fra loro i troppo numerosi compagni di viaggio. Del resto, trovandosi a carico una famiglia che non è la propria, entrambi i partner devono interloquire con personaggi non scelti per slancio erotico, che non hanno neppure pagato il biglietto per salire sul carro, e che invadono con la loro personalità il cerchio fragile dell'amore di una coppia appena formata. Confini conquistati, territori ingovernabili. Mettiamo il caso che, a un certo punto, questo carro si trovi su una barca a vela, in mezzo al mare in tempesta, e che qualcuno debba prendere il comando per evitare il naufragio. Sì, perché fino a quel momento c'era talmente tanta gente intorno alla coppia che non si era capito chi reggesse il timone e, soprattutto, quale rotta si seguisse. La barca apparentemente seguiva il vento. Bisogna qui fare un breve inciso, mentre l'imbarcazione carica (di futuri eroi o di futuri naufraghi) continua a combattere con le violente ondate che si abbattono sugli storditi naviganti. In genere nella coppia può capitare che il maschio usi la donna o che la donna usi il maschio. A volte per interesse dichiarato e condiviso, a volte per un singolo surrettizio obiettivo. Ad esempio: molte mogli vengono utilizzate come fittizie intestatarie di beni del marito, quando egli non può esporsi; il rischio della separazione-beffa è ridotto solo se nella dinamica della coppia prevale la forza dell'amore o la certezza dell'obbedienza di lei. Il risultato negativo si ha, in assenza di queste premesse, quando la moglie diventa ricca a spese di un fiducioso (o allocco) marito, abbandonato per strada all'emergere del primo problema. Ma ci sono anche mogli che usano i mariti per raggiungere uno status sociale ed economico di prestigio, a sue sole spese, non solo per sé ma anche per tutta la parentela. In questo caso il rischio è che, se il marito affonda per una qualsiasi traversia, affonda anche il carico che egli trasportava, con la donna, i bambini e tutti i portoghesi che si erano presi il passaggio di straforo. Tornando alla barca lasciata nella tempesta, e ormai quasi in rotta di collisione con le onde arrabbiate, che cosa sta succedendo? Il presunto comandante, ignaro sino a questo momento del pericolo incombente, perché sotto coperta, chiuso in camera (ops, in cabina) a parlamentare con i suoi amici, è costretto a prendere una decisione operativa. E allora cosa fa il nostro eroe? Invece di scusarsi per non avere sin dall'inizio previsto e monitorato l'evolversi della situazione, invece di vergognarsi per avere lasciato il comando a una persona immatura, e perciò responsabile di un carico eccessivo di familiari, invece di proteggere comunque sia la sua donna, e quindi tutti gli affetti dai quali lei non sa emanciparsi, butta in mare un parente per alleggerire il carico della barca. Non sembra avere una strategia da leader, né ha il comportamento protettivo che qualsiasi donna si aspetta da un uomo, tanto meno mostra il coraggio di assumersi le responsabilità (perfino non avendole), ma ha la forza istantanea di gettare un uomo - il più leggero, il più giovane, il più amato dalla sua donna - in pasto agli squali. Stupore e disappunto degli astanti. Delusione degli squali per l'insipido bocconcino. Inutilità del grave sacrificio. Però, forse, tutti dovremmo cominciare a pensare che si sia trattato di una tattica alla fine vincente, un gesto condiviso di protezione estrema della famiglia allargata: per cui solidarietà e complicità ci sono, eccome, in questa coppia di intrepida alleanza. Entrambi infatti sembra abbiano capito che, se a tuffarsi nel mare goloso in ebollizione fosse stato lui, il comandante, la barca sarebbe affondata e gli operosi e impauriti occupanti spariti negli abissi. In questo modo, un po' cinico e un po' così, c'è, invece, il tempo di allestire e lanciare una scialuppa all'agnello sacrificale; per ritrovarsi poi, finalmente col vento in poppa, tutti salvi e insieme, spiaggiati e contenti a Montecarlo

IL GIORNALE - 8 agosto 2010
Lasciate che i settantenni si godano la vita
Tempo fa è venuto al mio studio un gentile signore di ottantadue anni. Voleva che lo aiutassi a scrivere un testamento col quale lasciare suoi eredi i tre nipoti e i due pronipoti, anziché le due [...]

Tempo fa è venuto al mio studio un gentile signore di ottantadue anni. Voleva che lo aiutassi a scrivere un testamento col quale lasciare suoi eredi i tre nipoti e i due pronipoti, anziché le due figlie. Era vedovo da dieci anni e mi raccontava di essere letteralmente perseguitato dalle figlie e dai generi perché, dopo un periodo di lutto strettissimo e una grave depressione insorta per la dolorosa perdita dell'amatissima moglie, circa tre anni prima si era innamorato di una donna più giovane. Con lei aveva ricominciato a vivere. Le figlie la definivano «cacciatrice di eredità»; non avevano mai accettato di incontrarla; minacciavano di escluderlo dalla famiglia, se mai l'avesse sposata o solo portata nelle case dove era vissuta la madre. I generi pretendevano di controllargli spese e conti bancari; gli sottoponevano investimenti del suo denaro a lunghissimo termine; lo costringevano a interrogatori penosi sulla destinazione dei suoi viaggi e delle sue vacanze. Quel signore, pur avendo un patrimonio di oltre 20 milioni di euro, era arrabbiato, mortificato e schiacciato dal senso di colpa, perché convinto che quanto andava spendendo in quegli anni, finalmente di nuovo gioiosi, fosse a danno delle figlie. Che, cioè, loro avessero ragione in quanto lui stava sperperando i diritti ereditari delle due donne. Ma, tuttavia, non accettava l'ostracismo ingiusto alla sua «fidanzata»; che aveva invece il merito di avergli reso la vita ancora vivibile; di essere una seria e religiosa signora di cinquantacinque anni; di avergli insegnato a giocare a scacchi e a bridge, a mangiare sano e a smettere di fumare. Con lei organizzava due o tre crociere all'anno e ogni tanto frequentavano insieme le beauty farm. Quel signore non voleva credere alle sue orecchie mentre gli spiegavo che non esiste il diritto dei figli a ereditare, quando il genitore è ancora in vita; i diritti sorgono invece solo dopo la morte, e solo su quello che resta del patrimonio del defunto. Dunque, egli poteva anche spendere e persino sperperare tutto ciò che possedeva; nel caso, probabile, che non ci fosse riuscito, una quota del residuo poteva essere destinata per testamento alla nuova compagna di vita, nel rispetto della porzione per legge riservata, post mortem, alle figlie. Non solo: egli avrebbe potuto anche conteggiare, come anticipo di eredità, le case, le somme liquide e le opere d'arte che, per milioni di euro, le figlie avevano preteso da lui in regalo negli anni. In sostanza, gli avevo chiarito che le cacciatrici di eredità erano proprio le figlie, che lo avrebbero preferito in solitudine, in attesa della morte, possibilmente prossima, per godersi loro il frutto dei sacrifici, delle fatiche e del dolore del padre: ora emotivamente sequestrato e ricattato con la minaccia di perdere l'affetto dei nipoti. Questo equivoco, frutto di ignoranza nel migliore dei casi, che fa credere a molti figli di avere diritti economici e patrimoniali a danno dei propri genitori, senza limiti e per sempre, è la ragione dell'infelicità di molte famiglie, di conflitti spesso sotterranei che ammorbano le relazioni affettive, di ingiustizie autentiche, di comportamenti ipocriti e fintamente protettivi. I genitori hanno, invece, doveri economici verso i figli solo ed esclusivamente fino al raggiungimento della loro autonomia economica, e sempre che i figli non abbiano colpe specifiche nel non volerla acquisire. Dopodiché i genitori sono liberissimi di godersi i risparmi come meglio preferiscono, senza obbligo di rendiconto a favore di nessun figlio. Certo, ci sono genitori anziani e ricchi psicologicamente più fragili, ci sono quelli affetti da demenza senile, Alzheimer o altro. Dunque un po' di attenzione è doveroso averla. Le truffe e le circonvenzioni di incapaci, peraltro, sono sempre possibili (anche a danno di un trentenne e non necessariamente di un ottantenne). Tuttavia è davvero mortificante per un anziano genitore subire controlli, pedinamenti e spionaggio, dai figli adulti, solo per vedere dove va a finire il denaro sul quale i figli stessi hanno già fatto i conti. L'affetto e il rispetto, ma anche la generosità e la solidarietà, imporrebbero ai figli di dare, in linea di principio, fiducia ai genitori; di essere lieti che la vecchiaia sia adorna di risate, sorrisi e nuove curiosità, anziché della triste e ansiosa attesa della morte. O della umiliazione di subire a settanta/ottant'anni un processo giudiziario - come sta succedendo a Jean-Paul Belmondo o a Liliane Bettencourt - solo perché vengono gratificati di tanto denaro una giovane donna e un giovane uomo: che, in un modo o nell'altro, riempiono di passioni e di allegria i vuoti, lasciati attorno ai genitori, evidentemente dai propri figli. Ma quand'anche emergesse che questi anziani signori sono un po' presi in giro dai loro giovani compagni, che cosa ci sarebbe di tragico? Di più tragico di una buia e scontata aspettativa della fine? Credo che gli anziani sappiano quasi sempre come stiano le cose; ma sono altrettanto convinta che non sarebbero più sereni se i soldi rimanessero in banca, anziché nelle tasche dei loro giovani, e persino truffaldini, intrattenitori. Vuoi mettere la differenza, quando sei vecchio e un po' tanto acciaccato, tra lo svegliarti da solo nel silenzio e senza un programma, e il sentire invece la voce e il calore di chi, pur se per interesse, ha investito se stesso nell'accendere i tuoi ultimi anni? Anche senza amore, può bastarti il tuo piacere. Costi quel che costi.

IL GIORNALE - 4 agosto 2010
E' giusto che le lucciole paghino le tasse
Da qualche tempo, le commissioni tributarie Italiane stanno consolidando una giurisprudenza, in linea peraltro con il pensiero della Corte Comunitaria, secondo la quale i proventi da prostituzione [...]

Da qualche tempo, le commissioni tributarie Italiane stanno consolidando una giurisprudenza, in linea peraltro con il pensiero della Corte Comunitaria, secondo la quale i proventi da prostituzione sono fiscalmente imponibili. Il problema da ultimo è emerso quando è stata sottoposta ad accertamento una signora che conduceva un alto tenore di vita ed era diventata titolare di un significativo patrimonio, senza avere mai dichiarato una qualsiasi capacità reddituale. La Signora si difendeva riconoscendosi sì prostituta abituale, ma sostenendo che i soldi da lei incassati, ogni volta e nel tempo, dovevano intendersi come una sorta di risarcimento del danno, richiesto al cliente e da lui versato, per il pregiudizio alla dignità che deriva dal vendere il proprio corpo. Con straordinaria faccia tosta, dunque, concludeva che, non essendo le somme risarcitorie – per legge – soggette a tassazione, l'Agenzia dell'Entrate non poteva pretendere nulla. I Giudici tributari le hanno risposto, con un logico, lineare e solido ragionamento giuridico: a) il compenso del cliente, è un prezzo richiesto in forza di un preciso accordo. Cioè la prostituta si obbliga a fare qualcosa (o più cose …) in cambio di un importo che non è dunque un regalo, ma il preciso oggetto di una pattuizione. Tanto che il Cliente non ha, subito dopo o nel tempo, e una volta avvenuta la prestazione, il diritto di chiederne la restituzione, come potrebbe essere in caso di donazione. b) La Corte di Cassazione ha in passato stabilito che "la prestazione impagata di meretricio" configura l'ipotesi di stupro a carico del cliente insolvente. Di conseguenza, se il cliente paga, c'è consenso tra lui e la prostituta – sul prezzo e sull'attività svolta – e dunque c'è un rapporto contrattuale e non risarcitorio. Secondo il nostro Codice, si configura un rapporto contrattuale quando si contratta fino all'accordo il costo della prestazione; quando ci sono la causa e l'oggetto della prestazione stessa (nella fattispecie, intuibili se non evidenti) e c'è una forma, non necessariamente scritta, bastando, in questi casi, la libera volontà espressa oralmente, anche sinteticamente. L'offesa al buon costume e l'illiceità del contratto vengono superati dalla volontà consenziente delle due parti in questione. c) Chi esercita professionalmente e abitualmente la prostituzione, produce dunque redditi da lavoro autonomo: prevale il lavoro personale della prestatrice d'opera; non c'è vincolo di subordinazione a chi le richiede il servizio; il compenso è liberamente pattuito; la prostituta si assume gli oneri e il rischio connessi all'attività che svolge. Per tutti in Italia l'attività economica personale produttiva di reddito, è soggetta a tassazione. Tale è l'attività di una prostituta, e perciò è giusto che, finalmente, anche queste signore così impegnate paghino le tasse. Sembra che in Italia siano almeno 70.000; che le sexi transazioni producano circa 90 milioni di euro al mese (ma quanto copulano gli italiani?) e che tra questi dati manchino tutti i contratti occasionali (cioè delle non professioniste abituali), i dati dei prostituti uomini, trans ed escort. Vogliamo aggiungere anche quelli relativi alle cosiddette "ragazze immagine", che non si fatica a immaginare dove possano arrivare? A questo punto, quasi raddoppia l'ipotesi di incasso per il nostro Fisco che, con oltre due miliardi di euro l'anno in più, potrebbe offrire note interessanti al bilancio dello Stato. Ecco che l'Agenzia delle Entrate (mai definizione è stata così puntuale) potrebbe cominciare a pretendere che si indaghi su tutte le persone prive di reddito ma proprietarie di immobili non ereditati, gioielli e barche. Quantomeno, da un'altra prospettiva, emergerebbe che non sempre le prostitute sono sfruttate, visto che proprio dallo sfruttamento degli uomini, e delle loro ingovernabili debolezze, molte donne acquisirebbero la dignità di contribuenti. Così riscattando la loro posizione sociale, sia che lavorino per la strada, sia che frequentino case e camere importanti. Per tutti, una lussuriosa e lussuosa quadratura del cerchio. Sempre che le signore non vengano obbligate a esibire il repertorio completo e aggiornato della Clientela ….

IL GIORNALE - 2 agosto 2010
Cari maschietti, la bellezza non vale l'immunità
Che in Italia non si potesse dir male di Garibaldi, già lo si sapeva. Ma che nel 2010 Garibaldi si fosse incarnato in Belen Rodriguez, era arduo ipotizzarlo. Ho scritto qui, qualche giorno fa, un [...]

Che in Italia non si potesse dir male di Garibaldi, già lo si sapeva. Ma che nel 2010 Garibaldi si fosse incarnato in Belen Rodriguez, era arduo ipotizzarlo. Ho scritto qui, qualche giorno fa, un pezzo nel quale mi permettevo, forse non sommessamente, di censurare la faciloneria con la quale le soubrettine senza talento sniffano cocaina e raccontano di sniffarla, convinte che questa sia la pista di lancio per il successo; ho aggiunto, in sintesi, che a loro si perdona tutto serenamente, forse perché sono belle; ho implicitamente dato la colpa di questa indulgenza al vieto e davvero muffoso gallismo italiano, un po' tanto indignata dal fatto che verso uomini drogati allo stesso modo, nel passato, anche recente, non ci fosse stato uguale garantismo. Neanche fossi stata Cassandra, nei due giorni successivi, sullo stesso mio Giornale, sono apparsi due articoli di due giornalisti maschi, sedotti dalle pulsanti forme di Belen, che hanno levato scudi infuocati e creste vibranti contro il moralismo e l'eccessiva severità di chi si era permesso di attaccarla. Per lo stesso motivo, e con la medesima scandalizzata reazione, in ben tre interventi radiofonici, altrettanti uomini protettori della starlet ne hanno decantato le grazie, sminuendo contemporaneamente ogni sua responsabilità in rapporto al «problema cocaina», aggiungendo addirittura che fosse da ritenersi lodevole il fatto di avere lei snocciolato i nomi dei suoi cari amici, compagni di «scorribande sulla neve». Dunque, tutti questi uomini, per quanto colti e intelligenti, considerano l'essere belle, sexy e seduttive una sorta di lasciapassare per qualsiasi comportamento. Entusiasti delle sensazioni che Belen regala loro, ma dimentichi che oggi migliaia di ragazzine vogliono diventare Belen e, dunque, una marea di ragazzine, cercando di imitarla, si può sentire autorizzata anche a sniffare. Tanto, forse, la coca non fa niente; forse, aiuta; forse, ti fa trovare amici e lavoro; di certo, nessuno, se la usi, ti disistima. Se tutte queste ragazzine avessero potuto constatare, invece, che l'accostarsi - anche una sola volta - alla droga porta all'immediata rescissione dei contratti pubblicitari, televisivi, cinematografici e al conseguente silenzio mediatico, ebbene, credo che si sarebbe fatto un buon passo avanti nella soluzione del gravissimo problema della cocaina. Il banalizzarlo col perdonismo ad personam, radicalizza il fenomeno, crea nuovi adepti, non suscita l'allarme sociale che dovrebbe provocare. La cocaina brucia i neuroni, spegne l'anima, arma la volontà deviandola verso obiettivi malefici. La cocaina surroga la responsabilità, la fatica, l'impegno personale e conduce inevitabilmente alla violenza. Soggiacere anche una sola volta alle lusinghe di quella schifosa polvere, vuol dire dimenticare la propria dignità e accendere un'ipoteca su tutti i propri valori. Un'ipoteca che non si pagherà mai e porterà al fallimento personale, se non facendosi curare, con fatiche e rinunce dolorosissime, necessarie per imparare nuovamente a ragionare con responsabilità e senza la dipendenza. Dove c'è cocaina c'è violenza, sesso sfrenato, miseria umana, complicità e delazione, reati d'ogni genere fino all'omicidio. Chi difende il consumatore anche non abituale di cocaina, allunga la coda, sempre più lunga, di coloro che sono lì, indifferenti, a guardare lo spettacolo del male. Senza indignarsi, senza tentare neppure un gesto per porvi rimedio; senza pensare al futuro di chi, oggi, deve crescere in questa società malata di incapacità e ipocrisia. In pratica, chi difende anche solo l'idea di un pizzico di droga, è un egoista. Se poi l'alibi è il corpo di una donna, beh, non vorrei proprio conoscere la gerarchia dei valori che ne guida la vita e i sentimenti.

IL GIORNALE - 28 luglio 2010
Cocaina e mazzette, ecco gli altri nomi vip
Fossero state studentesse, magari anche di buona famiglia, il racconto di cronaca sarebbe stato indignato e allarmista. Invece per le coetanee vallette, divette o starlette, lo scandalo cocaina non è [...]

Fossero state studentesse, magari anche di buona famiglia, il racconto di cronaca sarebbe stato indignato e allarmista. Invece per le coetanee vallette, divette o starlette, lo scandalo cocaina non è un problema. Né per loro, né per gli altri. Anzi. Intanto sembra darsi assolutamente per scontato che se una ragazza vive di spettacolo, di sé e per gli altri, debba necessariamente stare non solo sopra le righe delle regole, scritte o no, valide per chiunque, ma anche sopra quelle di cocaina. Tante. E senza che neppure faccia lo sforzo di andarsela a comprare, visto che ciascuna di loro dichiara di averla avuta in regalo da un altro. Se io fossi una ragazza di spettacolo e fossi tra le molte che certamente non fanno uso di cocaina, mi indignerei della non indignazione pubblica alle notizie di cronaca relative alla chiusura per droga di due noti locali milanesi. Pretenderei, appunto, quantomeno dagli opinionisti se non dai giornalisti, giudizi morali o persino discorsi moralisti, contro queste bellocce di quarta categoria pronte a tutto, anche a distruggersi di droga, pur di agganciare l'ascensore per il successo. Per arrivare chissà dove, senza fatica e senza confini al lecito, e rigorosamente senza talento. Anche nello spettacolo, come in qualsiasi altro luogo di lavoro, si deve poter distinguere chi ha talento e meriti, chi fa fatiche, chi è onesto, da chi sfrutta il proprio corpo e le debolezze altrui per raggiungere gli stessi obiettivi. Non è giusto, quindi, parlare di gente dello spettacolo in senso generico, di "Milano dei Vip", e addirittura titolare trionfalmente "Belen incastra la Milano della cocaina", quasi la soubrette fosse un fiero e meticoloso investigatore, invece di una qualsiasi sniffatrice rea confessa quale è. Come minimo, un giornalista di spettacolo, memore delle polemiche suscitate dalle analoghe confessioni di Morgan, avrebbe dovuto osservare, o meglio auspicare, che Sanremo e la Rai ora dovrebbero censurare Belen esattamente come a suo tempo hanno posto all'indice Morgan. A questo punto, infatti, delle due l'una: o si distingue la frutta sana da quella bacata e, di conseguenza, si applicano regole e veti, oppure si faccia serenamente d'ogni erba fascio e la si smetta di prendere cappello e provvedimenti capricciosamente, per poi innalzare trofei di frutta marcia e venderla al prezzo delle primizie. Sarà anche un ragionamento da bacchettona e moralista, ma io trovo davvero insopportabile che una dichiarata aspiratrice di cocaina, per quanto ne tema – a suo dire – gli effetti, sia il testimonial ultra pagato e onnipresente di un gestore telefonico nazionale; il cavallo preferito su cui punta Sanremo; l'oggetto della solidarietà italica per l'abbandono del fidanzato; il top – richiamo di qualsiasi copertina. Se solo penso alle tragedie ingiuste sopportate dai grandi e indiscutibili Walter Chiari, Luttazzi e Tortora (imparagonabili alle modestissime starlette) per molto meno e per meri sospetti, mi domando quale sia la ragione del garantismo e dell'immunità a favore di certe soubrettine e della Rodriguez in particolare. E' la bellezza femminile, anche se priva di alcun merito, che paga sempre? Il lato b, a chiunque appartenga? Oppure il modernissimo azzerbinamento italico al personaggio famoso? Non so, non capisco: fatto sta che la notorietà non dovrebbe essere l'attenuante di qualsiasi peccato, quanto piuttosto l'aggravante per ritenerlo imperdonabile. Chi è diventato famoso, più facilmente si pone come esempio a un numero imprecisato di persone. Quante avranno imparato dai quotidiani di ieri che le piste di cocaina si attraversano disinvoltamente, senza danni, ma danno fama e denaro in abbondanza senza nessun rischio di vergogna?

IL GIORNALE - 22 luglio 2010
I Giudici dei minori che non si occupano del bene dei bambini
Il Tribunale per i minori di Trento ha tolto a una madre il suo bimbo appena partorito. E questo, pare, perché la madre ha un reddito di sole 500,00 euro al mese. E' all'evidenza un fatto inaudito, di [...]

Il Tribunale per i minori di Trento ha tolto a una madre il suo bimbo appena partorito. E questo, pare, perché la madre ha un reddito di sole 500,00 euro al mese. E' all'evidenza un fatto inaudito, di fronte al quale Erode sembra un dilettante, tenuto conto che ha agito oltre 2000 anni fa, quando non c'erano Costituzioni, leggi, garanzie e i principi del welfare degli Stati. A volte anche nei Tribunali per i Minori non esistono le leggi, non c'è garanzia di difesa, il principio del contraddittorio è una vera utopia, gli avvocati difensori sono trattati come elemosinanti fastidiosi. A fare da padroni sono assistenti sociali, giudici non togati, cancellieri che, con la scusa della privacy dei minori, quasi ti costringono ogni volta a superare l'esame d'avvocato prima di farti accedere a un fascicolo. A parte pochissimi Giudici illuminati, nei Tribunali dei Minori italiani c'è la cambogia del diritto. Come dimostra questo caso, reso noto in questi termini da uno psicologo giustamente indignato, espressione di una violenza insopportabile che non dovrebbe neppure sfiorare il territorio sacro del diritto e dei diritti. Sembra dunque, ma se non è così qualcuno dovrebbe chiarirlo, che una ragazza di vent'anni, dopo essersi rifiutata di abortire, si sia vista sottrarre il bimbo neonato perché già inserito in una procedura di adottabilità. Posto che neppure a una cagna si sottraggono i cuccioli da allattare, è d'obbligo che lo Stato dia una spiegazione a questo scempio giuridico, giudiziario e affettivo. E se c'è da rettificare la notizia, si affretti a farlo prima di allargare l'ennesimo panico da inefficienza o invadenza statale. Come possono giustificare i Giudici del Tribunale di Trento la loro decisione, a fronte dell'articolo 31 della Costituzione? Che dice: "la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituto necessari a tale scopo". Proteggere la maternità e l'infanzia, non significa togliere i figli alle madri se inadeguate, ma aiutare le madri sfortunate anche con il sostegno economico, oltre che con l'assistenza domiciliare di tutti quegli ausiliari dei giudici minorili che, invece, amano esercitare il potere togliendo i figli alle madri. Mi piacerebbe potere andare a fondo di quel parallelo procedimento di adozione per cercare di capire qualcosa che mi sembra davvero allarmante, cioè il perché dell'immediatezza dello stato di adottabilità di un bimbo che la madre non ha rifiutato. E qui per una volta, se così davvero stanno le cose, si dovrebbe anche inquadrare, oltre qualsiasi confine garantista, la responsabilità del Giudice che ha preso le decisioni parallele, contro il chiarissimo e categorico principio della legge sull'adozione: "il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia. Le condizioni di indegenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e aiuto". Non sono mie opinioni o speranze, ma leggi che i giudici dovrebbero conoscere e applicare. Assieme alle storie dei singoli individui che hanno la sventura di capitare in quei corridoi e in quelle aule e non sempre sono trattati da essere pensanti, affettivi, capaci e soprattutto soggetti di diritto. Questa povera madre, subito orfana di suo figlio, aveva rifiutato di interrompere la gravidanza per rispetto alla vita di una creatura che lo Stato, poi, non ha rispettato. Ma avrebbe collaborato, prima, per legge, all'aborto. La conclusione dovrebbe essere che lo Stato favorisce l'aborto ma non la nascita di una famiglia? Eppure l'articolo 1 della legge sull'aborto dice: "lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio". Forse il Giudice di Trento è convinto di avere tutelato una vita umana. La sensazione più immediata, invece, è che ne abbia devastate due. Per proteggere la maternità e l'infanzia, sono stati istituiti, dal 1975, i Consultori familiari con il compito di aiutare le donne a evitare gli aborti, rassicurandole e sostenendole dopo la nascita dei figli. Perché un Giudice ha preso decisioni che un Consultorio avrebbe potuto scongiurare? Perché sono stati trascurati almeno i tre principi fondamentali del nostro diritto a tutela dei neonati, qui ritrascritti, e nessuno, fra tutte le persone coinvolte in questo brutto caso, ha pensato un solo minuto all'opportunità di evitare una vera tragedia esistenziale? Forse perché quando non si ha la responsabilità personale (cioè non si pagano di tasca propria gli errori) ma si sentenzia "in nome del popolo italiano", tutto si fa (ma non tutti, fortunatamente) con spensierata superficialità. Al di là della legge e della vita degli altri.

IL GIORNALE - 21 luglio 2010
Contro la corruzione non si può contare sulle donne (purtroppo
Le donne di potere si dividono in due categorie: a) quelle che lo sono diventate nonostante siano donne; b) quelle che hanno sfruttato l'ombra di un uomo potente. Le prime hanno un potere personale e [...]

Le donne di potere si dividono in due categorie: a) quelle che lo sono diventate nonostante siano donne; b) quelle che hanno sfruttato l'ombra di un uomo potente. Le prime hanno un potere personale e sono pochissime. Le seconde sono molte di più, ma il loro potere è derivato e relativo. Sommate le une e le altre non si arriva al numero degli uomini di potere. Ma, in qualsiasi caso, le donne di potere corrotte sono una rarità. A tal proposito, dopo l'inquietante scoperta di una presunta P3, Chicca Olivetti, fondatrice del Movimento Metà di Tutto, ha dichiarato "rimuovere gli ostacoli a una maggior presenza di donne nei posti di comando della politica è una questione non più rinviabile Non è un caso che le cronache degli scandali e del malcostume politico coinvolgono esclusivamente gli uomini. Non c'è dubbio che la moralizzazione della politica non può prescindere da questo dato di fatto". Come nella politica, anche nelle carceri non c'è par condicio: c'è infatti una notevole differenza tra il numero di detenute (3.003) e il numero di detenuti (65.255) e pure tra i criminali schedati le donne sono in rapporto percentuale meno del 4% degli uomini. Dunque, non si può prescindere neppure da questo dato che appare omogeneo nella politica e nella criminalità: gli uomini delinquono di più. E forse ha proprio ragione chi, volendo moralizzare la nostra politica, invoca a gran voce il comando delle donne. Tuttavia, secondo me, i tempi sono ancora acerbi, perché ciò possa avvenire. I motivi sono molteplici. Prima di tutto ci sono ancora troppi uomini in gioco, attaccati alle loro plance di comando e restii a buttarsi a mare (anche solo per tornare a terra). Di contro, ci sono poche donne disponibili: molte sono indispensabili a quegli uomini al timone che, senza moglie, segretaria e amante, non avrebbero né il tempo né il modo di dedicarsi a tessere trame e salvare poltrone. Non è una novità che dietro un "grande" uomo, ci sia una grande donna. In realtà tre (donne) è un numero più contemporaneo. Altre, non hanno nessuna intenzione di far politica, perché hanno già una ricca mangiatoia bassa, fornita loro da un padre o da un uomo, perenne o di turno, interessato solo a nutrire il loro benessere. Altre ancora sono troppo impegnate a combattere per far quadrare la loro vita difficile, e non hanno il tempo né la voglia - giustamente - di pensare anche agli altri. Molte hanno già il loro posto in politica, ma, la maggior parte, l'hanno conquistato da gregarie, non certo scalando le montagne come Fausto Coppi. Non avranno mai la maglia rosa, perché preferiscono impegnarsi per farla indossare al padrino di turno. E non faranno mai parte di P2, P3, P4 o altro, non solo perché statisticamente meno corruttibili degli uomini, ma anche perché già associate al potente, ricevono automaticamente i vantaggi del comando. Dunque, perché perdere il tempo in associazioni segrete, incontri mestatori o obiettivi lobbistici, quando shopping e spa hanno importanza significativa nella loro esistenza? Donne serie, concrete e capaci in politica sono poche e sono sane. Non tutte di potere. Restano infine le sole poche donne al comando delle più disparate attività. Queste hanno avuto fin da piccole un'educazione forte e hanno sviluppato un ideale dell'io molto duro, dovendo nuotare contro corrente come i salmoni. Fin da bambine si sono sentite dire che qualsiasi cosa se la devono meritare con l'impegno: ciò costituisce un buon argine per restare nei confini dell'etica. A differenza dei maschietti che, solo perché tali, fin dalla nascita sono considerati dalle mamme trofei da esibire. E' più facile, così educati, saltare gli argini e ritrovarsi tra maschi a complottare per non perdere il potere di essere sempre qualcuno più importante degli altri. E' più facile delinquere, quando si è convinti di poter fare tutto perché si ha diritto a tutto. E le "donne salmone" non hanno nessuna voglia di mettersi a combattere contro gli uomini della politica e in politica, dopo avere già speso le energie per conquistare il loro personale posto di potere e soddisfazione. In conclusione, se questi sono i dati di fatto, mi sembra un'utopia pensare che, in tempi brevi, ci possa essere la moralizzazione della politica grazie alle donne: non hanno tempo, non possono, non vogliono; se già fanno politica, sono poche e si sono diversificate secondo il temperamento, ma onorano il genere con l'onestà. Forse è meglio che le cose restino così. Lavoriamo invece sugli uomini, fin da bambini. Che sono i veri ostacoli alla moralizzazione, non solo della politica. Questo, sì, è un compito serio per le donne: educare i maschi a meritare, esattamente come le bambine, ogni cosa che vogliono. Finché un giorno, della prossima generazione, si potrà parafrasare Dante, e anche svuotare le carceri, dicendo finalmente "tanto gentile e tanto onesto pare l'uomo mio…"

IL GIORNALE - 8 luglio 2010
Giugno 2028: lettera dal figlio di Ronaldo
Giugno 2028, Cari papà (?) e mamma (?), finalmente la settimana prossima compirò 18 anni e potrò decidere da solo della mia vita. La libertà non ha prezzo, la mia vita invece per voi l'ha avuto: tu [...]

Giugno 2028, Cari papà (?) e mamma (?), finalmente la settimana prossima compirò 18 anni e potrò decidere da solo della mia vita. La libertà non ha prezzo, la mia vita invece per voi l'ha avuto: tu madre (mi si accappona la pelle al solo chiamarti così) mi hai venduto incassando 12.000.000,00 di euro. Per te, neonato, valevo forse 4.000.000,00 di euro al kilo? L'affare del secolo. Tu padre (anche questo termine è inopportuno) hai pagato una tangente da 2000 euro al giorno per 18 anni, perché io fossi privo dell'unica persona che tutti i bambini hanno, la mamma. Pensate di avermi reso felice con questo vostro reciproco regalo costoso? E a me che cosa avete regalato? Certo, sono il figlio di un grande campione, ammirato in tutto il mondo. E così io sono al centro dell'attenzione di tutti. Già all'asilo ero il più popolare tra gli amichetti; diventato adolescente non ho fatto fatica a conquistare tutte le ragazzine che volevo, pur soffrendo l'invidia dei mie compagni. A Natale ho sempre ricevuto doni preziosissimi da ogni angolo della terra: i tuoi sponsor e i tuoi tifosi hanno sempre fatto a gara per conquistarti, tramite me, che sono il figlio del grande CR9. Un mito dello sport, ragazzo padre orgoglioso di allevare in esclusiva il suo erede. Orgoglioso anche ora di far sapere a chiunque come sono bello, bravo, sportivo, già in competizione con la fama del padre sui campi di calcio. Ma tu, papà - si fa per dire, però, questa è l'abitudine - ti sei mai chiesto se io sono felice di te, come tu dichiari di esserlo di me? No, non lo sono. Perché mi vergogno dei miei genitori. Non ricordo neppure più le balle che mi hai raccontato per anni, pur di giustificare la mancanza di una mamma. Non mi interessavano neppure le risposte: ero già troppo triste per non averla vicino a me. Il mondo cambia, ma i bambini hanno sempre bisogno del papà e della mamma, anche se non insieme. Ero geloso dei miei compagni, dei sorrisi e delle carezze che ricevevano dalle madri. Sono diverse, sai, da quelli delle zie, della nonna, delle amiche che si sono alternate al tuo fianco. Lo sguardo di una madre ha tenerezza e calore irripetibili. Perché me lo avete negato? Avrei voluto essere tra le braccia di una mamma quando avevo mal di pancia, mi sbucciavo le ginocchia, mi facevano male i denti. Avrei voluto raccontare alla mia mamma le emozioni di quando mi sono innamorato della figlia della nostra governante e dei suoi occhi neri e pungenti. Avrei voluto farmi spiegare tutti i sentimenti: l'amore, la rabbia, il dolore, la gioia. Avrei voluto la mamma in ogni minuto della mia vita. E invece non so chi è, non ho conosciuto il suo profumo. So solo che è una mamma cattiva, egoista e avida. Lo so da quando, qualche anno fa, ho letto la storia della mia nascita su internet. C'era scritto proprio tutto. E non c'era l'amore in quei racconti. Non sono nato per amore, ma forse per sbaglio o per interesse. Di chi? Di tutti e due: il papà mi ha avuto in esclusiva, la mamma si è fatta pagare per non avermi. Avete avuto troppa fretta nel decidere. Siete andati oltre. Oltre il destino, oltre l'amore per vostro figlio. Sono figlio della vostra volontà capricciosa e cinica. Persino una bestia sopprime i cuccioli solo quando è in pericolo o denutrita, ma mai in cambio di quintali di carne fresca. Quando ho letto le notizie del 2010, ho capito tutto. Dal mio cuore si è cancellata la fiducia. Di colpo sono diventato adulto, responsabile di un segreto più grande di me, che non ho voluto condividere con nessuno. Cercavo di rassicurarmi, per quanto continuasse a essere indecifrabile al mio cuore il perché della mia nascita. Ho aspettato oggi, per liberarmi della zavorra del mio passato, perché a giorni divento maggiorenne e nessuno può più decidere per me e contro di me. Non ho una storia prima di nascere, e quello che è venuto dopo è un fumetto dell'orrore. Anche se tu ti comportavi, papà, come il padre migliore dell'universo, mi avevi già rubato le emozioni preziose e irripetibili della mia vita. E tu mamma sei stata sua complice. I miei diciotto anni sono frutto dell'inganno, della menzogna, della truffa: per colpa di chi mi ha dato la vita e me l'ha rapinata nel primo minuto della mia nascita. Avete perduto anche voi qualcosa di importante, però, malgrado il vostro ricco accordo: la storia di un figlio che avrebbe potuto farvi felici, anche se separati, con la gratitudine e la speranza di ripagarvi d'ogni ansia e d'ogni attenzione che avreste potuto dedicarmi se mi aveste considerato una persona con dei diritti. L'attenzione, invece, non l'avete avuta per me, ma per voi. Ora mi riprendo il maltolto. Non mi interessa il denaro che mi ha battezzato, facendomi così conoscere al mondo, né tutto quello che posso avere se resto con voi. Non mi interessa vedere la faccia della madre che mi ha rinnegato. E non voglio più vedere il viso di chi mi ha comperato. Voglio nascere il giorno in cui compirò 18 anni e voglio scoprire se in questo mondo, dove voi mi avete messo, per caso o per calcolo, esiste un amore che non ha prezzo. Il vostro non figlio (che non appartiene a nessuno. Forse nemmeno a se stesso)

IL GIORNALE - 7 luglio 2010
Se è il papà a chiedere gli alimenti alla figlia
"Onora il padre e la madre" è un precetto etico, religioso ma anche giuridico. E' un principio universale talmente ovvio, istintivo e nell'ordine naturale delle cose, da essere considerato [...]

"Onora il padre e la madre" è un precetto etico, religioso ma anche giuridico. E' un principio universale talmente ovvio, istintivo e nell'ordine naturale delle cose, da essere considerato indiscutibile, salvo nei casi, inquietanti e paradossali, che vedono genitori sfruttare, abusare, abbandonare, uccidere i figli. Di solito, invece, i genitori i figli li amano, per loro lavorano, si sacrificano, si angosciano, soffrono nel farli crescere, li nutrono di cibo, tempo, attenzioni e tanto denaro. I figli, nella circolarità dell'esistenza, dovrebbero amarli e onorarli altrettanto. Anche mantenerli se necessario. Invece da tempo qualcosa è cambiato. Al punto che un precetto condiviso da tutti, persino tra i selvaggi, gli analfabeti e i popoli più crudeli, si è stemperato sino a perdere la sua forza morale e cogente. Prova ne sia il fatto che un padre, finito in miseria, sia costretto a rivolgersi al Giudice per avere l'aiuto economico dalla figlia. Quella figlia alla quale, in un passato di splendore e denaro, aveva pure regalato un immobile, dopo averla mantenuta alla grande e in proporzione alla ricchezza di allora. La situazione non è così singolare come si vorrebbe poter credere. Sono tanti i genitori che si sono svenati per mantenere i figli, pagare i loro studi, aiutarli nell'acquisto della casa e nell'allevamento dei nipoti, e poi da pensionati senza risparmi, si scoprono abbandonati o quantomeno trascurati. Ci sono genitori anziani che non possono godersi la vita e la compagnia dei lori nipotini, perché figli, nuore o generi assumono altezzose posizioni di superiorità, che finiscono col generare umiliazioni e conflitti proprio con chi ha dedicato loro tempo, cuore e salute. Ci sono vecchi lasciati a se stessi nelle strutture pubbliche o private, o relegati nelle proprie abitazioni silenziose alla mercé dei turni successivi di badanza di rumeni e filippini. Ci sono mamme e papà che ancora tanto potrebbero dire e fare per nutrire e impreziosire la vita e il pensiero dei figli; e invece da questi vengono vigliaccamente e barbaramente tolti di mezzo per conquistarne risparmi; cioè quello che queste bestie crudeli di figli ritengono un loro diritto: l'eredità, prima che sia consumata in medici, medicine e assistenza domestica. Il nostro codice è chiarissimo: non esiste un dovere dei genitori, morendo, di lasciare per forza un patrimonio. Neanche dei genitori ricchissimi. Se c'è, in parte viene distribuito ai figli. Ma chiunque ha il diritto di spendersi tutto ciò che si è guadagnato, fino all'ultimo euro, e di morire da nullatenente senza dovere accantonare e distribuire alcunché. Invece i figli hanno il preciso dovere (ex art. 433 c.c.) di prestare gli alimenti ai genitori che si trovano in stato di bisogno. E "prestare" non vuol dire che abbiano, i figli, diritto alla restituzione delle somme versate per adempiere all'obbligo giuridico. Alcuni studiosi riconducono il diritto agli alimenti della categoria dei diritti di credito, e ne spiegano la ragione nel diritto fondamentale di solidarietà e cooperazione che caratterizza il diritto di famiglia. Non solo: chi ha ricevuto in dono un bene da chi in seguito rimane privo di mezzi di sussistenza, ha l'obbligo poi di prestare gli alimenti al donante, anche se non ne è figlio. A maggior ragione se lo è. E' volgare persino doverne parlare, giacché l'obiettivamente giusto non merita opinioni diverse. Se c'è il diritto dei figli, legittimi o naturali riconosciuti o adottivi, a essere mantenuti fino all'autonomia economica (art. 147 c.c.), non può non esserci il reciproco dovere a mantenere i genitori che l'autonomia economica hanno perduto. Il Codice non fa sconti. Purtroppo, però, gli ultimi decenni hanno rivoluzionato la costellazione familiare: Spock, Montessori, le varie dichiarazioni dei diritti dei fanciulli, se pure hanno messo nella giusta luce le esigenze e le necessarie tutele dei minori, se pure hanno portato il sacrosanto rispetto ai bambini, hanno coltivato la mentalità figliocentrica della famiglia. I genitori hanno messo al centro del mondo il benessere dei figli e hanno rinunciato all'autorità e alla educazione anche sanzionatoria. Se a ciò si aggiunge l'esasperata parcellizzazione dei diritti individuali senza la corrispettiva consapevolezza dei doveri, la pretesa assistenzialista di chiunque veda nello Stato la mamma munifica, nonché l'incapacità diffusa di assumersi responsabilità, si può capire perché molti giovani crescano con la convinzione onnipotente di avere diritto a qualsiasi cosa, senza dover restituire niente. Neppure un grazie. Si può comprendere perché alcuni di quelli allevati in famiglie benestanti preferiscano avere aspettative sulla morte dei genitori, qualcuno anticipandola, piuttosto che investire le forze nel crearsi la propria vita. Sessant'anni fa ci si rivolgeva al padre usando il "voi"; oggi un povero padre si deve rivolgere al giudice per avere un tozzo di pane dalla figlia più che beneficata nel roseo passato. E' evidente che c'è qualcosa di molto sbagliato: non solo nei figli senz'anima, viziati ed egoisti, ma anche in quei genitori che, fin dalla loro nascita, diventano supinamente schiavi del futuro dei figli, anziché – come è diritto indiscutibile di chiunque - restare protagonisti e al governo della propria vita, anche futura.

IL GIORNALE - 4 luglio 2010
Obama "presidente donna". Ma è davvero un male?
Si fa presto a dire uomo. Non è il testosterone a fare un uomo e pochi uomini hanno le cosiddette palle. Almeno in senso metaforico. È dunque un mito subculturale, ormai superato e antistorico, quello [...]

Si fa presto a dire uomo. Non è il testosterone a fare un uomo e pochi uomini hanno le cosiddette palle. Almeno in senso metaforico. È dunque un mito subculturale, ormai superato e antistorico, quello di definire donnicciole gli uomini che risultano privi degli attributi, dati per scontati. Questi, sono soltanto uomini. Anzi, persone incapaci, da contrapporre a persone capaci. È ormai ridicola la distinzione di genere sessuale per cui i forti sarebbero gli uomini e le deboli le donne, per cui il decisionismo sarebbe maschile e l'incertezza femminile. Chi oggi ragiona con questi schemi, è ancorato a una prospettiva pressoché medievale, che gli impedisce di guardare al mondo contemporaneo e di vedere quanti uomini navigano nel dubbio e nell'indecisione. Sessuale, sentimentale, vitale. E soprattutto non conosce le donne, non sa quanta strada abbiano fatto anche solo negli ultimi cinquant'anni; quanta più forza e potere abbiano conquistato rispetto a un passato oscuro nel quale solo poche - conosciute alla storia - hanno avuto il coraggio di emergere in famiglia, nella scienza, politica o arte che fosse. La donna oggi è fortissima: è libera di scegliere rapporti e frequentazioni; può decidere quando, con chi (e, anche, se da sola) e dove avere figli; può cambiare stili di vita secondo il proprio desiderio; può iniziare e portare a compimento qualsiasi carriera lavorativa; può modificare il suo corpo a piacimento, sia esteticamente sia biologicamente. Se vuole, può. Le giovani sono dotate di un'avidità di vita, piacere, denaro, affermazione tale da farle essere, a volte, feroci. La competenza, prettamente femminile, di conoscere e governare emozioni e fragilità, in uno all'assoluta libertà comportamentale e al rifiuto della femminea tradizione sacrificale, consente perfino, a molte, di essere abili e implacabili manipolatrici di uomini cosiddetti forti e potenti. Già Kipling diceva che la donna più sciocca può manovrare a suo piacere un uomo intelligente. Le donne oggi, quasi tutte, per di più, sono sicure di se stesse - anche se sciocche - e sanno quasi sempre ciò che vogliono. Che poi, nel particolare, si dimostrino incapaci, fortunate, superficiali o fragili, è un'altra questione. Che riguarda anche gli uomini, del resto. Ma tra queste ipotesi, naturali e ovvie nel più ampio scenario, e il dire che la politica di Obama è perdente nonché il motivare che così sarebbe perché lui agisce con parametri comportamentali femminili, c'è un mare di vacuità e di ignoranza dei fatti, anche statisticamente provati, che riguardano le donne di questo secolo. In Italia, per esempio, il 70% delle separazioni è richiesto dalle mogli. Cosa vuole dire? Che le donne sanno decidere, assumersi responsabilità, agire concretamente, cambiare e rivoluzionare la loro vita quando è necessario. In Inghilterra ci sono, tra i ricchissimi, più donne che uomini. Che significa? Che le donne sanno costruire bene e pensare solidamente al futuro anche dei figli. In tutto il mondo le ladre e le truffatrici sono in numero nettamente inferiore ai «colleghi» maschi, dunque si può anche dire che le donne, forse, sono più oneste. Allora perché criticare apertamente Obama come presidente troppo «donna» (e dunque perdente?) e poi non apprezzare abbastanza la Merkel, e anzi attribuirle un decisionismo «mascolino», quando fa bene? (Così mortificando il suo essere donna). Perché c'è ancora discriminazione sessuale, bovino attaccamento agli stereotipi e ottuso scollamento dalla realtà. Aveva più senso la canzone di Gaber (la doccia è di sinistra, la vasca da bagno di destra) che non la pedante, patetica e sbagliata distinzione tra l'agire da uomo (con forza) e l'agire da donna (con debolezza). È una ruminazione che odora di tinello, che addirittura porta il lezzo di verza stracotta se a farla è una donna, per di più giornalista e adorna del premio Pulitzer. Ma dove vive? Chi frequenta? e dove ha mai incontrato uno solo di questi uomini che le danno l'idea tetragona della forza maschile? Bisogna ricordare, con cautela, alla brava giornalista che, ormai, l'unica differenza fra un uomo e una donna è rimasta solo quella lì, che tutti conosciamo.

IL GIORNALE - 2 luglio 2010
Violenza sulle donne? Lo Stato chiude gli occhi
Il punto cruciale è che c'è scarsa, scarsissima, sensibilità, da parte delle istituzioni, per tutto ciò che riguarda le vicende familiari. Lo Stato è invasivo, al limite dell'insopportabile, quando si [...]

Il punto cruciale è che c'è scarsa, scarsissima, sensibilità, da parte delle istituzioni, per tutto ciò che riguarda le vicende familiari. Lo Stato è invasivo, al limite dell'insopportabile, quando si tratta di punire una famiglia (per esempio strappando il figlio a una famiglia conflittuale o non assentendo a un'adozione); è del tutto latitante quando, invece, dovrebbe impegnarsi a prevenire quelle che poi si rivelano autentiche tragedie. Nessuno può immaginare quante denunce connesse a rapporti familiari vengano trascurate, archiviate o rimesse. Magistrati e forze dell'ordine fanno, troppo spesso, i preti che mediano inutili e ipocriti accordi pseudopacificatori: dovrebbero invece onorare il loro ruolo, anche, cercando di capire che, la maggior parte delle volte, la vittima ritira la denuncia perché è ricattata dal violento o dal persecutore. L'ultimo pluriassassino, in ordine di tempo, aveva precedenti penali per minacce e danneggiamenti, era stato denunciato dalla vittima e da altre per una decina di volte. Chi, sapendo, ora si deve sentire corresponsabile dei suoi due sanguinari e mostruosi omicidi? Certamente, anche chi è pagato per prevenire, fermare, giudicare la violenza e non l'ha fatto. Per incuria, incapacità, cinica indifferenza. Eppure le leggi ci sono. Ma restano inapplicate. A Milano, in verità, c'è un efficiente "pool familiare" ben coordinato tra polizia e procura: il personale è stato appositamente formato a comprendere e gestire al meglio i patologici rapporti interfamiliari. Dunque, chi ne è investito, di volta in volta sa comprendere, soprattutto in caso di stalking, se c'è il rischio della ripetizione più grave del reato e, di conseguenza, agisce con la rapidità e la concretezza indispensabili in questi casi. Quasi sempre e con un po' di stalking da parte dell'avvocato, però… Gli strumenti giuridici ci sono e, se non sono attivati dai legali esperti, vengono suggeriti alle vittime dai poliziotti e dagli agenti scrupolosi: chi è vittima di violenza può richiedere l'ammonimento del Questore al denunciato, ma anche misure protettive diversamente modulate, dal divieto di incontro e di contatti con luoghi e pertinenze della vittima, all'obbligo di dimora, fino agli arresti domiciliari. In via preventiva, però, senza aspettare la tragedia quasi sempre annunciata. Se la vittima è costretta a difendersi da sola, a modificare le proprie abitudini di vita, a vivere nell'ansia e nel terrore, il reato di stalking è già in atto e già provato: se chi deve agire non lo fa, è colpevole lui stesso; se non di stalking, quantomeno di omissione di atti d'ufficio. Intanto. Siamo circondati dalla violenza, soprattutto all'interno delle mura domestiche: molestie, maltrattamenti, crudeltà mentale, aggressioni morali, fisiche e specificamente sessuali, minacce, terrorismo psicologico, sadismo comportamentale. La vittima spesso non la riconosce, poi se ne vergogna, nel frattempo ne diventa dipendente o ha paura del persecutore. Si fa presto ad arrivare al crimine, quando l'"amore" è malinteso, delirante, ossessivo e non accetta la frustrazione del rifiuto e della fuga. Tanto per cominciare, smettiamola di giustificare gli assassini dicendo "a suo modo l'amava". O si ama o non si ama; forse l'amore è solo un concetto teorico ed esistono, invece, fatti che provano l'amore. Un omicidio alla fine di una storia, lo nega fin dall'origine, limitandosi provare o la follia o l'insano e presuntuoso amore per sé stessi. In secondo luogo questi quotidiani orrori della cronaca devono poter servire almeno a imparare, crescere, capire, solo così potendosi prevenire la deflagrazione della violenza. Non c'è bisogno di studiare psicologia per capire se una persona si dimostra ossessiva, se agisce con sballati criteri comportamentali. Bisogna stare allarmati nei confronti di atteggiamenti altrui fuori dalle righe. Inoltre, bisogna imporsi di non accettare da nessuno, e tantomeno dal partner che si dichiara innamorato, menzogne, inganni, umiliazioni, alternanze ripetute di aggressioni e scuse, minacce anche velate, sopraffazioni aperte o subdole. Il seme della violenza può crescere strisciante nel silenzio ed esplodere rumorosissimo all'improvviso. Difficilmente è senza frutti velenosi o mortali. I migliori concimi della violenza sono l'avidità, l'ambizione, la rabbia, il rancore, l'invidia, la frustrazione del persecutore. Il peggiore antidoto alla violenza è la tolleranza ipocrita e perdonista della vittima. Accettare in silenzio la tortura del sopruso sistematico non è prova di generosità, e neppure di rispetto per gli eventuali figli o il proprio decoro sociale: non si deve soccombere a nessun ricatto, crudeltà, angheria, violenza. Ciò provoca assuefazione nella vittima e feroce progressione nelle vessazioni del carnefice. Fino alla morte, dell'anima o del corpo. Chi convive con la violenza, sia vittima o carnefice, può essere salvato solo dal sapere: acquisire informazioni sul come fermare questa patologia e agire di conseguenza prima di qualsiasi tragedia. Ma tutto ciò diventa mera chimera quando, chiedendo il primo gesto di aiuto a un pronto soccorso, un agente, un magistrato, si ha per risposta l'annoiata o distratta o lucida, ma sempre crudele, indifferenza. Che è la peggiore delle violenze.

IL GIORNALE - 26 giugno 2010
Nozze miste, la legge italiana conta più dell'islam
In questo sistema di scambi culturali e sociali ultraglobalizzati, fino a rendere quasi imbarazzante il paradosso coi contestuali, peraltro opportuni, progetti politici federalisti, i matrimoni misti [...]

In questo sistema di scambi culturali e sociali ultraglobalizzati, fino a rendere quasi imbarazzante il paradosso coi contestuali, peraltro opportuni, progetti politici federalisti, i matrimoni misti sono un fenomeno ormai in visibile crescita. E di conseguenza lo saranno i divorzi tra coppie miste. Di conseguenza, ancora, si moltiplicano i conflitti tra l'amministrazione dello Stato, la giustizia, le opinioni personali e politiche, garantiste per un verso o per l'altro, sull'interpretazione della legge. E' evidente che, in questo obiettivo marasma e nell'incertezza dei diritti - purtroppo sempre più prevalenti sulla consapevolezza della reciprocità dei doveri - spetta agli avvocati puntare il pallino sul quale sperare di fare carambola delle varie interpretazioni. Avvocati, in altra più malevola metafora, definiti "girarrosti delle leggi che, a forza di girarle e rigirarle, riescono a cavarne un arrosto per sé". Possibilità che, tuttavia, anche a volerci credere, non riesce quando il giudice, investito della questione, fa bene e rapidamente l'unica cosa che il ruolo e la funzione gli richiedono, cioè decidere con sapienza e competenza. E' di qualche giorno fa la notizia dell'uomo italiano che, desideroso di sposare la pluriennale fidanzata marocchina, si è visto negare, dal Comune di un paesino in provincia di Bolzano, il nulla osta alle nozze. Questo, perché? La legge italiana prevede che, quando c'è in programma la celebrazione di un matrimonio, i nubendi devono ottenere l'autorizzazione alla pubblicazione dall'ufficiale dello stato civile cui viene fatta la richiesta. Se uno dei futuri sposi è di cittadinanza estera, prima di rilasciare l'autorizzazione, l'ufficiale deve ricevere il nulla osta dall'autorità diplomatica o consolare dello Stato coinvolto. Nel caso specifico, il consolato del Marocco l'aveva negato perché la futura sposa islamica si sarebbe così unita a un infedele, a un uomo cioè che non aveva abiurato alla propria religione per convertirsi al Corano. Questa norma sembra non valga tuttavia per i maschi mussulmani che, dunque, otterrebbero, comunque sia, il nulla osta anche se sposassero un'infedele. Ebbene, una questione analoga era già stata proposta al Tribunale di Monza due anni fa e risolta brillantemente, con la nota sapienza, dal Presidente Calabrò. Nel decreto (2528/08 Vol.) di risposta a un ricorso basato su presupposti simili, egli, con apprezzabile sillogismo, ha affermato i seguenti concetti: - per una cittadina estera di religione islamica vige il divieto della sua legge nazionale a ottenere un certificato utile a poter contrarre matrimonio con un italiano non islamico; - quest'ipotesi è palesemente contraria all'ordinamento italiano e ai suoi fondamentali principi costituzionali e di ordine pubblico (i diritti del cittadino come singolo e nelle formazioni sociali sono inviolabili; tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali); - la legge straniera non è applicata se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico italiano (legge 218/95 art. 16); - dunque il giudice, applicando la legge e facendo valere i diritti costituzionali assoluti, deve ordinare all'ufficiale di stato civile di procedere alla pubblicazione del matrimonio. Naturalmente in Italia. Semplice, logico, risolutivo. Ma non tranquillizzante. Perché in Italia ognuno vuol dire la sua, indipendentemente dal fatto che altri abbia affrontato e risolto bene, nell'unico modo possibile, un qualsiasi problema. Considerata, dunque, la crescita esponenziale dei matrimoni misti e, come detto, anche degli inevitabili divorzi nel tempo, non sarebbe bene che si creassero degli automatismi o che avvocati e giudici si accordassero per tempo sui principi condivisi, per non affollare ancor di più le scrivanie di entrambi? Non solo si eviterebbe l'uso eccessivo del girarrosto, così eliminando fumi e bruciature, ma l'arrosto per gli avvocati sarebbe certamente più sano, se ottenuto con carne di qualità e sughi genuini, preparati da giudici esperti, con ricetta certificata dalla buona volontà di fare presto e bene. In nome della legge.

IL GIORNALE - 19 giugno 2010
Ecco perché le donne oggi sono più ricche degli uomini
Secondo una ricerca inglese, in Gran Bretagna il numero delle donne ricche è più alto di quello degli uomini. Vabbé che in Inghilterra c'è la regina, e che vi abitano Victoria Beckham, Catherine Zeta [...]

Secondo una ricerca inglese, in Gran Bretagna il numero delle donne ricche è più alto di quello degli uomini. Vabbé che in Inghilterra c'è la regina, e che vi abitano Victoria Beckham, Catherine Zeta Jones e l'autrice di Harry Potter, per non dire della vedova di George Harrison o della moglie di Ecclestone, ma se per ricche consideriamo tutte coloro che hanno un patrimonio superiore a 600 mila euro (parametro della ricerca) anche in Italia le signore non sfigurano per nulla. Anzi. Basti pensare a quante - e sono tante - si ritrovano a essere titolari di case, aziende e quote societarie per strategie fiscali dei loro mariti o padri. Basti solo ricordare anche le vedove o orfane di ricchi imprenditori. Ma ci sono anche le divorziate molto bene, grazie a liquidazioni una tantum contrattate con accortezza. In Italia ci sono però altrettante donne sicuramente titolari di patrimoni (di almeno 600 mila euro) costruiti per soli meriti propri: capitane d'industria, cantanti, star televisive e libere professioniste in ogni settore. Trascuro per buon gusto le escort, le truffatrici e chiunque altra abbia accumulato denari propri e altrui in forza di uno o più reati. Non voglio esagerare in questa rivendicazione del primato femminile…. Fatto sta che, anche secondo me, le donne sono più capaci - soprattutto se sole - a mantenere la ricchezza acquisita direttamente o indirettamente. Perché hanno più paura del futuro, perché nel passato erano psicologicamente e concretamente schiave del denaro maschile, perché accumulano per poter un giorno distribuire tra i figli, così tramandando anche la propria protettività. Per una donna, infatti, il denaro è sicurezza, mentre per l'uomo è potere, anzi simbolo di potenza virile. Dunque, deve essere esibito, giocato, rischiato. La sicurezza sta nell'avere e nel tenerselo stretto il denaro, pensano, invece, le donne. Tant'è vero che il gioco in Borsa è un'attività più maschile che femminile: gli investimenti delle donne non sono mai - salvo le ovvie eccezioni - rischiosi, tant'è che i preferiti sembrano essere il mattone e le polizze vita (anche sulla vita del marito) o a futuro rendimento. Del resto si sa che le femmine, come laboriose formiche, raccolgono per istinto e per tradizione il grano da riporre nel granaio, mentre gli uomini preferiscono giocare sull'aia a chi tira il chicco più lontano. Infatti di donne che finiscono sul lastrico non si sente raccontare, mentre di uomini che perdono la fortuna al gioco o con le donne, son ricche le cronache. Gli uomini - salvo gli avari patologici - non sanno resistere alle lusinghe onnivore delle amanti, e le donne, appunto, sanno come spennare la selvaggina con pazienza braccata. Difficilmente, invece, le donne sperperano il denaro per trattenere un uomo, consapevoli del valore del soldo ma anche della propria, eventuale, rinnovabile seduttività. Dunque, mi pare di poter dire che, se la donna è più uterina e spesso sconclusionata nei sentimenti, addirittura perdente quando non è capace di lungimiranza, è invece vincente nella politica economica e amministrativa delle proprie sostanze. Il che potrebbe suggerire, dando un senso costruttivo al risultato della ricerca inglese, l'opportunità che il Governo degli Stati possa essere più frequentemente affidato alle donne: se in grado di governare al meglio i propri patrimoni, perché non credere che sarebbero capaci di applicare lo stesso istinto e la medesima esperienza al governo dello Stato? Sempre di politica economica e amministrativa si tratta, e con la certezza che il potere di gestione del denaro pubblico, non potrebbe, quantomeno, deteriorarsi in comportamenti confusivi tra potere e potenza virile.

IL GIORNALE - 7 giugno 2010
Attenti alle nuove mantidi che usano il sesso come arma
Che dire di questa storia di presunte molestie al comune di Milano? In verità non si può e non si deve dire niente, perché i fatti sono sub iudice. Ma forse, addirittura, no. Nell'attesa può avere un [...]

Che dire di questa storia di presunte molestie al comune di Milano? In verità non si può e non si deve dire niente, perché i fatti sono sub iudice. Ma forse, addirittura, no. Nell'attesa può avere un senso esaminare lo scenario del politicamente corretto o scorretto in tema di, chiamiamola così, aggressività sessuale. Mi ha sempre fatto orrore l'argomento principe della difesa di molti stupratori negli anni '70, quando, in piena rivoluzione femmminista, gli avvocati dell'imputato sostenevano che fosse stata la vittima ad autodeterminarsi il danno lamentato provocando l'assalitore con sguardi e abbigliamento audaci. Era tanto più ingiusto questo generico e malevolo attacco alla donna, in pratica vista come un diavolo tentatore desiderosa di essere violentata, quanto più - allora - era davvero difficile per le donne denunciare un reato sessuale. Il farlo, le metteva già in condizione di ipotecare il decoro pubblico e la dignità personale: non solo perché, allora, ancora sopravviveva il mito della verginità - perduta in qualsiasi modo la quale non si era più «sposabili» - bensì anche perché le donne non avevano coscienza che libertà e dignità fossero sì valori e diritti assoluti, ma personalissimi prima ancora che di rilevanza sociale. Dunque, i panni sporchi, l'indignazione e il dolore non dovevano oltrepassare la soglia pericolosa della denuncia del reato. Il rimanerne al di qua consentiva almeno di salvare le apparenze. Chi aveva il coraggio della denuncia infatti, diventava un'altra volta vittima, non del violentatore, ma di chi lo difendeva. Società maschilista compresa. Ne abbiamo fatta di strada in quarant'anni. Anche troppa, considerato che le denunce a contenuto sessuale si sono moltiplicate. È lecito domandarsi, dunque, se il panorama maschile sia stato sempre così squallido e triviale e se, quindi, il coraggio delle donne lo stia svelando; oppure se vi sia una pericolosa, per quanto non generalizzata, strumentalizzazione femminile delle leggi introdotte a specifica difesa della donna. La prima alternativa mi sembra difficilmente ratificabile: oggi i maschi hanno a disposizione chiunque e qualsiasi cosa per soddisfare le ingovernabili libidini che, quarant'anni fa, molto più di oggi, capitava fossero compresse per poi esplodere con brutale violenza; ma allora c'era il limite obiettivo della ridotta libertà sessuale. Che oggi, invece, impera, soprattutto a favore e contemporaneamente a danno proprio delle donne. Le quali, a volte spensierate, altre maliziosamente ingenue, altre ancora strategiche, hanno saputo fare del sesso il loro potere. Che impugnano fiere, per agganciare, per avere, per pilotare, essere qualcuno, raccontare, arrivare, vendicare e perfino denunciare. Le vittime, all'evidenza, sono gli uomini: storditi e annebbiati sempre da quel luogo nel corpo femminile, dal quale il primo giorno sono partiti e al quale anelano ogni giorno ritornare. Una debolezza genetica . Che è diventata la forza delle donne più spericolate, ma anche l'alibi opportunistico di molte altre. Le une e le altre sanno che l'uomo è indifendibile sul punto: la parola dell'una non vale quella dell'altro. La società è portata ancora a credere allo stereotipo dell'uomo violentatore e molestatore, invece di dover ormai ipotizzare la donna stupratrice o bugiarda. Con ciò non voglio difendere i bruti schifosi e triviali: ce ne sono ancora e troppi, che offendono per sempre l'anima e il corpo di una donna solo perché donna. Sono senza giustificazioni e meritano il massimo di una pena certa. Tuttavia, chi vuole giudicare, per mestiere o per attitudine, deve tenere conto di una nuova categoria di carnefici, pericolosissima, quella delle mantidi litigiose: donne che seducono per ricatto, vendetta, interesse. Se ignorate, strombazzano egualmente di essere state molestate; se «gratificate» da uno sguardo malandrino o da uno di quei patetici e deteriorati apprezzamenti al corpo (che gli uomini si tramandano tra loro nelle generazioni) immediatamente se ne sponsorizzano con denunce penali o «semplicemente» mediatiche, per assumere il ruolo sontuoso di vittima: un modo come un altro per dichiararsi «femmina desiderabile». Anche se bruttina o insipida. Siamo circondati da queste mantidi litigiose e gli unici che ancora non se ne sono accorti sono gli uomini, imprudenti e pasticcioni, che per una battuta piccante, un gesto vagamente sessuale, uno sguardo rapinoso, rischiano di giocarsi la vita, la carriera, gli affetti profondi. Complici l'esagerato garantismo, la mondiale diffusione di ogni sex-notizia, la giustizia lumaca. Se fossi un uomo e fossi ricco, potente o noto, le considererei infrequentabili anche solo per un attraversamento pedonale, un viaggio in ascensore, un cavalleresco lasciare il passo. Avrei il terrore del fraintendimento sessuale di ogni mio movimento, anche del più inconsapevole istantaneo tic nervoso o di una mano in tasca. Se le conosci, le eviti. Ma gli uomini le vogliono sempre «conoscere»: credono gratis e poi pagano il prezzo dell'ingenuità. In conclusione, non voglio fare come negli anni '70 quando, per difendere l'imputato si attaccava la vittima. Oggi, infatti, molte nuove vittime, anche se imputati, sono gli uomini, come ho detto indifendibili: di per sé e perché messi a confronto con una donna solo apparentemente debole. I nuovi carnefici, spesso sotto mentite spoglie giudiziarie, sono alcune donne spregiudicate e avide, che usano come armi contundenti gli scudi giuridici approntati dal legislatore per difenderle. Proprio come una volta gli uomini usavano la «leggerezza» femminile per paludare la propria violenza. Con i malefici scudi delle femmine contemporanee sono stati abbattuti, nel mondo, presidenti, capi di governo, parlamentari, professori universitari e via dicendo, ai quali, dopo lo scandalo - vero o artefatto che fosse - altro non è rimasto da innalzare che una patetica bandiera bianca; simbolo della resa, per l'impotenza della virilità e del potere contro anche la meno desiderabile delle fanciulle.

IL GIORNALE - 4 giugno 2010
Troppo bella: licenziata in tronco
Madame De Stael ha scritto che avrebbe voluto rinunciare a metà della sua intelligenza, in cambio di metà della bellezza di un'amica. Probabilmente Debrahlee Lorenzana oggi farebbe la stessa cosa, al [...]

Madame De Stael ha scritto che avrebbe voluto rinunciare a metà della sua intelligenza, in cambio di metà della bellezza di un'amica. Probabilmente Debrahlee Lorenzana oggi farebbe la stessa cosa, al contrario, pur di riavere il posto di lavoro alla Citigroup, che sembra abbia perso proprio per la sua esagerata bellezza. Almeno così motiva il licenziamento inaspettato, tramite gli atti del suo legale che ha impugnato la decisione dell'azienda. Non so se è credibile l'allegazione della fascinosa portoricana: mi sembra piuttosto frutto della geniale linea difensiva dell'avvocato, probabilmente tramortito e insieme proficuamente eccitato dall'avvenenza della cliente. Tuttavia, se è tutto vero il racconto, lo scenario "psico-fisico" della Citigroup merita qualche riflessione. Primo: c'è ancora chi esclude che la donna bella possa, anche solo eccezionalmente, essere pure brava? Per di più in un mondo dove oramai la bellezza è culto e quindi obiettivo anche delle brutte che, con tenacia, punturine, laser, sudore e sangue, il più delle volte lo raggiungono. Secondo: è possibile escludere anche che un uomo bello sia pure bravo? Se così fosse, ci sarebbe allora l'imbarazzante discriminazione sessuale: non si capisce infatti perché una donna piacente dovrebbe distrarre gli uomini dal lavoro, mentre un uomo attraente non dovrebbe causare la stessa reazione nelle colleghe. Non credo che possa passare la tesi, per quanto non spericolata, che gli uomini si rimbambiscono più facilmente delle donne, all'apparire di un bell'esemplare del sesso opposto. Però, se così fosse, la questione si allargherebbe agli omosessuali maschi. E, dunque, da ogni ufficio - per una sorta di profilassi ormonale - dovrebbero sparire sia donne sia uomini particolarmente sexy. A parte la noia, per tutti, di dover lavorare in un luogo affollato da bruttini e bruttine, anche se produttivi, si proporrebbe un gravissimo problema di discriminazione estetica, propulsore di numerose class action contro la "kalos-fobia" (paura del bello) nei luoghi di lavoro. Peraltro in questo periodo storico e culturale (culturale?), nel quale ciascuno afferma sontuosamente qualsiasi proprio diritto e ciascuno è convinto della perfezione della propria "immagine", non riesco a ipotizzare che piega - se non giudiziale - potrebbero prendere tutti i licenziamenti e anche i possibili dinieghi all'assunzione. E' più facile, in sostanza, giustificare agli altri la disoccupazione con la scusa di eccessiva personale seduzione, invece di dover mestamente dichiarare la propria inidoneità. Purtroppo, se dobbiamo credere davvero a ciò che lamenta Debrahlee, c'è anche da dire che la bellezza fa disperare chi di bello non ha né il fisico né i pensieri. Cioè, come il potere, logora chi non ce l'ha. E ancor di più se tutti i giorni si è costretti a guardare - e subire - chi è bello e per di più bravo. Il mediocre neppure avvenente è portato istintivamente a disprezzare l'eccellenza altrui, perché consapevole della distanza per lui invalicabile: è ovvio che, con l'aiuto dell'invidia rosicante, cerchi in tutti i modi di abbattere ed eliminare un argomento di confronto che lo vede perdente. Per cui è anche possibile che in quegli uffici americani vi sia stato un mobbing, da parte del gruppo dei mediocri, per far scivolare la bella portoricana oltre l'uscio, con l'aiuto dei capi. Se l'avvocato di Debralhee in Tribunale non sarà distratto dalle prorompenti grazie della sua assistita e riuscirà a dimostrare rigorosamente l'ostracismo rancoroso dei colleghi, i capi della Citigroup potranno pentirsi e reintegrarla sul posto di lavoro: se non altro per sollecitare la sana competizione, sia estetica sia professionale, all'interno del luogo di lavoro. I belli, se bravi, funzionano sempre. Viceversa, ove l'avvocato esponesse malamente la sua arringa, perché stordito dalla tempesta ormonale portoricana, alla bellissima ed eccitante Debralhee non resterebbe che immigrare in Italia: qui le belle sanno sempre come cavarsela, "..in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi….", come insegna la canzone.

IL GIORNALE - 1 giugno 2010
Se l'istinto materno è quello di uccidere
C'è un mito, per il quale la madre è incarnazione dell'amore, sacrificio, annullamento di sé a favore della vita che ha generato. Di conseguenza c'è il mito opposto: la madre che non corrisponde a [...]

C'è un mito, per il quale la madre è incarnazione dell'amore, sacrificio, annullamento di sé a favore della vita che ha generato. Di conseguenza c'è il mito opposto: la madre che non corrisponde a questo stereotipo è mostruosa, malata o indegna. Nel mezzo c'è la realtà, necessariamente diversificatissima, di tutte le mamme del mondo: ciascuna vive la maternità - un compito comunque sia assai gravoso - a modo proprio, certamente influenzato dalla cultura, dalla storia personale, da chi le sta o non le sta intorno. L'istinto materno, secondo ormai la maggior parte degli studiosi, non esiste e se esiste non è così determinante in positivo: storia, mitologia, letteratura e cronaca ci raccontano infatti nei secoli di terribili madri assassine: Medea per vendetta uccise i propri figli; a Sparta le madri gettavano dalla rupe Tarpea i neonati deformi. Ancora oggi in Cina, complici le madri, si uccidono le figlie eccedenti il numero legale. Platone suggeriva di sterminare i figli nati da donne ultraquarantenni e da padri ultracinquantenni (oggi sarebbe la strage…). Un tempo in Bulgaria - e le madri non si opponevano - si seppelliva un piccolo bimbo sotto le fondamenta di un edificio per propiziare la fortuna degli abitanti. Ancora oggi la tradizione rimane, ma, per opportuna eleganza, si preferisce sotterrare uno spago della stessa lunghezza del bimbo che si sarebbe all'uopo potuto usare. Allora, se non c'è l'istinto materno, forse è possibile parlare di amore. Ma l'amore è un sentimento umano, e perciò segnato dall'imperfezione. E dalla provvisorietà. L'amore può essere troppo o troppo poco, è ambiguo, si scompone anche nell'odio, è ingannevole. Non tutti peraltro sono capaci di amare. Una madre sufficientemente buona e amorevole è quella che sa di non essere perfetta, né ideale, né completa. Si occupa con responsabilità affettuosa del figlio, e dà spazio al padre, indispensabile cerniera tra il mondo materno e quello sociale. Basti questo a dedurre che l'amore materno non è affatto innato e tantomeno scontato. Del resto tutti conosciamo troppi figli orfani di madre vive, ignare, incapaci di gesti d'amore o troppo oppressive; smarrite tra l'attrazione e la repulsione verso i figli. Combattute, il più delle volte, tra l'essere donna e l'essere madre. Ci sono donne che fanno figli per consolazione, per narcisismo, per interesse, per rivalsa. Per caso o per dovere. Mamme cattive che poi subiscono malamente la maternità, si angosciano per il corpo deturpato, diventano invidiose o rivali dei figli, li perseguitano o li inglobano in sé per tutta la vita. Mamme implacabili e sciagurate, maltrattanti o anaffettive, depresse o esasperate. Mamme violente che compiono atti malvagi fino ai più inspiegabili omicidi; mamme che desiderano morire, per disperazione, solitudine, senso di inadeguatezza, e uccidono con loro anche la nuova vita. Giudicata, in un lampo di orrore, invadente e inutile. Ci sono mamme che percepiscono il pianto dei figli come l'indebita intrusione nella propria intangibile sfera di libertà e di limitate capacità. Non c'è coscienza dell'esistenza di un altro diverso da sé. Quindi non ci può essere amore da dare, da esprimere. Dunque, si può uccidere anche per mancanza d'amore, per insofferenza. Perché non se ne può più di un figlio, magari solo dopo pochi giorni o pochi mesi. Qualsiasi cosa vogliano o possano dire, per giustificarle, quelle persone che trovano tutte le argomentazioni possibili per offrire indulgenza alle mamme figlicide. Chi uccide suo figlio a volte sarà veramente malata, ma sempre più spesso vi è la prova che è inadatta a dare la vita, perché incapace anche a governare la propria. E dunque non è la sola responsabile del mostruoso omicidio: i suoi complici sono il padre del bambino, i parenti, gli amici, gli operatori sanitari. Chiunque abbia avuto modo di starle vicino prima, durante la gravidanza e dopo il parto. Innanzitutto perché qualsiasi madre in quel periodo non deve essere lasciata sola e non deve portare il carico delle aspettative personali e di tutti. A maggior ragione una donna che in qualsiasi modo possa sembrare immatura o eccessiva. Chi la circonda deve cercare di capirla, deve saperla sostenere e deve farsi carico delle sue ansie o delle sue certezze che, altrimenti, diventano un peso insostenibile con il contraltare inevitabile delle emozioni, fisiche e psichiche, fortissime. Ci sono zone d'ombra inquietanti in ogni maternità, ma non tutte le donne hanno i muscoli mentali per diradarle. Le madri danno la vita e la possono togliere. L'onnipotenza di una mamma può essere temperata solo dall'attenzione e dall'affetto di chi le sta vicino. Dalla lungimiranza e dalla comprensione. Non tutto può essere spiegato e giustificato con la patologia psichica della madre omicida, solo per placare la coscienza di chi sta a guardare. Ci sono madri sane di mente ma negligenti, antisociali, alcolizzate, drogate, abbandonate, sadiche, dissimulatrici, strafottenti, inadeguate, egoiste, vendicative. Non si può far finta di non accorgersene e lasciarle sole, anche per un minuto, con una piccola creatura, inconsapevole che il male più brutto del mondo può essere la sua mamma.

IL GIORNALE - 18 maggio 2010
Nessuna pietà per la mamma rapinatrice
Una "madre" quarantenne, con il figlio di sette mesi al collo, ha rapinato quattro banche. E' stata catturata, tenuta tre giorni in carcere con il piccolo e infine agli arresti domiciliari. Sostiene, [...]

Una "madre" quarantenne, con il figlio di sette mesi al collo, ha rapinato quattro banche. E' stata catturata, tenuta tre giorni in carcere con il piccolo e infine agli arresti domiciliari. Sostiene, per difendersi, di stare attraversando un periodo di difficoltà economica, di non avere un soldo neppure per i pannolini e di non poter rinunciare all'idea di andare in pizzeria con un'amica senza fare una figuraccia. Ha preferito quindi rubare, usare la sua creatura come scudo e poi vittimizzarsi. Piange e chiede indulgenza. Sembra convinta di non aver perso la faccia, come - secondo lei - sarebbe capitato col portafogli vuoto davanti all'amica o sottraendosi, con qualsiasi scusa, all'uscita mondana già organizzata. Ecco, questo è il genere di madre funesta, che sta trasferendo nella nuova generazione quel seme velenoso già forse piantato da sua madre e allignato vigorosamente in lei. Che non solo non si vergogna dell'orrida malefatta, ma ha il coraggio di parlarne, addirittura chiedendo alla giornalista di usare una sua foto in posa e non quella fissata dalle telecamere della banca. C'è una fetta della generazione di trenta/quarantenni che umilia e disonora i propri coetanei. Sono i nati in quel decennio, peraltro formidabile, degli anni settanta nel quale la società era come fosse spaccata in due: da una parte la violenza delle brigate rosse e la falcidie di giovani vite e grandi persone dell'epoca, dall'altra l'ubriacatura della mondanità, la moda, il potere. Nel frattempo i giovani nati venivano lasciati, contemporaneamente, alle suggestioni dell'odio e del consumismo, della discoteca e dell'impegno politico, di una vacanza intelligente o di un viaggio esotico. E sottolineo "lasciati", non educati; infatti in quegli anni l'unica educazione che si riteneva indispensabile impartire era quella sessuale. Del tutto scollegata dalla formazione dei sentimenti, del carattere, dei valori civili. E la scuola piegava la testa, concedendo migliaia di sei politici agli asini e arroganti figli dei genitori autoderesponsabilizzatisi. Che poi hanno prodotto figli drogati, anoressici, accidiosi, invidiosi, incapaci, sessualmente inadatti o maniaci. Tutti malati di assistenzialismo e oggi sulle spalle di chiunque: i genitori "devono" mantenerli, lo Stato "deve" dare un lavoro, gli altri "devono" capirli, giustificarli, aiutarli. Questa disgraziata madre rapinatrice è figlia di quel periodo spensierato e drammatico, in bilico tra il piacere e la morte, segnato dall'impegno di molti e dall'inutilità esistenziale di troppi. Dice che non ha soldi, ma non cerca un lavoro e, intanto, spende soldi per i tatuaggi, le cene con le amiche, per un cocker (ma perché non ha portato lui come ostaggio delle rapine? Gli animalisti sarebbero insorti molto di più degli incuranti servizi sociali), i cd della Minogue, il vino bianco e un divorzio. Si definisce "ingenua e un po' brilla", tentando di banalizzare la bieca strumentalizzazione del bimbo, l'odiosa ruberia dei soldi altrui e la sua capacità di delinquere. Intanto vuole tutto e non dà niente a nessuno, neppure il rispetto e la protezione alla creatura che ha partorito. Vuole la comprensione e, se possibile, l'assoluzione. Nell'attesa, come fanno in tanti, immeritevoli e viziati dall'elemosina altrui, non mi stupirei se rivolgesse una pubblica, possibilmente televisiva, richiesta di colletta, sempre sfruttando il figlio e i suoi bisogni di povera disoccupata, ma penalmente creativa. Purtroppo, di persone buone e solidali ce ne sono tante, ed è facile rapinare le loro tasche usando come pistola un piccolo di sette mesi. Voglio sperare che, almeno questa volta, nessuno si faccia impietosire: estirpare il seme cattivo generazionale si può, ma solo disarmando quella mamma in qualsiasi modo. Perfino imponendole l'uso coatto di una terapia anticoncezionale, finché non avrà capito il valore della sua vita e l'importanza di quella di suo figlio.

IL GIORNALE - 14 maggio 2010
Che follia la fecondazione gratis per i terroristi dell'Eta in carcere
Due terroristi spagnoli, che hanno ucciso tre persone e sono detenuti in carcere, sono stati, su loro richiesta, inclusi dallo Stato Spagnolo nel programma gratuito di fecondazione assistita. [...]

Due terroristi spagnoli, che hanno ucciso tre persone e sono detenuti in carcere, sono stati, su loro richiesta, inclusi dallo Stato Spagnolo nel programma gratuito di fecondazione assistita. L'assistenza è l'opera prestata a favore di chi è in necessità, in pericolo (grande Dizionario Battaglia); l'assistenza è aiuto, cura. L'assistenza sociale è l'attività svolta da enti pubblici o privati per rispondere alle esigenze delle categorie sociali bisognose, al fine di migliorare le condizioni psicofisiche. L'assistenza pubblica, è quella svolta dallo Stato con fondi propri (cioè ricavati dalle imposte e tasse pagate dai cittadini) e finalizzata al mantenimento dei cittadini inabili e privi di mezzi di sussistenza. C'è infine l'assistenza familiare che comprende un insieme di obblighi assunti col matrimonio da ciascuno dei coniugi reciprocamente verso l'altro e verso i figli. Ebbene, non si capisce in quale sistema assistenziale debba essere inquadrata la richiesta dei due terroristi e pluriomicidi spagnoli, condannati a molti anni di carcere, e in base a quale principio di diritto individuale o di dovere pubblico sia stata inverosimilmente accolta dallo stato spagnolo. Il carcere è il luogo in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà, per ordine dei giudici, e per tempi più o meno lunghi commisurati alla gravità del reato. Il fine della prigionia è pur sempre di redenzione e di ritorno alla vita sociale, ma il principio di base è quello della sanzione. Intanto, cioè, mentre sta tentando di redimersi, il prigioniero deve pagare per ciò che ha fatto: il prezzo è nella significativa limitazione dei diritti civili e, in particolare, della libertà personale, che si declina anche nella libertà sessuale e in quella di procreare. Se così non fosse, non ci sarebbe all'interno delle carceri la divisione tra reparti maschili e femminili; ma soprattutto il carcere si risolverebbe in un festante lupanare, a spese della pubblica assistenza. E' dunque incredibile, già da questo punto di vista, la decisione dello stato spagnolo di accedere alla richiesta sfrontata dei due pluriomicidi. Due assassini, incuranti di avere ammazzato le vite altrui, si fanno paladini del diritto alla vita di una creatura, affinché possa affermare la loro vitalità e permanenza nel futuro. E' vero che per pudore essi hanno chiesto la fecondazione assistita, ma da qui all'ulteriore futuro passo della fecondazione "senza che nessuno assista", per rispetto della riservatezza, alto diritto individuale, ci vuole davvero poco. In ogni caso il carcere non è un albergo, una beauty farm o una clinica, dove ciascuno può pretendere di fare ciò che vuole a spese dello Stato; così intendendolo si aprirebbero voragini di richieste personalissime alle quali non si potrebbero che opporre rifiuti discriminatori, posto che ogni richiesta avrebbe la radice nella libertà personale non più compressa in assoluto: i terroristi omicidi che aspirano alla costosissima procreazione, sono forse più nobili della rapinatrice seriale che vuole un nuovo seno al silicone? D'altra parte il restyling toracico è un fatto personalissimo, con proprie libere motivazioni, che fa male, però, solo a chi vi si sottopone; fare un figlio dal carcere e in carcere, invece, provoca danni e spese nella catena generazionale e nel contesto sociale futuro. Per di più, chi non approfitterebbe di una noiosa permanenza in galera per un attento e prolungato trapianto dei capelli o per un provvidenziale lifting, sempre gratis e intanto al riparo da occhi indiscreti? Questa autorizzazione dello stato spagnolo (che peraltro ha indignato giustamente le molte coppie non omicide in lista di attesa e, tuttavia, postergate dall'urgenza fecondativa di due terroristi) è anche fortemente discriminatoria verso tanti cittadini perbene che hanno patologie serie e che si affidano per le cure ai lunghi tempi dell'assistenza pubblica, così tempestiva e generosa invece verso due assassini. Sembra che la fecondazione in vitro costi allo stato spagnolo almeno 6.000 €, oltre alle spese periodiche di uscita, accompagnamento e ritorno in gattabuia dei due prigionieri. Senza contare quanto peserà sullo stato, cioè ai cittadini, non solo la gravidanza e il parto, ma anche il povero bimbo che dovesse mai nascere, per crescere prima dentro una prigione, educato poi da genitori delinquenti e pretenziosi, e infine inserito in chissà quale famiglia, portandosi dietro i colori spettrali delle sue inquietanti origini. Il preteso diritto di procreare dei detenuti non deve travolgere - per egoismo personale, ipocrisia sociale, assistenzialismo ottuso e complicità dello Stato - l'interesse assoluto, morale e materiale, di un nascituro che, potendolo fare, non sceglierebbe mai la vita alle condizioni che altri hanno dissennatamente per lui voluto: genitori assassini e un carcere come culla. Addirittura, e scandalosamente, in nome della legge. P.S.: Noi cittadini italiani abbiamo ben poco da ridere o da indignarci, dal momento che all'infermiera assassina di Como lo Stato ha concesso di sposarsi in carcere e di avere un paio d'ore riservate, e a disposizione, da consumare e "per consumare" con lo sposo novello, anche lui ingabbiato. Che dire di questa nuova Bengodi sanzionatoria?

IL GIORNALE - 10 maggio 2010
Silvio e Veronica: fine normale di nozze speciali
Tanto tuonò che piovve. La separazione dell'anno, come è ovvio e dunque come si aspettavano gli addetti ai lavori, sembra essersi risolta come la maggior parte delle procedure di questo genere. Quando [...]

Tanto tuonò che piovve. La separazione dell'anno, come è ovvio e dunque come si aspettavano gli addetti ai lavori, sembra essersi risolta come la maggior parte delle procedure di questo genere. Quando è stata annunciata, sono state scritte centinaia di pagine per descrivere il patrimonio di lui e di lei. Giornalisti golosi e curiosi hanno passato le nottate a ipotizzare spostamenti tellurici di territori azionari dei coniugi, tanto da preconizzare crolli di azioni, slittamenti dei confini del potere di ciascuno, scosse sussultorie al prestigio sociale dell'eventuale perdente. Niente di tutto questo. Il terremoto non c'è stato, perché non poteva esserci. All'udienza di comparizione delle parti litiganti, il Presidente non può fare altro che fissare un assegno provvisorio di mantenimento per il coniuge, se più debole economicamente e per i figli; decidere sull'affidamento dei figli e concedere l'assegnazione della casa coniugale (che è un diritto a goderla come «ospite» a tempo, e non un trasferimento in proprietà) al genitore con il quale vivrà la prole. L'assegno per i figli - e di conseguenza il diritto di abitare la casa - è subordinato al raggiungimento dell'autonomia economica dei figli stessi. In questo panorama giuridico e giudiziario, molteplici sono i parametri che il presidente valuta per assumere una decisione equa, ma temporanea. Valida cioè finché non sarà esaurita l'istruttoria e il tribunale avrà tutti gli elementi per decidere in via definitiva. Oppure finché le parti, pur avendo scelto la via giudiziale, non trovino un accordo per trasformare il conflitto in transazione. Come sembra stia avvenendo o sia avvenuto nel caso specifico. Il codice impone al magistrato di tenere conto del tenore di vita, della capacità economica dei coniugi, delle esigenze dei figli, del tempo dedicato da ciascuno alla cura, crescita e formazione dei figli. Non ci sono tabelle (come per esempio in Germania) che definiscano oggettivamente quale parte di reddito destinare alla famiglia separata. Né vale il principio peregrino che per crescere un figlio basti una certa minima cifra. Si deve tenere conto, e gli avvocati devono provarlo rigorosamente se vogliono dare soddisfazione al cliente, dello stile di vita familiare, cioè del complesso delle spese e delle opportunità che entrambi i coniugi hanno scelto di affrontare e godere nel corso della vita matrimoniale. Ogni famiglia ha dunque una sua peculiarità. La famiglia separata ha diritto al mantenimento del tenore di vita goduto, ma anche il coniuge più forte, obbligato al pagamento, ha esigenze vitali nel rispetto del criterio di parità di diritti e doveri. Entrambi i genitori, naturalmente, in proporzione alle rispettive capacità economiche, devono contribuire al mantenimento della prole. L'assegno destinato al coniuge, ma non quello per i figli, è interamente deducibile dal reddito di chi lo versa e soggetto a tassazione per chi lo riceve. Le indiscrezioni, nei casi notori come quello di cui si parla, corrono rapidamente sul filo, pur essendo da ascoltare con beneficio d'inventario. Ebbene, si dice, che a fronte della richiesta iniziale della moglie di un assegno annuale di 43 milioni di euro, il Presidente l'abbia convinta a doversi accontentare di 7. Un po' come, in proporzione, se la casalinga di Voghera ne avesse chiesti 12 all'anno per riceverne 2. Un abbattimento inusuale, in verità, anche per il più severo dei giudici. Ma un grande successo, per chi dovrà pagarlo: se i 7 milioni sono tutti per la moglie, il beneficio della deduzione fiscale «consentirà» in pratica al fortunato marito separato di avere un costo effettivo di soli 3,5 milioni. Che è poi la stessa cifra di cui potrà godere la moglie, pagate le imposte. Cioè 300mila euro al mese. Proprio come aveva offerto lui, oltre al godimento della casa, più familiare che coniugale in verità. Dunque. La legge è davvero uguale per tutti. Alla separazione si discute solo di casa e assegni, fatte le debite proporzioni economiche tra i Berlusconi e i Brambilla. Per accapigliarsi sul patrimonio, ci sono invece le norme successorie, come ben sanno gli Agnelli. A babbo morto, però.

IL GIORNALE - 7 maggio 2010
Le mamme italiane? Le migliori del mondo
Come uno tsunami di aria fresca, inaspettata e corroborante, è giunta la notizia che le mamme italiane sono le preferite dagli studenti stranieri che frequentano, nel nostro paese, il programma di [...]

Come uno tsunami di aria fresca, inaspettata e corroborante, è giunta la notizia che le mamme italiane sono le preferite dagli studenti stranieri che frequentano, nel nostro paese, il programma di studio di Intercultura. Secondo il loro parere di ospiti per un anno in una famiglia italiana, le madri dei coetanei ospitanti (17 anni), quindi presumibilmente donne tra i trentotto e i cinquantanni, sono amorevoli, attive, attente, pulite e infaticabili. Sono originali e autonome e sanno cucinare bene. Qualcuno le ha anche definite le migliori del mondo. Non è poco ed è interessante, se osserviamo che gli studenti provengono da 50 paesi diversi per cultura, storia e tradizioni. E' un apprezzamento significativo, onorevole e bonificante dell'idea, molto critica e peregrina, che nei paesi esteri si ha degli italiani in genere. Ci definiscono mafiosi, arraffoni, litigiosi e superficiali. Solo il cibo, e neppure più la musica, ci fa conquistare qualche grado di attenzione e ci consente lodevoli competizioni internazionali. All'interno delle mura nazionali, salvo ovviamente le eccezioni, non è che le donne in genere stiano vivendo un momento di splendente virtù. Anzi. La piaggeria verso i potenti e i ricchi, ha fatto sì che molte tracimassero all'esterno quelle parti di sé che la dignità e l'educazione, una volta, sapevano governare e trasformare in opportuni e mirati gesti di seduzione. Cosicché oggi ci sono le donne che lavorano seriamente e quelle che se li lavorano seriamente. Neppure le mamme, apparentemente, fanno una gran bella figura, soprattutto quando difendono a spada tratta i loro cuccioli ignoranti e pigri contro i professori o quando fanno a gara con le figlie nei concorsi di veline o velone. Per non parlare delle tragiche madri che uccidono i loro piccoli. Eppure, in questo panorama deludente e di obiettivo imbarazzo, all'improvviso emerge la realtà vera e consistente, ma finora in ombra, di valide mamme da esportazione. Un palmares meritato ed encomiabile, che ci fa immaginare, con ammirazione, questo consistente drappello di madri responsabili del loro ruolo e capaci di costruire buoni ricordi anche ai compagni dei loro figli. Mamme che nutrono col buon cibo e con esempi operativi. Mamme che sanno prendere sul serio gli adolescenti, li ascoltano e pretendono da loro il giusto impegno Non dimenticandosi, esse stesse, di essere persone, giacché sono definite dagli studenti stranieri "moderne" e "ricche di interessi". Scopriamole, andiamole a conoscere. Forse stanno rifacendo gli italiani e meriterebbero grandi riconoscimenti. Anche se in realtà non fanno altro che il loro dovere, con onestà e partecipazione. Ma riscattano l'incapacità, la disonestà, la superficialità e l'egoismo di quelle tante, ancora, madri che trascurano i figli, o li coccolano troppo. Che li tengono ostaggio delle loro paure o li strumentalizzano per interesse. Mamme che producono giovani con adolescenza ritardata, privi di energia e ricchi di vizi; mamme che crescono uomini e donne frustrati da difficili condizioni di vita infantile; figli bisognosi di trovare gruppi di coetanei con devianze antisociali per usare un'energia mai canalizzata; ragazzi e ragazze inghiottiti nei buchi neri della droga, depressioni e disfunzioni alimentari. Anche questa, brutta e costosa per tutti, è una realtà obiettiva. Basta parlarne con gli psicologi, gli insegnanti, i preti e chiunque si occupi dei problemi dell'adolescenza. Forse è un problema mondiale e non solo nazionale. Forse, però, il sapere che le nostre mamme sono giudicate le migliori del mondo, può fare abbassare il livello di guardia su un fenomeno comunque critico e su problemi che, invece, dovrebbero essere affrontati ancora più seriamente. Nella speranza che alcune madri, diversamente da quelle apprezzate da Intercultura, non continuino a pensarla come il Giusti: "i figli non basta farli; v'è la seccaggine dell'educarli".

IL GIORNALE - 28 aprile 2010
Dal casco ai ceffoni gli schiavi dei divieti
Fare bene i genitori è certamente l'attività, quotidiana e senza fine, più difficile del mondo. Ed è anche il compito che tutti svolgono, quasi tutti però senza avere prima studiato. Ci si affida [...]

Fare bene i genitori è certamente l'attività, quotidiana e senza fine, più difficile del mondo. Ed è anche il compito che tutti svolgono, quasi tutti però senza avere prima studiato. Ci si affida all'istinto (?), ai suggerimenti degli amici, del pediatra, dei nonni. Raramente si conoscono per tempo gli aspetti giuridici e psicopedagogici che qualificano il comportamento genitoriale e il riflesso sulla formazione dei figli. Quasi tutti i genitori che hanno avuto il figlio desiderato, dichiarano apertamente l'obiettivo, generico e altissimo, della loro felicità. Non sempre però lo perseguono, spesso anzi si scontrano con la realtà del figlio visibile, diverso da quello immaginario coltivato nelle loro teste. Per avere il sei politico, basterebbe che i genitori rispettassero i doveri che la Costituzione assegna al loro ruolo: mantenere, istruire ed educare i figli seguendo le loro capacità e aspirazioni. Tuttavia ci sono troppi genitori che, invece, non fanno niente di tutto questo, se non apparentemente, e trascurano, maltrattano, abbandonano i figli. Se non li uccidono. Tra questi e quelli, ci sono i genitori più numerosi, una parte dei quali merita molto di più del sei politico e altri si avvicinano alla sufficienza. Hanno attenzione per i figli, per le loro peculiarità, sono affettuosi o no, ma presenti, fanno tante cose in più di quelle previste dalla legge a favore loro e li amano, li proteggono, li rispettano. A volte, sono travolti però dagli eventi, dalla stanchezza, perdono la pazienza e magari si lasciano scappare qualche ceffone. Direte "beh, che c'è di male? tutti siamo cresciuti a ceffoni". Eh, no. La Cassazione, molto prima dei divieti specifici che vorrebbe imporre il Parlamento Europeo a tutti gli Stati Comunitari, ha già deciso (Cassaz. Pen. Sez. V° 18.01.10 n. 2100), confermando la decisione della Corte di Appello di Bologna, che, anche un solo schiaffo, integra il reato ex art. 571 c.p., senza che vi sia la necessità di più ripetizioni. Già nel 2006, sempre la sezione V° penale, aveva decretato che gli schiaffi ai figli non possono avere un fine educativo se creano sensazioni dolorose ai bambini. Ancora prima, nel 2000, aveva sottolineato la rilevanza penale delle sberle, tanto da meritare, il colpevole, la reclusione. Nella specie, il ragazzo aveva rubato i soldi alla madre, aveva negato il fatto ed era stato punito con un sonore ceffone dal padre che aveva scoperto la verità. Secondo la Corte, questa reazione non ha "positiva valenza educativa" e integra il reato di abuso di mezzi di correzione o di disciplina. E' procedibile d'ufficio: cioè se un bimbo scrive nel tema "…allora, mia madre arrabbiata mi ha dato una pacca sul sedere", la maestra può denunciare il fatto all'autorità, che ha l'obbligo di iscrivere la madre sul registro degli indagati, aprire l'istruttoria ed eventualmente rinviarla a giudizio. Rischiando fino a sei mesi di carcere. In Svezia, dove fin dal 1979 vige il divieto delle punizioni corporali dei genitori sui figli, un gruppo di genitori protestanti ha proposto ricorso alla Commissione Europea dei diritti dell'uomo nel 1982, sostenendo che questo divieto costituisce una violazione del diritto alla libertà della vita familiare e di religione. In seguito la Corte Europea ha stabilito che la punizione corporale non è mai un "giusto castigo". Di fatto, l'articolo 19 della Convenzione sui diritti dell'infanzia stabilisce che tutti gli Stati devono tutelare i bambini. E qui si chiude il cerchio. Certo, è abominevole giustificare la violenza o tollerare ripetute percosse come "giusta punizione" o "legittime correzioni" o con l'alibi della disciplina o dell'educazione in genere. Ma, di sicuro, non sarebbe un risultato positivo per i bambini essere coinvolti in procedimenti giudiziari, o sentirsi prima o poi colpevoli di avere mandato in galera i genitori (a questo punto tantissimi). Dunque, bisognerebbe imparare a sapere come fare i genitori, come reagire nelle situazioni più diverse, anche al di qua del limite insuperabile della violenza. Che c'è o non c'è: non può essere definita da una generica asticella giuridica, manovrata da giudici più o meno attenti. Il confine tra la sculacciata e il maltrattamento, peraltro, ormai è labile: se per la prima si rischiano 6 mesi, per il secondo si possono rischiare, nei casi più gravi, anche quindici anni. Forse è giusto così, perché lo schiaffo a un bimbo di per sé è umiliante, segnale di violenza che si perpetua nelle generazioni, provoca risentimento, può sembrare ai figli un tradimento dell'amore e della protezione. La sistematica ripetizione provoca enormi cicatrici emotive, sempre pronte a riaprirsi. Ma che dire allora di quei genitori che non sculacciano, ma ricattano e minacciano? "Ti taglio le mani se tocchi la torta", "ti cucio la bocca se dici una parolaccia". Queste parole, da alcuni genitori sempre ripetute come mantra, sono traumi e violenza psicologica spesso molto più grave e risonante di uno, due o tre ceffoni. Eppure sulle parole nessuno si sogna di imporre divieti

IL GIORNALE - 21 aprile 2010
Le femministe? Solo retorica e lamenti
Una femminista storica, Germaine Greer, icona del femminismo, l'"eunuco femmina", si è comportata come una patetica Bovary, andando a raccontare al mondo, a settantuno anni, la sua antica a breve [...]

Una femminista storica, Germaine Greer, icona del femminismo, l'"eunuco femmina", si è comportata come una patetica Bovary, andando a raccontare al mondo, a settantuno anni, la sua antica a breve relazione sessuale con Fellini. Ora, non la si può definire certo gentildonna e tantomeno riutilizzare l'aggettivo "anarchica" del quale si è sempre fregiata. Un'anarchica, come una gentildonna del resto, non racconta ex post la sua storia di sesso, per di più condendola di dettagli da tinello, quali il colore del pigiama e il sapore del risotto. Una femminista autentica non scambia la sua dignità e la sua storia con una manciata di attenzione mediatica. La rivoluzione femminista è stata indispensabile alla crescita, sia della donna sia della società. Come tutte le rivoluzioni, si è proposta spesso in modi paradossali, anche volgari, tendenzialmente esagerati. Ma l'obiettivo era difficilissimo da raggiungere e i mezzi usati meritano indulgenza: le donne scontavano millenni di schiavitù fisica e mentale, si muovevano in un territorio davvero intriso di potere esclusivamente maschile, e i diritti delle donne non erano calpestati: peggio! Erano ignorati, inesistenti quasi, come se le donne non contassero, tranne che individualmente per qualche familiare. Oggi qualsiasi donna deve essere grata al movimento femminista che le ha consentito l'emancipazione: il voto, lo studio, la pari dignità giuridica dei sessi, la non sottoposizione al potere paterno o maritale, le medesime opportunità dell'uomo, la libertà individuale, la tutela della maternità, sono diritti indiscutibili. Il fatto di essere considerate, cioè, persone portatrici di diritti e competenze e non svalutate, o ignorate, perché donne è esperienza possibile per tutte. Che poi in concreto ci sia ancora tanto da fare, è ovvio: per una rivoluzione così epocale, meno di cinquant'anni sono pochi perché si riesca a resettare uno squilibrio millenario. Tuttavia la vera delusione oggi sono proprio le femministe: conformiste, vittime di se stesse, lagnose o pentite. Mai solidali con le donne e neppure rigorosamente critiche verso quelle donne che continuano a sfruttare le debolezze del sesso, mostrando così di disprezzare il pensiero femminista che voleva la donna libera e liberata. Chi si definisce femminista continua dolersi per ciò che manca, invece di apprezzare e valorizzare ciò che è stato conquistato. Si pretende soprattutto il potere, nella convinzione che solo dai luoghi di comando si riesca a completare il risultato della rivoluzione. Il che non è vero. Ogni donna nel suo ruolo personale, familiare, lavorativo e anche politico, se ce l'ha, dovrebbe dare il suo particolare contributo per confermare e accrescere il capitale guadagnato con la ribellione e nel fermento delle idee riformatrici. Invece, le donne, per comodità, per finto pacifismo, per interesse personale, per pigrizia, hanno rinunciato a occuparsi della propria raggiunta dignità e accettano passivamente, per esempio, che si lucri, si discuta, si sghignazzi sul corpo delle donne. Rinunciare vuol dire conformarsi, accettare, oggi, proprio ciò per cui si combatteva ieri. Dilapidando così il patrimonio raccolto col sudore e col sangue dalle 60/70/80enni di oggi, che hanno guadagnato i nostri diritti odierni combattendo contro l'ostracismo e nello sberleffo della società misogina. La stessa che oggi, spavalda e goduriosa, si sta riappropriando dei territori allora invasi dal pensiero forte femminile. Sul corpo delle donne, deprivandole dell'anima, stiamo subendo passivamente il passaggio dalle femministe che bruciavano i reggiseni, alla cultura seduttiva del push-up e del seno al silicone. Senza che le donne, per prime, e ciascuna nel suo mondo, si ribellino: la madre, la maestra, la pubblicitaria, l'autrice televisiva, la professionista, la regista, l'attrice. Tutte dominate, invece, dall'unico uomo che dovrebbero abbattere: quello che hanno partorito nella loro testa, icona della maschilità come mezzo di conquista del denaro, del potere, della sicurezza sociale. E che loro tentano di accalappiare, come nei bui secoli scorsi, col mercimonio seduttivo del corpo. Basta, dunque, chiedere e lagnarsi. Bisogna fare ed essere coerenti: è necessario difendere l'anima femminile, il corpo, l'orgoglio della maternità, del ruolo, la libertà di essere e di fare, la differenza nella parità. Onorare il pensiero femminile ogni giorno e in ogni luogo, senza tradirlo nella rassegnazione o nella delega. Questo fiume impetuoso della rivoluzione, che ha ridato vita alla potenza femminile, deve essere ripulito. E' stato inquinato e intorbidato dall'accontentarsi, dalla pigrizia, dai timori quotidiani, dalla sottomissione, dalla paura della solitudine. Dalla mancanza di consapevole autostima e di conoscenza della storia dei diritti femminili. Tutte noi donne, e soprattutto le conformiste (e così inutili) femministe, dobbiamo ricominciare a sentire un po' di collera verso chi, uomo o donna, ha dimenticato le macerie del passato e impone la retromarcia della civiltà. Una collera che deve essere trasformata in un fuoco collettivo. Non come quello delle streghe, aggressivo e distruttivo, bensì capace di far cuocere alla giusta temperatura tutti gli ingredienti vitali che, quel formidabile impetuoso fiume rivoluzionario ci ha permesso di raccogliere. Affinché, finalmente appagate, li possiamo gustare e con loro nutrire questa e le generazioni che verranno.

IL GIORNALE - 17 aprile 2010
Quarantenni
Claudia Schiffer e Naomi Campbell compiono quarant'anni.E li festeggiano in modi differenti. I quarant'anni costituiscono un confine anagrafico di grande valenza psicologica e sociale. Oggi [...]

Claudia Schiffer e Naomi Campbell compiono quarant'anni.E li festeggiano in modi differenti. I quarant'anni costituiscono un confine anagrafico di grande valenza psicologica e sociale. Oggi diverso,molto diverso,da ieri. Prima del ‘68 un quarantenne cercava,quantomeno,di dare l'idea di avere messo la testa a posto;le donne,mediamente,si apprestavano,con rassegnata dignità,ad affrontare la non lontana menopausa. Tuttavia avevano entrambi,l'uomo e la donna,un territorio(per lui il luogo di lavoro,per lei la casa familiare) nel quale generalmente avevano acquisito un ruolo e una funzione:occasione di orgoglio per loro e motivo di rispetto dagli altri. La vecchiaia,allora ritenuta incalzante e inevitabile anche a quarantanni,consentiva quasi a tutti di vivere una certa armonia psicologica tra spirito e corpo.Si accettava il trascorrere del tempo.Con l'eccezione di alcune donne che non rinunciavano al vezzo di tingersi i capelli diventati bianchi. Per il resto contava molto l'esperienza acquisita nel vivere,la saggezza che viene con la maturità,l'ampiezza dei racconti personali da trasmettere alle nuove incuriosite generazioni.In particolare,le donne più adulte della famiglia erano ricercate da figli e nipoti perché sapevano insegnare,suggerire,consigliare, sui sentimenti,i comportamenti il vestire,il cucinare. Insomma,si sapeva di diventare e come essere vecchi. Oggi una donna a quarant'anni (e anche un pò prima) viene invece presa, dal panico,ha il terrore di invecchiare. Fa qualsiasi cosa per arrestare il tempo,nell'illusione di organizzarsi una giovinezza senza fine. Tra l'altro,umilia il suo corpo e la sua faccia per la vergogna di esibire rughe,pieghe e rotondità non più fermissime. Si gonfia di botulino come i più patetici atleti fanno con gli anabolizzanti. Tutto questo perché è stato rimosso il volto del vecchio,e soprattutto della vecchia, dalle icone sociali:la l'anzianità infatti viene giudicata come uscita dal ciclo della produzione e del consumo. Non si dà valore alla crescita della personalità,alla saggezza,alla cultura;bensì all'immagine,al materialismo,al corpo. Alla produttività. La crescita personale è apprezzata se è in beni e merci. E il corpo delle donne lo è diventato. Se sei vecchia, sei espulsa dal ciclo produttivo Per tornare alle indossatrici,mentre la quarantenne Claudia,da tedesca concreta, non essendo più cercata dagli stilisti, perché ritenuta "vecchia" ha cominciato a sottoscrivere contratti milionari per pubblicizzare creme curative anti/age, la sua collega Naomi continua a credersi e a comportarsi come all'apice della sua folgorante carriera senza voler attraversare il tempo con la giusta consapevolezza. E così fanno madri in concorrenza delle figlie per la taglia di reggiseno, conduttrici televisive in competizione con le veline, giornaliste e professioniste che svalutano le parole facendole uscire da bocche grottesche. Queste donne, inconsapevoli dell'importanza di un sapere e di un patrimonio spirituale che si accresce nel tempo e col tempo, continuano a essere asservite a quello che credono sia il sogno di ogni uomo:il desiderio di una e per una ragazzina è più eccitante di quello di una donna. Tanto più se adulta. Le donne che la pensano così, e perciò ingaggiano contro il tempo una ridicola e penosa lotta a colpi di aghi, bisturi e palle di silicone, non onorano il volto del vecchio perchè confondono l'eros col sesso. L'eros è la relazione che si instaura con la vita, che permette di essere creativi, progettuali, di sentire emozioni e coltivare sentimenti potenti e duraturi, di essere connessi alla propria storia, al tempo che si vive e che verrà. Con energia. Il sesso ne è un simulacro: se ambito e vissuto per se stesso, porta all'accanimento terapeutico del corpo, alla finzione dell'esistenza e alla morte dell'energia vitale. Non bisogna certo tornare a fare le massaie per essere appagate. Ma il miglior lifting per la dignità femminile, è ricominciare a investire su sé stesse. Anche da adulte . In una dimensione che nutra il pensiero, la curiosità, le competenze. Una dimensione non materiale, non visibile, non siliconabile da altri e per gli altri. Senza pensare che la vecchiaia sia nello sguardo degli altri e senza attivare l'iniquo confronto tra desiderio e possibilità di soddisfarlo. La ricerca del senso del proprio essere è attraverso la propria storia e non nel volere a tutti i costi ciò che manca. Le rughe si possono portare serenamente senza imbrigliare il tempo perduto e addirittura continuare a guadagnare proprio su quelle. Come Claudia Schiffer e non come i chirurghi plastici.

IL GIORNALE - 6 aprile 2010
Una buona mamma? Non compra la droga
["Sono estranea al fatto" proprio non lo può dire. E, dunque, appare davvero provocatorio sentirle ripetere " Sono una mamma. Rispettatemi." Si capisce, invece, perché la legge del carcere l'abbia già [...]

["Sono estranea al fatto" proprio non lo può dire. E, dunque, appare davvero provocatorio sentirle ripetere " Sono una mamma. Rispettatemi." Si capisce, invece, perché la legge del carcere l'abbia già condannata: una mamma, definibile tale, non avrebbe mai messo il suo piccolo bimbo nella situazione che l'ha portato alla morte. Tra le mani di un drogato violento, mentre lei faceva il carico di droga per entrambi. Il povero piccolo sventurato aveva solo otto mesi.E non possiamo continuare a giustificare qualsiasi cosa. Se bastasse definirsi mamma, per essere considerata innocente e addolorata, non ci sarebbero al mondo milioni di bimbi infelici, maltrattati, abusati e persino uccisi. E' polverosa retorica quella di chiedere rispetto solo per il fatto di essere madre. Se poi il figlio è stato ucciso per la sua incuria, è anche strumentalizzazione inquietante; ingiuriosa, addirittura, verso tutte le mamme rimaste orfane delle proprie creature per inesorabili malattie, per la guerra, i terremoti, le crudeli mani altrui. Purtroppo le mamme cattive esistono. Ci sono sempre state. Non è così vero che l'istinto materno sia innato. La madre ha invece il potere, senza confini, di scegliere tra la vita e la morte di un figlio: può decidere se farlo nascere e come farlo vivere. Poi nell'amore della madre, giusto, sbagliato, equivoco, violento, inadeguato o rassicurante, c'è il destino di quel figlio. Un destino già abbozzato prima, con il padre che per lui la madre aveva trovato, o negato o nel quale era casualmente incappata. O che neppure sapeva chi fosse. Tutte le mamme dicono che vogliono la felicità dei figli. Molte dimenticano, però, di esercitare l'attenzione e la responsabilità, cardini dell'amore materno e frutto di una consapevolezza che non ha nulla di istintivo e tantomeno di innato. La buona madre ha un progetto a lungo termine; sa che l'avere un figlio impone cambiamenti di vita e di pensiero, porta fatica e ansie, pretende tempi privilegiati da dedicare a una creatura bisognosa di accudimento, nutrimento, sguardi amorevoli e ascolto. La mamma assente, indifferente, incapace, inerte, implacabile nel continuare a vivere come se il figlio non fosse nato, è una mamma cattiva. Una madre colpevolissima, anche se il figlio rimane vivo, malgrado le situazioni di pregiudizio che lei gli crea.E' una madre che viola i poteri e i doveri che per legge acquisisce nel momento in cui pretende di essere la madre di qualcuno. Oggi la maternità è una scelta, persino segnata dall'onnipotenza: non si può accampare un mero diritto di sangue per dichiararsi madre e rivendicare, per ciò solo, il rispetto di chicchessia. L'egoismo, l'inadeguatezza, i comportamenti autodistruttivi, la presunzione, la sventatezza sporcano inesorabilmente l'importante e serio significato della parola e della funzione di madre. Qualsiasi nuovo nato ha diritto, quantomeno, e se non all'amore, al rispetto anche basico dei diritti riconosciutigli dalla Costituzione: mantenimento, educazione, istruzione, salute, rispetto dell'identità. Ha diritto alla vita e a questa deve essere preparato e formato. Una madre che a ciò non si è attrezzata con sapienza e coraggio, che non ha modificato l'ordine dei suoi valori esistenziali, che non ha attivato la forza morale necessaria all'importante compito, è una mamma cattiva che disonora il suo nome e non può evocare vittimisticamente un dolore terribile, in nome dell'essere madre. Non ci sono due rigide e antitetiche categorie di mamme, buone e cattive;le differenze tra l'una e l'altra sono numerosissime e danno luogo a infinite sfumature di maternità, che possono anche convivere in una sola persona. Certo, per essere buone mamme, bisogna aver potuto contare anche su di un ambiente affettivo adeguato, su occasioni di educazione positiva e realizzazione personale. Bisogna avere imparato il senso di responsabilità e l'umiltà di chiedere aiuti competenti nel dubbio e nella paura. Alcune mamme cattive sono perciò vittime loro stesse dell'amore inesistente di chi le ha cresciute. Altre, però, sono combattute tra l'essere solo donne, anche non encomiabili, e il diventare madri in qualche modo. La maternità ha tante zone d'ombra: cupe, inquietanti, terribili, che raccontano del freddo distacco, della malvagità, della violenza. Della trascuratezza che porta alla morte un bimbo, perché colpevole di avere all'improvviso compresso la libertà di sua madre, vogliosa di vivere nell'annientamento di se stessa. Tanto da non accorgersi di volere vivere la sua vita in cambio di quella del figlio. Questa madre non è, quindi, "estranea al fatto": ha tradito suo figlio e se stessa, perché non aveva capito, e non le bastava, di essere madre. E ora non può più chiamarsi così.

IL GIORNALE - 3 aprile 2010
La donna in carriera? Normale che sia tradita
Se la domanda è «vuoi accettare il successo professionale, in cambio di una grave umiliazione?», la maggior parte delle donne cosiddette «arrivate» ha già avuto la risposta nei fatti della propria [...]

Se la domanda è «vuoi accettare il successo professionale, in cambio di una grave umiliazione?», la maggior parte delle donne cosiddette «arrivate» ha già avuto la risposta nei fatti della propria vita. Purtroppo. Indipendentemente dall'essere o no disponibili a negoziare lo scambio. Non solo in America, dove il dibattito sul tema è in grande fermento, ma in questo momento soprattutto in Europa e, in particolare, in Italia. L'affermazione professionale delle donne nel nostro Paese è un dato in sensibile ascesa solo negli ultimi 20-30 anni. Prima, la notorietà e il successo derivavano dall'esser moglie di un personaggio pubblico, o attrice, cantante o artista in genere. La donna che sceglieva di essere medico, scienziato, avvocato, giudice o addirittura manager, salvo rarissime eccezioni, teneva un profilo bassissimo, vuoi per scelta, vuoi per necessità, vuoi per cultura tradizionale. La famiglia, già formata o da formarsi, in ogni caso, aveva la priorità su qualsiasi altro obiettivo. Questo stato di cose non disturbava gli uomini che, anzi, ne traevano vantaggio sia in casa, sia sui luoghi di lavoro. In seguito, le donne hanno cominciato a sovvertire le loro personali gerarchie di valori, hanno capito che l'autonomia economica vale di più dello status sociale di moglie. La separazione coniugale, in macroscopica progressiva diffusione, con le sue incerte e precarie conseguenze, ha indotto le più dignitose a confidare in se stesse piuttosto che sulla giustizia e sui mariti. Soprattutto, poi, è emersa tutta l'energia e la straordinaria volontà di rivalsa delle figlie della parte più sana della cultura femminista. E con loro, finalmente, il merito e la capacità delle donne, la possibilità di competere alla pari con gli uomini. Senza rivendicazioni o linguaggio guerrigliero. Con l'orgoglio personale del merito e della competenza, con l'intelligenza di capire che la fatica è un onore e non una condanna. In questo percorso personale e sociale, le donne hanno sofferto a lungo, e alcune ne patiscono ancora, di una sorta di tristezza; quella che deriva dall'esperienza dolorosa dell'ingiustizia nel confronto con gli uomini, con ciò che loro hanno potuto avere e hanno sempre nel territorio lavorativo, malgrado regole generali e garantiste che non prevedono distinzioni di sesso. È un sentimento amaro, che delude, ma non crea malanimo verso i colleghi maschi. Perché le nuove generazioni di donne non sono più condizionate psicologicamente dall'invidia del pene, non si sentono danneggiate dalla mancanza di quest'organo sessuale e formano il loro carattere senza la metaforica invidia verso l'altro sesso. Invece, in rapporto di proporzionalità inversa, alla diminuzione dell'invidia femminile verso il maschio corrisponde la nascita e l'aumento esponenziale dell'invidia del maschio verso la femmina. Perché la donna, oggi, minaccia e pregiudica l'ancestrale senso di superiorità dell'uomo. Non si può ancora parlare di invidia della vagina - benché la psicoanalisi dovrebbe essere rifondata a questo punto -, ma certamente per le donne qualcosa di simile al gusto della rivincita c'è. Con il retrogusto amarissimo, però, della vendetta del maschio frustrato, che colpisce alle spalle quando l'invidia, anziché nei luoghi di lavoro, s'insinua, strisciante, velenosa e poi violenta, nella coppia. Non ce la fanno gli uomini a reggere il confronto in casa e fuori con una donna che guadagna di più, ha più successo, è ammirata, ricercata, riconosciuta, lodata. Non arrivano a capire che dovrebbero sentirsi privilegiati per essere stati scelti e per continuare a essere amati e accuditi in esclusiva da una donna pubblicamente ammirata. No. Cominciano col diventare insicuri, perdono l'autostima, si sentono inadeguati. Hanno sbalzi d'umore, alternandosi tra la depressiva autocommiserazione e l'aggressività denigratoria. Svalutano la partner e ne mettono in luce difetti e comportamenti, mai sottolineati prima dei suoi traguardi e del trionfo professionale. Mettono in discussione i sentimenti, la coppia stessa, il progetto di vita. Sino a voler infliggere alla partner una grave umiliazione riequilibratrice. Quale miglior occasione di un vigliacco tradimento? Possibilmente con una donna molto inadeguata - personalmente e socialmente -, magari ignorante tanto quanto disponibile, esperta di maquillage su di sé invece che di ristrutturazioni aziendali o di sofisticate operazioni chirurgiche. Naturalmente giovanissima, ossequiente e ricca solo di tante richieste, soprattutto sessuali. Una signorina inconsapevole delle intervenute conquiste femminili sociali e giuridiche, ma allenata nelle conquiste erotiche. In sostanza l'esatto contrario della scomoda e impegnata compagna di vita. Che sarà umiliata pubblicamente, perché giudicata da tutti sostituibile da una nullità. E così finisce che le donne più apprezzate, senza mai averlo voluto, si trovano ad avere barattato il marito col proprio merito. Questo è il costo altissimo del successo, bellezza!

IL GIORNALE - 25 marzo 2010
Mi rubi il marito? Devi risarcirmi
[In America l'amante di un uomo sposato, che poi per lei ha divorziato, è stata condannata a pagare 9 milioni di dollari alla moglie abbandonata. Se in Italia vigesse una legge simile, o vi fosse la [...]

[In America l'amante di un uomo sposato, che poi per lei ha divorziato, è stata condannata a pagare 9 milioni di dollari alla moglie abbandonata. Se in Italia vigesse una legge simile, o vi fosse la possibilità di interpretare in tal senso una norma esistente, le mogli (o anche i mariti) tradite potrebbero aspirare all'apice della ricchezza del Paese: dopo una fantastica class action, potrebbero unirsi in una potentissima lobby. Invece in Italia non è così che funziona. Il comportamento che nel North Carolina è definito "alienazione dagli affetti" (cioè il rubare il partner a qualcuno), noi potremmo descriverlo come "induzione all'inadempimento del dovere coniugale di fedeltà". Così giuridicamente può essere inquadrato il comportamento di chi istiga un coniuge all'adulterio. Appare a tutti, questo, un fatto ingiusto, sia esso colposo o doloso, perché provoca un danno alla famiglia e alla coppia, istituzioni tutelate dalla nostra normativa. Tuttavia i giudici, per accertare che il fatto sia illecito, e quindi produttivo di risarcimento monetario, pretendono che si provi il comportamento attivo dell'aspirante amante; che ci sia, cioè, il cosiddetto nesso di causalità tra quest'ultimo e il tradimento: un corteggiamento implacabile, sms e telefonate, regali e qualsiasi altra attività che, con l'istigazione, faccia cedere un coniuge recalcitrante. Diversa è, infatti, la situazione se il marito o la moglie, candidati fedifraghi, hanno essi stessi un comportamento anelante e volontario verso l'individuato amante possibile. In questi termini la pensava la giurisprudenza, in particolare il Tribunale di Roma, alla fine degli anni 80. Circa dieci anni dopo, alleggeritisi i costumi sociali e imperante, quindi, la libertà sessuale, il Tribunale di Monza ha specificato che non può esserci un dovere giuridico di astensione dalle interferenze nella vita coniugale altrui. La fedeltà è, infatti, un obbligo reciproco dei coniugi; se questi sono capaci di intendere e di volere, sono in grado di autodeterminarsi nelle proprie scelte. Dunque, ognuno risponde delle proprie azioni e i coniugi si scornino all'interno delle mura domestiche. Concetto difficilissimo, però, da spiegare a chi, tradito, è devastato dal dolore: preferisce così credere che ci sia un farabutto (o farabutta) lusingatore e rapace, piuttosto che un coniuge volontariamente sleale e infido. L'infedeltà è un rischio del matrimonio, nel quale c'è l'obbligo del rispetto del dovere reciproco di lealtà. La cui garanzia deve stare nel nutrimento quotidiano dell'affettività e dell'intesa di pensiero dei coniugi, non certo nel divieto per tutti di inserirsi da terzo, comodo o incomodo, nella famiglia altrui: se così fosse, il diritto alla fedeltà sarebbe un diritto assoluto, cioè valido per tutti i cittadini, e non relativo, cioè di pertinenza dei soli cittadini uniti in matrimonio. Dunque, l'infedele è tale per libera scelta. E come tale va giudicato, anche dal suo partner. Non vale, come ha affermato il Tribunale di Milano nel 2002, "il riferimento ai valori costituzionali di solidarietà o di tutela della famiglia", giacché questi principi sono di rango pari "al diritto, pure esso costituzionalmente garantito, alla libera espressione della propria personalità". Quanto si è detto sinora conta sul piano giuridico, e quindi, per l'ipotesi di volere essere risarciti da un grave dolore, non da parte di chi l'ha procurato veramente bensì dal complice. La legge italiana, in conclusione, lo esclude, diversamente da qualche legge americana. Ma noi viviamo anche di usi, costumi, abitudini, valori etici e comportamentali che oggi, nel ventunesimo, secolo dovrebbero finalmente essere resettati. Se gli uomini fossero meno superficiali, se le donne fossero più solidali tra loro e meno disponibili, se le mogli fossero più severe con i mariti fedifraghi, se i mariti fossero più attenti alle uscite "sportive" delle mogli, forse le coppie sarebbero meno attaccabili e meno sgretolabili. Occasioni di tradimento ci sarebbero sempre, perché, pur essendo il tradire un gesto orrendo, è pur sempre connaturato alla natura umana. E neppure Cristo poté scamparvi. Tuttavia, i traditi anziché chiedere risarcimenti a chicchessia, potrebbero imparare a disprezzare il partner traditore, non giustificandolo come incapace di intendere e di volere, ma giudicandolo capace di fare molto male. Un male, comunque sia, e da chiunque venga, moralmente indelebile. Dunque, irrisarcibile.

IL GIORNALE - 13 marzo 2010
Adesso è vietato anche criticare le donne
Se, dopo avere offerto il mio aiuto a un uomo affaticato nello scaricare sacchi di calce da un camion, egli mi dicesse: «No grazie, perché lei è donna» non mi offenderei né mi sentirei diffamata [...]

Se, dopo avere offerto il mio aiuto a un uomo affaticato nello scaricare sacchi di calce da un camion, egli mi dicesse: «No grazie, perché lei è donna» non mi offenderei né mi sentirei diffamata qualora ci fossero almeno tre persone presenti. Se avessi bisogno di una guardia del corpo, vorrei un uomo. Non mi basterebbe una donna, per quanto nerboruta e perfino un po¹ androgina. Non riterrei davvero di compiere un reato, qualora esprimessi la mia precisa preferenza, «mi serve un uomo» in presenza di più persone e anche della stessa bodyguard scartata. Se una lesbica, desiderosa di maternità, dicesse alla compagna «qui serve un uomo», la compagna non potrebbe mai sentirsi ingiuriata per il solo fatto di essere donna e di sentirsi ricordare le diversità biologiche. Invece, la Cassazione penale ha deciso che le critiche verso una donna, se riferite al solo fatto biologico, sono lesive della dignità della persona. Il fatto in questione riporta a un articolo di giornale dal titolo: «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Un sindacalista, nel corpo dell¹intervista, chiariva che la struttura penitenziaria, fino a quel momento diretta da una donna, richiedeva a suo parere «una gestione maschile». Le esimenti del diritto di critica e di cronaca non sono state considerate valide dai supremi giudici, che hanno condannato gli imputati - sindacalista, editore e giornalista - attribuendo oggettiva portata diffamatoria alla frase del sindacalista e al titolo del pezzo, poiché si tratta di un «riferimento gratuito, sganciato dai fatti, che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo... sganciata da ogni dato gestionale e riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico della appartenenza all¹uno o all¹altro sesso». Dunque, se ho ben capito il senso della sentenza, qualora si fosse detto, per ipotesi, che la direttrice era incapace, pigra, alcolizzata o inesperta e si fossero portati fatti a riprova delle gravi affermazioni, gli imputati non sarebbero stati condannati, perché gli apprezzamenti del sindacalista non sarebbero stati «gratuiti». Cioè, le considerazioni specifiche, se comprovate, non avrebbero leso la dignità della persona, neppure a mezzo stampa mentre il dato generico di appartenenza al sesso femminile si risolverebbe, in sostanza, in un¹arbitraria discriminazione di genere «perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo» del dato biologico. Be¹, per quanto il ruolo di direttore di carcere sia aperto a entrambi i sessi e per quanto molte donne se la cavino egregiamente in questa funzione, forse è legittimamente pensabile - e dicibile - che qualche carcere e qualche direttrice non siano facilmente compatibili. Una determinata realtà carceraria di per sé, infatti, può avere l¹esigenza di essere organizzata da un uomo più che da una donna. Non perché entrambi i sessi non abbiano medesimi, doveri e opportunità, nonché competenze, giusta l¹eguaglianza giuridica e sociale, ma perché non si può spensieratamente affermare, in termini categorici che uomo e donna siano uguali anche biologicamente e psichicamente. Il dato biologico dell¹appartenenza all¹uno o all¹altro sesso, è proprio ciò che fa muovere il mondo e condiziona i comportamenti umani e il pensiero individuale, senza necessariamente integrare fattispecie di reato, quando se ne sottolinei la differenza. Se il camionista non vuole il mio aiuto fisico, perché sono donna, non mi offendo, ma anzi apprezzo il suo senso protettivo maschile. Se un imputato mi rifiuta quale difensore, preferisco sentirmi dire «perché donna», piuttosto che «incompetente». Nel primo caso giudico il non cliente un cretino, nel secondo un ingiurioso. Affermare «qui serve un uomo» è un pensiero, anche non condivisibile ma può rimanere un¹opinione personale, che non mi sembra possa far perdere neppure un grammo della reputazione personale di chicchessia, più di quanto ne potrebbero giocare racconti particolareggiati su eventuali documentate inefficienze del ruolo in discussione. Sarebbe potuta essere considerata una frase infelice, forse maschilista, forse anche no, quella del sindacalista. Ma la frase in sé, dov¹è che lede la reputazione? Dove si è consumata la lesione dell¹identità personale e professionale della direttrice per il richiamo obiettivo e indiscutibile del dato biologico? Non tutte le affermazioni maschiliste e inopportune costituiscono reato, se no quasi tutte le donne ogni giorno consumerebbero il loro tempo a scrivere querele. In nome della legge.

IL GIORNALE - 8 marzo 2010
Donne ribellatevi ai corpi nudi in copertina
L'8marzo in tutto il mondo è il giorno dedicato alla donna.Per ricordare 129 operaie di New York che,nel 1908,mentre stavano protestando per le inumane condizioni di lavoro cui erano costrette,furono [...]

L'8marzo in tutto il mondo è il giorno dedicato alla donna.Per ricordare 129 operaie di New York che,nel 1908,mentre stavano protestando per le inumane condizioni di lavoro cui erano costrette,furono arse dal fuoco sviluppatosi nella fabbrica;priva di uscite,perché bloccate per punizione dai proprietari. Dunque ,un episodio molto triste da rievocare.Dovrebbe essere,pertanto,l'otto marzo,una celebrazione alla memoria.Più che una "festa". A cento anni di distanza,le donne ,invece,credono di onorare la sventura di quelle autentiche martiri della violenza,occupando a frotte pizzerie e discoteche e pretendendo, in omaggio dovuto ,tralci di mimosa;insomma sfruttando,per quel giorno,il solo fatto di essere femmine. Addirittura,le retroguardie facinorose colgono l'occasione per protestare.Ma contro chi o che cosa?"Padroni",se non cercati per interesse singolo,non ce ne sono più.Le condizioni di lavoro inumane sono sparite ,grazie allo statuto dei lavoratori e alla miriade di conseguenti leggi successive:oggi il garantismo sindacale ha distribuito a entrambi i sessi ciò che le povere operaie morte neppure osavano pensare. Anche degli uomini non ci si può lamentare ,dal momento che le leggi degli ultimi quarant'anni hanno eliminato qualsiasi discriminazione sessista:se qualcosa non funziona è,quindi,ignoranza o sciatteria aspettare l'otto marzo per rivelarla o rivendicarla. Per di più i diritti individuali e collettivi sono oggi oggetto del sapere di chiunque , molto più assimilato dei concetti di dovere e responsabilità. Dunque,deve apparire inopportuna e sgradevole la "festa"così come intesa;e grottesche e ingrate coloro che con tale spirito vi partecipano.Per non dire della squallida ironia di alcuni maschi ,complici di questo festival del nulla. Tutt'al più può avere un senso rievocare le vittime dell'odioso abuso padronale,informando oggi,a cent'anni di distanza,quelle donne che ancora sono vittime della violenza;di ogni genere di violenza.Un rametto di mimosa,non basta però a segnalare che la maggior parte delle aggressioni non viene denunciata,e un'altra consistente parte non è adeguatamente sanzionata. L'Istat evidenzia che almeno 6milioni e 743mila donne(il 10%dell'intera popolazione italiana)tra i 16 e i 70 anni,almeno una volta nella vita hanno subito violenza.Troppe. Altre,sono incapaci persino di riconoscerla,la sopraffazione:accettano ogni giorno la crudeltà altrui,nell'illusione di essere considerate e ,persino,"amate". La spietatezza con cui si manifesta la violenza,si esprime in molteplici forme:dal sarcasmo alle intimidazioni,con critiche,minacce,ricatti,menzogne e tradimenti che,progressivamente accettati,generano assuefazione al male e dipendenza psicologica dal carnefice.Anche la violenza fisica ha nell'accettazione la forza della capacità di accrescersi:dalla parolaccia all'urlo,lo schiaffo ,il pugno,fino allo strattonamento e poi lo spintone con frattura,sempre che non si muoia sotto i colpi dell'"amato". Ma è vittima della violenza anche chi subisce il potere economico arbitrario,schiavizzandosi al soldo centellinato.E pure chi non reagisce alla microcrudeltà delle molestie assillanti e della sistematica persecuzione. E'sacrosanto perseguire e punire tutti i violenti,uomini o donne che siano.Tuttavia le donne fanno poco(anzi ,alcune remano contro)per reprimere e prevenire questa patologia umana e sociale.Eppure sono loro le vittime più numerose.Per esempio:quante donne prendono posizione contro l'uso scriteriato che si fa del corpo femminile sui media,nella moda e in pubblicità?E',questa,una forma di violenza sottile ma potente,che dilaga nella società e ne devasta il pensiero.Il corpo nudo in contesti inadeguati,con accostamenti strumentali e spesso sordidi,ferisce a morte la dignità femminile.E le donne si prestano a essere oggetti ,a uso del prodotto e dello sguardo di qualunque maschio:ciò fanno,e accettano,esponendo sorrisi alienati e corpi mortificati dalla gratuita nudità,magrezza,plastificata possenza o perenne artefatta gioventù. Queste donne,vendendo la loro identità agli occhi non sempre angelici dell'uomo,finiscono per esercitare violenza anche su se stesse.Ma l'otto marzo prenotano il ristorante con le amiche:spensierate,diligenti e garrule. Questa è la realtà,triste e contraddittoria,che offende gravemente la memoria delle povere operaie americane. Alle vittime innocenti e silenziose della violenza,bisognerebbe dire che la loro sacrificale sofferenza non le nobilita,né aiuta nessuno.Anzi,nutre la cattiveria dell'aggressore.Alle altre ,si potrebbe cercare di spiegare il dovere di tutelare la propria dignità;prima ancora di rivendicare che gli altri la rispettino.Sempre che capiscano di che cosa stiamo parlando... In tutti i casi,tuttavia,se proprio se ne deve discutere l'otto marzo,non c'è niente da festeggiare

IL GIORNALE - 6 marzo 2010
Le "quote rosa"? Un flop economico
Ho sempre pensato e detto che le quote rosa non costituiscono un incentivo, né per l'azienda né per il lavoratore. Tantomeno per la donna. Che, anzi, dovrebbe sentirsi mortificata per essere ancora [...]

Ho sempre pensato e detto che le quote rosa non costituiscono un incentivo, né per l'azienda né per il lavoratore. Tantomeno per la donna. Che, anzi, dovrebbe sentirsi mortificata per essere ancora considerata una specie da proteggere. Peraltro malamente. I risultati danno ragione a questo pensiero, che potrebbe essere giudicato un assioma antifemminista e conservatore. Invece non lo è. La dignità della donna, dopo secoli, di asservimento al maschio, sta nell'essere trattata giuridicamente e socialmente in modo uguale al maschio. Il diritto al lavoro viene onorato se alla donna sono concesse le medesime opportunità che all'uomo. Ma non opportunità di arrivo, bensì di partenza. Nel mezzo deve starci il merito personale, il senso del dovere, la flessibilità caratteriale e tante altre qualità che fanno la differenza tra una persona e l'altra; non tra un maschio e una femmina. Una volta conquistato il diritto allo studio, gratuito finché possibile e garantito per legge dai genitori qualunque sia il sesso dei figli, la donna deve potersi progettare la vita e conquistarsi il posto di lavoro con le sue sole forze. Ripeto: per merito delle competenze personali e non per opportunità elargite dall'alto e contro il principio di uguaglianza, che non può andare a detrimento di un uomo. Le donne inserite in un'azienda, solo per coprire posti loro garantiti, non è detto che si comportino nell'interesse degli obiettivi aziendali, ma non è detto neppure che non siano meritevoli. In ogni caso sono viste con diffidenza dai colleghi e certamente l'armonia del luogo di lavoro può essere pregiudicata da dinamiche equivoche e poco produttive. L'invidia è il senso di ingiustizia incidono di sicuro negativamente sulla produttività e sulla serenità aziendale. Basti vedere, ad esempio, quello che è successo in politica, volendo applicare gli stessi criteri. Alcune donne sono state massacrate da critiche, anche se meritevoli; altre hanno sfruttato la situazione per non dare nulla al paese e coltivarsi il proprio orticello. Tale è l'invidia tra femmine (e il terrore, di molte, di perdere le proprie esclusive garanzie) che è stata biasimata la Gelmini proprio perché ha annunciato di non voler profittare della maternità per starsene in congedo. A parte il fatto che già esiste dal 2000 la legge sul congedo di paternità, ma la maggior parte dei padri continua a volerla ignorare, ciò che le donne serie e oneste vorrebbero, non è la cooptazione per legge in un posto di lavoro, ma l'opportunità, dopo essersi da sole meritate il posto, di avere servizi non costosi a sostegno dei periodi di maternità. Se non c'è la collaborazione del partner, il nido pubblico per tutti, la possibilità di deduzione fiscale del costo di sostegno dei figli (colf, baby sitter, nidi privati), il luogo di lavoro, ricevuto in donazione, diventa di per sé una mina vagante. Che scoppia nei bilanci delle aziende e ferisce a morte le donne. Quelle che subiscono la frustrazione di vedere i colleghi maschi, nel frattempo, in carriera, anche se meno bravi ma più presenti, e quelle che – più rispettose del lavoro che della famiglia – si sentono in colpa per dover trascurare i figli. Il godimento è solo delle parassite, perchè non appena "conquistato" il regalo del posto assicurato, ne abusano per la licenza di matrimonio, la gravidanza e il funerale di ogni parente. A danno del datore di lavoro, rispettoso di norme di legge apparentemente non discriminatorie; il quale vede aumentare i costi del personale, diminuire la redditività e deteriorarsi le relazioni personali tra dipendenti. Ma a danno anche delle famiglie: sgangherate, con figli allo sbando, madri disperate e padri serenamente in carriera. Alla faccia delle quote rosa. Sono ridicole e pericolose, dunque, le leggi, di grande suggestione politica, prive della possibilità di applicazione pratica. Se non ci sono servizi opportuni a supporto del cosiddetto "diritto lavorativo" – inteso nel senso voluto dalle quote rosa – si apre uno scenario sociale inquietante, nel quale valgono in prevalenza principi egoistici e parassitari, a svantaggio del merito e della dignità dei lavoratori. Ma soprattutto delle lavoratrici stesse. In nome della legge.

IL GIORNALE - 17 febbraio 2010
No, ha esagerato. Il sesso non è merito
Essere in via Dell'Umiltà, lo deve avere stranamente un po' condizionato: l'affermare apoditticamente "la superiorità delle donne rispetto all'uomo in molti campi, a cominciare dal lavoro", mi sembra [...]

Essere in via Dell'Umiltà, lo deve avere stranamente un po' condizionato: l'affermare apoditticamente "la superiorità delle donne rispetto all'uomo in molti campi, a cominciare dal lavoro", mi sembra infatti eccessivo. Non ci credo io, che sono donna, ma non ci credono neppure tante altre donne. Non lo si può affermare scientificamente né, tantomeno, sperimentalmente. Rimane dunque una personale convinzione del premier, molto femminista post litteram. Sarebbe stato, peraltro, meno politicamente seduttivo, se avesse detto "molte donne valgono più di tanti uomini". Avrebbe potuto persino azzardare un "soprattutto se giovani e gradevoli". Se non altro, pur nell'assurdità del costrutto, si sarebbe appoggiato al pilastro filosofico del "kalos kai agatos", bello e bravo. Queste distinzioni di genere non fanno altro che fomentare la competitività tra maschi e femmine; sollecitando una endemica litigiosità, produttiva di danni esistenziali agli uni e alle altre, nella famiglia, nei rapporti di lavoro e nelle relazioni sociali. Il merito non può essere nel sesso. E neppure col, grazie al, tenuto conto del. Sesso appunto. La nostra Costituzione difende il principio della pari dignità sociale di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso. Le leggi si sono allineate anche grazie alla fatica di donne e uomini che hanno combattuto contro questa atavica discriminazione e oggi, progressivamente, abbiamo tutti raggiunto la pari dignità giuridica. Con questa, il rispetto. E dunque la necessità di non giudicare ancora le donne in quanto tali, bensì, e soprattutto, per la loro storia e il loro merito. Quindi come persone capaci o incapaci. Da non confrontare con gli uomini, in termini positivi o negativi, ma da valutare in rapporto all'esperienza, ai fatti personali, alal competenza e alle potenzialità che ciascuna ha espresso o può esprimere nel futuro, nell'ambito di riferimento sociale. Che le donne siano diverse dagli uomini, non c'è dubbio e il nostro premier lo sa bene. Che, se giovani, forse, siano più gradevoli è un giudizio molto personale e in genere espresso da gente d'antan. Anche le anziane signore, infatti, intravvedono nei giovani uomini più gradevolezza che non negli attempati coetanei. Di conseguenza si potrebbe dire che gli uomini, se giovani e gradevoli, hanno più capacità in politica. E' evidente l'assurdità di questa equazione. Come è evidente la non condivisibilità, in assoluto, della superiorità femminile. La bravura e la capacità prescindono dal sesso, dall'età e dalla gradevolezza. Questa sì, è un'affermazione accettabile da tutti e che non si presta a critiche. Viceversa, usando i canoni da lui stesso enunciati, potremmo mai affermare che Silvio Berlusconi è competente, capace, anzi il migliore, soprattutto in politica? In sostanza, la frase del premier sembra frutto di un bisogno di difesa preventiva. Spero che lui stesso non ci creda, per non rischiare di diminuire la sua generosa autostima. Ma anche per non rischiare di infastidire le donne attente, che si sono viste definire "superiori" genericamente, solo perché donne, in particolare per il solo fatto di essere giovani e gradevoli. Tutto questo è sminuente e non tiene conto dei meriti reali di chiunque li abbia, donne e uomini, giovani e anziani, brutti e belli. Senza sponsor e senza sconti.

IL GIORNALE - 15 febbraio 2010
Quei savonarola di sinistra nutriti solo d'odio
Al confronto con i fanatici moralisti di oggi, Savonarola apparirebbe un ciarliero e sereno frequentatore dei salotti televisivi, non degno di un processo e tantomeno dell'impiccagione. Al rogo, [...]

Al confronto con i fanatici moralisti di oggi, Savonarola apparirebbe un ciarliero e sereno frequentatore dei salotti televisivi, non degno di un processo e tantomeno dell'impiccagione. Al rogo, invece, per bonificare la palude invereconda della politica, dovrebbero andare tutti i giustizialisti (politici, giornalisti, o magistrati che siano e i cittadini che da questi sono plagiati) nutriti solo dall'odio che, a sua volta, si ciba della salute, della faccia e della serenità altrui. L'assalto che è stato fatto da una precisa parte politica a Bertolaso, evidentemente dell'altra parte, è prova vergognosa di come l'odio sia davvero cieco e di come il moralismo faccia perdere i confini della ragione. Sempre che di ragione, con certa gente, si possa parlare. I soloni di sinistra quando, per caso o per forza, si parla male di un compagno, pretendono che tutti sospendano all'istante il giudizio negativo, in attesa dell'accertamento dei fatti. Intanto si infiammano nel garantire personalmente il soggetto in questione – come è successo sere fa in tv per un architetto, definito sicuramente per bene solo perché fratello di un intellettuale di sinistra – e rimbalzano la patata bollente trasformandola magicamente in una "mina anti uomo di destra". Come diceva Don Giussani, la morale è il rapporto che c'è tra il gesto e ciò che la coscienza sente e percepisce nel farlo. Se ci si sente di difendere, fino ad accertata e definitiva prova contraria, una persona della propria parte politica, ma non si usa l'uguale e lodevole e garantista metodo per l'avversario, la coscienza non può essere pulita. Il gesto non è morale. Le motivazioni che l'hanno suggerito sono parziali e interessate. Dunque, il rapporto tra quel gesto e la coscienza è fallimentare,;tipico dei moralisti d'accatto e non espressione di validi e condivisibili principi morali. Chi rispetta l'etica, non può sistematicamente proteggere i suoi e condannare gli altri, coltivando semplici sospetti. Questo è un comportamento anche un po' mafioso. Ora, grazie al malcostume pre – processuale e processuale di rendere noti intempestivamente gli atti di un inchiesta, complice l'avidità di discovery dei giornalisti e dei politici, Bertolaso è già stato condannato. La sua indentita, massacrata nel marasma dei sospetti. E' corrotto? Non è corrotto? Non lo possiamo dire e tantomeno sapere. La Costituzione gli garantisce un giusto processo, il contraddittorio nelle sedi idonee, la verifica rigorosa degli addebiti. Intanto, finché non fosse mai provata con sentenza definitiva la sua presunta colpevolezza, tutti dovremmo limitarci a giudicarlo per quello che ha fatto di buono per la società, per i risultati noti e apprezzati, (De Bortoli lo definisce "un grande servitore dello stato") e stare ad aspettare i fatti giudiziari concreti, senza voler giudicare a seconda delle parole che rimbombano dalle opposte fazioni politiche. Da entrambe le parti vengono, infatti, solo argomenti di puro interesse parziale ed egoistico. Con l'obiettivo, ciascuno, di salvarsi o di rifarsi la faccia a scapito del poveretto di turno; che, comunque sia, subisce l'impiccagione mediatica. E il boia deve fare più orrore del criminale. E' inaccettabile, perché ingiusto, il comportamento di un giornalista che, dimentico della deontologia e dell'umanità, diventa famoso solo per essere campione al tiro di uova marce sull'indagato dell'avversa fazione politica, e ne storpia il nome, tenta di fare satira sui sospetti, costruisce penose parabole; così come lo è quello del rappresentante di partito che suggerisce dimissioni agli avversari, mai imposte a compagni traffichini. Per non dire dei tribuni del popolo, che tuonano sermoni apocalittici, in nome di un Italia che non appartiene loro se non in una ridicola percentuale. I valori collettivi così sono al collasso, stiamo andando davvero alla rovina in una landa desolata del diritto e dei diritti, dove non esiste più il codice del bene e del male. Impera, appunto, il moralismo funzionale ai propri interessi. Obiettivamente incoerente. Infatti, per esempio, anziché avere pietà di Morgan, e suggerirgli un metodo per la sua rieducazione psicofisica, lo si punisce chiudendolo in camera, in castigo, durante la festa. Ma, nello stesso tempo, non si approfondisce quanti altri invitati alla festa di Sanremo siano nelle sue identiche condizioni. Anzi, per di più, si acclama all'ospite speciale D'Addario, che si esibirà in una attesa passerella (senza neppure fare una piega di fronte al significato grottesco del termine "passerella" applicato a una prostituta). Poi ci sono i tonini, i marchi, i micheli e le concite che si avventano allegramente sulle reputazioni altrui, facendone carne da macello e poi condendole con spezie di moralismo, per sfamare i cittadini di bocca buona. Alla faccia della morale, della legge e dell'umanità. Ma anche dell'intelligenza altrui: di chi sa che il moralista, proprio perché lo è, è persona assai sospetta.

IL GIORNALE - 12 febbraio 2010
Non chiamatele escort ma prostitute
Si chiamano escort, ma sono puttane. Prostitute. Cioè donne che "concedono ad altri, per denaro o per qualsiasi interesse materiale, ciò che secondo i principi morali di una società, non può essere [...]

Si chiamano escort, ma sono puttane. Prostitute. Cioè donne che "concedono ad altri, per denaro o per qualsiasi interesse materiale, ciò che secondo i principi morali di una società, non può essere oggetto di lucro" (Zingarelli 2010). Sorvoliamo sul termine concedere, utilizzato dal poetico compilatore del dizionario, laddove sarebbe stato più realistico usare un sinonimo tipo "elargire" o "dispensare" o, meglio ancora, semplicemente "dare". Se poi andiamo a vedere la definizione di puttana, leggiamo: "dal latino "putido" puzzolente, sporco", termine volgare per definire la prostituta; peraltro sinonimo di sgualdrina, cioè "persona di scarsi principi morali, disposta a ogni compromesso per il proprio tornaconto". Alla voce escort troviamo: "persona retribuita per accompagnare qualcuno nei viaggi od occasioni mondane", ma pure "chi, in tale ruolo, è anche disponibile a prestazioni sessuali". Si è così chiuso il cerchio: il week end rimane sempre il fine settimana. In qualsiasi lingua lo si voglia trascorrere. E con chi. E la escort, a conti fatti, è una prostituta. In questa Italia politicamente corretta, nella quale i ciechi sono i non vedenti, gli handicappati hanno la speranza di essere diversamente abili, il prossimo licenziamento diventa pressappoco "lo scivolo con incentivo all'esodo", c'è però un'insopportabile discriminazione politica e sociale a danno delle puttane e a favore delle escort. Quelle vilipese, sulla strada; queste, ricercate nei luoghi di potere. Eppure sono la stessa identica cosa. Vendono il corpo e ne ricavano un prezzo. Sia la puttana sia la escort hanno concentrato nella medesima parte del loro corpo la sorgente esclusiva del loro lucro. Andare a puttane, oltre a significare figurativamente il fallimento di qualcosa (e secondo me anche, realisticamente, il fallimento della dignità e dei sentimenti maschili) indica ormai soltanto l'attività godereccia dei goliardi e dei maschi a basso redditi. I ricchi e i potenti, invece, ordinano una escort. Magari su google, che dà come risultato della ricerca 34.500.000 voci, contro le 606.000 di puttana e le 2.720.000 di prostituta. Il fatto è che tutte sono lavoratrici del sesso, con la sola distinzione che, mentre le puttane sono schiave di un sistema criminale che mercifica il loro corpo, le escort scelgono autonomamente di venderlo per solo proprio interesse, senza pagare royalties a chicchessia. Ma in entrambi i casi le donne in questione, pur diversamente definite, si prostituiscono. Le une, però, hanno bisogno di un protettore che le difenda nei luoghi malfamati che devono frequentare. Le altre scelgono i luoghi di potere, per affamare ricchi uomini incapaci di proteggere persino se stessi. Si è creata così una nuova fascia pubblica, quasi una casta, economicamente e socialmente alta, di imprenditrici autonome, a tariffario libero, visibili e più che ben accette nei circoli di potere. Manager di se stesse, che guadagnano oltre il milione di euro l'anno, non pagano imposte e neppure l'iva, malgrado rendano servizi al pubblico. Sconosciute dunque, ingiustamente, all'Agenzia delle Entrate. Ma avidamente pronte ad apparire in TV, a scrivere libri e memoriali, a dimenticare l'etica della professione cosiddetta più antica del mondo. Tradiscono la loro dignità, non solo smerciando ed esportando dovunque il corpo, ma anche raccontando dove e come e con chi sono avvenute le spietate transazioni. E i fragili uomini ricchi e potenti, passano così dalle loro costosissime braccia (si fa per dire…) alle pagine dei giornali, ormai senza soluzione di continuità. E' la legge del sesso, che sta ormai trascinando nel piacere egoistico ed estemporaneo ogni valore e ogni sentimento, che dovrebbero invece definire l'identità di ciascuno di noi. Ma anche ogni prudenza, persino ogni vergogna. E non mi si dica che sdoganare le prostitute, fino a farle diventare escort onnipresenti e onnipotenti, ricercate star del gossip, sia l'affermazione della verità contro ogni ipocrisia. E' vero piuttosto che non prendere posizione critica verso questa debolezza, antica, degli uomini, e verso questa nuova spudorata forza strumentale delle donne, significa deteriorare ulteriormente il senso e il valore della società civile e delle persone serie che la costituiscono. Bisogna resettare, cioè rimettere al suo posto, chi è andato fuori dagli schemi, ma anche chi ha provocato la confusione di meriti e di valori. Forse è meglio essere politicamente scorretti e chiamare puttane le puttane, senza edulcoranti etichette anglofile. Non basta il nome a rendere lecito ciò che illecito resta. In nome della legge.

IL GIORNALE - 10 febbraio 2010
Quante scuse per non pagare noi avvocati
Anche io conosco il lato grottesco, a volte amaro, a volte persino divertente, del rapporto cliente-avvocato. Non so perché ma ho capito che per molti pagare il proprio legale costituisce un onere [...]

Anche io conosco il lato grottesco, a volte amaro, a volte persino divertente, del rapporto cliente-avvocato. Non so perché ma ho capito che per molti pagare il proprio legale costituisce un onere ingiustificato. Il non pagarlo è la vera vittoria. Tempo fa ho assistito una signora in una causa di divorzio durata quattro anni. Dopo il deposito degli atti finali e prima della sentenza, il quasi ex coniuge è morto all'improvviso. Pur solidale con il (non) dolore della cliente, dopo un rispettoso periodo, ho inviato la mia parcella alla vedova. Con una rapidità, mai dimostrata al ricevimento delle precedenti richieste d'acconto, la Signora si è immediatamente precipitata nel mio studio per affermare che non avevo diritto a un bel niente. A suo dire, essendo il marito morto per i fatti suoi, il mio lavoro era stato inutile, perché il divorzio non le serviva più. Anzi, suo marito aveva fatto un lavoro migliore del mio, giacché l'aveva lasciata erede di una casa che io non avrei mai potuto conquistarle. Un'altra signora, divenuta vedova del marito mio cliente, mi ha invece richiesto indietro le somme versatemi dal mio assistito in vita, quando il poveretto litigava furiosamente con lei e aspirava fortemente alla separazione, sostenendo che - essendo diventata erede universale del defunto - vantava a suo credito le somme, secondo lei ingiustamente, a me da lui versate molti anni prima. Ci sono poi alcuni che, essendo fans di uno dei miei generi, attore, pretendono sconti significativi solo per la gioia che mi danno nel momento in cui me lo dicono. Molte signore, poi, non badano ai miei conti finché c'è un gentile e segreto cavaliere che li paga. Quando lui si mette in salvo, nel mezzo della causa, trovano ogni argomento per dilazionare i previsti e concordati pagamenti degli onorari, per non onorarli mai più. E si appellano alla mia solidarietà femminile, piangendo sul loro destino di donne abbandonate da due uomini egoisti nel giro di poco tempo. Mi propongono persino di darmi, invece del denaro, una delle loro dieci Kelly di Hermés in acconto, perché i "pochi" soldi rimasti servono per la settimana bianca a Sankt Moritz. Il fatto è che molti clienti non apprezzano il lavoro degli avvocati, perché non lo toccano, non lo indossano, non lo vivono e non lo mangiano. Non escono dallo studio con qualcosa in mano, ma con aspettative altissime -malgrado qualsiasi prudente avvertimento - con la rabbia e un senso esagerato del proprio diritto leso. La maggior parte delle volte criticano l'ammontare della parcella, perché non conoscono il valore dell'esperienza e del pensiero. Dovrebbero imparare da questa storia. Un grande e impegnato imprenditore sull'orlo del crac, si trova con la sua auto a una cinquantina di chilometri dal luogo dell'appuntamento che gli può risolvere positivamente la vita. L'auto si blocca in una desertissima strada di campagna. Il cellulare è fuori copertura. Scende e si sente perso. Non c'è anima viva intorno. E' angosciato e disperato, quando vede in lontananza un trattore in movimento. Ritorna in auto e comincia a lampeggiare furiosamente i fari. L'uomo sul trattore devia e procede lentamente nella direzione dell'auto in panne. Quando finalmente arriva nei pressi della macchina, l'imprenditore furente gli chiede di potersi agganciare per essere trasportato. Il contadino scende dal suo mezzo e prega l'imprenditore di aprire il cofano. Dopo una breve e accesissima discussione, l'imprenditore apre il cofano, il contadino si avvicina, guarda, prende un martello e infligge un colpo secco sullo spinterogeno. Richiuso il cofano, l'imprenditore riavvia il motore. Che funziona. Sorpresa e stupore. Malgrado la fretta, l'uomo, consapevole che anche la riconoscenza può non bastare, chiede al contadino il conto del suo intervento. "1281 euro", risponde l'uomo del trattore. "Ma come, per un minuto di lavoro? Mi dica almeno come ha costruito questo strano prezzo", domanda l'imprenditore. "E' semplice" - risponde il contadino - "281 rappresenta la somma del costo della benzina, del consumo del trattore, dell'ammortamento del mezzo, del lucro cessante, perché non ho arato il campo in questo tempo a lei dedicato. 1000 euro, perché la mia esperienza e il mio intervento le hanno permesso in un solo minuto di risolvere il suo problema". Un bravo avvocato sa che non è giusto il motto "causa che pende causa che rende". Il cattivo cliente pensa, invece, che l'assistenza veloce e risolutiva non meriti alcun onorario per la sua evidente "facilità". E' vero che l'avvocato non deve e non può garantire il risultato; ma quando i mezzi messi a disposizione raggiungono velocemente l'obiettivo affidato dal cliente, perché non riconoscere pregio all'opera intellettuale del professionista? Non è certo più corretto premiare la lentezza di chi lavora a ore. Consoliamoci con Dickens. "se non ci fosse gente cattiva, non ci sarebbero buoni avvocati".

IL GIORNALE - 25 gennaio 2010
Le donne in carriera non divorziano? Magari
Mi sembra una banalizzazione del problema, che è invece un problema molto complicato. Il credere che le donne lavoratrici provochino meno divorzi delle casalinghe, potrebbe costituire persino e [...]

Mi sembra una banalizzazione del problema, che è invece un problema molto complicato. Il credere che le donne lavoratrici provochino meno divorzi delle casalinghe, potrebbe costituire persino e finalmente il sereno punto di svolta dell'affermazione dell'autonomia femminile. Potrebbe decretare la parola fine all'eterna angoscia della donna, psicologicamente spaccata tra voglia di carriera e voglia di casa. Andrebbero in meritato esilio le lamentele dei mariti sulla casa trascurata, le cene non pronte, i compiti dei bambini alle nove di sera. Tutte le donne vorrebbero lavorare, se non altro per conservarsi l'amore e il marito per tutta la vita. Sogno irrealizzabile per la maggior parte. Tanto per cominciare, perché deve dipendere dalla donna - se lavora o no - la durata del matrimonio? Ci sono donne che lavorano, ma tradiscono il marito, dimenticano i figli e provocano la rottura familiare. Altre che non lavorano fuori casa, ma sono straordinarie mogli e madri, assumono il ruolo di amministratrici, cuoche, infermiere e maestre all'interno della loro famiglia che sanno tenere unita. Nell'un caso e nell'altro conta anche la qualità del marito: se pigro, collaborativo, geloso o indifferente, dovrà pur avere una reazione in linea o contro lo stile comportamentale della moglie. Il matrimonio è infatti basato sul consenso dei partner, che deve permanere in entrambi perché la vita coniugale possa proseguire in armonia e serenità. E allora, qual è il senso di questa ricerca? Se entrambi i coniugi lavorano, ci sono meno possibilità di incontro in casa e, dunque, meno occasioni di scontro; oppure non c'è tempo di fare bilanci e di misurare la felicità di coppia; oppure, ancora, ci si perde di vista? Non sappiamo se è stata calcolata la variabile della moglie che lavora e il marito invece no. Potrebbe essere interessante capire quanti matrimoni durano con questa modalità e perché. E bisognerebbe anche sapere se è stata approfondita la qualità dei mariti delle mogli che non lavorano e il perché del loro divorzio. Forse erano mariti padri-padroni, rivelatisi nel tempo magari violenti, oppure dediti a spigolare femmine invece che al desco familiare. Non possiamo seriamente credere che un uomo così, una se lo tenga solo perché occupata a lavorare. E chi può dire che una donna impegnata fuori casa non si dedichi anche a voluttuosi pomeriggi erotici, per meglio metabolizzare il peso della vita familiare al suo ritorno? Non credo che un marito, una volta scopertala, anche non in flagrante, abbia la pazienza e la generosità di tenere fermo il matrimonio. Dunque il lavorare o lo stare a casa non possono costituire un pilastro di sicurezza del progetto matrimoniale. Che è invece basato su troppe variabili, personali, ambientali e anche casuali, perché si possano dare seri numeri statistici e leggi comportamentali. Vedo di tutto nella mia attività professionale e sono davvero certa che non sia il lavoro a incidere, nel bene e nel male, sulla necessità di separarsi. Il matrimonio dura quanto dura il motivo per cui ci si è sposati. Se all'origine c'è un autentico sentimento, è la sua evoluzione o il deterioramento che ne determina il destino, indipendentemente dall'attività lavorativa della donna: ci sono uomini che apprezzano progressivamente la carriera, il denaro, la stima acquisiti nel tempo dalla compagna, e altri che ne sono infastiditi, la invidiano, la colpevolizzano. Ci sono mariti che trattano come regine le mogli nullafacenti e altri ancora che le disprezzano e le mortificano, perfino se si distruggono di lavoro casalingo. Così è pure se il matrimonio ha all'origine un calcolo di interesse: la vita unita permane fino a che quell'interesse è condiviso da entrambi e non appare all'orizzonte di uno dei due qualcosa o qualcuno di più gratificante. Il mondo familiare e la vita di coppia sono cambiati significativamente negli ultimi cinquant'anni: la famiglia non è più un'istituzione sociale/contenitore il cui valore superi quello dei singoli individui. Anzi, i diritti personali di ciascuno sono diventati, purtroppo, gerarchicamente più importanti dei doveri e delle responsabilità verso gli altri componenti. Il che porta ogni famiglia a ricamare a modo proprio il tessuto affettivo che la unisce. E anche a stracciarlo, perfino all'improvviso, per ragioni personalissime e non catalogabili: sono tante, troppe, quante, cioè, ne esistono nell'infinito modo di esprimersi dell'animo umano.

IL GIORNALE - 23 gennaio 2010
La sinistra paladina delle donne solo se non c'è di mezzo il PD
Ahi, ahi Concita, anche questa volta hai frustrato le aspettative delle donne che credono in te. Di tutte quelle che ti hanno vista, fiera e ribalda, proclamare ogni giorno «io non sono a [...]

Ahi, ahi Concita, anche questa volta hai frustrato le aspettative delle donne che credono in te. Di tutte quelle che ti hanno vista, fiera e ribalda, proclamare ogni giorno «io non sono a disposizione». Dalla Bindi alla D'Addario, le hai difese tutte con fervore e indignazione. Hai attaccato la lascivia del maschio erotomane, il sarcasmo del politico maschilista, l'intempestività sessuale dell'arzillo anziano. Hai, con grande consapevolezza e solidarietà, criticato aspramente l'abitudine degli uomini di servirsi delle donne come di kleenex. Usa e getta. «Noi non siamo a disposizione» è stato, grazie a te, il collante di una catena che ha unito le donne più disparate, dall'operaia all'intellettuale, dalla politica alla prostituta, dall'attrice all'ultima delle vallette. Perfino il «ciarpame» di Lariana memoria è stato percorso da un brivido di emozione, al solo pensiero di avere in te, così seria e materna, la paladina delle virtù femminili più nascoste, tanto da essere quasi dimenticate. Hai steso lenzuola di pagine per raccontare il cuore sanguinante delle donne adoperate dal brutale e ingrato politico di destra, e tuttavia non hai dedicato neppure l'angolo di un fazzolettino per asciugare le lacrime di due donne sedotte e abbandonate in sequenza dal politico di sinistra. La conosci senz'altro la storia del sindaco Pd di Bologna, che ha dapprima lasciato la moglie per la segretaria e poi la segretaria per un'altra. Ne è nata una Cambogia, perché anche come politico, sembra, egli non sia stato correttissimo, a sentire quel che si dice. Ma non è questo il punto. È la storia umana, che ancora una volta colpisce le donne, a meritare le tue riflessioni, se proprio non te la senti di lanciare gli strali, come tenacemente sai fare contro ogni gesto di Berlusconi. Appunto, nella vicenda del sindaco Pd, ci sarebbe da dire molto, sul piano del tuo rigore e delle regole morali, che con calma sai scandire soprattutto ad Annozero; regole indispensabili, secondo te, a chi fa il politico. Ci sarebbe materiale per più di una trasmissione a parlare di peculato e concussione, anche se non accertati e non sanzionati: esattamente come avviene per il premier, accusato e giudicato mediaticamente tutti i giorni. Ma non è per questo che sono sorpresa dal tuo silenzio. Capisco, davvero, il tuo imbarazzo politico e l'opportunità diplomatica di sorvolare la palude in ebollizione. Però quelle due povere signore, illuse e abbandonate, non sarebbe giusto difenderle? Perché la D'Addario dovrebbe essere più meritevole? Potrei farti almeno dieci domande per capire se è il colore politico dello scandalo a infuocarti o a spegnerti, se è lo stato civile delle donne, o se è l'età dell'uomo e via dicendo. Te le risparmio, perché mi piacerebbe di più se tu dedicassi il tempo a ragionare sul maschilismo. Una caratteristica fastidiosa e insopportabile dell'uomo, quando ormai siamo nel 2010 e la pari opportunità giuridica e sociale non è più un sogno. Ho la strana sensazione, ormai sempre più spesso corroborata dai fatti che - diversamente da quel che ne pensano i più - il maschilismo sia un retaggio storico ineliminabile solo tra gli uomini di sinistra. Basta vedere come è trattata la Finocchiaro, che vale di più di ogni suo compagno di partito. Il maschilismo sta proprio nel non voler considerare la donna come persona, nel non trattarla come merita per ciò che è. A me sembra corretto, e non maschilista, relazionarsi con una prostituta secondo le aspettative che questo ruolo comporta. Ma una moglie e una compagna (almeno di vita) hanno diritto al rispetto, alla condivisione, alla salvezza del comune patrimonio affettivo. Non al tradimento, al talebano ripudio o al pubblico ludibrio. Non sono certo a disposizione, mogli e fidanzate, per rapide, intempestive e inaspettate turnazioni. Quando ciò avviene, le donne soffrono. Quando le donne soffrono, devono poter entrare nel tuo spazio protettivo. Se è la donna che veramente vuoi difendere, a prescindere dal colore politico dell'uomo che l'ha usata e poi ferita. Tutti tradiscono, uomini e donne. Gli uomini lo fanno però più spensieratamente, e da millenni. Le donne conoscono quel pezzetto di cuore sporco dell'uomo che un giorno le farà soffrire. Ma sono impreparate egualmente. E in quel momento si sentono sperdute se, a quel dolore, si aggiunge il silenzio traditore, e un po' sinistro, di una donna conosciuta come l'angelo battagliero e consolatore di tutte le vittime femminili. Gli angeli, cara Concita, devono saper volare e, dall'alto, potere volgere il loro sguardo, attento e riparatore, non solo a destra, ma anche a manca.

IL GIORNALE - 15 gennaio 2010
Le donne hanno vinto:il femminismo è battuto
L'Economist entusiasta annuncia che negli USA le donne, nei prossimi mesi, diventeranno maggioranza della forza lavoro e conclude giustamente "è la più grande rivoluzione sociale di tutti i tempi". [...]

L'Economist entusiasta annuncia che negli USA le donne, nei prossimi mesi, diventeranno maggioranza della forza lavoro e conclude giustamente "è la più grande rivoluzione sociale di tutti i tempi". Qualcuno ha commentato che la ragione sta nel trionfo del cervello, perché i muscoli servono sempre meno nel mondo del lavoro. Nei fatti anche Svezia, Danimarca, Francia, Germania e Inghilterra raggiungeranno a breve il medesimo obiettivo. L'Italia, da parte sua, non si può lamentare quanto a numero di laureate e professioniste, quasi pari ai colleghi maschi. Fatto sta che i premi 2009 del Presidente della Repubblica Italiana, proprio ieri, sono stati assegnati tutti e tre a donne. Giorgio Napolitano ha sottolineato "è un segno dei tempi", riconoscendo al femminile il prestigio delle Accademie dei Lincei, di San Luca e Santa Cecilia. Che le donne non siano così bisognose di protezionismo politico e sociale, lo si ricava anche dalla quantità di Sindaci e Governatori donna che possiamo vantare (addirittura nel Lazio la corsa è tra la Bonino e la Polverini), di ministri e sottosegretari etc…Ragionando sui numeri, è chiaro che siamo nel cuore di un processo in divenire, ma certamente è antistorico e pedante ammannire ancora, da parte di parecchie donne, la manfrina dolciastra del chiedere aiuto a tutti, lamentando una discriminazione che non esiste più. E' tale, invece, l'interesse generale sulla figura femminile, come portatrice di storia, cambiamenti, capacità e coraggio, che i primi tre libri nella classifica Amazon sono biografie di donne. E' giusto che sia così. Le donne sono fuggite dall'obbedienza; hanno dovuto disfare il tessuto imprigionante che le rivestiva e che era stato intrecciato per secoli dalle loro madri; hanno cercato di attraversare la strada dell'emancipazione senza spargimenti di sangue; hanno voluto sottrarsi alla legge del padre per conquistare almeno la minima giustizia sociale. Nel terzo mondo e in Islam, per esempio, ancora la donna non ha la libertà di prendere né una decisione né un tram, quando lavora è sottopagata e serve l'uomo in tutte le necessità. Nel mondo "civile" del 1900, Freud aveva elaborato il concetto del complesso di castrazione: per forza, l'uomo aveva qualsiasi diritto la donna non avesse; la quale invece era considerata esclusivamente oggetto a comando del desiderio e della volontà dell'uomo, ed essenzialmente un essere inutile se sterile. Ma in ogni caso debole e inaffidabile, perché soggetta a svenimenti: anche un uomo lo sarebbe stato, se bloccato in quei corsetti strizzatissimi a esclusivo uso seduttivo. Oggi nessuna donna ha motivo di invidiare un pene che non ha mai avuto, non ha e non avrà mai. Ci sono ancora però retroguardie di donne succube (dal latino sub-cubare:giacere sotto, da cui succuba = concubina) della cultura maschile, millenaria e antistorica, e parecchi uomini che non hanno capito la differenza tra uguaglianza e parità. Le conquiste giuridiche hanno consegnato a tutti la stessa linea di partenza. E' tuttavia disonorevole ritenere, a questo punto e solo per questo, che siamo tutti uguali. Non perché l'uomo non sia di per sé, in generale, un essere interessante e di valore, ma perché la donna ha una sua identità, sempre in generale interessante e di valore, e per questo non deve pensare di omologarsi a un modo di essere e di fare che non le appartiene, né geneticamente né psicologicamente. Come dice la filosofa Luisa Muraro "noi donne abbiamo il privilegio di essere nate dello stesso sesso di nostra madre". Dunque, dopo aver conquistato le basi della giustizia sociale che ci consentono di avere le stesse potenzialità affermative di un uomo, è questa legge matriarcale che dovremmo seguire. Restare appese alla cultura, o meglio alla legge, patriarcale vuol dire mettersi nelle mani degli uomini e perdere le proprie peculiari competenze. Significa assumere atteggiamenti e linguaggi guerreschi, per cui si è definite, con immagine raccapricciante e trans-gressiva, donne con le palle; ma comunica anche la voglia di cercare di essere la donna di qualcuno potente o fidarsi solo degli uomini. Dimostra, in sostanza, difetto di autostima, mancanza di sicurezza, inconsapevolezza della propria identità. Sono queste donne rivendicative, che non sanno esprimere il sé femminile. La forza della propria diversa psiche e la conoscenza della differenza. Differenza che, peraltro, è portatrice di un grande e indispensabile valore biologico, mentale e storico. Le donne che sono al potere, lo gestiscono in modo diverso se lo hanno raggiunto per meriti e capacità personali (come la Merkel o la Thatcher) o perché sono le donne di qualcuno (come la Clinton). Sono quelle, e non questa, le donne capaci di imprimere alla vita, al lavoro, all'eventuale potere, modalità di espressione nuove e rivoluzionarie, perché fino a ieri soggette a regole padronali soffocanti e insuperabili. Sono donne che hanno saputo emanciparsi senza perdere la propria differenziazione. Appartengono certamente a questa categoria le tre rappresentanti delle accademie che hanno ricevuto dal Presidente l'apprezzamento della competenza e dell'abilità mostrate nel lavoro quotidiano. Così come devono esservi incluse tutte le donne fiere di essere tali senza dover imitare nessuno; consapevoli di avere potenzialità di affermarsi, identiche a quelle degli uomini; e, soprattutto, renitenti a qualsiasi forma di autocompatimento o di strumentalizzazione dell'uomo. E' vero però che non tutto è così semplice: queste donne, che hanno la dignità dell'autonomia e che difendono la femminilità costitutiva della loro identità, sono oggetto di invidia e beffe da parte di molti uomini, ma anche di trappole e denigrazioni da parte delle donne. Spesso la loro vita familiare è difficilissima, perché non hanno la solidarietà del partner e l'opportunità di essere supportate dai servizi dello Stato (asili, deduzioni fiscali per le colf etc…) Sovente, sono anche sole, perché non accettano la coppia "purchessia", come simbolo sociale, ma aspettano un uomo che onori la differenza nel rispetto della pari dignità giuridica. Sempre che esista e ne abbia il coraggio. In nome della legge.

IL GIORNALE - 13 gennaio 2010
Sì al divorzio lampo:salva chi divorzia
Le cose, sulla carta della legge, stanno così: prima di divorziare è necessaria una sentenza di separazione giudiziale o un verbale omologato di separazione consensuale; dopodiché devono trascorrere 3 [...]

Le cose, sulla carta della legge, stanno così: prima di divorziare è necessaria una sentenza di separazione giudiziale o un verbale omologato di separazione consensuale; dopodiché devono trascorrere 3 anni dalla prima comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale e, finalmente, può darsi impulso al divorzio. Che, a sua volta, può essere consensuale o giudiziale. Se consensuale, i futuri ex coniugi depositano un ricorso concordato con i rispettivi legali e, dopo 6-8 mesi, compaiono di nuovo in Tribunale per confermare l'accordo. Se, invece, non c'è condivisione sul divorzio, né sulle condizioni, si dà inizio a un vero e proprio processo. Nel migliore dei casi possibili, cioè se c'è accordo, dal momento della decisione di separarsi al momento della sentenza di divorzio non possono passare meno di 4 anni: 3 anni per legge, 6 mesi per avere l'udienza di separazione e altrettanti per quella di divorzio. Quando, invece, il conflitto è bollente, i tempi si allungano a dismisura. Faccio un esempio: lui vuole divorziare il più tardi possibile (sa che la legge non gli consente di opporsi al divorzio, ma sa anche che la procedura civile gli permette tattiche dilatorie) perché la moglie è ricchissima e confida che nelle more del processo lei possa persino morire, cosicché egli possa ereditare quantomeno la quota legittima del patrimonio di lei. Non c'è problema per il nostro: fingerà una lunga trattativa pre-giudiziale per poi non accordarsi all'ultimo e costringere la consorte al deposito del ricorso giudiziale. All'udienza fissata, a 6 mesi dal deposito del ricorso, l'aspirante ereditiero non si presenterà, mandando un certificato medico, e il Presidente, obbligato a esperire il tentativo di conciliazione delle parti, non potrà non concedergli almeno un rinvio, che in media è di 3 mesi, giacché il tempo non dipende solo dal tipo di malattia ma anche dall'affollamento del ruolo del giudice. Il nostro avrà così conquistato almeno un anno e nove mesi. Dopodiché, potrà ottenere ancora dai 2 ai 7 anni prima della sentenza di separazione, salvo che nel frattempo non vi sia stata la cosiddetta sentenza parziale. In tal caso il divorzio si potrebbe avere in circa 5 anni, a meno che le sentenze parziali non siano appellate e portate in cassazione. In questo caso, per quanto si sia cercata la via breve, il divorzio non ci sarà mai prima di 10 anni. Frequenti tuttavia sono i casi di 18-20 anni, con figli nel frattempo divenuti maggiorenni e futuri ex coniugi diventati nonni attempati. E' a tutti evidente come questa logica (in)civile e processuale imprigioni i diritti, i sentimenti, il racconto personale di vita delle persone; è altrettanto evidente come ogni anno molte decine di migliaia di queste storie affollino inutilmente i percorsi, già contorti e intasati, dei tribunali italiani. A corollario di questa situazione ci sono migliaia di seconde e terze famiglie non legittimate, miriadi di figli cresciuti nel conflitto, beni in comunione fatti sparire e, soprattutto, la sensazione dell'ingiustizia, per ciascuno, sia di poter sequestrare sia di essere sequestrato a vita, con l'aiuto dello Stato e delle sue leggi. Credo di essere statisticamente più convincente dell'Istat quando dico che almeno il 70% dei cittadini interessati al divorzio non accetta il significato della separazione. Significato che, nel nostro ordinamento, è racchiudibile nelle sole possibilità di potere ripensarci oppure di non voler divorziare mai, per convinzioni religiose. Quest'anno a maggio saranno esattamente 40 anni dall'introduzione del divorzio in Italia. La civiltà giuridica e sociale ha completamente assimilato l'idea di divorzio come ipotesi possibile di conclusione del progetto coniugale. Pur con il dolore che porta con sé, il divorzio non è più giudicato con toni scandalizzati, né l'imposto "triennio" di riflessione tra separazione e divorzio segnala numeri significativi di riconciliazioni. In realtà, in quegli anni, si litiga moltissimo per contendersi soldi e figli, dando lo stesso valore agli uni e agli altri, tanto da costituire sovente merce di scambio alla pari. Un orrore fomentato dai lunghissimi tempi processuali e dagli eccessivi garantismi della legge. Devastazioni possibili quando la legge viene piegata ai sentimenti negativi delle parti in causa. Nel disastro, è auspicabile che i termini di legge tra separazione e divorzio vengano ridotti. Come suggeriscono diverse proposte di legge presentate tra l'aprile 2008 e il marzo 2009. A mio parere sarebbe molto più interessante e risolutivo, invece, che divorziare fosse possibile da subito, su accordo delle parti, in alternativa alla separazione consensuale. Questa sarebbe una decisione bipartisan, a favore sia dei laici sia dei religiosi. E' del tutto illiberale la pretesa dei cattolici di escludere il divorzio ab origine solo per difendere il vincolo, pretendendo che si arrivi a poco a poco, ma possibilmente mai, a reciderlo definitivamente. In questi 40 anni il termine interlocutorio e di eventuale ripensamento si è progressivamente accorciato; il ridurlo a un anno costituirebbe l'ennesimo compromesso ipocrita e zuccheroso, discriminatorio comunque dei diritti di chi non è religioso, di chi non ha figli e di chi, per esempio, è stato sposato un anno e deve aspettarne 4 per tornare libero. Azzerati i tempi di attesa e posto il divorzio come alternativa alla separazione, i coniugi spenderebbero la metà, gli avvocati avrebbero metà delle cause da trattare e i giudici anche. Immagino le discussioni, gli emendamenti, i convegni e le relazioni che si faranno su queste proposte di legge, solo apparentemente riduttive dei tempi. Per l'ennesima volta si finirà o con il non farne nulla o con il dare il solito contentino ai garantisti di una presunta e simbolica famiglia che oramai non esiste più da tempo. Ma non hanno mai pensato, i nostri parlamentari, che i problemi del divorzio si potrebbero superare agevolmente, ancora, con l'introduzione nel nostro ordinamento dei patti prematrimoniali? Non c'è niente di meglio per due persone che accordarsi sul futuro nel momento massimo di godimento spirituale e fisico. Dopodiché, decisa l'opportunità di divorziare, non ci sarebbe altro da fare che applicare le sagge pre-visioni. Con buona pace di giudici e avvocati. Ma ancora più furbo sarebbe l'eliminare dal codice civile quegli articoli per cui vengono garantite quote di riserva agli eredi legittimi. Quale coniuge potrebbe mai impegnare soldi e tempo per allungare il processo, ove non ci fosse una precisa aspettativa ereditaria? E non dica qualcuno che questa sarebbe un'interessante e interessata legge ad personam!

IL GIORNALE - 2 gennaio 2010
Se la legge è garantista soltanto con le madri
25 anni fa ,una certa signora inglese ha affermato che il figlio Philip era nato da una relazione con Mike Bongiorno.Ha così introdotto una causa al Tribunale italiano per fare dichiarare [...]

25 anni fa ,una certa signora inglese ha affermato che il figlio Philip era nato da una relazione con Mike Bongiorno.Ha così introdotto una causa al Tribunale italiano per fare dichiarare giudizialmente la paternità dell'allora adolescente.Dopo tutto questo tempo,la sentenza ha negato il fatto.Anche perché,senza giustificazioni,il ragazzo,diventato abbondantemente uomo,non ha voluto sottoporsi all'esame del DNA.Nel frattempo,però,quell'adolescente e sua madre hanno incassato notorietà e soldi,grazie all'interesse suscitato dalla notizia legata al personaggio pubblico convenuto in giudizio.Il quale,da parte sua,ha vissuto un quarto di secolo a difendersi,contestare,dare difficili spiegazioni alla famiglia,svelarsi con i figli legittimi,spendere tanti denari nell'assistenza legale.Lunghi disagi e molti soldi provocati da un bluff reso possibile dalla normativa italiana in tema di riconoscimento della filiazione naturale. Cosa dice in proposito l'art.270 del nostro codice civile?"L'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o maternità naturale è imprescrittibile riguardo al figlio".Dunque,non c'è decadenza e l'azione puo'essere promossa sempre.Invece,il disconoscimento della paternità è soggetto a limiti temporali rigidi e insuperabili.In sostanza:se c'è un padre,ma non è quello giusto,bisogna sbrigarsi a chiarire le cose;se non c'è,si può prendere tutto il tempo a disposizione nella vita per decidere cosa fare.Con buona pace del principio della certezza dei rapporti giuridici e le connesse conseguenze economiche,successorie,affettive. L'art.270 è frutto della riforma del diritto di famiglia del 1975,perciò in sintonia col programma di tutela della donna in quegli anni:non c'era ancora la legge sull'aborto,non esistevano sicuri metodi contraccettivi,la famiglia era un'istituzione monolitica scudata dall'ipocrisia sociale.I figli adulterini erano discriminati e definiti bastardi;la signorina-madre portava per la vita il marchio infuocato della sua leggerezza sessuale.Ecco perché la legge era finalizzata al riscatto ,culturale e giuridico,della donna e all'abolizione della disparità di trattamento tra figli legittimi e naturali.Tuttavia,dopo quarant'anni,la situazione è molto cambiata:gli uomini non hanno più il coltello dalla parte del manico;le famiglie si declinano in variegate modalità;le donne sono autonome e indipendenti e governano, anche troppo,disinvoltamente la loro vita sessuale;contraccettivi doc e pillole(del giorno prima e del giorno dopo)sono contenuti in ogni borsetta;la legge sull'aborto conferisce alla donna il potere esclusivo e assoluto sulla scelta di vita e di morte del figlio,legittimo o illegittimo che sia.Dunque non è mai,se non nei casi di violenza,l'uomo a decidere se fare o no un figlio.Anzi.Sovente l'uomo è vittima sprovveduta dello scippo,o della "rapina a mano AMATA",del proprio seme procreativo. Dopo di che la donna,protetta dalla scienza efficiente e dalla legge garantista,è unica arbitra di qualsiasi decisione:promuovere l'azione di riconoscimento di paternità"nell'interesse del minore",acquisendo da subito i vantaggi economici,e a volte affettivi,per il figlio; oppure tenere in pugno il maschio fecondatore imbambolato,magari anche sposato,ricattandolo finchè le serve.Ma anche può decidere che il figlio è frutto solo della sua volontà,e non della scelta condivisa,e tenerselo con l'orgoglio dell'autonomia.I tempi sono cambiati e questo suscita più ammirazione che scandalo.Salvi intempestivi ripensamenti.Persino la scelta di abortire è giudicata un diritto solo femminile,interpretata positivamente anche contro la volontà del malcapitato e malcapito padre. E allora,che senso ha mantenere il principio dell'imprescrittibilità dell'azione di riconoscimento?In Inghilterra ,per esempio,la si può attivare solo entro tre anni dalla nascita.In Italia,la legge consente invece-contro l'interesse del minore-di strumentalizzare il figlio finchè alla madre fa comodo.Con conseguenze pessime.Per esempio,di dargli il proprio cognome alle elementari e quello del padre al liceo;di rivelarsi a lui una stalker estorsiva ,quando da adulto leggerà le carte processuali.Soprattutto,di non fargli avere un padre subito,quando è ancora possibile la reciproca conoscenza quotidiana e l'incisiva espressione dell'affettività. I figli e i rapporti d'amore,veri o presunti,non devono poter essere manipolati e strumentalizzati.Se la legge non è garantista per tutti i protagonisti di una vicenda,scade nell'ingiustizia del protezionismo:per di più verso una parte in causa-la donna-che ,storicamente,culturalmente e scientificamente,non è certamente più la parte debole.E'anticostituzionale,dunque,l'imprescrittibilità dell'art.270,quando altro non è diventato che un mezzo vessatorio,brandito con astuta protervia dalle ,non più sprovvedute ,madri verso il presunto padre,l'innocente figlio,l'inconsapevole altra famiglia legittima .Una mina vagante,tenuta accesa da temerarie mani femminili che,anche per decenni(come in tanti casi simili a quello del ventilato ma non confermato figlio di Mike) può tenere sotto scacco uomini,bambini,famiglie intere,giudici,avvocati,genetisti e perfino giornalisti.Il che succede quando si pratica sesso protetto solo in nome della legge.