ARTICOLI 2011

IL GIORNALE - 12 dicembre 2011
Le donne che s'inventano gli stupri violentano di nuovo le vere vittime
Le donne del «se non ora quando», invece di andare nuovamente in piazza al grido «riprendiamoci la politica», dovrebbero partire da principi più alti per raggiungere obiettivi più concreti e [...]

Le donne del «se non ora quando», invece di andare nuovamente in piazza al grido «riprendiamoci la politica», dovrebbero partire da principi più alti per raggiungere obiettivi più concreti e importanti. Per esempio, dovrebbero lanciare un «riprendiamoci la dignità», per onorare la posizione di pari dignità giuridica e sociale, conquistata grazie al coraggio e all'impegno della precedente generazione femminile. Impegno, soprattutto politico, anche se svolto e attuato senza sedere nei luoghi di potere. Il movimento femminista e le più raffinate e convinte menti femminili degli ultimi 50 anni, hanno infatti consentito alle donne di oggi di vedersi riconosciuti i diritti fondamentali della libertà, dell'identità e, appunto, della dignità, fino a poche decine di anni fa compressi o del tutto disconosciuti dalla società e dalla legge. Diritti, oggi, malintesi e maltrattati proprio dalle donne. Il paradosso che si è creato è, però, quello per cui, ancora solo 30 anni fa, una donna si vergognava di denunciare la violenza sessuale dell'uomo o, se lo faceva, non veniva creduta, quanto invece addirittura dileggiata. Mentre oggi, la donna è diventata così forte e feroce, persino da poter denunciare uno stupro, riuscendo a sollevare immediatamente polveroni di difese, fiaccolate e aggressioni ai rom, presunti colpevoli della violenza. Anche se lo stupro è inventato di sana pianta. Come nel caso della sedicenne di Torino che, per coprire le proprie miserie esistenziali, ha innescato una reazione progressiva di attacchi corali ai presunti attori dell'inesistente misfatto. Prima di rivelare la sua menzogna, infatti, la ragazza aveva acceso gli animi dei suoi coetanei e degli abitanti del quartiere che, mossi non si sa se da spirito di giustizia, voglia di vendetta o mentalità razzista, avevano subito organizzato un raid punitivo e incendiario nel campo rom. Nella logica antigiuridica e disumana per cui a violenza si reagisce con violenza. Salvo poi, la sedicenne in questione, dichiarare, con la stessa spensierata semplicità, che non aveva mai subito alcuno stupro e che, invece, voleva, con la menzogna, distogliere l'attenzione dai suoi rapporti sessuali con un uomo più grande di lei. Ebbene, cosa ne sa, questa ragazza, della dignità? Mentire, accusare ingiustamente, vittimizzarsi strumentalmente significa, prima di tutto, non rispettare se stessi. E, in ogni caso, non considerare né le conseguenze dei propri comportamenti, né il prossimo. Dunque, vuol dire non avere il senso dell'onore, cioè la dignità. Il senso di sé. Il ragionamento è identico se la menzogna, come alcuni sospettano, non è frutto della mente della ragazza, bensì dei suoi amici razzisti, che avrebbero indotto la sedicenne a simulare la sua posizione di vittima. Chi ha dignità, non strumentalizza né si lascia strumentalizzare. Che dire allora di tutte quelle donne che organizzano cortei dichiaratamente politici, e per interessi solo politici, strumentalizzando l'essere donna, per elemosinare attenzione e poltrone? Quale sarebbe, secondo loro, il privilegio o l'handicap che avremmo noi donne per pretendere un'attenzione specifica, che non sia quella ai meriti personali dimostrati? È impossibile non fare il parallelo fra una sedicenne che denuncia falsamente uno stupro - per interessi personali o indotta da altri, ma certa di essere creduta perché donna - e un gruppo di intellettuali che a gran voce spaccia apoditticamente il proprio genere biologico, per una qualità da apprezzare senza discutere: nell'una posizione e nell'altra non si può non vedere la sicumera di chi continua a pretendere tutela, solo perché in passato è stata debole e vittima della società. Questa è la mancanza di dignità, di molte donne. COMMENTA Login / Registrati alla community e lascia il tuo commento aiuto Che dovrebbero darsi da fare, invece, per capirla e conquistarla, prima che le nuove generazioni non sappiano più che cosa sia la dignità. «Se non ora, quando?».

IL GIORNALE - 10 dicembre 2011
Vorrebbero far abortire la figlia: che fallimento quei genitori
La disperazione dei genitori che, incapaci di governare la propria figlia sedicenne, si rivolgono al Tribunale per i Minorenni affinché i Giudici la convincano ad agire come loro vorrebbero, è [...]

La disperazione dei genitori che, incapaci di governare la propria figlia sedicenne, si rivolgono al Tribunale per i Minorenni affinché i Giudici la convincano ad agire come loro vorrebbero, è sintomatica del disordine mentale in cui vive la società di oggi. Intanto, la responsabilità della crescita di una ragazza, almeno sino al raggiungimento dei diciotto anni, è solo ed esclusivamente dei genitori. Della capacità educativa, dell'accudimento, dell'attenzione quotidiana, e degli insegnamenti impartiti. Dell'autorevolezza acquisita giorno per giorno, durante la difficile crescita e formazione della figlia. E' fuori luogo, e fuori dal diritto, ricorrere al paracadute del Tribunale dopo che la figlia ha combinato i guai che le è stato permesso, di fatto, produrre. In particolare, è paradossale chiedere al Giudice di ordinare alla ragazza incinta di abortire, quando la scelta dell'aborto è un diritto e mai un dovere. E', per di più, incongruente, da parte dei genitori, fallimentari nel ruolo direttivo della vita della figlia, ipotizzare che un Tribunale possa mai decidere di fare uccidere il nipote. Per non dire della richiesta, sempre rivolta ai Giudici, di fare allontanare il fecondo fidanzatino della ragazza, quando non solo non ci sono riusciti loro, ma hanno una figlia decisa a fare solo ciò che vuole, quindi in barba anche alle decisioni impossibili di un Tribunale. Esattamente come l'hanno "educata": senza valori, senza rispetto dell'autorità e di se stessa, irresponsabilmente decisa a fare ciò che ritiene meglio per sé, senza sapersi organizzare un minimo di futuro concreto. Addirittura, a detta dei genitori, innamorata di un ragazzo con precedenti penali e votato alla violenza. Dunque, incosciente, non lungimirante, ottusamente ottimista. In nome del cosiddetto amore, che oggi viene sempre più confuso con l'attrazione sessuale e i guazzabugli ormonali. Colpa evidente di una malintesa educazione sessuale e della ormai inesistente educazione sentimentale. Per non parlare della povertà di ideali che si offrono ai ragazzi di oggi, tutti basati sugli pseudovalori dell'immagine e sull'ambizione di conquistare obiettivi effimeri. Giovani informati dei diritti infiniti che hanno conquistato, ma del tutto, e volutamente, inconsapevoli della reciprocità di ogni diritto a un corrispondente dovere. Questo è quasi certamente lo scenario nel quale è vissuta la ragazza e dal quale emergono, quali protagonisti della tragedia, proprio i genitori. Che, dopo aver probabilmente voluto garantire la felicità alla figlia, dandole qualsiasi cosa potessero e permettendole qualsiasi cosa lei volesse, secondo i dettami della più sbagliata sceneggiatura del ruolo genitoriale, ora devono fare i conti con i risultati disastrosi. Conti che continueranno a pagare loro. Non solo in termini di delusione, ansie, dolore, ma anche di denaro. Perché saranno proprio loro a farsi carico dei costi del mantenimento sia della figlia, sia del nipote. Nel nome certo indispensabile della legge. Ma anche nel nome altrettanto sicuro dell'amore genitoriale, capace di cancellare, come uno tzunami, struggimenti, affronti e qualsiasi dispiacere: pur di non vedere i figli dibattersi nelle situazioni difficili. Spero che questa ragazza non decida di dare il figlio in adozione, come sarebbe possibile. Spero invece che si renda conto della grande responsabilità che si è assunta – probabilmente senza rendersene conto, nella spensieratezza del momento organizzatole dagli ormoni – e che voglia affrontarla fino in fondo. Anche con l'aiuto indispensabile dei genitori: verso i quali, finalmente, dovrebbe imparare a essere umile e riconoscente; se non altro capendo la potenza indistruttibile dell'amore genitoriale, nutrito e corroborato dalla fatica di ogni giorno. Forse, però, riconoscente non riuscirà a esserlo: i figli sono convinti che l'amore dei genitori sia un diritto produttivo di tanti diritti. L'unico amore, anche se pasticciato e incompetente, ma sempre gratuito e costosissimo, è quello discendente, cioè dei genitori per i figli.

IL GIORNALE - 6 dicembre 2011
Il preside SuperMario tra la tonaca e il loden
Domenica sera la televisione non offriva né Fiorello né Checco Zalone, due maschi molto interessanti perché dispensatori di allegria; e quindi tutti abbiamo visto Monti, dall'inizio alla fine. Eravamo [...]

Domenica sera la televisione non offriva né Fiorello né Checco Zalone, due maschi molto interessanti perché dispensatori di allegria; e quindi tutti abbiamo visto Monti, dall'inizio alla fine. Eravamo già preparati, naturalmente, a non ricevere allegria, ma, sorprendentemente, qualche soffocata risatina – nell'amarezza dello spettacolo – c'è stata. Intanto, la "location" tristissima – perché priva dei segnali sanguigni che segnalano la presenza di una vis politica, qualunque essa sia, - non faceva che esaltare inutilmente la così decantata sobrietà dei tecnici; offrendoci, e offrendo al mondo, un'immagine dell'Italia non certo all'altezza del settimo posto che occupa quale potenza economica mondiale. Sembrava, dunque, di essere in una scuola, dove tutte le classi, a detta dei professori, si erano comportate malissimo e, pertanto, per non rovinare ulteriormente l'immagine dell'Istituto, il Preside aveva convocato non i soliti maestri, bensì i loro supplenti-professori, e gli alunni, senza diritto di parola, per imporre un certo numero di inevitabili e dovuti diktat didattici. Un preside sui generis, col vestito serio, ma che, alternativamente, sembrava spogliarsi e rivestirsi, dapprima con la tonaca e poi con il loden. Mostrando faccine un po' da Torquemada e un po' da Don Abbondio. Pronunciando parole a volte rassicuranti – crescita, riduzione del debito, equità – a volte roboanti – sacrificio, default, responsabilità – tutte con grande flemma e assoluta identica tonalità. Con un viso quasi sempre immobile, salvo appunto le faccine e qualche sorriso di grande autostima nel riferirsi alle straordinarie soluzioni dei problemi finalmente da lui congegnate. Insomma, un narciso. Molto sobrio, ma narciso. Così unico, da essere capace di sacrificarsi per primo rinunciando allo stipendio. Così apparentemente e opportunamente umile e generoso da incoraggiare la ministra in lacrime con un categorico "commuoviti, ma correggimi". Senza mai modificare la gradazione della sua voce. Così abile, da ammanire un pistolotto preparatorio agli studenti "indisciplinati"; una sorta di pre-anestesia prima del sanguinario intervento al fegato proprio a quelli che hanno pagato sempre la retta alla scuola. Risparmiando invece ogni accenno a quegli studenti che, fingendosi poveri, frequentano la scuola, mangiano alla mensa, ma disertano le lezioni, le convocazioni del preside e non pagano mai. Così suggestivamente paternalista, il nostro Preside, da evocare persino il futuro dei bambini, in quell'atmosfera rarefatta prescelta per annunciare le grandi manovre; e, addirittura, poco prima di fare accasciare al suolo gli aspiranti pensionati, oramai stanchi di aspettare il meritato riposo. Così accorto, l'imperturbabile Preside, da impartire una lezione di morale e di educazione, nell'atto di richiamare tutti gli studenti – cioè noi poveri cittadini che lavoriamo e siamo dissanguati dalle tasse – al sacrificio e alla responsabilità, ma soprattutto all'accettazione delle affascinanti misure bulgari imposte. Così ingiusto, però, e questo un narciso non lo perdonerà mai a chi lo definisce tale, da coinvolgere noi studenti paganti nella colpa dell'enorme debito che ha la scuola: ma gli scolari, pur pagando, hanno mai amministrato una scuola? Che colpa abbiamo noi se tutti i soldi che abbiamo versato nelle casse dello Stato – scuola sono stati sperperati in clientelismi e tangenti? Che colpa abbiamo noi dell'allegra baldoria che, col nostro denaro, hanno fatto per anni gli economi e i gestori? No, no, professor Monti, non è stato bello: Lei è sobrio, ha stile, responsabilità, ma la predica agli scolari diligenti se la poteva evitare; e così l'obbligo loro imposto di pagare ancora una quota della retta e di fare un surplus di compiti a casa. Lei, in diciassette giorni, avrebbe dovuto farci sognare: disfarsi del loden e della tonaca, nonché della toga professionale, per indossare il mantello di Zorro, cavalcare le praterie dell'evasione e dell'assistenzialismo, e davvero colpire, con la spada che le hanno regalato, i cialtroni, i furbetti, i ladri e gli approfittatori. Noi, che meritiamo il 10 in condotta, in cambio, le avremmo regalato un indice di gradimento persino più alto di quello riservato a Fiorello. E Lei avrebbe finalmente sorriso. Col cuore.

IL GIORNALE - 4 dicembre 2011
Le donne sono fatte per il comando
Secondo me le femmine sono tutte alfa. Ogni donna ha, infatti, la capacità innata, biologica e psichica, di dominare il branco, essere leader della sua stessa vita, conquistare gli obiettivi [...]

Secondo me le femmine sono tutte alfa. Ogni donna ha, infatti, la capacità innata, biologica e psichica, di dominare il branco, essere leader della sua stessa vita, conquistare gli obiettivi prefissati. Tuttavia le femmine, per ragioni sociali e ormonali, sono anche incostanti, volubili, camaleontiche. Incoerenti. Opportuniste. Sono, per di più, da millenni abituate a difendersi dal potere apparente o violento del maschio che, pur essendo raramente alfa, si autoproclama leader grazie alla forza fisica, politica o economica. Ma anche per una sorta di ritualità o cultura finora socialmente condivise. Pertanto le donne, pur essendo potenzialmente tali, non sempre amano rivelarsi subito alfa. Anzi. Si camuffano da beta addirittura da omega per intrappolare il maschio prescelto o conquistare più facilmente l'ambìto bottino; ma anche raggiungere silenziosamente il luogo di potere. Laddove le alfa schiette sono loquaci e rumorose: per questo sovente invise all'uomo e temute dal maschio cosiddetto. Il quale, se fosse veramente maschio, le apprezzerebbe e potrebbe ampiamente godere di contrastarne il dominio. Invece, in questi doppi giochi femminili e in assenza del vero unico maschio alfa, in realtà ambìto da qualsiasi femmina veramente femmina, ecco gli allarmi degli esperti di sessuologia: il sesso debole non esiste più, il sesso «forte» soffre d'ansia da prestazione, le donne dominano anche a letto, gli uomini hanno problemi di erezione o di troppo rapide conclusioni. È colpa dei maschi, delle scelte superficiali e avventate, nell'illusoria convinzione di avere trovato - ogni volta - una donna da dominare. La quale, invece, essendo un'alfa mascherata da omega, è solo apparsa debole, bisognosa di protezione, sottomessa, priva di ambizioni. Salvo padroneggiarli col sesso a corrente alternata e tenere in pugno la loro vita e qualcos'altro. Ma dove sono gli uomini alfa, capaci di confrontarsi con autentiche e dichiarate donne alfa? Se non esistono più, o se continuano ad avere paura delle donne capaci e autonome, se la meritano proprio la tristezza delle erezioni approssimative e l'imbarazzo di non (av)vincere neppure a letto. D'altra parte, le donne alfa aspirano al meglio e forse, anche, alla consapevole soggezione nell'intimità.

IL GIORNALE - 23 novembre 2011
Macché parti offese. Sono Olgettine per libera scelta
Tra i pochi giudici che stimo, per competenza e devozione al lavoro, c'è la Dott. Annamaria Gatto. Sì, proprio quel magistrato che, con un'ordinanza irrituale e carica di sfida, ha battezzato come [...]

Tra i pochi giudici che stimo, per competenza e devozione al lavoro, c'è la Dott. Annamaria Gatto. Sì, proprio quel magistrato che, con un'ordinanza irrituale e carica di sfida, ha battezzato come "vittime" le "testimoni" del caso Ruby. Sulla base del principio: "Ti dichiaro offesa. In nome della legge". Pur con tutta l'ammirazione che ho per questo Giudice, non riesco a capire il senso giuridico della sua decisione. E mi riesce ancor più arduo ipotizzarne uno sfondo politico, proprio perché da anni ho apprezzato nella gestione dei suoi processi una lodevole equidistanza dagli schieramenti di genere, razziali e, appunto, politici. Dunque, queste ragazze, soprannominate "olgettine", perché sembra che godessero dell'uso pressoché gratuito di appartamenti situati in via Olgettina, sono state coinvolte – finora come testimoni – nel processo contro Fede e Mora, accusati di sfruttamento della prostituzione. Due di loro si erano già costituite parti civili, giacché autodefinitesi "parti offese", e il giudice ha concesso alle altre 30, indicate dal P.M. come testimoni, i termini processuali per fare altrettanto. Il paradosso giuridico è che non spetta al Giudice identificare le parti offese, cioè le vittime del reato. Non ha rilevato questa connotazione il P.M. durante le indagini; non l'ha fatto neppure il GUP all'udienza preliminare, che costituisce una sorta di filtro tra l'attività inquisitoria dell'accusa e l'attività dibattimentale del processo, destinato poi a concludersi con la decisione. Il decreto di convocazione delle parti lese, peraltro, è stato notificato solo a due ragazze, non a tutte quelle indicate come testimoni nell'apposita lista. Quale potere può avere, mi chiedo, il Giudice del processo per stabilire a priori che i testimoni si trasformino in vittime, senza avere prima accertato i fatti con un minimo di dibattimento e nel rispetto del contraddittorio tra le parti (accusa e difesa)? La spiegazione della Dott. Gatto e delle due colleghe che costituiscono il collegio giudicante, sembra essere nella circostanza che la giurisprudenza considera il reato di sfruttamento della prostituzione non più solo a tutela della morale pubblica, ma soprattutto a protezione della dignità e della libertà della persona. Secondo principi, peraltro, che costituiscono pilastri portanti di numerose convenzioni internazionali. Tuttavia questi criteri sono più semplicemente applicabili alle drammatiche situazioni di tratta delle schiave, agli orrendi casi di povere e malcapitate donne, in pratica, sequestrate da loschi sfruttatori, ricattate e malmenate, utilizzate come oggetti di lucro. Nel caso che ci riguarda, invece, tutte le ragazze, anche quelle che si sono già definite "offese", hanno sempre negato di fare parte di qualsiasi giro di prostituzione. Tra l'altro, per ora, il reato è solo ipotizzato dal PM, che accusa, e non è stato accertato dall'istruttoria che deve ancora farsi. Chi si costituisce parte civile, deve essere persona offesa dal reato; se il reato è sfruttamento della prostituzione, ci deve essere almeno una prostituta; se le prostitute non ci sono, o non si dichiarano tali, come è possibile il reato? Quale dovrebbe essere il danno diretto subito dalle parti offese? Anche coloro che si sono già costituite parti civili, e che raccontano di essere fuggite da una festa, in quanto scandalizzate, quale danno possono avere mai percepito? Se a una cena mi offrono il formaggio e io non lo voglio mangiare, quale danno ho sopportato? La verità è che queste "olgettine", qualsiasi cosa abbiano o no fatto, hanno sempre agito con libera autodeterminazione, tanto da poter anche lasciare la festa quali insalutate ospiti. Se hanno scelto (invece di fare le impiegate, le maestre o le sarte) di cavalcare comodi percorsi privi di merito e ricchi – secondo loro – di opportunità variegate, è un problema loro e della loro dignità. Gestibile a piacere, come il corpo. Tra i tanti diritti che abbiamo c'è anche quello di essere puttana. Che non è sinonimo di prostituta. Se poi i PM e tutti i media hanno fatto confusione, questa sì forse gravida di ragioni politiche, il danno che hanno ricevuto queste ragazze ha un'origine ben precisa. I guasti che hanno sopportato alla libertà e alla dignità, hanno dunque causa efficiente nelle personali scelte di vita, ma soprattutto nella maliziosa trasformazione, accusatoria e mediatica, delle feste di Arcore in postriboli. Nessuna delle ragazze, tuttavia, ha mai denunciato di essere stata costretta, tantomeno con condotte vessatorie dei trimalcioni, a partecipare a queste feste. Anzi. C'erano liste di attesa e aspettative rutilanti, proprio da parte delle cosiddette – ora - parti offese. Mi sembra, dunque, eticamente molto invasiva la nuova interpretazione giudiziaria del concetto di vittima: non riesco a intravedere, infatti, nessun diritto leso a queste ragazze. Se non quello di essere, legittimamente, e di fare, spensieratamente, le puttane.

IL GIORNALE - 14 novembre 2011
La misoginia dei poteri forti che piace tanto alla sinistra
Stiamo per entrare nel favoloso mondo del radical-chic:sussurri noiosi e luci attenuate. Quel territorio di moralismo, buonismo e loden che la Kultura – per la verità con grida sguaiate – ha aspirato [...]

Stiamo per entrare nel favoloso mondo del radical-chic:sussurri noiosi e luci attenuate. Quel territorio di moralismo, buonismo e loden che la Kultura – per la verità con grida sguaiate – ha aspirato per anni divenisse l'immagine dell'Italia. Un paese noto universalmente, invece, per l'allegria, l'accoglienza, la cordialità. La grande capacità di esistere degli uomini e delle donne. Ci troveremo, malgrado tutto ciò,, ancora una volta,grazie alla UE colonizzatrice e ai rancorosi antigovernativi, con le istituzioni manovrate da uomini "filiformi" (secondo Conchita è all'evidenza un merito e un sintomo di efficienza governativa) per lo più ,e tra l'altro,indifferenti al valore delle donne. Che, a loro volta, già dimostrano di non essere per nulla interessate ai luoghi di potere e di prestigio, purché questi siano occupati da uomini sobri, borghesi e un po' depressi. Uomini ai quali essere azzerbinate e delegare la vita propria e quella della nazione, in quanto seri e impegnati. Forse perché magri e ombrosi. E soprattutto sottotono. Tono del quale l'unità di misura naturalmente è Berlusconi, tozzo, in carne e per nulla depresso. Malgrado abbia subito, negli anni dell'ultimo governo, alluvioni, terremoti, persecuzioni giudiziarie, insulti mediatici e continue programmate e programmatiche violazioni della sua privacy. Qualsiasi "filiforme" personaggio di potere, al suo posto, si sarebbe accasciato; e invece lui ha avuto persino la forza di gestire il golpe politico- finanziario ponendo, ai suoi sottili e integerrimi interlocutori, condizioni giustamente dure a garanzia dei cittadini elettori. Trascurati del tutto dagli illuminati e colti salvatori della patria. Una prova,quella del Cavaliere,nonostante i suoi variegati eccessi,di onorare quella democrazia, invece, messa gravemente al muro della "elezione" non popolare di un uomo sobrio, da parte di un altro uomo altrettanto sobrio. Una decisione, insomma, tra uomini . Con lo stile e secondo un modo di fare che piace alle famiglie borghesi, abbottonate, tradizionaliste, rituali nel gestirsi tra la messa e il pranzo di Natale, il politicamente corretto e le vacanze a Capalbio. E naturalmente il voto a sinistra, perché la destra è volgare. Come è volgare mostrare attenzione, se non nuziale, alle donne. Motivo per cui, una volta sposate, le stesse donne che ambiscono alla protezione e alla stima degli uomini severi e un po' algidi, preferiscono abbandonare tutti gli elementi che potrebbero esaltare la loro femminilità, per essere meglio apprezzate per presunti meriti. Che raramente, tuttavia, vengono riconosciuti.Anzi,sono trascurati proprio come lo sono gli elettori. Così potendo creare-loro stesse,le donne affascinate dalla sobria vaghezza- l'equivoco diabolico per cui, se non sei di destra e non sei opportunamente apparecchiata, non fai carriera. E anzi, se fai carriera con un capo di governo di destra, la fai senza alcun merito. Quantomeno dicibile. Ma se la fai con un capo, anche non di governo, un po' di sinistra, sei veramente superiore e meritevole. Ma dove sono queste carriere a sinistra? Come mai ci sono così pochi meriti dichiarati e apprezzati? Forse i compunti, sobri e filiformi, uomini affidabili, sono un po' maschilisti, oltre che disinteressati. Ben sapendolo, le donne loro fans, in prima linea le giornaliste, in un attimo – al grido viva Monti – hanno cancellato le aspirazioni ultraquarantennali di pari opportunità, le energie addolorate del "se non ora quando" e hanno fatto un leggiadro passo indietro quasi simile alle antiche reverenze. Hanno, in pratica, messo le mani avanti per non dover criticare il prossimo difetto di chiamata delle donne nelle stanza dei bottoni.

IL GIORNALE - 21 ottobre 2011
Quei genitori peggio dei figli teppisti
Più vergognoso del comportamento dei ragazzi violenti e devastatori, c'è solo quello dei loro genitori. Fuori dal carcere, in attesa, speranzosi, indulgenti. Addolorati. Ma non per le vittime della [...]

Più vergognoso del comportamento dei ragazzi violenti e devastatori, c'è solo quello dei loro genitori. Fuori dal carcere, in attesa, speranzosi, indulgenti. Addolorati. Ma non per le vittime della violenza, bensì per i loro figli. Fino al punto di piangere e difendere l'innocenza di quei mostriciattoli da loro stessi cresciuti. Delle due l'una: o questi non conoscono la vita e le frequentazioni dei figli, o ne sono più o meno consapevoli. In ogni caso dovrebbero vergognarsi per non avere svolto il ruolo costituzionalmente previsto e garantito, che impone non solo di mantenere, ma soprattutto di educare e istruire i figli. Educare significa formare le persone, anche impartendo regole e divieti di condotta, secondo i principi condivisi in una società civile. Istruire, non vuol dire solamente far rispettare l'obbligo della frequentazione scolastica, ma anche trasmettere l'etica dei diritti e dei doveri, della responsabilità personale, del rispetto degli altri e di quei valori connessi alla convivenza, al progresso, alla cultura. Non basta teorizzare su questi argomenti, per avere la coscienza a posto: i genitori sani e adempienti devono controllare sul campo ogni giorno, anche con fatica e a rischio dell'impopolarità, che il frugoletto di famiglia si stia trasformando in un cittadino rispettoso degli altri e dagli altri rispettato. La trascuratezza, l'indifferenza, la distrazione, la superficialità, infatti, sono peccati mortali dei genitori; la loro inettitudine si riverbera sulla società, che se ne accolla disagi e costi, e danneggia inesorabilmente il figlio. Abituato ad avere sempre e tutto come gli altri e prima degli altri. Anche nelle famiglie meno abbienti spesso la felicità dovuta (!) ai figli è collegata irreversibilmente al dare, tutto e subito: la caramella, i vestiti, la vacanza, l'i-pod, il cellulare in un crescendo fino all'auto e poi alla casa; il mutuo per la cerimonia nuziale e perfino la parcella dell'avvocato al momento della separazione. In questo accontentare sempre la prole, e tutelarla dalla frustrazione, si risolve e si assolve l'ansia da prestazione genitoriale. Mai un no, mai uno schiaffone, mai un castigo, un sacrificio o un sano "arràngiati". E così le nuove generazioni, in buona parte, crescono nel lassismo e nella noia, ricercando l'adrenalina nella droga, nel bullismo, nella violenza fine a se stessa. Con il sedere affondato nel burro, il cervello privo di vitalità e la mangiatoia bassa, questi giovani disgraziati – tali sono, non avendo avuto la fortuna di genitori attenti e severi – vengono del resto facilmente eccitati dall'idea, e dalla pratica, di fare qualcosa contro qualsiasi cosa; con protervia ma di nascosto, per prendere senza chiedere, per distruggere, con le cose e le persone, la noia di un'esistenza inutile. Tuttavia assai dannosa per gli incolpevoli altri. E', dunque, grottesco, e ingiurioso per le vittime dei danneggiamenti provocati dai loro figli, che questi genitori trascorrano la notte dopo la devastazione a frignare davanti al carcere, nella speranza che il vandalo torni a essere il figlio di cui credere di potere andare fieri. Perché ha avuto tutto. Anche l'impunità. E ciò vale anche nel caso di quei genitori consapevoli dei figli collocati ai confini della legalità. Lo sanno bene, ma non hanno il coraggio del loro ruolo; pertanto non riescono a impedire lo sconfinamento. Non per rispetto alla "privacy" dei figli, bensì per salvare la propria faccia davanti ad amici e colleghi. E accettano così che i figli li trattino male, non combinino nulla di buono, delinquano. Ecco perché si devono vergognare non solo i genitori lacrimanti degli arrestati, ma anche i genitori e i parenti di tutti quegli oltre duemila giovani, che sono andati in piazza mascherati e volutamente distruttori: oggi dovrebbero essere tutti sulla porta della questura a denunciare i figli. Invece, mistificano la loro stessa verità: così perdendo l'occasione, finalmente, di riscattare la propria colpevolissima incapacità educativa.

IL GIORNALE - 4 ottobre 2011
Quei 32 mila bimbi tolti ai genitori senza spiegazioni
Il grande giurista Arturo Carlo Jemolo aveva affermato che la famiglia è "un'isola che il mare del diritto dovrebbe solo lambire". Forse c'era al suo tempo, nel dire questo, un che di polemico nei [...]

Il grande giurista Arturo Carlo Jemolo aveva affermato che la famiglia è "un'isola che il mare del diritto dovrebbe solo lambire". Forse c'era al suo tempo, nel dire questo, un che di polemico nei confronti dell'idea fascista e dello stato fascista che si erano "appropriati" dell'istituzione familiare. Oggi, però, di fronte a una magistratura autoritaria e invasiva a tal punto da sottrarre agli affetti familiari ben 32.000 minori, il principio di Jemolo dovrebbe tornare di grandissima importanza. Se non altro perché, apparentemente, viviamo in uno stato liberale, nel quale la famiglia non è più un'istituzione al di sopra dei diritti dei singoli componenti – come valeva fino all'entrata in vigore della Costituzione – bensì una formazione sociale nella quale devono poter emergere i diritti di ciascuno dei membri che ne fanno parte. In particolare, lo garantisce il Codice, i figli hanno diritto alla bigenitorialità e al mantenimento e all'educazione da parte di entrambi i genitori. Lo Stato, secondo la Costituzione, deve intervenire per aiutare lo svolgimento dei loro compiti e facilitarne l'attuazione. Fermi i principi costituzionali, che confermano l'autonomia della famiglia e le aspettative dei suoi componenti. Purtroppo ci sono norme del Codice Civile che, come anche le norme penali, vengono interpretate spesso dai magistrati in termini soggettivi ed eccessivi. L'intervento della pubblica autorità, a favore dei minori, dovrebbe aversi quando "il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri e pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere alla educazione di lui …". In genere, l'esistenza delle ragioni di allontanamento viene pericolosamente avvistata e valutata dagli assistenti sociali e poi, quasi sempre, ratificata dai magistrati. Purtroppo gli "altri motivi" prevalgono sui motivi specifici e costituiscono un pozzo senza fondo per chi svolge il suo lavoro senza ricordare e rispettare i principi costituzionali italiani. E senza neppure essere sfiorato dal valore dei protocolli internazionali, quali la Convenzione dell'Aja, che sottolineano l'interesse del minore a non essere allontanato dalla famiglia e dai luoghi nei quali svolge la sua abituale vita quotidiana. Se in Italia ci sono 32.000 bambini separati dalla famiglia, ci dovrebbero essere circa altrettante famiglie incapaci, insalubri, pericolose, negligenti. E' impossibile crederci. C'è, dunque, da chiedersi chi abbia interesse a strappare un bimbo alla sua famiglia e se, contestualmente, l'interesse del minore non potrebbe essere agevolato facilitando il compito della famiglia disagiata. Cioè aiutandola direttamente. A casa sua. Ogni bambino inserito in una casa famiglia costa allo Stato circa 70 euro al giorno. Vale a dire Euro 2.100,00 al mese. Questi denari, per esempio, potrebbero essere impiegati per pagare un educatore di supporto alla famiglia "incapace" o versati ogni mese direttamente alla famiglia per rendere "salubri" i locali d'abitazione. O no? Perché allora lo Stato (cioè tutti noi), spende – se i numeri sono giusti – euro 2.240.000 ogni giorno, e dunque euro 817.600.000 all'anno, per tenere 32.000 figli lontani dai genitori e, per questo, sentirsi definire dalla popolazione, allibita e disorientata, "sequestratore" o "rapinatore"? Sono numeri da Tsunami questi, non da mare del diritto che dovrebbe "solo lambire l'isola della famiglia".

IL GIORNALE - 17 settembre 2011
Che tristezza Bocchino spennato dalle oche e scordato dalla moglie
L'intervista rilasciata da Gabriella Buontempo al Corriere dovrebbe poter diventare la Bibbia di tutte le donne sposate male. Vale a dire di quelle mogli o compagne abituate a sopportare, forzate a [...]

L'intervista rilasciata da Gabriella Buontempo al Corriere dovrebbe poter diventare la Bibbia di tutte le donne sposate male. Vale a dire di quelle mogli o compagne abituate a sopportare, forzate a fingere, destinate ad avvelenarsi di dolore. Perché hanno un marito narciso, e quindi bugiardo, e quindi traditore. Il quale pretende (sempre) una compagna presente ma paziente, adorante ma cieca, importante ma silenziosa. Gabriella racconta di avere fatto e tollerato qualsiasi cosa per salvare il matrimonio con Bocchino, di cui era stata innamoratissima; ma aggiunge anche che oggi è certa di avere fatto la scelta giusta, se pure dolorosissima. La prova, come sempre succede se chi ha preso la decisione conosce il valore della dignità e sa guardare con obiettività i fatti, l'ha avuta proprio dal comportamento successivo del marito. Simile, del resto, a quello di tanti altri uomini sconfitti dall'abbandono. Gabriella, riferendosi ai fatti di quest'estate che hanno visto il suggestivo e suggestionabile Italo strapazzato da una tal Sabina Began, diagnostica nel marito (non ancora ex sino al divorzio) un importante "cretinismo da separazione", tale da renderlo ingenuamente intrappolabile dalle femmine – oche che razzolano un po' dovunque. Così dicendo, la fantastica e coraggiosa Gabriella focalizza un fenomeno assai diffuso, che mostra la debolezza di molti uomini, anche e soprattutto se colti e apparentemente intelligenti, di fronte alle moine e al vuoto esistenziale delle donnette artificiosamente sexy e volutamente allegre. Un uomo, infatti, si sente un grande uomo se riesce a riflettersi nello sguardo sgranato e nella risatina isterica di una femminuccia vuota; mentre invece è assalito dal panico della propria inadeguatezza quando è obbligato a guardare negli occhi la donna che lo ama e che è stata imperdonabilmente tradita. In fondo per gli uomini l'amore coniugale è faticoso, perché è difficile il confronto costante con la lealtà, la fedeltà, e le reciproche inevitabili critiche; molto meglio, per loro, la ricerca del consenso entusiasta, se pure estemporaneo, tramite il sistematico zapping erotico negli affollatissimi pollai delle femminucce fatue. Salvo rimpiangere, persino accusandone il rigore di non avere perdonato la cosiddetta (infame) scappatella, la moglie saggia, severa e consistente. Ciò che fa più imbestialire questi traditori, killer seriali di sentimenti e ricordi accuratamente costruiti, è che non solo loro non sono rimpianti affatto, ma addirittura le mogli, liberatesi finalmente dalla zavorra depressiva del fedifrago, riscoprono la libertà, la leggerezza e soprattutto se stesse. Pronte a fare cose nuove e a sognare invece di vivere negli incubi. Come ha fatto Gabriella e come dovrebbero fare tutti quelli che vogliono onorare i sentimenti che uniscono, e non gli attraenti ma angoscianti capricci che dividono. Scegliere la separazione dal coniuge infedele è un atto di coraggio, tanto quanto il tenerselo. Ma nel primo caso si ricomincia a vivere, nel secondo continuano morire sentimenti e voglia di vivere. L'accettazione dell'infelicità coniugale, invece, è una sofferenza malata di compiacimento, che finisce col contagiare anche i figli, nella moltiplicazione dei tempi morti, delle illusioni e delle delusioni. La separazione è un dolore grave, ma pulito e senza equivoci, come dimostra Gabriella con le sue parole forti e senza sconti. Se un tempo lei soffriva, aspettando la sofferenza successiva e umiliandosi quotidianamente per la mancanza di rispetto riservatale dall'uomo amato, oggi ha riconquistato onore e orgoglio. Ma anche la forza, a tratti teneramente viperina, di mostrare a tutti, e specialmente a tutte, il suo re detronizzato e denudato.

IL GIORNALE - 12 settembre 2011
Quei (tanti) piaceri malati nascosti in ciascuno di noi
Quando ho letto di questa storiaccia, il primo pensiero è andato ai genitori della ragazza, devastati dal dolore più grande che ci sia, quale è la perdita della propria creatura. Un dolore sporcato, [...]

Quando ho letto di questa storiaccia, il primo pensiero è andato ai genitori della ragazza, devastati dal dolore più grande che ci sia, quale è la perdita della propria creatura. Un dolore sporcato, però, indelebilmente, dalla scenografia in cui è avvenuta la morte della figlia. Una studentessa che si è giocata il futuro - e il ricordo che lascia di sé - in una cantina di periferia, appesa a un tubo, con una corda attorcigliata al suo corpo, dopo essersi imbottita di droghe e con l'obiettivo di superare i confini del «normale» piacere erotico. Per fare ciò, quella sera la ragazza si è dimenticata di qualsiasi cosa: affetti, dignità, prospettive, prudenza. Lei, poco più che ventenne, ha seguito un quarantenne esperto di sesso sadomaso. Ha voluto giocare a perdere il respiro, e ha perduto la vita. L'avrà fatto per perversione o per un assurdo piacere momentaneo? Per compiacere gli altri due o per se stessa? Forse per la noia di vivere. Non lo sapremo mai. Certo è che oggi il mondo sottopone tutti a una sovradosaggio di stimoli sessuali, per cui a molti non basta il piacere ottenibile con i metodi naturali. I gusti sessuali sono infiniti e altrettanti i modi attuarli; fatto sta che nell'800 bastava una caviglia nuda per provocare eccitazioni; in questi tempi, invece, il corpo racconta troppo e dappertutto per essere seduttivo di per sé. Il sesso è diventato il più immediato mezzo di comunicazione interpersonale, quando una volta costituiva invece un punto di arrivo complicatissimo da raggiungere. La fatica e la creatività, ma anche il desiderio ripetutamente frustrato consentivano percorsi emozionali che preparavano a un piacere generalmente più che gradito. Poi sono venute le nudità sempre più enfatizzate, la liberazione sessuale, i buffet di corpi a disposizione a ogni ora del giorno e della notte: a questo punto le cariche di adrenalina, coltivabili nelle attese, non sono state per molti più sufficienti. Il sesso estremo è, quindi, diventato molto diffuso e non c'è neppure un residuo di pudore per non parlarne e persino vantarsene. Scopriamo che ci sono addirittura corsi organizzati per apprendere «l'arte» dei nodi, delle legature, del bondage. Internet è invasa da indicazioni, informazioni e racconti di esperienze personali. Addirittura i cultori della varie «specialità» si riuniscono in circoli e creano corporazioni per entrare nelle quali basta essere, forse, impotenti, deficienti, e morbosi. In barba ai principi di libertà e non violenza che la società predica, e per i quali molti combattono con convinzione, ci sono questi folli che instaurano nel rapporto sessuale meccanismi di schiavitù e dipendenza, allestiscono coreografie di imprigionamenti, rilanciano riti e torture tribali. Sono situazioni davvero molto diffuse che, tuttavia, non indignano e non preoccupano, come sarebbe necessario. Forse perché si considera il sesso un territorio di estrema libertà, come in effetti è quando il programma di attuazione è serenamente condiviso. C'è da chiedersi, però, se il farsi e il fare del male con strumenti e situazioni mortifere possano essere considerati entro i confini del «serenamente condiviso», o siano piuttosto l'effetto, e sovente il punto terminale, di una vita condotta con troppa facilità e superficialità, senza fatiche e vera responsabilità. Avendo avuto sempre tutto e subito. Si fa tanto parlare di sesso sicuro, e poi ci si accosta con goduria spensierata a corde ed altri strumenti di sevizie, ponendo la propria incolumità nelle mani di maniaci esaltati dal desiderio di violenza. Questo vuol dire trascurare e travalicare il concetto di sesso sicuro, per entrare nel territorio della sfida alla morte che, sola ormai produce a molti annoiati l'indispensabile adrenalina. Dunque, e purtroppo, il sesso è solo uno dei tanti sistemi ricercati oggi, anche e soprattutto dalle nuove generazioni, quale antidoto alla piattezza e all'opacità di tante vite vissute senza progetti, sogni e stimoli sani; c'è infatti anche la cocaina, l'alcol, gli acidi da «calarsi», la velocità esagerata in auto, i balconi dai quali buttarsi. Qualsiasi contingenza, insomma, che preveda l'azzardo e l'eventualità di incontrare la morte, diventa, così, paradossalmente, vitale e irrinunciabile.

IL GIORNALE - 1 settembre 2011
Madri così non meritano quelle bambine
So di addentrarmi in un terreno infido e impopolare, ma devo dire con estrema certezza che non credo all'istinto materno. Non tutte le mamme sono buone: anzi, ogni giorno si racconta di madri cattive, [...]

So di addentrarmi in un terreno infido e impopolare, ma devo dire con estrema certezza che non credo all'istinto materno. Non tutte le mamme sono buone: anzi, ogni giorno si racconta di madri cattive, egoiste, interessate, trascuranti. Il destino di ognuno di noi è disegnato dall'amore o dal disamore della madre. Dal suo infinito potere di dire e fare e dare. Ogni giorno sin dal giorno della nascita. Fortunatamente ci sono molti padri che sanno compensare i disastri causati dalle madri inadeguate. Le madri peggiori sono quelle che si pongono al di sopra della legge, e quindi per esempio, violano il diritto giuridico e affettivo dei figli di voler vivere anche l'amore del padre, dei nonni, o degli amici. Ci sono madri che per vendetta rapiscono i figli, cambiano nazione e si rendono irreperibili. Altre che si «limitano» a ostacolare sistematicamente gli incontri col padre. L'ultima, in ordine di tempo, che, addirittura, espone le figlie ai rischi del regime di protezione dell'amante, un pentito di mafia. Scelte, tutte queste e altre ancora, profondamente egoistiche e gravide di danni irrimediabili e irrisarcibili nel futuro dei figli. Madri imperiose e implacabili; rivendicative e sanguinarie, che usano i figli come un proprio indiscutibile diritto; oggetti personali che diventano armi improprie da puntare contro il malcapitato padre. Queste mamme cattive disonorano la funzione sociale e affettiva più importante di qualsiasi altra. I giudici, donne e uomini, senza pericolosi e garantisti schieramenti di genere (che sovente, a loro volta, disonorano la giustizia) devono poter intervenire con la massima severità: guardare, cioè, oltre l'amore materno dato per scontato, e sanzionare con durezza l'amore che non c'è. Perché le madri spietate e arroganti partoriscono tutti i mali del mondo.

IL GIORNALE - 25 agosto 2011
Come avere successo? Sei studentesse su dieci lo ottengono con il sesso
Digiti www.universinet.it e si apre un mondo. È, questo, il portale italiano per la preparazione gratuita ai test di ammissione alle diverse facoltà universitarie. Circa mezzo milione di studenti vi [...]

Digiti www.universinet.it e si apre un mondo. È, questo, il portale italiano per la preparazione gratuita ai test di ammissione alle diverse facoltà universitarie. Circa mezzo milione di studenti vi si collega per allenarsi (gratuitamente) grazie ai test utilizzati negli anni precedenti. Ci sono annunci, elenchi di master, suggerimenti di libri di testo, indicazione dei posti liberi nelle varie università. Persino consigli su come vestirsi all'esame di maturità e offerte di viaggi e spettacoli teatrali a prezzi scontati. Ci immaginiamo, dunque, il mondo operoso di chi si prepara al futuro di competenze e responsabilità: medici, architetti, avvocati, professori che domani si occuperanno di noi e della vita dei nostri figli e nipoti. E apprezziamo anche la volontà, di questi studenti, di sapere coniugare con entusiasmo lo studio delle scienze preferite con la cultura e la conoscenza del mondo. Tuttavia, un'indagine condotta da Universinet su 16.128 ragazzi di tutt'Italia ha fotografato una realtà che nulla di buono lascia presagire del nostro futuro. Il 48% degli intervistati dichiara infatti di essere disponibile a prestazioni sessuali, pur di raggiungere l'obiettivo: superamento dei test, degli esami, e via dicendo. Solo il 12% ritiene che sia più importante studiare; l'86% è convinto dell'indispensabilità di una raccomandazione. Non solo, il 35% di questi non si vergogna di ammettere che la raccomandazione più forte ed efficace è «la relazione sessuale». Altri (il 15%) la segnalano nell'aiuto di un parente-professore; il 13% considera più efficace la buona parola di un alto prelato e il 12% l'intervento protettivo di un politico. Se si chiede loro quale prezzo siano disposti a pagare, il 6% è pronto a farlo in denaro, mentre il 48%, senza mezzi termini e spensieratamente, afferma di preferire il pagamento in natura. Di questi, il 57% sono ragazze il 39% ragazzi Gli uni e le altre senza specificare il proprio orientamento sessuale. Sono dati drammatici. E i problemi che pongono, praticamente irresolubili. Tra qualche anno dovremo domandarci, per esempio al pronto soccorso, se il medico che ci sistema lo sfigmomanometro per misurare la pressione, sia parente di un vescovo o un cinico dispensatore di «grazie» sessuali. Di fronte a nuovi progetti urbanistici, ci chiederemo se ingegneri e architetti designati abbiano padrini politici o sponsor genitali; con buona pace della stabilità degli edifici e delle nostre menti. Vivremo nel reame della sfiducia e della paura, dove il professionista laureato si accosterà al cliente avvolto in un alone indecifrabile, e inquietante, di incertezza sui suoi meriti e la, molto eventuale, competenza. I risultati di questa indagine statistica mi sembra dimostrino i danni della non educazione, familiare, scolastica e sociale, degli ultimi trent'anni da quando, cioè, si sono cominciati a rivendicare «i diritti»: il diritto delle donne, del bambino, dei padri, delle minoranze, dei disabili, del pedone, del non fumatore, del consumatore e via dicendo. Dal diritto al 6 politico fino al diritto di esserci dovunque siano gli altri. Senza mai passare attraverso il merito, la fatica, l'impegno, la differenza. L'importante, ormai, è arrivare dove si vuole, con l'ascensore più rapido e senza il sacrificio dei gradini progressivi. Se poi l'ascensore è un cardinale benevolo o un potente porco che differenza fa? Tutto è stato banalizzato; il sesso come la religione, diventati entrambi strumenti della politica dell'avere e dell'apparire. Non si dà più importanza al dovere, cioè al comportamento imposto da una norma, che dovrebbe essere correlato al sorgere di un diritto. Si ragiona, dunque, solamente sul diritto fine a se stesso e sul potere di fare e avere qualsiasi cosa. È evidente tutto ciò nell'educazione dei bambini che, per la maggior parte, crescono privi di divieti, di sanzioni. Come le norme imporrebbero. D'altra parte l'applicazione della legge è diventata così garantista che uno schiaffone, meritato, alla prole neghittosa o sfrontata diventa reato di maltrattamento, perseguibile e punibile. I media hanno pure le loro gravi responsabilità, perché sono attratti particolarmente da notizie e fatti, che poi diffondono, fondati sulla furbizia e la spregiudicatezza del comportamento. Tanti giovani, oggi, diventano noti, e poi famosi, tramite tv e giornali, spendendo il loro corpo; sono mediocri figuranti della vita, incapaci di parlare e sontuose espressioni del vuoto educativo e progettuale. Questi, però, guadagnano, si divertono, sono adulati da altri imbecilli come loro: sono l'esempio, anche per i 16mila studenti intervistati, di un mondo che è urgentissimo cambiare. È importante, certo, concentrarsi sulla manovra economica di settembre; tuttavia, prima di Natale, e prima delle prossime sessioni di esami universitari, sarebbe altrettanto importante riflettere su una concreta e severissima manovra etica.

IL GIORNALE - 17 agosto 2011
Le scuse di Marrazzo feriscono le donne
Marrazzo ha raccontato. Ha riconosciuto di avere commesso «errori», di avere coltivato, anziché controllarle, le debolezze; di avere frequentato le prostitute perché rassicuranti, e i transessuali [...]

Marrazzo ha raccontato. Ha riconosciuto di avere commesso «errori», di avere coltivato, anziché controllarle, le debolezze; di avere frequentato le prostitute perché rassicuranti, e i transessuali perché accoglienti e accudenti. Ha precisato di non essere né omosessuale né drogato. Ha ammesso di sentirsi in colpa verso la moglie e la figlia. Ritiene di avere pagato un prezzo altissimo per i suoi sbagli, avendo perso la famiglia, l'amore, il potere e anche la faccia. Tuttavia non si giudica tanto colpevole quanto invece vittima: delle responsabilità, della fatica, del sistema e del ricatto. Chiede scusa, ma ha il pudore di non pretendere perdono. Che, del resto, non è un dovere dare, né un diritto chiedere. Tanto meno è giusto, e meno che mai opportuno, regalare. Comunque sia, la confessione di Marrazzo è un documento umano molto importante. Altri, in situazioni simili, hanno preferito paludarsi di ipocrisia o ammantarsi di arroganza. Lui, pur mitigando la verità da accorto politico e sapiente comunicatore, ha invece svelato l'anima. Confusa, disorientata; ancora indolenzita dai colpi di maglio ricevuti dal disvelamento al pubblico della sua problematica e inquietante vita parallela. Fa un'enorme compassione il sentirgli dire che andava in via Gradoli senza cautelarsi «perché stanco» e perché voleva «andare lì e dimenticare tutto il resto». Tanto stanco, che «quel giorno» non aveva avuto la forza di allestire le opportune cautele e le sicurezze che si addicono a un uomo pubblico. Fa compassione, ma tantissimi altri uomini (e donne) si comportano allo stesso modo perché vogliosi, trasgressivi, fanatici, maniaci, o persino perversi. Anche loro desiderano solo quello e vogliono dimenticare tutto il resto. E provocano altrettanta compassione, perché si dimostrano incapaci di governare debolezze e vizi a favore dei sentimenti o del personale senso dell'onore. Nessuno è nato forte e imparato. Tutti siamo continuamente tentati dalle nostre molteplici e variegate debolezze. Le persone serie e coraggiose diventano tali proprio perché le combattono incessantemente. Tuttalpiù, si lasciano andare in quelle fragilità personali che non danneggiano gli altri, non devastano la famiglia, non pregiudicano l'identità professionale. Sempre che ci sia una gerarchia rigorosa di valori. Poi, certamente, molti hanno, nel segreto del loro vivere, incolmabili e dolorosi buchi neri, che a volte prendono il sopravvento sul pensare e sull'agire. Marrazzo ne ha svelato uno, giustificando il suo bisogno del mondo transessuale per il «sollievo legato alla loro femminilità». Egli sostiene che l'avere i trans «attributi maschili» non è rilevante, quanto il loro comportamento, che «li rende desiderabili». Perché accoglienti, straordinariamente accudenti, «donne all'ennesima potenza». Ebbene, proprio questa spiegazione mentre da un lato rivela una storia di vita evidentemente dolorosissima, anche nel ricordo importante del padre perduto, dall'altro dimostra il non ancora superato disorientamento dell'uomo. Che non si rende conto di quanto ulteriormente crudele e offensivo sia questo suo pensiero nei confronti di tutte le donne, ma soprattutto di sua moglie. E, contemporaneamente, questa considerazione suggerisce la necessità di una riflessione pubblica sul tema: è mai possibile che le donne di oggi, tutte le donne del mondo, qualsiasi donna, siano meno desiderabili, accudenti, accoglienti di un transessuale? Con una riflessione subordinata: ma perché, se un uomo ama la moglie, come dice ancora oggi Marrazzo, non condividere con lei il peso e la paura dei buchi neri, invece di tradire e addentrarsi in pericolose e ambigue scorciatoie? Il tradimento coniugale è nel nascondere al partner le proprie ansie e incertezze: le relazioni sessuali adulterine, di qualunque genere siano, ne sono una conseguenza, non la causa. Oggi lui ha avuto il coraggio e la capacità umana di raccontarsi a milioni di lettori. Se questa forza gli fosse venuta un tempo, per confidare alla moglie la sua debolezza, avrebbe forse potuto capire che è l'accoglienza dell'amore a rendere straordinariamente accudenti. Senza necessità di pagare un tanto all'ora per essere, anche, ascoltati.

IL GIORNALE - 30 luglio 2011
Aspetta e taci. E il traditore tornerà da te
E' ritornato a casa. Lesso. Cioè con le fibre psichiche rammollite dalla cottura del brodo del tradimento. Insapore o, alternativamente, rancido, a seconda della quantità e qualità delle attenzioni [...]

E' ritornato a casa. Lesso. Cioè con le fibre psichiche rammollite dalla cottura del brodo del tradimento. Insapore o, alternativamente, rancido, a seconda della quantità e qualità delle attenzioni erotiche nel frattempo ricevute. Eppure la moglie è felice del ritorno del marito, tanto da scrivere un libro, così da raccontare al mondo come sia riuscita a fargli riprendere la via di casa. Lo scoop sembra essere il non aver fatto nulla. L'avere, in pratica, lei aspettato pazientemente che la fiamma clandestina si esaurisse. Senza pianti, senza minacce, senza richieste economiche. Laura Manson ha ascoltato il marito, dubbioso sul fatto di averla mai amata in venti anni di matrimonio e, imprevedibilmente, gli ha suggerito di seguire le sue istanze di libertà, rassicurandolo che lei sarebbe stata solidale, che non ci sarebbero stati ostacoli nella frequentazione dei figli e che lei sarebbe stata tranquilla ad aspettare l'evoluzione, o l'involuzione, della crisi coniugale. Detto, fatto. Anzi, lei non ha fatto nulla, se non attendere. Lui, possiamo ben immaginare, avrà fatto di tutto, fino ad annoiarsene, di qualsiasi cosa abbia a che fare con la ovvia ripetitività del sesso. Perché questo è in genere il nome da dare alle crisi d'identità coniugali, quando non siano meglio specificate in Barbara, Samantha, o anche Marco o Tommaso. Dopodichè, ma molto dopo di che, ha deciso che la moglie sì l'aveva amata, che i figli gli mancavano e che le quattro mura di casa sua, nelle quali erano rimaste protette tutte le consuetudini domestiche, un giorno invise, costituivano invece un porto sicuro. Ed è tornato. E la moglie se l'è ripreso. Quasi tutti gli uomini vorrebbero fare questa manfrina e non pagare il dazio. Alcuni ce la fanno. Altri no. Non perché ci sia differenza nella loro capacità di ripresa, ma perché la vera incognita è rappresentata dall'infinita gamma di reazioni femminili. Che si distinguono in due gruppi principali: la risposta al tradimento delle donne che amano, e la risposta di quelle che non amano. Chi ama, in genere, non può accettare di essere tradita e, dunque, espelle al più presto l'ingannatore dal suo mondo, delusa dalla slealtà e dalla miseria della sua volontà. Altre si immolano sull'altare del perdono, convinte che la vita eterna le premierà del sacrificio di avere sopportato un uomo vile e preda dei suoi istinti. Non sanno che il perdono è il primo di una lunga serie e che forse la vita eterna non le appagherà in proporzione. Quelle che non amano, approfittano, in ogni caso, dell'occasione offerta su un piatto d'argento dal fedifrago. O lo mollano all'istante, facendosi risarcire lautamente per "l'insostenibile dolore" "subito", oppure se lo tengono facendo finta di niente e così passano per sceme. O, ancora, alcune lo fanno ballare sulla corda dell'incertezza, aspettando il momento giusto per farlo precipitare in un guano accuratamente predisposto. Altre, poi, simulano un rinnovato amore e, intanto, mettono a segno perfidi colpi alla schiena della, in genere, ignara complice dell'adulterio. Ci sono donne che ingaggiano aperte o sotterranee guerre con l'amante di turno del proprio marito, non per amore ma perché non tollerano di perdere lo status o il portafogli a vantaggio della terza incomoda. Fatto sta che tutti, ma davvero tutti, gli uomini autori delle cosiddette scappatelle – che in realtà sono terremoti emotivi, forieri di autentici danni, per qualsiasi unione considerata seria – non riescono a dimostrare quasi mai di essere padroni del loro cuore e tantomeno del cervello. Si fanno guidare dal noto timone, che pure non risponde al comando se non delle donne che, di volta in volta, sanno dove direzionarlo. E così, che sia una moglie sacrificale o interessata, invece che un'amante ingolosita, a guidare il veliero sono le donne. E l'uomo disorientato tra scirocco e tramontana, fa la spola tra l'una e l'altra. Chiedendo a entrambe accoglienza e venia. Quello che le donne non sanno, quantomeno una delle due non lo sa, è che il fermarsi in porto del veliero è dovuto essenzialmente alla scelta dell'altra di abbandonarlo al suo destino, Dunque, chi crede di aver vinto in realtà ha perso. Perché il trofeo è costituito da un uomo incapace di esplorare i mari senza superare le tempeste ormonali e senza riconoscere l'assalto dei pirati. Dite a Laura, vi prego, che questo approdo non le darò che una gioia passeggera: solo il tempo necessario finché lui ritorni a credere di essere uno yacht in grado di solcare senza rischi nuovi mari e nuovi orizzonti.

IL GIORNALE - 16 luglio 2011
Ma donna non è garanzia di qualità
Eletta "in quanto donna?" Penso che mi vergognerei. Certamente sarei in grandissimo imbarazzo al pensiero di essere stata scelta o cooptata per l'unico fatto che non dipende dalle mie capacità, dalla [...]

Eletta "in quanto donna?" Penso che mi vergognerei. Certamente sarei in grandissimo imbarazzo al pensiero di essere stata scelta o cooptata per l'unico fatto che non dipende dalle mie capacità, dalla fatica, dall'impegno, dall'esperienza. Bensì dall'incontro casuale di due gameti e di una legge ad sexum. Invece, le donne verdi e rosse sono ancora fissate con le quote rosa. E già questo intreccio di colori mortifica, per la sua ridicola connessione, tutte quelle donne impegnate nella politica, negli affari, nel lavoro in genere, che vorrebbero essere apprezzate "in quanto" persone e non per un sessismo davvero oramai troppo vintage e tendente allo scolorito. Non se ne può più. A marzo è stato dato il via libera alla norma che prevede l'applicazione graduale delle quote rose negli organi di gestione e di controllo delle società. Ho apprezzato la situazione, solo perché spero si trasformi in un argine di controllo delle querimonie femminili. Sono in attesa di vedere, però, quali lotte intestine esploderanno nei territori colorati del sesso debole, per sgomitare tra le rose e sgominare le più meritorie, a favore delle più politicizzate. Ora si pone il problema del Comune di Roma, a causa della decisione del T.A.R. del Lazio che ha annullato la giunta per il mancato rispetto dell'articolo 5 dello Statuto. Inteso ad assicurare la presenza equilibrata di uomini e donne, nella composizione dell'esecutivo. Ben gli sta, a chi ha voluto questa norma sull'onda, anomala e distruttiva, del politicamente corretto. Se la Legge c'è, è giusto che un giudice imponga di applicarla. Tuttavia, questo garantismo esasperato delle minoranze deboli (ma si può ancora dire che le donne siano una minoranza debole, soprattutto se verdi, rosse e perennemente combattenti?) dovrebbe coerentemente portare al rispetto di quote per i gay, le lesbiche, i transessuali e perfino gli ermafroditi. Se è una questione di sesso, la deve essere ad ampio raggio e senza trascurare le autentiche minoranze deboli. Così ragionando, invece, c'è vera discriminazione sessuale, poiché si valuta l'esclusiva alternativa maschio o femmina; ci si ferma a un dato apparente e non alla sostanza della identità sessuale. Si potrebbe addirittura discutere sulla legittimità costituzionale di norme che si riferiscono alla "rappresentanza femminile", omettendo di articolare le note, e ormai accreditate dalla scienza mondiale, diversificazioni obiettive. Il sesso dei componenti, con o senza tutte le sue declinazioni, non può essere dunque il parametro con il quale stabilire se un organo di controllo o di potere esecutivo è stato o no legittimamente costituito. Siamo in democrazia: decidono gli elettori prima e la maggioranza prescelta poi. Nella speranza di tutti di aver votato persone meritevoli delle ulteriori scelte cui le abbiamo per legge demandati. Qualsiasi elettore rimarrebbe deluso nel sapersi rappresentato da una donna solo perché tale, e non perché preferita, tra gli uomini papabili, in forza del suo curriculum. Sono proprio le donne più frustrate, invece, che ancora chiedono l'aiuto degli uomini, di potere, per farsi spostare una poltrona e accomodarvicisi. Le altre, ci arrivano da sole, con le loro forze e la capacità anche di sollevarsi da sole la sedia. E tra queste ci sono anche quelle bieche e disoneste; quelle che fanno lobby con gli uomini; quelle che fanno altre cose con gli uomini; quelle che sono arrivate in ascensore e poi sono state buttate giù dalle scale. Chi può assicurare, infatti, che dire donna voglia dire ottimo? Il dubbio vale sia per l'uomo, sia per la donna. E', dunque, insopportabile la presunzione dominante dell'idea che la donna sia sempre, o possibilmente, migliore. E' la persona, se non si ragiona a sesso unico, che fa la differenza e può garantire un minimo di credibilità al cittadino che ha il compito di votarla. La storia, i fatti, le qualità, i pregi di quella persona contano. Non il mercato dei numeri sessisti nei consigli e nelle giunte, che svaluta le donne degne e coltiva le ambizioni rancorose di quelle ancora paludosamente stagnanti nella obsoleta invidia del pene.

IL GIORNALE - 7 luglio 2011
Che triste usare gli amanti vip per avere dei bambini-bancomat
In realtà dovrebbero chiamarsi Visa, Diners o anche Mastercard. Sarebbe il nome perfetto per i figli illegittimi di tanti fedifraghi. Tutti ricchi naturalmente, se solo osserviamo che si tratta di [...]

In realtà dovrebbero chiamarsi Visa, Diners o anche Mastercard. Sarebbe il nome perfetto per i figli illegittimi di tanti fedifraghi. Tutti ricchi naturalmente, se solo osserviamo che si tratta di grandi manager, affermati professionisti, principi e finanzieri (Pinault, Schwarzenneger, Alberto di Monaco etc…). Figli tramite i quali le accorte e strategiche amanti, persino estemporanee, si garantiscono la rendita vitalizia. Tenderei a escludere che i traditori coniugali, per quanto narcisi e desiderosi di espandere nel mondo e nel futuro il loro prezioso DNA, intendano volontariamente creare la prova viva delle illecite scorribande erotiche. E neppure penso che siano inadeguati all'uso corretto dei profilattici, consapevoli come questi funzionino egregiamente da paracadute e parafulmini alle precise responsabilità, coniugali ed extra. D'altra parte, protagonisti di mondi personali e familiari molto visibili e pubblici, quali sono, si suppone che leggano i giornali. Indimenticabile, e ammonitrice, dovrebbe essere per loro la vicenda del multimiliardario campione di tennis Boris Becker, raccontata su tutti i media: pur avendo egli goduto e apprezzato un incontro sessuale alternativo, non proprio finalizzato alla procreazione e da alcuni ormai usualmente chiamato "metodo Clinton", si è trovato a dover riconoscere una figlia che, in buona fede peraltro, escludeva potesse mai essere sua. Si è detto in seguito che la furbastra (e bieca) mammina, forse pericolosamente di nome Angela, avesse prontamente trasferito il prezioso seme di Becker dalla bocca a una sterilizzata provetta. Evidente investimento economico a lungo termine, privo di rischi per qualsiasi signora che, a differenza delle provette, sterile sa di non essere. E, infatti, da Angela è nata una progenie di donne armate, più che amate, di argomentazioni, trucchi e movimenti tali da aver buon gioco per rapinare con classe i facoltosi fedifraghi, nel momento di massimo godimento. Ben coscienti tutte, e non solo loro, di come gli erotomani al culmine della libidinosa attività, trascurino anima, fegato e cervello per occuparsi dell'unico vibrante muscolo da sfoggiare e dal quale si fanno supinamente dirigere. Salvo riemergere alla vita vera, quando le donne, autentici arbitri di queste malgovernate esistenze, sparigliano le carte fischiando il fallo ed entrando a gamba tesa nei loro conti in banca. Protette dalla corazza ineliminabile e intoccabile di un futuro ricco pargolo, e senza che esse stesse possano mai più avere problemi di pensione o temere tagli al Welfare. Il bambino d'oro è del tutto incolpevole e merita lo stesso trattamento dei figli legittimi. Le mogli tradite spesso abbozzano e si tengono corna, ludibrio e marito infido, pur di non lasciare altro spazio di conquista alla rapace saccheggiatrice di semi e patrimoni. Altre, tuttavia, ripudiano prontamente il marito infedele, pur cercando di blindare la fortuna familiare a favore dei propri figli. Questi uomini ignominiosamente cultori della scappatella, soprattutto se non protetta, è giusto che paghino, tanto e di più, la slealtà (verso la moglie) e la dabbenaggine (con l'amante). Certo, sono discriminati dai cassintegrati, che possono liberamente spargere il seme nei terreni di passaggio, anche fertili, senza che qualcuna pretenda che paghino il dazio. In ogni caso, ricchi o poveri, incappucciati o no, gli uomini, tutti, dovrebbero imparare ad apprezzare, e a diffondere, più i rigori morali e sentimentali, che non quelli del proprio corpo. Se non altro per evitare di distribuire a proprie spese carte di credito e per cercare di meritare, invece, la Fidaty Card prepagata da almeno una moglie al mondo: incredibilmente e singolarmente fortunata, perché senza corna.

IL GIORNALE - 4 luglio 2011
Lo scandalo Strauss - Kahn. Se per le femministe ogni uomo è un porco
Anch'io sono stata femminista. Ma lo ero in un momento in cui era funzionale l'esserlo, per rivoluzionare il pensiero giuridico e socia­l­e che relegava le donne oltre i confini del dirit­to e della [...]

Anch'io sono stata femminista. Ma lo ero in un momento in cui era funzionale l'esserlo, per rivoluzionare il pensiero giuridico e socia­l­e che relegava le donne oltre i confini del dirit­to e della dignità. Poi, basta. Oggi, acquisita la pari dignità giuridica dei sessi, ognuna se la crea e se la distrugge da sola. Il continuare a recitare il copione del vittimismo e della obbli­gatoria solidarietà a qualsiasi donna, e a ogni costo, è non solo ridicolo, ma irrispettoso del­l'indifferenziato genere umano. Le affermazioni di Erica Jong, dunque, che si indigna perché Strauss-Kahn è stato libera­to e perché una serie di sospetti osa ammanta­re la credibilità della sua accusatrice, sono proprio imbarazzanti. La tesi della scrittrice, nota come «educatrice» delle donne per avere ideato l'opportunità e il diritto di ciascuna alle «scopate senza cerniera», si fonda sul superatissimo garantismo sessista, per cui l'uomo è sempre carnefice e la donna sempre sua vittima. Si basa altresì sulla sua vetusta idea di garantismo sociale, in forza del quale il povero in tribunale non può avere ragione quanto il ricco, a causa del costo carissimo degli avvocati. Per questi motivi la «povera Ophelia», avrebbe sicuramente subito uno stupro, giacché lei semplice cameriera e l'aggressore uomo di potere. Perché è una donna fragile, preda del solito maschio feroce. Questo è, appunto, garantismo d'accatto, antistorico e irriguardoso sia delle donne, sia degli uomini. È vero che nel mondo abbondano ancora uomini carnefici e donne vittime, ma è altrettanto vero il contrario. Molto più che un tempo, ci sono donne che usano il proprio sesso, e la spesso patetica sessualità maschile, per interesse, vendetta, potere. Per soldi, in linea di massima. Dalla prostituta di strada, a quella che si definisce escort, fino a quella che non si definisce ma è puttana lo stesso, ci sono tantissime donne che sfruttano il loro noto luogo di potere, perché lo sanno ambito dai poveri maschi imbecilli. Ciò non vuol dire che una di queste, o una di tutte le altre, non possa un giorno essere o essere stata stuprata da un maschio più idiota e violento degli altri, ma certamente non significa neppure, come sostiene la Jong, che bastino le parole di una donna e il Dna dell'uomo nel suo corpo, per accusare legittimamente di stupro chicchessia. Tanto più quando i riscontri soggettivi sull'accusatrice sono tutti di segno negativo per la sua attendibilità: Ophelia mente più volte agli inquirenti; svolge la doppia attività di cameriera d'albergo di lusso e prostituta, proprio per trovare i clienti danarosi da cogliere sul fatto; viene intercettata mentre assicura un complice di avere tra le mani il pollo da spennare. Né vale l'ulteriore, gratuita ma inutile, difesa della Jong, convinta che in America vinca chi è ricco e possa pagarsi gli avvocati più bravi. Lei, Ophelia, peraltro, aveva dallasua sia l'avvocato che poteva ben pagare, sia tutta la procura, agguerrita e gratis. Con cinico populismo e sgangherata riproposizione di concetti ormai superati dall'onorevole rivoluzione femminile, è invece la Jong a sfruttare l'occasione per ritagliarsi qualche riga di stampa, non mostrando «paura di volare» neppure così in basso. La Jong ha perso l'opportunità di apprezzare, invece, la rapidità e l'onestà del sistema americano, così ossequioso del contraddittorio e della pari dignità tra accusa e difesa, tra imputato e vittima.... Diversamente da quanto succede in Italia dove, non essendoci la separazione delle carriere, molti confondono ancora i magistrati tra loro, per cui ciò che dice un pm (l'accusa) appare avere la stessa forza risonante della decisione del giudice (perché entrambi appartengono al potere giudiziario) e certamente meno valore delle parole di un avvocato. Che, pagato caro o non pagato per nulla, nell'immaginario di tutti è qualcuno che deve inventare per «vincere». In America, invece, la verità ha un valore sacrosanto per tutti e per tutte le parti in gioco; chi mente, alla fine viene bollato come perdente. Ecco perché la procura di New York non ha perso tempo a riconoscere pubblicamente la perduta aurea di povera vittima di cui era stata gratificata Ophelia; obiettivamente autoscreditatasi per essere stata beccata col topo in bocca della menzogna. Se solo i pm e gli avvocati italiani facessero altrettanto coi denuncianti inattendibili e i clienti bugiardi, sarebbero risolti tutti i problemi della giustizia legati ai tempi lunghi del processo. In ogni caso,l'America,dopo due mesi dal fatto, ci farà sapere tra quindici giorni se si è trattato di uno stupro a danno della cameriera o a danno dell'uomo. E da Erica Jong penso che tutti, uomini e donne, in un caso e nell'altro dovremmo «aspettarci» delle scuse, perché vi sono alternative certe all'uomo violento e alla donna vittima. Ed è di questa alternativa che è fatto il mondo. Altrimenti perderebbero di senso sia la verità, sia la giustizia. Sia, soprattutto, il valore incommensurabile, e da difendersi sempre, della dignità di ogni singola persona. Di qualunque sesso e di qualsiasi condizione sociale.

IL GIORNALE - 27 giugno 2011
Quei papà-mostri costruiti a tavolino
Se non fossi ancora nata, e se oggi una cicogna dovesse portarmi sulla terra, avrei il terrore di scoprire la "qualità" della famiglia scelta per la mia crescita e la mia educazione. La cronaca [...]

Se non fossi ancora nata, e se oggi una cicogna dovesse portarmi sulla terra, avrei il terrore di scoprire la "qualità" della famiglia scelta per la mia crescita e la mia educazione. La cronaca quotidiana ci offre esempi pessimi di genitori: maltrattano i figli, li abbandonano alla servitù, li dimenticano in auto, li lasciano soli sui balconi; li uccidono, li sfruttano; ne abusano sessualmente. Hanno perduto il senso dell'onore, della responsabilità; forse hanno smarrito l'istinto protettivo di conservazione della specie. Non tutti sono così, per fortuna, ma molti. Troppi. Ne basterebbe uno a creare scandalo in una società civile e giuridicamente attenta. Invece, la reazione a ogni notizia di cronaca è lo sconcerto, che però si traduce rapidamente in indifferenza. Una piccola bimba viene dimenticata in auto? Non solo si perdona l'irresponsabile padre, ma, invece di vedere genitori che alzano il livello d'allarme e d'attenzione, nel giro di pochi giorni c'è un'altra incolpevole vittima di un identico comportamento. E, dopo un giorno ancora, emerge l'ignominia di una madre che lascia il figlio in macchina per dedicarsi ai videogiochi. Viene rapita una ragazzina? Non si crea un cordone di sicurezza familiare intorno agli adolescenti, ma li si lascia soli, come prima, ad affrontare il mistero sanguinario della violenza di ogni giorno. I figli non sono da tutti rispettati, come si dovrebbe, quali soggetti di diritto, particolarmente deboli; bensì sono trattati come oggetti del desiderio prima che nascano, e beni di consumo personale subito dopo. I figli devono rendere felici, devono essere belli e bravi, non devono dare fastidio, devono essere utili quando serve. Per esempio, nelle contese familiari che segnano tante separazioni e divorzi. I figli sono a volte un bottino di guerra da conquistare, a volte un'arma da offesa o difesa; o, ancora, lanciafiamme o carri armati che feriscono o uccidono il coniuge non più amato. Bombe a orologeria, innescate per esplodere al momento giusto. Tre donne P.M., da anni stanno raccontando del drammatico problema emerso nelle procure; dove, dice la Dott. Carmen Pugliese di Bergamo, l'80% delle denunce di maltrattamenti nelle separazioni a danno di mogli e figli, sono false. Secondo la Dott. Pezzuolo , a Firenze, le querele contro il partner, artificiosamente costruite, oscillano addirittura tra il 70% e il 95%. Secondo la Dott. Bresci, anche a Genova si ricorre alla querela per spuntare assegni cospicui. Passi che lo facciano le mogli senza figli nella rabbia del distacco, e dopo epoche infinite di maltrattamenti maritali. E' indecoroso, ma non tragico. Finisce quasi sempre col ritiro della querela in cambio di denaro. Devo dire che le percentuali mi sembrano eccessive, anche perché sottendono la complicità di altrettanti avvocati che, invece, per dovere deontologico, dovrebbero svolgere la loro attività con lealtà e correttezza. Dunque non dovrebbero mai avallare denunce per fatti che sappiano non veri e mai dovrebbero piegarsi all'uso distorto dei mezzi processuali. Tuttavia, molti genitori sono mostruosamente orgogliosi consapevoli di usare i propri figli per teatrini macabri e nel proprio esclusivo interesse. Madri e padri denunciano falsi abusi, falsi maltrattamenti, false corruzioni a danno dei figli, per togliere di mezzo l'altro genitore, ritenuto rottamabile con mezzi disonesti e rapidi. Per questa orrenda specie di genitori e per gli avvocati, se ci sono e ne sono complici, l'unico obiettivo è il trionfo nella causa, la rapina "legalizzata" di figli e denaro. Ma mentre un avvocato che vince grazie alla menzogna offende se stesso e la categoria cui appartiene (composta di maggiorenni in grado di difendersi e di punirlo), un genitore che si serve di un minorenne, per di più suo figlio, per minacciare, ricattare, infamare l'altro, solo per vendetta e per negargli le visite, compie un danno gravissimo a tempo indeterminato. Uccide il potenziale di sentimenti del proprio figlio; innesca in lui meccanismi nocivi di difesa e sfiducia; gli ruba il nutrimento affettivo dell'altro genitore. Lo avvolge in una simbiosi maligna facendogli credere – con mezzi viscidi e infidi - di salvarlo dal mostro, quando il mostro è proprio il presunto salvatore. Questi comportamenti manipolatori e strumentali sono, per di più, violentemente offensivi verso le donne maltrattate davvero, gli uomini autenticamente oggetto di stalking, i bambini picchiati e abusati dai loro genitori. Che, comunque sia, sono tanti e non riescono a ottenere in tempi umani l'aiuto e la protezione garantiti e dovuti dallo Stato. Anche, ma non solo, perché i pubblici ministeri perdono tempo prezioso a riconoscere e scremare i falsi abusi e le false violenze. D'altra parte il nostro ordinamento giuridico è sensibile alla protezione delle persone nel contesto familiare, ben consapevole che proprio le violenze più atroci (fisiche, psicologiche, economiche) si consumano anche tra le più eleganti e lustrate mura domestiche. La legge però non basta, ad arginare questo crudele fenomeno: la responsabilità deve tornare ai genitori che devono smetterla di fare figli per gioco, per caso o per sé; ma anche agli avvocati che non devono azzerbinarsi ai clienti e al denaro; gli assistenti sociali, poi, hanno il dovere di controllare con diligenza continua le famiglie a rischio. I magistrati, da parte loro, hanno l'obbligo dell'intervento tempestivo, perché siano punite severamente sia la drammatica verità sia l'architettata menzogna. In mancanza di tutto ciò, non ci resta che aspettare il giorno in cui un bimbo potrà guidare la cicogna alla ricerca, sempre più ardua, dei buoni genitori.

IL GIORNALE - 6 giugno 2011
Giustizia choc: In caserma gli abusi sessuali non sono reati punibili
Che cosa succede se, in caserma, il sergente piomba alle spalle del caporale, lo cinge con le braccia, lo attira a sé e gli stampa un vorace bacio sul collo? Nulla. Neppure se il caporale non è [...]

Che cosa succede se, in caserma, il sergente piomba alle spalle del caporale, lo cinge con le braccia, lo attira a sé e gli stampa un vorace bacio sul collo? Nulla. Neppure se il caporale non è consenziente? Neppure. E se il caporale è donna e denuncia il sergente al Tribunale militare per molestie sessuali? È possibile che il superiore, denunciato dal subalterno, sia condannato dal Tribunale militare, ma che, poi, la condanna venga annullata dalla Cassazione. Sembra difficile crederlo. Eppure, la Corte di Cassazione con sentenza del 19 maggio 2011 ha annullato la condanna per violenza su un subordinato, irrogata a un sergente che, durante un'ispezione di servizio, aveva appunto baciato un caporale donna; evidentemente male interpretando lo spirito di corpo. Naturalmente, la recluta aveva prontamente deferito il superiore all'autorità militare. Nella convinzione che i principi etici, alla base dell'ordinamento militare, dovessero tutelarla col punire il sergente. Tuttavia l'ufficiale, dapprima condannato, aveva poi inoltrato ricorso in Cassazione e il procedimento si è così concluso con l'annullamento della sentenza militare. Secondo la Cassazione, il reato è da escludersi, poiché manca la correlazione tra l'attività del sergente (repentino e non condiviso bacio) e il servizio militare. Dunque, poiché il baciare sul collo e lo stringere a sé un recalcitrante caporale donna non rientrano tra le cause di servizio, c'è «assoluta estraneità della condotta posta in essere dal sergente, rispetto al grado ricoperto, alle funzioni e al servizio svolti da entrambi i soggetti coinvolti nella vicenda». In conclusione, il codice militare si chiama fuori; anzi viene chiamato fuori dalla Cassazione giacché i fatti lamentati, considerati reato tra cittadini privi di divisa, non lo sono se avvengano tra militari. Uomini o donne, sergenti o caporali che siano. Il caporale si dovrà rivolgere ora all'Autorità giudiziaria ordinaria. Con buona pace di chiunque abbia mai creduto che, in caserma, una donna debba considerarsi più rispettata e protetta che fuori. Invece, il codice militare punisce l'abuso di potere, ma non l'abuso di potenza. Comunque sia, è inevitabile pensare che, stando così le cose, una marea di piccoli e grandi crimini - nonnismo, stalking, mobbing, molestie e, forse, stupri - siano rimasti impuniti negli anni, ove siano stati commessi in ambiente militare, dai superiori verso i subordinati, tutti garantiti, questi modi di fare, dall'art. 199 del Codice militare, che consente di escludere il reato quando il fatto non è collegato all'attività di servizio e allo sfruttamento della gerarchia. C'è voluto, come al solito, il coraggio di una donna per svelare l'esistenza di queste condotte anomale e fare emergere, alla fine, una lacuna «disarmante» del Codice militare. Probabilmente, in passato, quando la carriera militare era monopolio degli uomini, nessuno dei molestati ha rischiato di raccontare gli affronti subiti. Probabilmente nessuno ha mai avuto la coscienza della propria dignità e dell'odiosa sopraffazione, fuori servizio, tanto da non voler superare la stereotipata barriera dell'immagine maschile: non offuscabile neppure dal doversi dichiarare vittima di qualcuno. A maggior ragione nell'ambito sessuale. Credo, in conclusione, che questi formalismi, rigidi e antistorici, dovrebbero essere oggi superati dal legislatore, col dare al codice penale militare molta più sostanza e più vasta capacità sanzionatoria ai fatti illeciti messi in atto dagli uomini in divisa.... I quali, peraltro, dovrebbero imparare, prima che a combattere contro il nemico, a combattere i propri istinti. Tutte le Forze Armate hanno, infatti, come primario obbligo, quello di onorare l'arma cui appartengono, tenendo una condotta ancora più integra e rigorosa di quella richiesta all'uomo qualunque. Il militare che sbaglia, violando la propria vocazione etica di matrice eroica, dovrebbe, quantomeno, essere punito prima e anche dal Tribunale militare: per l'affronto arrecato alla divisa e al giuramento prestato alla Patria. Affronto ancora più squallido e offensivo per l'Arma se la vittima è una donna e l'Ufficiale non è propriamente un gentiluomo.

IL GIORNALE - 23 maggio 2011
Neanche la morte mette la moglie contro il marito
Il codice penale non contempla la pietas. È omicidio. Colposo, preterintenzionale, ma comunque omicidio. Un genitore, ma anche chiunque, che abbandoni a se stessa una creatura di 20 mesi, compie un [...]

Il codice penale non contempla la pietas. È omicidio. Colposo, preterintenzionale, ma comunque omicidio. Un genitore, ma anche chiunque, che abbandoni a se stessa una creatura di 20 mesi, compie un gesto, pur non volendolo compiere, dissennato e irresponsabile. La morte della piccola povera Elena è stata determinata solo ed esclusivamente dell'agire del padre. Cui era affidata. Qualunque sarà la sanzione che egli subirà dopo l'inevitabile processo, sarà infinitesimale rispetto alla tragedia che egli porterà nel cuore per tutta la sua vita. Se vita potrà ancora mai definirsi, la sua esistenza inseguita dal ricordo terribile di non essersi ricordato della sua piccola. Che, per questo, e solo per questo, è morta. Lui l'aveva in custodia e lui l'ha lasciata incustodita. Ma la mamma della bimba, incredula e straziata, è ricchissima invece di pietas verso il marito: lo sta avvolgendo amorevolmente con la sua comprensione, unita a lui dall'amore e dal dolore insieme per la loro figlioletta. La sua prima reazione è stata capirlo, la seconda giustificarlo, la terza riconoscere i suoi meriti. La rabbia e il rancore, sovente i sentimenti che sgorgano violenti e immediati di fronte all'incomprensibile crudeltà del destino, non albergano nell'anima di questa donna dolente e coraggiosa: ha perso la sua piccola, sta per mettere al mondo un'altra creatura, e il padre di entrambe, suo marito, è contemporaneamente responsabile della loro vita e della loro morte. È un dramma obiettivo e insuperabile. Per la maggior parte delle persone questo dolore atroce sarebbe motivo di distacco, di perdita della fiducia, addirittura di odio. Perfino di voglia di disintegrare il «colpevole», reo di un impensabile e assurdo comportamento. Invece ci sono persone diverse, come Chiara Sciarrini, la mamma di Elena, che sono motivate a cercare le cause del dramma e non a colpire l'autore del disastro esistenziale. Tra la morte, anche dei sentimenti positivi, e la vita, scelgono la vita. Chiara ha scelto di privilegiare i valori della vita. La vita del padre a favore del figlio che verrà e a favore di lei stessa, in modo da poter dare un senso al resto della sua esistenza. E così lo difende, raccontandolo come padre esemplare e affettuosissimo, marito generoso, infaticabile e protettivo. Per tanti di noi, e per la legge, questa descrizione è insufficiente ad assolverlo: chiunque può essere esemplare fino a un dato momento, e poi sbagliare. Da quell'istante in poi, c'è un infarto tra l'essere e l'essere stato. Ed è l'errore con le sue conseguenze che deve essere considerato da chi ha il compito o l'occasione di giudicare. Non basta dire «non l'ho fatto apposta» per andare esenti da ogni colpa. Il mondo si regge sulle responsabilità di ciascuno nel proprio ruolo; il ruolo del genitore è il più gravido di responsabilità. Impone l'attenzione continua. Ogni distrazione, indifferenza, omissione, leggerezza influisce, anche irreversibilmente, sulla vita dei figli. Dimenticare, anche per una frazione di secondo, di essere genitore di figli ancora incapaci di autonomia, significa non comprendere l'importanza incommensurabile del ruolo. Certo, si dirà che non sempre le mancanze di un padre o di una madre provocano la morte dei figli; ma pensiamo invece a quanti piccoli vengono persi sulle spiagge, cadono dai balconi, vengono rubati, molestati, drogati e uccisi: ci rendiamo subito conto che il ruolo dei genitori viene - da loro stessi - dato troppo per scontato e vissuto con distrazione o superficialità. Anche momentanee. Il dramma di un genitore che vede morire il figlio è il più insuperabile tra i tormenti possibili, perché è contro l'ordine naturale delle cose; è l'aborto di tutto l'amore che c'è ancora da esprimere; è la fine di ogni desiderabile serenità: è l'aggressione ineluttabile al futuro immaginato. Tuttavia, è cosa ben diversa, e più tragica, se la vita si porta via il figlio non per fatti ingovernabili dai genitori, ma per la responsabilità, o l'irresponsabilità, di uno o entrambi i genitori. È nella differenza tra l'alternativa eventuale tragedia, che si impone la necessità di accusare il destino o se stessi.

IL GIORNALE - 19 maggio 2011
Così scompaiono i matrimoni all'italiana
I matrimoni sono in calo vertiginoso rispetto a una volta. Perché? In realtà perché non ce n'è più bisogno. Fino a una decina di anni fa, il matrimonio era funzionale a dare status sociale e sicurezza [...]

I matrimoni sono in calo vertiginoso rispetto a una volta. Perché? In realtà perché non ce n'è più bisogno. Fino a una decina di anni fa, il matrimonio era funzionale a dare status sociale e sicurezza economica alla donna, che nelle nozze vedeva l'obiettivo fondamentale della sua vita. Chi non si sposava veniva considerata incapace e non desiderabile. Progressivamente e oggi sempre più, le donne hanno declassato il matrimonio rispetto ad altre priorità, quali la libertà, l'autonomia economica, la carriera e persino un figlio. La zitella del passato è oggi una fiera e dinamica single. La ragazza madre, già vergogna sociale e familiare, di questi tempi esibisce con orgoglio il frutto della sua autarchia. Gli uomini, da parte loro, non hanno più l'obbligo sociale o morale di sposare la "fidanzata" con la quale fanno sesso; per di più l'offerta di donne "emancipate" è altissima, tanto da non indurli facilmente alla scelta matrimoniale, carica di responsabilità e di restrizioni del panorama erotico. Sul piano pratico, ci sono le case dei genitori sempre disponibili, una grande libertà di movimenti, nessun divieto di frequentare in coppia non coniugata luoghi e persone. C'è, obiettivamente, anche il problema della precarietà del lavoro, quando c'è, e, in questi ultimi due anni, il peso plumbeo della crisi economica mondiale. Una motivazione non trascurabile della diminuzione dei matrimoni è anche l'immaturità delle nuove generazioni: non considerano certo un onore personale sottoporsi a fatiche e sacrifici. Anzi. Sono abituati, molti giovani d'oggi, ad avere tutto quello che desiderano e a invidiare chi ha di più. Non hanno voglia di darsi da fare più di tanto. Riescono tranquillamente a tenere il piede in più scarpe, sfruttando finché è possibile l'albergo domestico e le cure della mamma, ma, intanto, girando il mondo e sperimentando partner. A un certo punto, con entusiasmo o esitazione, decidono di convivere invece che di sposarsi, pensando per l'ennesima volta di aggirare così le specifiche responsabilità che il matrimonio comporta. Infatti, a fronte del calo dei matrimoni, c'è l'aumento significativo delle libere convivenze. Che anche la donna accetta ben volentieri, salvo pentirsene al momento della separazione, perché priva di garanzie economiche personali. E persino delle possibilità di dividere a metà i regali delle nozze mai celebrate. Molti convivono anziché sposarsi, perché suggestionati dal pericoloso equivoco che, così, "ci sono meno problemi e ci lasciamo quando vogliamo". Invece, anche dalle convivenze, nascono accese battaglie giudiziarie e creativi percorsi di vendette e rivendicazioni. Alcune donne autonome, in carriera, sole, arrivano a rifiutare sia il matrimonio, sia la convivenza nel segno dell'indipendenza assoluta. Intrattengono relazioni sessuali multiple, finché individuano (sovente a insaputa di lui) un padre biologico con un reddito alto, dal quale trarre il vantaggio di un figlio che assicuri loro la vita affettiva e la rendita vitalizia, senza il fastidio del marito per casa. Può darsi anche che molti decidano di non sposarsi per sperimentare ogni giorno tra loro la gioia di confermare la scelta; la capacità di modulare i progetti senza schemi preconcetti; il gusto della solidarietà non obbligata da norme di legge. Questo è, insomma, così articolato, il territorio di pensieri, esperienze, capacità o limiti personali, sul quale dovrebbero in teoria decidersi i matrimoni: obiettivamente ci si meraviglia che ancora ci sia chi voglia sposarsi, salvo che non sia cattolico praticante. Non c'è infatti più fiducia tra uomini e donne. Il tradimento è una regola. Condivisa. Basterebbe il conto quotidiano delle separazioni e dei divorzi, delle denunce di violenze domestiche, dei giornalieri omicidi in famiglia, per scoraggiare anche il più ottimista dei potenziali nubendi. A meno che tutto non si riduca all'organizzazione di una festa indimenticabile. La verità è che il matrimonio, salvo quello di Will e Kate, non è più un sogno per ragazzine, da coltivare e programmare nel tempo, bensì un incubo per adulti incapaci di diventare grandi. Morale della favola: Cenerentola non sogna più di sposare il principe azzurro, ma vuole diventare una Winx; Crudelia Demon si innamora di Peter Pan, ma il matrimonio è continuamente rinviato; la piccola fiammiferaia è impegnata con Aladino in una multinazionale produttrice di lampade; Cappuccetto rosso fa riconoscere un figlio naturale a Barbablu. E nessuno visse mai più felice e contento.

IL GIORNALE - 16 maggio 2011
Quei dieci segreti della bisnonna per tenersi i mariti
La mia bisnonna paterna si chiamava Emilia Bernardini Macor e, dalla fine dell'ottocento, prima sul "Corriere Meridionale" poi sulla "Provincia di Lecce", testate dirette e fondate dal marito Nicola, [...]

La mia bisnonna paterna si chiamava Emilia Bernardini Macor e, dalla fine dell'ottocento, prima sul "Corriere Meridionale" poi sulla "Provincia di Lecce", testate dirette e fondate dal marito Nicola, curava rubriche di costume, moda e cultura. Il titolo delle sue pagine incuriosisce ancora oggi: "Di piatto, di taglio, di punta", "Punti, appunti e puntini", "Farfalle erranti". Ho avuto finalmente l'occasione di leggere i suoi pezzi quando ho ricevuto in regalo il libro della studiosa Annalisa Pellegrino, alla grande giornalista dedicato, edito da Mario Congedo. Un articolo in particolare voglio condividere con i lettori del Giornale, soprattutto per sottolineare quanto fosse significativa la scrittura femminile 106 anni fa (questo pezzo è del 22 gennaio 1905) e, soprattutto, quanto sorprendente. Scritto da una madre di cinque figli, che fumava il toscano mentre si occupava della redazioni del giornale. La mia bisnonna viveva nel meridione d'Italia, ancora oggi considerato dai più territorio di arretratezza culturale e sociale. E, invece, un giornale quotidiano, non certo allora indirizzato a un pubblico anche femminile, grazie agli uomini che lo dirigevano si rivolgeva alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice più che attrice oltre i confini della casa familiare. Erano i tempi di Matilde Serao e Carolina Invernizio; non si poteva pretendere di agganciare il pubblico della buona borghesia con idee progressiste quali il divorzio o la parità dei sessi: tuttavia i consigli che Emilia Bernardini offre in questo decalogo – e che oggi, se seguiti, in parte, darebbero linfa a molti matrimoni disseccati in attesa di divorzio – trovano un'interessante mediazione tra l'apparire moglie docile e l'essere moglie forte. Basta meditare sul significato profondo e strategico, nonché sull'invito alla protezione della propria dignità. In particolare nel suggerimento n. 9 Il Decalogo della buona moglie. 1) Guardati dalla prima contesa con tuo marito, ma se ciò avviene, troncala subito, è meglio che se ne uscissi vittoriosa; 2) Non dimenticare che sei maritata ad un uomo e non ad un santo, acciocché non ti sorprendano le sue imperfezioni; 3) Non tormentarlo ogni momento per denaro, ma cerca di sopperire a tutto con la somma che egli ti assegna; 4) Se tuo marito non possedesse un cuore, egli è fuor dubbio, fornito di uno stomaco, perciò tu farai bene a preparargli cibi buoni e sani, per acquistarti il di lui favore; 5) Di quando in quando, non sempre, lascia a lui l'ultima parola, ciò lo metterà di buon umore e a te non nocerà punto; 6) Leggi, oltre agli annunci di nascita, di matrimonio, di morte, anche gli articoli dei giornali. Sii informata di ciò che succede nel mondo, così fornirai a tuo marito occasioni di poter parlare in casa degli avvenimenti senza che egli vada ad informarsene; 7) Anche in contesa, sìì sempre gentile con lui. Ricordati che tu lo vedevi di buon occhio quando era tuo fidanzato: ora non lo guardare con occhio torvo; 8) Lascia talvolta che egli sostenga di saperne di più di te; egli avrà coscienza della propria dignità e sarà bene che tu ceda qualche volta per dimostrare che non sei infallibile; 9) Sii verso tuo marito un'amica, perché egli sia un uomo prudente; se non lo è, cerca allora di elevarlo a tuo amico, innalzati, ma non abbassarti a lui; 10) Stima i parenti di tuo marito, se non riesci ad amarli, e soprattutto sua madre; egli l'amò molto tempo prima di te". Credo che se le mogli, nel tempo, avessero seguito questi insegnamenti, oggi probabilmente io sarei senza lavoro. Negli anni 70 non ci sarebbero state le battaglie per il divorzio. Le donne sarebbero certo più onorate. Sempre che i mariti, nel frattempo, avessero perso l'inestinguibile vizio di tradire. Perché "farfalle erranti" sono più gli uomini, che le donne (per ora).

IL GIORNALE - 12 maggio 2011
Inossidabili in crisi: oggi il divorzio ha i capelli grigi
Non ricordo chi avesse detto che il matrimonio è un innesto: o attecchisce o no. Forse questa idea valeva ai tempi di chi aveva elaborato l'interessante e rassicurante concetto. Oggi non è più così. [...]

Non ricordo chi avesse detto che il matrimonio è un innesto: o attecchisce o no. Forse questa idea valeva ai tempi di chi aveva elaborato l'interessante e rassicurante concetto. Oggi non è più così. Anzi. Da qualche anno a questa parte, sempre più frequentemente, si assiste al fenomeno dei "divorzi grigi", cioè di quelle coppie che si dissolvono dopo 20/30 anni di matrimonio, quando si hanno i capelli brizzolati e quando, nella visione botanica del fenomeno, non si può certo dire che il matrimonio non appaia avere attecchito. Capita così che a cinquanta/sessanta anni la vita di una famiglia e dei singoli membri si rivoluzioni dalle fondamenta. Normalmente quella è l'età nella quale, almeno una volta era così, le persone credono di essere arrivate a un punto di non ritorno. La vita si è assestata su case, abitudini, amicizie e programmi che risultano, in linea di massima, definitivi. O, per lo meno, soggetti a modifiche parziali e previste. E' infatti quello, un periodo della vita, nel quale emergono problemi nuovi: nonni anziani che si ammalano o muoiono; nipotini che portano allegria ma anche esigenze di accudimento; gli stessi coniugi hanno variazioni di salute o turbamenti legati al pensionamento. Per tradizione, l'essere in coppia e il senso di appartenenza alla famiglia, nonché il comune patrimonio, sia affettivo sia economico, sono stati sempre un punto di forza che ha aiutato i coniugi ad affrontare tutte le novità, anche quelle negative. Probabili, peraltro, e messe in bilancio. In questo nuovo secolo, invece, i valori descritti hanno, per moltissime famiglie, non solo perso l'importanza aggregante, ma addirittura acquistato una pesantezza dirimente. Cioè, gli stessi valori diventano propositivi dell'abbandono: ci sono mariti che lasciano le mogli operate di tumore; mogli che lasciano i mariti pensionati e depressi; coniugi che litigano e diventano violenti dal momento in cui la casa familiare si svuota dei figli; mariti che abbandonano la moglie sessantenne per la squinzia ventenne; mogli insofferenti al marito rivelatosi nel tempo ancora più tirchio, e via dicendo. Perduta l'importanza della solidarietà coniugale, scemato nella rabbia e nell'esasperazione il ricordo dei sentimenti comuni, prevalgono i cosiddetti "diritti individuali", la "ricerca della felicità", il "bisogno di cambiare", la "voglia di ricominciare". A volte le ragioni concrete sono anche valide e giustificabili, perché ci sono coppie che vivono nell'equivoco, nella reciproca sopportazione, nell'indifferenza sentimentale per anni. E' forse un bene che la verità si faccia largo ed emerga, anche se il costo è, comunque sia, molto alto per tutta la famiglia estesa. Altre volte, invece, la scelta di disfare la coppia non è altro che il punto terminale e inevitabile di una serie di comportamenti dei quali sono colpevoli entrambi i coniugi: per esempio, il tradire e accettare nel tempo i tradimenti, porta certamente, prima o poi, alla separazione. Perché non se ne può più, né di subire né di essere "perdonati". Comunque sia, oggi la vita è diventata più lunga per tutti: una volta "nel mezzo del cammin" voleva dire circa trent'anni. Oggi è non meno di cinquanta. C'è inoltre l'ossessione del benessere e quello del pen-essere (viagra) che aiutano a mantenersi in forma e pronti all'uso, in questa società caratterizzata dalla competizione sessuale, dalla desiderabilità permanente. C'è il culto della personalità, della propria personalità, che induce a considerare sovente la famiglia una zavorra da lasciare per strada: la felicità individuale è praticamente diventato un diritto e c'è la convinzione che la coppia – soprattutto se datata – non la garantisca. Meglio cambiare, secondo molti. Infatti siamo nell'era delle molteplici possibilità e, quindi, della sindrome da zapping: basta schiacciare un tasto e si cambia canale, casa, città, nazione, coniuge. Senza dimenticare che c'è pure il mito della giovinezza e, dunque, meglio avere una donna di venticinque anni, piuttosto che la stessa da venticinque anni. Oppure, meglio sole che male accompagnate. Ma, alla base di tutto, secondo me, c'è il fraintendimento macroscopico sul diritto alla felicità: tutti crediamo di avere questa garanzia fin dalla nascita; la società non ci aiuta a chiarire la questione, visto che la felicità ci viene promessa col posto di lavoro, come con la nuova auto, la vacanza, la vincita milionaria. Tuttavia, non c'è niente che dia la felicità in sé e per sé, e cercare di raggiungerla cambiando gli oggetti o i soggetti in grado di darcela, significa solo creare la nostra infelicità e quella altrui. Esattamente come fanno i killer seriali di matrimoni che, invece di considerare un'ipotesi di felicità l'opportunità di creare e perseguire, anche a fatica, un progetto di vita in due, non si limitano ad addizionare, ma addirittura moltiplicano gli addendi: alla fine, i conti però non tornano mai. E così si rischia la bancarotta.

IL GIORNALE - 9 maggio 2011
Che orrore le quote rosa pure tra le lenzuola
L'amore è un mistero e dura finché dura il mistero. Sempre che studiosi, libri e inchieste decidano di farlo durare. Astenendosi possibilmente dal continuare a indagare, descrivere, paragonare. [...]

L'amore è un mistero e dura finché dura il mistero. Sempre che studiosi, libri e inchieste decidano di farlo durare. Astenendosi possibilmente dal continuare a indagare, descrivere, paragonare. Affermare, soprattutto, che «il divario tra godimento maschile e godimento femminile è ancora il segno di una differenza che è venuto il momento di colmare» (presentazione del libro «Il segreto delle donne. Viaggio nel cuore del piacere» di Elisa Brune e Yves Ferroul, Ponte alle Grazie editore). Ma quale divario, quale differenza? E perché «il segreto»? Che differenza ci sarebbe tra l'orgasmo maschile e quello femminile? E c'è anche differenza con quello dei gay? Se si considera che l'orgasmo è una risposta fisiologica a una sollecitazione sessuale, quindi si risolve in una serie di spasmi muscolari, più o meno indirizzati da neurotrasmettitori cerebrali o locali, non c'è proprio alcuna discrepanza. Se, invece, vogliamo approfondire e descrivere come è possibile raggiungere il godimento, allora si apre un mondo di differenze praticamente infinito. Che, tuttavia, non porterà mai a individuare un divario tra il piacere femminile e quello maschile. Quanto, piuttosto, obiettive diseguaglianze tra le capacità di provare o far provare piacere, tra una persona e un'altra. Diversità sostanziali, poi, è inevitabile che ci siano tra i godimenti di due innamorati, due sconosciuti, due reciprocamente esausti dell'altro, quattro o cinque incocainati o uno corazzato di viagra. Le variabili personali, emotive e ambientali possono portare a picchi rapidi di estasi o prolungate sensazioni di piacere, ma anche a niente. Uomo o donna coinvolto che sia. Dunque, in senso «tecnico», il risultato dell'attività destinata al piacere non offre alcuna dissomiglianza tale da provocare decenni di discussioni sul punto. Cambiano, invece, le modalità per raggiungere lo scopo, le qualità di chi vi è impegnato; come pure i sentimenti o l'assenza di sentimenti, le perversioni, le forzature che colorano la scena. Di conseguenza c'è da chiedersi perché si moltiplichino dispute e saggi di sessuologi, sociologi, antropologi e fisiologi in proposito. Non se ne può più; non vogliamo arrivare alle quote rose anche sotto le lenzuola. Ogni donna, consapevole di sé e del suo corpo, sa che cos'è l'orgasmo; non se lo vuole sentire raccontare, né tantomeno pretende di vederlo definire tabù perché sia finalmente svelato. Magari, da un uomo illuso o da una donna frigida. In realtà tutto questo parlare di orgasmi, ha rovinato più di un matrimonio, perché ha messo l'accento sulle reciproche abilità di prestazione dei coniugi che, sottovalutando il legame di storia e sentimenti personali, si sono messi malamente in discussione e poi in competizione con quanti parlano di sesso come fosse la priorità esistenziale. Non esiste il diritto all'orgasmo perenne; ma, chi ci tiene, con la libera sessualità dei nostri tempi, ha tutto il diritto di cercarsi il partner all'altezza delle sue aspettative, prima di progettare una vita in comune per poi mandare successivi, e intempestivi, avvisi di garanzia al prescelto. L'amore, per essere protetto, merita anche la pubblica discrezione su argomenti che appartengono all'intimità e alla libera disponibilità della coppia, senza continui e pruriginosi interventi pseudo scientifici, buoni solo a creare sospetti. In realtà penso che il far credere a una diversità dell'orgasmo femminile, a un segreto, a una pretesa difficoltà nel raggiungerlo, sia, da una parte, l'espressione - estremamente maschilista - della volontà dell'uomo, di ciascun uomo, di sentirsi l'unico capace, con l'arte della propria potenza, di riuscire a provocarlo. Dall'altra, l'alibi, dell'uomo inadeguato, per giustificare il tiepido risultato della propria attività. Entrambe le tipologie maschiliste non vogliono sapere che, esattamente come loro che se ne vantano, le donne - tutte quelle che lo vogliono - sono assolutamente autonome anche nel produrre, in modo eccellente, questo risultato. Però più discrete. C'è, in sostanza, anche la pari opportunità orgasmica tra i generi; le donne, credo, non vogliono essere più discriminate, né fatte oggetto di studi teorici e utilitaristici. Penso, invece, che le donne, tutte tranne le gatte morte, desiderino che l'amore non si confonda più con il sesso - pur essendone una componente apprezzabile - e che, per questo, gli uomini imparino a scoprire dove si trova il vero, autentico, punto G, cioè nel cuore femminile.

IL GIORNALE - 4 maggio 2011
La coppia di fatto scoppia in Tribunale
Nietzsche giudicava il matrimonio "la forma più menzognera dei rapporti sessuali, ed è per questo che gode dell'approvazione delle coscienze pure". Se oggi egli potesse perfezionare il suo pensiero, [...]

Nietzsche giudicava il matrimonio "la forma più menzognera dei rapporti sessuali, ed è per questo che gode dell'approvazione delle coscienze pure". Se oggi egli potesse perfezionare il suo pensiero, dovrebbe tenere conto di un significativo cambiamento sociale: i matrimoni diminuiscono, ma aumenta progressivamente il numero delle libere convivenze. Dunque, Nietzsche potrebbe azzardare l'ipotesi che la gente sia meno menzognera, oppure che matrimonio e convivenza siano la stessa cosa. Ma potrebbe uscire del tutto dal recinto del suo assioma e valutare, una volta per tutte, che i rapporti sessuali non richiedono più alcuna cornice legittimante. In realtà di dove, come, quando e con chi fare sesso non importa più di tanto a nessuno, se non a qualche PM. La libertà sessuale è diventata un diritto individuale, che i giovani cercano di conquistare al più presto, per non sentirsi dei paria, tanto che alcune statistiche segnalano la media dei 12 anni di età quale soglia dell'esperienza relativa. Una volta, nell'incontro tra due persone, si partiva dalla comunicazione dei sentimenti, dei progetti, dell'esperienza, della propria specificità per arrivare, più in generale dopo il matrimonio, all'incontro sessuale. Il matrimonio anche per l'importante influenza cattolica - aveva, appunto, la funzione di legittimare, nel chiuso della coppia coniugale, ogni reciproco entusiasmo dei corpi. Oggi che il sesso è diventato la prima e pressoché indispensabile forma di conoscenza tra le persone, dopodiché c'è la reciproca affannosa e confusa ricerca dei rispettivi sentimenti, il matrimonio ha perso la sua matrice sociale di ufficializzazione e accettazione del sesso tra adulti. I quali, invece, nel segno dell'affermazione dei diritti individuali e della libertà, tendono piuttosto a decidere di convivere senza formalismi. Questa è la forza della democrazia, che è propulsiva di tante libertà e suggerisce alle persone di creare e inventarsi nuovi modi di vivere. Anche l'amore. Negli anni sessanta, la modulazione variegata della struttura familiare, che oggi vediamo e in parte apprezziamo, sarebbe stata impensabile: anche perché la libera convivenza non solo non era praticata, ma in precisi casi addirittura vietata e sanzionata. Il concubinato, appunto, era reato, se coinvolgeva chi era già sposato. Dopo gli anni settanta, la riforma del diritto di famiglia, l'introduzione del divorzio, una più profonda attenzione all'affettività e la trasformazione della relazione tra genitori e figli, hanno cambiato il costume e il sentire sociale. Il matrimonio è diventato a tal punto un affare privato da essere persino considerato inutile: è l'amore che legittima un'unione, senza necessità di formali convenzioni e, tantomeno, delle maglie della legge. C'è peraltro chi sceglie la libera unione per un ideale preciso, e chi è costretto a sceglierla perché, per esempio, in attesa di divorzio. Ma anche chi non vuole perdere i vantaggi di un precedente matrimonio: la pensione, le aspettative ereditarie, un assegno divorzile, la copertura assicurativa. Ci sono i conviventi che, pur volendosi sposare, non lo fanno per non deludere i figli preoccupati di vedersi ridotte le quote ereditarie. Ci sono anche quelli che hanno paura di scegliere, credendo che la convivenza sia più reversibile del matrimonio. Ci sono poi gli omosessuali, che hanno nella convivenza una strada priva di alternative, non avendo l'opzione del matrimonio. In tutti i casi, tuttavia, ci sono gli stessi pregi, difetti e rischi rappresentati e determinati dall'assenza di un regolamento giuridico. Che tuttavia è, quasi sempre, il voluto punto di partenza della decisione di convivere. No matrimonio, no regole. Se non si vuole però che lo Stato invada il privato sentimentale, non si può pretendere di essere dallo Stato protetti e garantiti, quando il sentimento esplode nel risentimento. E, invece, le coppie di conviventi comprano case, risparmiano, costruiscono insieme un tenore di vita. Quando, infine, amore e denaro confliggono fino a distruggersi reciprocamente, c'è sempre uno dei due che chiede alla giustizia di trattare quel "quasi matrimonio", come fosse un vero matrimonio. Ma la disciplina legale del matrimonio (e dunque del divorzio) è fondata su di una serie precisa di diritti e di doveri, che i liberi conviventi hanno abiurato proprio nel momento stesso in cui hanno voluto esprimere il diritto di libertà – costituzionalmente garantito – di affrancare la loro vita affettiva da qualsiasi schema giuridico. Fatto sta, che i Tribunali pullulano ormai di "quasi divorzi"; e molti conviventi si rendono, quindi, conto che il rifiutare le regole non salva dalle cause. Si risparmia il denaro del ricevimento matrimoniale, dell'abito e delle bomboniere, ma c'è il rischio di pagare, al momento del distacco, tante azioni giudiziarie quanti sono i problemi irrisolti in gioco: nella separazione coniugale figli, casa e denaro sono regolati da un unico giudice, mentre i conviventi dovranno trovarsi un giudice per ogni problema da superare. Una donna convivente ma molto abile, può tuttavia – se vuole - salvarsi in extremis: finito l'amore, deve pretendere il matrimonio riparatore!

IL GIORNALE - 30 aprile 2011
Miss Middleton la principessa che piace a chi detesta Cenerentola
Finalmente Cenerentola sposò il principe e vissero tutti felici e contenti. Felici e contenti? Tutti? La favola è tale, solo perché non conosciamo il contenuto delle pagine successive. E nella storia [...]

Finalmente Cenerentola sposò il principe e vissero tutti felici e contenti. Felici e contenti? Tutti? La favola è tale, solo perché non conosciamo il contenuto delle pagine successive. E nella storia di Cenerentola c'erano già gli ingredienti per immaginare il seguito non del tutto idilliaco: lei cresciuta nel suntuoso ruolo di vittima consapevole, disposta a ramazzare pavimenti e a servire le arcigne sorelle tra urla e dispetti; lui atletico e feticista, capace di riconoscere nel piedino di Cenerentola la forza erotica del maschio nobile. Pochi anni; forse qualche figlio a risvegliare intensamente la volontà di sacrificio e accudimento di Cenerentola, tale da farla abbrutire nella devozione della famiglia; poi, come da ineluttabile copione, il Principe si sarebbe annoiato. Il suo erotismo sarebbe stato progressivamente più solleticato dai piedini delle damigelle, se non dalle sadiche provocazioni delle cognatastre. Cenerentola avrebbe appreso con stupore gli inganni, ma avrebbe continuato ad accettarli perché convinta che l'amore sia sacrificio, la famiglia sacra, il marito incontinente, ma bisognoso solo dell'amore (mortifero) di sua moglie. Naturalmente la Fata della Zucca si sarebbe data per dispersa, certa che dalla magia può nascere l'amore, ma dal tradimento è impraticabile qualsiasi resurrezione. Un abile avvocato divorzista avrebbe poi combattuto per l'assegnazione del castello a lei, parte debole e madre affettuosa, mentre il suo, altrettanto abile avversario, avrebbe fatto valere l'ignavia sessuale di Cenerentola e avrebbe fatto passare le scorribande carnali del Principe come legittima difesa a fronte della offensiva trascuratezza muliebre. Difficile conoscere l'esito della causa, perché la Cassazione deve ancora decidere. Certo, non auguro a Will e Kate il percorso scontato e doloroso di tanti matrimoni. Anzi. Però si era già sfruttato inutilmente il termine di favola per Diana, quando tutti ormai sappiamo quanto dolore e rabbia nascondessero i suoi sorrisi in giro per il mondo. Fatto sta che Kate, pur bellissima, ha la faccia da prepotente, abile, intelligente. E Will appare come un orsacchiotto, buono e festoso. Kate se l'è preso. L'ha voluto, l'ha incantato, l'ha lasciato, l'ha ripreso. Non ha sbagliato un gesto. Ha modulato vestiti, comportamenti, dimagrimenti, sorrisi e corrucci in funzione delle reazioni che pretendeva avesse Will ogni volta. Ha tracciato la mappa del proprio territorio emotivo, e l'ha chiamato all'inseguimento; lanciandogli tuttavia razzi luminosi ogni volta che lui perdeva la strada. Del resto lei è laureata in arte, lui in geografia. In amore vince chi fugge, soltanto se il "chi" è in grado di lasciare orme ben visibili. E Kate sa tracciare orme molto artistiche. Da gran regista qual è, saprà diventare anche regina. Non senza, magari, trasformare in attori protagonisti anche i comprimari che ha voluto al suo matrimonio: la sorella Pippa e il cognato Henry. Tenera e profonda l'idea di onorare la fratellanza; ma il farli trovare entrambi sull'altare, l'una in abito bianco e l'altro in divisa, come gli sposi, sembra quasi essere un trailer della prossima puntata della real-fiction. Intervallato sulle televisioni di tutto il mondo, a volte dalle immagini della guerra in Libia, altre dai fedeli di Papa Wojtyla e persino da una specie di anatema dell'Onorevole Di Pietro, in questo spettacolo grandioso ed elegante, un po' fuori tempo e un po' fuori moda, è emersa dall'elegantissimo e sensuale abito da sposa, la faccia di Kate in tutta la sua potenza. Lo sguardo attento e penetrante, la bocca sottile e volitiva, la mascella ferma nel trionfo. Regale, certo. Consapevole della ragion di Stato. Come anche della ragion di Kate. Molto più di tante romantiche principesse, pateticamente luccicanti di lacrime invece che di potere. Questo stesso viso, privo delle ombre dell'incertezza, sovente io vedo nelle trentenni contemporanee. Non hanno dovuto combattere per nulla, non hanno mai avuto necessità di ribellarsi; le madri hanno evitato loro le frustrazioni che genitori rigidi e severi hanno profuso alla generazione precedente. Sono state abituate ad avere tutto. Sono ragazze, donne direi, che sanno ciò che vogliono, ma soprattutto ciò che non vogliono: stenti, sacrifici, attese, incertezze. Hanno tanta autostima, da potere persino essere fiere, a esempio, di fare la escort per mantenere la famiglia e comprarsi una borsa in più. I mariti di queste giovani donne sono tutti uguali: carini, educati, bonaccioni e adoranti. Un po' come William, insomma. Quando si separano, sono i mariti che piangono, vorrebbero tenere i figli, sarebbero disposti a perdonare e ricominciare. Ma queste ragazze con la faccia un po' così, come Kate, diversamente da Cenerentola, non sono disposte al compromesso e tantomeno alla replica in seconda serata: sono loro a dover manovrare la telecamera ed essere registe, protagoniste, sceneggiatrici ed entusiaste spettatrici di ogni film della loro vita. Tutti rigorosamente da Oscar.

IL GIORNALE - 22 aprile 2011
Tutti pronti a emigrare per il divorzio breve
Marinetti, nel suo manifesto del Futurismo, aveva detto, centodue anni fa,«Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». È vero: [...]

Marinetti, nel suo manifesto del Futurismo, aveva detto, centodue anni fa,«Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». È vero: niente è più lontano nel tempo. La velocità del suono, della luce, di internet, dei motori e delle idee, rendono oggi tutto immediatamente percepibile, godibile, raggiungibile. Questo non vale però nel territorio italiano della giustizia: sanzionare un reato o vedere riconosciuto un proprio diritto, ottenere un titolo esecutivo perché sia finalmente onorato il proprio credito, arrivare in sostanza alla fine di un processo giudiziario - e dei tre gradi di giudizio, più gli annessi e connessi procedimenti - vuol dire entrare in una dimensione fuori dal tempo corrente. Accettare e subire tempi biblici, non più compatibili con il pensieroe le azioni che definiscono con prontezza qualsiasi dinamica ed esigenza della nostra società. Il problema è ancora più sentito nel campo dei diritti della persona, e in particolare del diritto di famiglia. Per divorziare, in Italia, se c'è conflitto e considerata la fase indispensabile della separazione, possono servire anche quindici anni. Se c'è accordo tra le parti non meno di quattro:tre obbligatori per legge, uno almeno dalla richiesta alla sentenza di divorzio. Tuttavia siamo in Europa e possiamo godere del regolamento del Consiglio Europeo: secondo un'interpretazione accreditata da molti operatori del diritto, qualunque Tribunale dell'Unione può pronunciare una sentenza di divorzio tra cittadini europei, che risiedano da almeno sei mesi in quel Paese. Anche se non cittadini di quel Paese. Senza bisogno della preventiva separazionee facendo poi trascrivere la sentenza dall'ufficiale di stato civile del Paese d'origine. Gli Stati nei quali trascrivere i divorzi lampo, dovrebbero essere solo Italia, Malta, Irlanda del Nord e Polonia, gli unici Paesi europei che ancora prevedono la separazione prodromica al divorzio. Sembra che negli ultimi cinque anni almeno ottomila coniugi italiani abbiano scelto questo sistema di rapida conclusione del vincolo matrimoniale non più condiviso, superando così le elefantiache attese prescritte dalla legge e aggravate dal funzionamento flemmatico dei tribunali. È evidente che non tutti possono permettersi lo shopping del diritto, andandolo ad acquistare là dove c'è la possibilità di un servizio takeaway. Non solo perché bisogna essere già d'accordo entrambi; ma anche perché, oltre al costo del legale straniero (notoriamente meno imbrigliato dalle tariffe forensi di quello italiano), c'è anche da pagare casa e soggiorno per almeno sei mesi e da organizzare diversamente la vita in Italia. Molti hanno preferito prendere questa strada, invece di aspettare, nella migliore delle ipotesi i fatidici quattro anni. Ma quanti di loro avranno fatto le cose correttamente e quanti invece avranno imbrogliato entrambi gli Stati coinvolti, ricorrendo a opportuni escamotages per avere tutte le carte a posto? Se un cittadino italiano deve organizzare truffe per ottenere subito all'estero ciò che in Italia si propone come un'ipotesi incerta e a lungo termine, è ovvio che lo Stato italiano non possa non pensare seriamente e subito ad adeguare l'ordinamento giuridico(e giudiziario!) alle esigenze manifestate dalla società. C'èl'ostacolo, però, della matrice cattolica di molti parlamentari, a impedire la facile attuazione di quella che,secondo me,è la soluzione migliore: e cioè l'introduzione di una legge che offra la possibilità di scelta tra separazione e divorzio. In realtà l'ostacolo sarebbe superato dal fatto che ai cattolici convinti rimarrebbe pur sempre la possibilità di preferire ancora la separazione, utilizzandola come periodo di riflessione, per l'eventuale divorzio o la riconciliazione. Ma i laici, anche quelli non così abbienti da comprarsi una temporanea residenza straniera, vedrebbero almeno il loro diritto attuarsi in tempi ragionevoli. C'è da dire, a proposito di Stati esteri,che molti si rivolgono ai tribunali ecclesiastici (giurisdizione Città del Vaticano) perché, a volte, la nullità del matrimonio è più veloce da ottenersi che non il divorzio. E, dunque, se vogliamo ancora poter definire il nostro Paese la culla del diritto, senza che il diritto sia denutrito e maltrattato dai suoi stessi genitori, è necessario che i parlamentari italiani si alzino dalle loro sontuose poltroncine e vengano in trincea per vedere che cosa succede nel mondo dei divorzi: i giudici e gli avvocati italiani stanno perdendo credibilità a favore dei loro colleghi stranieri ed ecclesiastici; i coniugi, certamente desiderosi di regolamentare con celerità vite, patrimoni e figli, emigrano a tempo nelle città europee, se ricchi; se poveri, invece, pagano il fio dell'inefficienza statale, e a lungo pagano gli avvocati anche di più di quanto basterebbe. Quelli che hanno davvero molta fretta,preferiscono uccidere il coniuge. In Italia si conta ogni giorno un omicidio in famiglia. Sanno, gli assassini, per altro, di essere pienamente garantiti dalla lentezza ipertrofica della giustizia, dalla prescrizione, dagli sconti di pena. Sovente, per un omicidio, dopo nove anni si può ricominciare a vivere. Perché, forse pensano costoro, spendere denaro e aspettare quindici anni per un divorzio sudatissimo e incerto? Con buona pace dell'apprezzamento dell'entusiasmante velocità, da parte di Marinetti.

IL GIORNALE - 9 aprile 2011
L'anello al dito non fa la felicità (delle donne)
Le donne sposate, quanto meno tra ventiduemila persone nel mondo intervistate dai sociologi dell'università di Colonia, dichiarano di essere più felici delle non sposate. Pare infatti che la loro [...]

Le donne sposate, quanto meno tra ventiduemila persone nel mondo intervistate dai sociologi dell'università di Colonia, dichiarano di essere più felici delle non sposate. Pare infatti che la loro autostima sia nutrita e gratificata dal fatto di «averlo convinto» al grande passo; cosa che, a loro parere, non sono riuscite a fare le non sposate, conviventi o single. La coppia coniugata, dunque, sarebbe più felice, anche per il maggior grado di soddisfazione della donna. Se confrontiamo questo dato con quello delle separazioni, dal quale apprendiamo che la domanda è proposta nella percentuale del 76% dalle mogli, non possiamo che concludere giudicando la donna il motore di tutto. Del fare e del disfare. Del cantare e del suonare. Tuttavia, voglio raccontare di Renzo e Lidia, sposi da cinquantasei anni. Ieri era l'anniversario di nozze; a un'amica che faceva loro gli auguri e i complimenti per la resistenza della coppia, Lidia ha risposto: «Certo, ci sono i pro e i contro a restare insieme per tanto tempo. Ma il problema fondamentale è che "il contro" è lui, sempre quello, lo stesso per tutta la vita». Dunque, per ritornare allo studio dei sociologi di Colonia, e alle risposte, può sembrare che alle donne piaccia più l'idea del matrimonio che non il partner di per sé. E che, quindi, sia altrettanto gratificante decidere di separarsi, quando del partner non se ne può più. Salvo che si tratti di un fantastico e rarissimo Renzo. E di un'ironica, ma tenace, Lidia. È indubitabile che la considerazione del matrimonio sia significativamente cambiata negli ultimi trent'anni. In proporzione, peraltro, ai mutamenti giuridici, sociali e personali della donna. Che non ha più come unico e fondamentale obiettivo il matrimonio, perché raggiungimento dello status sociale e della sicurezza economica. Anzi. Le donne oggi sono molto motivate all'affermazione dell'«io», più che del «noi». Alla strutturazione diversificata della propria identità e dell'autonomia economica, più che all'idea della formazione di un presepe familiare. Al punto che molte donne privilegiano, spesso in zona Cesarini, più la maternità, anche con mezzi autonomi, che non la coppia. La coppia, invero, è il più serio problema dei nostri tempi. La famiglia ha dichiarato lo stato di crisi, proprio quando il sentimento è diventato la variabile dell'unione coniugale. I diritti, anche emotivi, del singolo ormai prevalgono sull'istituzione familiare e sui reciproci doveri. Hanno poco da essere contente quelle signore che si stimano per «averlo convinto»: non è una garanzia di felicità, perché dietro l'angolo c'è sempre, appostata e determinata, una donna più giovane, e più spregiudicata, che lo può convincere a lasciare la strada vecchia per la nuova. In realtà, più delle donne sposate e più delle conviventi, sembrano molto rilassate ed entusiaste le «sole», sia per scelta sia per destino. Condividere è bello, dicono, ma anche gravoso e condizionante. Se non sei in coppia non devi rendere conto; non è d'obbligo coinvolgere, chiedere e dare; non devi negoziare e non scendi a compromessi; hai diritto di cambiare programma, anche televisivo; puoi non parlare se non hai voglia e se hai voglia telefoni; non devi ridere alle barzellette patetiche; nessuno ti occupa il bagno; puoi russare serena senza subire il russare e le rimostranze dell'altro. C'è la libertà di avere una o cento storie, a debita distanza, e finché si è felici di coltivare quel sentimento. Non è vero che una scapola soffra la solitudine più di un'ammogliata: ci sono tante donne che aspettano il marito tutto il giorno, per cenare in silenzio e dormire da estranei. Ce ne sono altrettante che vivono la cosciente mortificazione del tradimento quotidiano. Altre ancora, fanno finta di non accorgersi che il creduto principe azzurro è un emerito idiota. C'è dunque da domandarsi come possano affermare di essere più felici delle non sposate, quelle donne del sondaggio tedesco. Forse, con la tipica solidarietà femminile, volevano provare l'ebbrezza di essere invidiate dalle loro simili «soltanto» conviventi. Forse erano da poco tornate dal viaggio di nozze; forse avevano ancora tra le mani la pistola fumante del convincimento; probabilmente l'idiota, il traditore, il depresso indossavano ancora l'abito azzurro del principe. Certamente erano in fase di rodaggio e non avevano fatto tutti i tagliandi del matrimonio, non potendosi così rendere conto dei costi gravosi dell'unione coniugale nel ventunesimo secolo. Un tempo nel quale uomini e donne, convinti di parlare la stessa lingua e di convivere sul medesimo piano di parità sociale, sono invece sempre più sconosciuti gli uni alle altre. Sempre più portati a coltivare obiettivi antitetici. Sempre meno disposti a mediare i rispettivi egoismi. Più insofferenti e meno curiosi dell'altro. Senza dubbio c'è molta responsabilità della donna, che ha rotto gli argini al fiume in piena del suo nuovo conquistato modo di essere. Ma, bisogna davvero dirlo, gli uomini non sono proprio capaci di nuotare.

IL GIORNALE - 31 marzo 2011
Tra moglie e marito non mettere Fido
Se dobbiamo parlare di quegli animali dei coniugi in guerra, non ci riferiamo ora alle persone rabbiose e vendicative, ma proprio ai cani, ai gatti e persino ai serpenti che possono costituire [...]

Se dobbiamo parlare di quegli animali dei coniugi in guerra, non ci riferiamo ora alle persone rabbiose e vendicative, ma proprio ai cani, ai gatti e persino ai serpenti che possono costituire l'insolito oggetto del contendere. O persino la causa determinante la separazione. Nel 2010 sono stati, infatti, gli animali a essere protagonisti di oltre 50 mila contese giudiziarie. Non solo perché micce di bombe a orologeria condominiali, in quanto portatori di rumore, disordine, sporcizia e danneggiamenti - per evidente incuria dei loro padroni – ma anche perché trofei da conquistare da parte di entrambi i coniugi in via di separazione o dichiarato motivo di paralisi del desiderio sessuale. L'ultima storia ha come scenario Trento. Due coniugi si azzuffano perché lei pone in cima alla scala gerarchica delle sue priorità il cane: in funzione dell'amico a quattro zampe della donna, viene modulata infatti la vita coniugale, sociale e affettiva della coppia. La scelta delle ferie, del ristorante, del cinema o della cena tra amici impone che vi sia una chance perché anche "lui" vi possa partecipare. Probabilmente anche i momenti dedicati al sesso, sono più o meno ritmati sui bisogni del cane. Il marito, offeso dalla quotidiana postergazione della propria dignità e delle aspirazioni connesse al progetto di coppia, lascia la "cuccia coniugale" e chiede la separazione con addebito alla moglie della responsabilità della frattura matrimoniale. Poco tempo prima, un altro marito aveva chiesto all'AIDAA (Associazione Italiana per la Difesa degli Animali e dell'Ambiente) di sfrattare d'urgenza dal letto coniugale il gatto, imposto dalla moglie, poiché freno inibitore di qualsiasi attività sessuale. La moglie, più giovane di vent'anni, si era difesa sostenendo che la presenza del gatto, cosiddetto voyeur, non fosse altro che un alibi del marito, ormai inabile di per sé. Ricordo che oltre vent'anni fa, quando l'affido condiviso era di là da venire, suggerii a una coppia che si stava separando, di dirimere il contenzioso accesissimo sulla proprietà del cane e del gatto, tenendoli in affido congiunto e alternato uno alla volta ciascuno. L'idea piacque e per circa un anno i coniugi si incontravano per lo scambio degli animali ogni quindici giorni. Finché entrambi furono costretti a recarsi dal veterinario, perché gli animali presentavano disturbi all'umore e una sorta di disarmonia affettiva. Il veterinario, a differenza di ciò che pensano molti genitori sconsiderati, e molti giudici sulla serenità psicologica dei bambini, ritenne che fosse necessario garantire alle bestiole un periodo di stabilità nello stesso territorio, affinché riacquistassero l'equilibrio emotivo e la ridefinizione dei loro confini ambientali. Fu così che la coppia, ormai separata, decise di riunirsi per l'estate nella comune casa di campagna non ancora venduta, immolandosi sull'altare del sacrificio per amore del cane e del gatto. E fu così che non si lasciarono mai più, perché da quell'estate terapeutica spuntò una gravidanza, attesa disperatamente nei frustranti dieci anni prima dell'estemporanea separazione. Secondo Danilo Mainardi le mamme dovrebbero imparare dalle femmine degli animali ad allevare i bambini, forse così potendo educarli meglio all'autonomia e non strumentalizzandoli mai. Freud addirittura, pensava che le persone siano incapaci di amare e confondano l'amore con l'odio, mentre i cani sanno amare gli amici e mordere chi è loro ostile. Si incontrano persone così innamorate della loro bestiola che, per esempio, non fumano in loro presenza se sanno che procura starnuti a ripetizione; rinunciano a prendere l'aereo per non costringerla alla tortura della stiva; vivono il lutto della sua morte fino al punto di dimagrire e andare in depressione. Certo, considerando le storie coniugali che si frantumano a causa della presenza ossessiva di un cane e di un gatto, verrebbe voglia di approfondire meglio le consistenze sentimentali in discussione: dati per scontati l'affetto per gli animali, gli scodinzola menti, le fusa e gli sguardi dolci, c'è da chiedersi se dal coniuge si pretende altrettanto (e non c'è), oppure se, a parità di fusa e di affettuosi lambire, le moine coniugali non vincono il confronto e appaiono deludenti. E, dunque, prima di accusare le bestie, sarebbe bene un esame di coscienza da parte degli uomini e delle donne che si lamentano della presenza opprimente e tormentosa di un cane e di un gatto sul talamo coniugale. Ha in sé qualcosa di affascinante e misterioso lo studio delle relazioni tra uomini, donne e animali. Forse perché gli animali si astengono da ogni commento, e noi possiamo interpretare la dinamica delle relazioni secondo il nostro carattere e i nostri valori. Mi piacerebbe sapere, per esempio, cosa pensano le rane delle donne che tradiscono se stesse mascherandosi con botox e silicone: le rane sono l'etica dell'antiestetica, giacché, grasse, brutte, rugose, sgraziate come sono, cantano rauche e felici tutto il giorno. E riescono a trovar marito senza drammi, ripopolando sistematicamente gli stagni. Le donne, invece, anche quelle che diventano avatar di se stesse pur di trovare un uomo, trascurano poi il marito per dedicarsi a un cane. Sarà forse vero, allora, che più si conoscono gli uomini, più si apprezzano i cani?

IL GIORNALE - 28 marzo 2011
Bocchino chiede scusa alla moglie
«Amore e non dovere mai chiedere scusa», affermava la protagonista del film "Love story", aprendo così un intenso dibattito tra i giovani degli anni '70. I maschi sostenevano che il significato fosse [...]

«Amore e non dovere mai chiedere scusa», affermava la protagonista del film "Love story", aprendo così un intenso dibattito tra i giovani degli anni '70. I maschi sostenevano che il significato fosse quello di dovere accettare qualsiasi cosa dall'amato, poiché in amore la comprensione supera qualsiasi necessità di giustificazione. Le femmine spiegavano, invece, che, amando, non ci si mette mai in condizione di fare cose sgradite all'amato. Solo così non si dà dispiacere all'altro e non si crea l'occasione di scusarsi. Credo che anche oggi un sondaggio attesterebbe su pressoché identiche posizioni il genere maschile e quello femminile. Con qualche eccezione; tipo Bocchino. Che ha trascurato del tutto l'ipotesi di non dare, prima di farlo, un dolore all'amata, tradendola poi per lungo tempo; per di più, dopo averle fatto ingoiare l'amarissimo boccone, le ha chiesto scusa a mezzo stampa. In sintonia con quanto aveva già fatto la moglie tradita, col rilasciare a una rivista alcune dure dichiarazioni sul marito. Non solo: sembra che Bocchino abbia detto che, proprio leggendo la rivista, avrebbe capito l'enormità della sofferenza subita dalla moglie, a causa degli errori da lui commessi. A parte il fatto che non è da gentiluomini definire apertamente l'altra un «errore», anche la spiegazione sul perché delle scuse, inquieta un poco. Qualsiasi donna sarebbe, infatti, profondamente mortificata nell'intuire che il suo uomo ha avuto bisogno di leggere un giornale, per capire la grandezza del dolore infertole col tradimento. Non c'è una scienza rigorosa da studiare e da applicare, per sapere come fare felice chi amiamo - e infatti si va un po' per tentativi -, ma certamente tutti sappiamo cosa fare per non fargli del male. Il tradimento è certo un male. Anzi, il male. Prima di farlo, durante e dopo. Se, poi, l'infelice malcapitata lo vive in diretta e decide di sopportarlo ogni giorno, in attesa della fine, il male si moltiplica all'ennesima potenza, permeandole l'anima di fumi velenosi che bloccano il respiro della vita. Non basta certo una scusa del tubo (catodico) a cancellare dai pensieri e dai ricordi della tradita ogni secondo passato, segnato da ansie, lacrime e menzogne. Certo, le scuse pubbliche costituiscono pur sempre una brezza leggera che si limita però a lenire il bruciore della ferita all'orgoglio, socialmente condivisa. È vero, anche, che è un dovere rispettato dalle persone bene educate il chiedere scusa quando si è commesso uno sbaglio. Uno sbaglio, però. E, in genere, quando si è in buona fede e si è autenticamente mortificati, perché non c'era la volontà di offendere o colpire l'altro. Tipo una gaffe, pestare un piede, dimenticare una data o una cosa. È già più strano, fare e accettare scuse dopo che si è trafitto più volte qualcuno e lo si sta sbudellando. Il tradimento e il senso di colpa "ex post", danno appunto questa idea di anomalia e insensatezza alle dichiarazioni scusanti. Non è certo eroico il chiedere scusa in questi casi; è nobile e coraggioso, invece, l'accettarle. E ancor più valoroso il perdonare. Se non altro perché la storia insegna, e ancor più le statistiche, che, chi infligge una grave offesa come il tradimento - nella amicizia, in amore e sul lavoro -, è destinato a ripetersi con infinite variabili sul tema. Addirittura tradendo il valore e il motivo delle stesse scuse che avanza: come interpretare, altrimenti, la giustificazione che Bocchino dà, a se stesso, di essere stato vittima di un duro attacco politico che ha «fatto leva sui suoi affetti»? È più grave ciò che egli ha fatto alla moglie o il fatto che i nemici lo abbiano raccontato? Scuse bizzarre e pelose, quelle pubbliche, comunque sia, se è la vittima a porgerle a un'altra vittima.

IL GIORNALE - 25 marzo 2011
Così le donne combattono il Raìs maschilista
Si potrebbe dire "da bottino di guerra a bottone di comando". Le donne infatti, dopo essere state, nei secoli, ambita preda dei guerrieri, oggi sono, a pieno titolo, indifferenziate tra gli uomini nel [...]

Si potrebbe dire "da bottino di guerra a bottone di comando". Le donne infatti, dopo essere state, nei secoli, ambita preda dei guerrieri, oggi sono, a pieno titolo, indifferenziate tra gli uomini nel decidere interventi militari e nel partecipare da protagoniste alla guerra. Che poi la si voglia, questa, definire, con audace ossimoro, "guerra umanitaria" è un'altra storia: non può essere tale, solo perché ingentilita da donne. Fatto sta che, la decisione di entrare in guerra, l'ha presa il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton, sbriciolando, con golosa perversione, le esitazioni di Obama. Contemporaneamente l'ambasciatrice dell'Onu, Susan Rice, intrepida è riuscita a convincere tutti i paesi del Consiglio di sicurezza a non porre il veto alla risoluzione autorizzativa dell'intervento militare. Si è subito schierata a favore anche Samantha Power, una volta nemica della Clinton e oggi assistente alla Difesa. Sul Times, i tentennamenti, femminili (?), di Obama sono stati ridicolizzati da Anne Marie Slaughter, in passato consigliera di Clinton. E non è finita: chi comanda le forze aeree Nato è la bionda Margaret Woodward; mentre due piloti donna eseguono gli attacchi; l'una, italiana, guidando un caccia Eurofighter e l'altra, inglese, un Tornado. Solo uno degli aerei costa 125 milioni di sterline. In Italia, dal 20 ottobre 1999, la legge 380 ha abbattuto l'ultimo ostacolo alla reale parità tra i sessi: prima di allora esisteva il divieto rigoroso alle donne di partecipare agli organismi di difesa dello Stato. Dunque, non c'è da meravigliarsi che le donne siano interpreti e cuciniere del gusto della guerra, malgrado da più parti si sostenga che, se governassero le donne, non ci sarebbero più guerre nel mondo. E allora come la mettiamo con le Amazzoni? Che siano davvero esistite o facciano parte di una narrazione mitologica resistita nei secoli, poco importa. La storia o l'idea di un popolo guerriero – perché questo sarebbero state – esclusivamente femminile, nega all'origine l'ipotesi del pacifismo connaturato nella donna. Ci saranno pure donne concilianti al mondo, ma sono tante quanti gli uomini. Il resto, per entrambi i generi, è costituito da persone bellicose. Senza discriminazioni di genere. Anzi, si potrebbe persino dire che le donne, una volta acquistata l'opportunità per diritto certificato dalla norma, possono dimostrare nel combattimento, in qualunque genere di conflitto, più reattività e determinazione degli uomini. Hanno, infatti, nel loro dna storico, una tale esperienza di violenze subite, sopraffazione, oltraggi e prepotenze da essere in grado oggi di insorgere con più fermezza, forti come sono diventate per aver dovuto resistere alle soperchierie altrui. E' significativa dunque l'alleanza transnazionale delle donne guerrafondaie, quando il nemico è stato prontamente identificato in Gheddafi, dittatore e maschilista all'eccesso. Chi per secoli ha subìto e non aveva dalla sua parte la forza del diritto, ora impugna l'arma di quello stesso diritto per svelarsi attiva e combattente; tutt'al più celandosi, con seduttiva astuzia femminile, sotto la trasparentissima veste "umanitaria". Che poi le donne possano essere spietate e feroci, come e quanto gli uomini, non è scoperta dell'alba di oggi. Basterebbe seguire ogni giorno le storie familiari nel momento patologico della disgregazione coniugale, per capire che, da ormai un decennio, il sesso debole non è più quello femminile e che gli autentici predatori, anche di frodo, si contano più tra le donne. Sicuramente fra quelle infraquarantenni che, ove fossero arruolate, in qualsiasi arma, oltre il 3% di quante se ne contano ora, si dimostrerebbero strateghe – sia in attacco che in difesa – molto più abili, acute e tempestive di qualsiasi coetaneo. Basti, ancora, ricordare la vicenda di Giovanna D'Arco che, pur ignorante di qualsiasi tattica militare, si mise a capo di un esercito di 7000 uomini e sconfisse gli inglesi oppressori per riportare il Delfino sul trono di Francia. Ponendo così termine alla guerra dei cent'anni. Se ciò poteva succedere nel 1400, quando le donne erano prive di qualsiasi riconoscimento e garanzia giuridica, figuriamoci oggi che hanno un Ministero loro dedicato. Oltre a tutto il resto. In Libia, invece, le donne non comandano, ma molte di loro costituiscono lo scudo di guardia personale del dittatore. Sempre che siano giovani e sappiano portare con leggiadra voluttà il basco rosso della divisa. Mi sorge a questo punto un dubbio: che questa guerra sia in realtà una lotta armata tra donne che esercitano il potere sull'uomo e donne che dall'uomo si fanno governare? Se così fosse, non ci sarebbe nulla di nuovo, se non la mediatica e legittimata espansione di un fenomeno vecchissimo, in ragione del quale i sentieri della storia sono lastricati da cadaveri di uomini che, in un modo o nell'altro, sono condizionati dalle femmine di cui si circondano o da cui sono accerchiati. E che combattono tra loro. A ben pensarci, ogni guerra nasce dall'inganno e ogni donna è maestra d'astuzia.

IL GIORNALE - 16 marzo 2011
La moglie sbugiarda Bocchino
Ci vuole coraggio a essere la moglie di un politico. Ci vuole coraggio ad accettarne il tradimento. Ci vuole ancora più coraggio a tenersi il marito mentre si raccontano al mondo le sue malefatte. [...]

Ci vuole coraggio a essere la moglie di un politico. Ci vuole coraggio ad accettarne il tradimento. Ci vuole ancora più coraggio a tenersi il marito mentre si raccontano al mondo le sue malefatte. Gabriella Buontempo è senza dubbio una donna coraggiosa. Capace di governare e smaltire quel dolore che esplode e devasta, e si accompagna sempre all'amara delusione dell'inganno. Ci sono due scuole di pensiero sui tradimenti coniugali: l'una li dà per scontati e pratica l'idea, se non sempre del perdono, certamente della tolleranza; l'altra è intransigente e afferma che, alla scoperta del misfatto, si debba interrompere il percorso insieme nel futuro. Ci sono invece più scuole di pensiero tra i complici del tradimento, cioè tra coloro che rendono possibile la slealtà coniugale con la loro disinvolta partecipazione. Esistono gli amanti per gioco, per sfida o per noia. Pullulano gli amanti interessati, quelli che si fanno usare e quelli che usano. C'è chi crede di essersi innamorato e non è solidale né con la coppia, né con se stesso, giacché si sta fidando di un traditore. Il tradimento è sempre produttivo di dolore, per tutti coloro che sono in buona fede. È l'inizio di una serie di guai, per chi invece è in malafede. Tuttavia è molto praticato e molto in auge. Da sempre. Malgrado tutto. Forse perché alcuni giudicano il matrimonio una prigione, come quando non esisteva il divorzio; altri lo interpretano come una sicurezza sociale e un'istituzione, senza obbligo di responsabilità affettiva verso il partner. Fatto sta che molti credono ancora all'importanza della coppia; alla reciproca lealtà, all'impegno sentimentale. Non controllano, non temono. Ce la mettono tutta per regalare all'altro cure, attenzione e quintali sprecati di fiducia. L'altro, di converso, prima o poi tradisce. Colto in fallo, dapprima nega, poi rende parziali ammissioni, sminuisce, banalizza e, infine, o viene cacciato o riesce a tergiversare: fingendosi costernato, giurando di avere troncato, colpevolizzando vilmente l'amante, ripromettendo «amore». Con la faccia, ormai indelebile, del traditore ben nascosta dietro la maschera ridicola del pentimento. E il coniuge, soprattutto se donna, ci casca; sempre che non abbia colto l'attimo fuggente dell'indignazione per liberarsi (anche qui ci vuole coraggio, però) delle insidiose carezze di chi ormai è nemico. Perché è certamente un nemico chi trama alle tue spalle per darsi un piacere che per te è dolore soffocante. Ecco perché ho sempre ammirato, pur non condividendone il comportamento, chi riesce a convivere con un partner traditore: ci vuole una forza emotiva molto grande e variegata, se si è convinti di amare l'altro e non lo si fa per interesse economico o sociale, a ingoiarsi ogni giorno l'amarezza della menzogna e dell'imbroglio; a digerire l'inevitabile confronto col nuovo oggetto del desiderio; a masticarsi le parole di rabbia e di disprezzo trattenute per evitare di ferire il feritore. A bruciare kili di se stessi (il tradimento, per il tradito, è l'unica dieta dimagrante che funzioni) nell'attesa quotidiana che la coppia si ricomponga e il terzo incomodo evapori all'improvviso. Quasi sempre non succede e spesso, dopo il terzo, appare il quarto, il quinto e via dicendo. A un certo punto, come è successo a Gabriella Buontempo, neanche al più forte e più convinto dei propri sentimenti, è possibile far finta di niente. L'orgoglio e la dignità si alleano per dare forza a un cuore distrutto e ai pensieri confusi e devastati. Non si può più essere considerati «lo scemo del villaggio», quando anche gli altri sanno e la rivale, per esempio, dice, paradossalmente anche se parlando d'altro, «l'apporto delle donne all'avanzamento sociale e civile del Paese è smisurato». Mia nonna diceva sempre «un uomo con due dame fa la fine del salame: a fette». Certe volte ce n'è per tutte in abbondanza, ma quando l'uomo è piccolo piccolo (di sentimenti, di potere, denaro, statura morale) alla fine non resta, a tutti, che lo squallore dei ricordi e delle aspettative maldestramente distrutte. Quasi sempre, per un niente e senza un vero perché.

IL GIORNALE - 3 marzo 2011
E' lo snobismo della sinistra a fare delle donne il sesso debole
Ancora si discute su quale e quando sia stata l'origine della giornata della donna, tanto che alcuni hanno parlato di un vero e proprio giallo; altri di un falso storico. C'è chi fa risalire la [...]

Ancora si discute su quale e quando sia stata l'origine della giornata della donna, tanto che alcuni hanno parlato di un vero e proprio giallo; altri di un falso storico. C'è chi fa risalire la storica celebrazione al 1908, dopo un incendio in una fabbrica di camicie a New York, nel quale arsero vive centinaia di operaie, che l'avevano occupata per protestare contro lo sfruttamento dei datori di lavoro al loro danno. Altri raccontano della nascita del Women's day che, dal febbraio 1908, il partito socialista di Chicago organizzava in un teatro, affinché si potesse discutere del diritto di voto femminile e della strumentalizzazione del lavoro delle donne. In Europa cominciò ad affermarsi «il giorno della donna» dopo il 1911; e così in Russia, sempre a cura delle organizzazioni politiche socialiste. Nel 1921, la seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, decretò la data dell'8 marzo «giornata internazionale dell'operaia». In Italia nel 1922 fu per la prima volta celebrato il giorno della donna per iniziativa del partito comunista e nel ricordo della parte significativa che avevano avuto proprio le donne nel rovesciare lo zarismo. Dal 1946, per un'intuizione di Teresa Noce e Rita Montagnana la mimosa divenne il simbolo italiano di questa giornata. Che, fra alterne vicende politiche di segno opposto e, dunque, sempre in bilico tra l'accettazione incondizionata e il rifiuto più o meno motivato, sopravvive ai nostri giorni. Tuttavia, ormai e purtroppo, connotata da contorni e contenuto di bieco stampo commerciale. Col paradosso per cui le donne, che cent'anni fa combattevano contro lo sfruttamento ora si fanno apertamente sfruttare da aziende alimentari, ristoranti, discoteche, negozi in genere e fiorai che, nel loro nome, vivono una giornata di bengodi. Per non parlare del gesto volgare di gratificare la femminilità con spettacoli di spogliarellisti, partecipazioni speciali di tronisti, crociere sponsorizzate con corsi gratuiti di burlesque. Dalla lotta per il diritto al voto all'apologia del letto disfatto, come se niente fosse. Danzando sulle spoglie delle operaie, di Rosa Luxemburg e delle femministe. Dal 1975, che è stato dalle Nazioni Unite celebrato come l'anno internazionale della donna, l'8 marzo dovrebbe in tutto il mondo ricordare e onorare la crescita sociale e giuridica femminile, prestando tutti attenzione all'effettiva affermazione di uguaglianza e di parità fra i sessi. Invece, tra lazzi, frizzi e cachinni, oggi l'8 marzo si «fa la festa» alle donne; le si adorna di un fiore metafora di per sé dell'effimero; si dà loro una pacca «amorevole», poco più giù della schiena, e la coscienza civile si sente pulita. Ma, quel che è più squallido, molte donne ne sono appagate. Non solo: nell'ambito del genere femminile, addirittura si creano schieramenti opposti, sì che ciascuno possa rivendicare per sé un giorno da festeggiare. L'8 marzo, quelle che si dichiarano non in vendita, non merce di scambio per i festini, al fine di distinguersi dalle altre, marceranno in piazza accolte da lenzuola bianche alle finestre, per riprendersi la città e la vita pubblica. Altre, invece, il 5 marzo organizzeranno la prima conferenza nazionale sul lavoro e l'occupazione femminile, auspicando di aprirsi a un confronto con tutte le forze politiche. Altre ancora, si preparano per il 4 marzo, quando ci sarà una maratona in discoteca e la premiazione delle agenzie pubblicitarie che hanno tutelato l'immagine femminile contro i vieti stereotipi. Poi ci saranno quelle che festeggiano con leggerezza, quelle che si faranno bovinamente festeggiare, e quelle che se ne infischiano ora e poi. Ognuna di queste posizioni ha il suo gradiente di positività e il suo lato negativo; ma, nell'insieme, che proposta di sé sanno dare le donne che si dimostrano incapaci di unirsi persino nel loro nome? Che senso ha dividersi a compartimenti stagni, quando insieme costituirebbero un coro entusiasta, possente e indimenticabile? È evidente che da una parte c'è uno snobismo insopportabile che, malgrado le idee politiche, solo ventilate, di fratellanza e uguaglianza, impone loro di distinguersi da quella massa giudicata grassa e godereccia. Dall'altra, invece, c'è un'indissimulabile convinzione di sudditanza culturale e storica alle sorellastre di sinistra, tanto da sentire l'obbligo di inventarsi soluzioni differenti, pur concrete, destinate a evaporare passata la «festa». In mancanza di un direttore d'orchestra e di uno spartito comune, gli strumenti,che suonano ciascuno la propria musica, creano rumori inestricabili e indigesti fastidi. Sono convinta, come Gandhi del resto, che la donna non sia il sesso debole. Anzi. Un insieme di donne lo diventa, tuttavia, quando è incapace di allearsi (pur nella libertà di dissentire dalle scelte altrui); non esercita la solidarietà; non apprezza la differenza preziosa e irrinunciabile che ciascuna sa e può manifestare. Tutte, invece, devono poter essere certe di contare sull'accoglienza generosa di ogni altra donna, sola e con le altre. Devono poter sperare nel disinteresse politico e nell'altruismo operativo. Solo onorando, davvero, la sorellanza si può rimanere fiere di essere donna e accettare che continui a esserci un giorno a noi dedicato. Senza alcun imbarazzo, solo se con-diviso seriamente con tutte le altre.

IL GIORNALE - 22 febbraio 2011
Madri che usano le donne
Si racconta che tra i ricchi americani si usi dire che le tre situazioni più impegnative e lussuose della vita debbano affrontarsi sempre con un contratto di locazione e mai d'acquisto, per non avere [...]

Si racconta che tra i ricchi americani si usi dire che le tre situazioni più impegnative e lussuose della vita debbano affrontarsi sempre con un contratto di locazione e mai d'acquisto, per non avere problemi di manutenzione: the float (navigare) to fly (volare) to fuck (fare sesso) always for rent. A questo punto bisogna superare il limite del gioco delle tre F, considerato che oltreoceano sta diventando una moda anche quella di prendere in affitto l'utero (uterus for rent) per farsi i figli. Passi Elton John che non ha l'utero, ma, dopo Sarah Jessica Parker, anche Nicole Kidman ha pensato bene di adeguarsi al trend, affidando a un'altra donna il confezionamento della sua nuova bambina. Mi fa orrore questo sistema. Rimango sempre dell'idea che ci sono tanti, troppi bambini nel mondo soli e infelici, e desiderosi di avere una famiglia. Ciononostante, ormai molte donne riescono a pensare, capricciosamente, di ordinarne uno su misura in appalto, quando non possono o non vogliono seguire la natura. O, preferiscono, non avere i fastidiosi problemi di manutenzione. In qualche raro e sporadico caso la maternità surrogata può avere un'ipotetica labilissima ragione, anche se difficile da capire. In linea di massima penso, però, che alla base di questa scelta spregiudicata ci sia sempre l'egoismo. Prendiamo il caso di Nicole Kidman: ha una figlia sua e due figli adottivi; non paga di questo, per avere una seconda figlia col suo dna, ha cercato una pancia in affitto, delegando così a un'altra il compito di formarla per nove mesi e poi partorirla. A questo punto la sua famiglia costituisce il campionario d'ogni possibilità generativa. Non bastano le sue lacrime commosse, né l'infinita gratitudine che dice di sentire per la locatrice, probabilmente strapagata, per convincermi della giustezza e della dignità di tutta l'operazione. Usare strumentalmente un'altra donna, non fa certo onore a una donna. Tantomeno mi sembra che entrambe possano, così facendo, onorare la maternità. Per quanto reciprocamente grate. C'è chi potrebbe obiettare che si tratta di un gesto di solidarietà femminile: un gesto, però, che odora di egoismo da una parte e dall'altra. Tutte e due le "madri", non saprei dire quale sia la vera e quale la finta, hanno per di più acceso un'ipoteca pesantissima nell'anima e nei pensieri di questa bimba e di tutte le creature, come lei, venute al mondo in cooperativa: da cento anni psichiatri e psicologi curano infiniti casi di rabbie e confusioni filiali per le presunte colpe della coppia genitoriale abbattutesi sulla prole; che cosa succederà tra vent'anni a quei figli che verranno a sapere di essere nati grazie a una triplice , e non certo del tutto innocente, alleanza? Già oggi i professionisti, illustri e non, sono in imbarazzo nell'individuare il colpevole tra due… Comunque sia, nei casi di gravidanza per procura, tutti sono indifendibili anche da questo punto di vista: una mamma che non accoglie dentro di sé, l'altra che abbandona, il padre complice di entrambe. L'attenuante specifica di ciascuno è nella seduzione morbosa della scienza, che permette agli umani di travalicare i confini della finitezza naturale, fino a raggiungere, nel delirio di onnipotenza, il governo prepotente del mistero della vita. Il paradosso è, peraltro e per di più, che, d'ora in avanti, dovrà inevitabilmente cambiare tutto il nostro modo di pensare, e perfino di citare i brocardi che sono vecchi come il mondo: come potremo mai continuare a dire "mater semper certa est, pater numquam", senza sembrare davvero troppo antichi o cadere nel ridicolo?

IL GIORNALE - 16 febbraio 2011
Meglio un papà single che una famiglia divisa e senza amore
Ma, oggi, a che cosa serve la coppia? Secondo la Chiesa per procreare. Secondo la psicologia, per offrire ai figli le due versioni dell'umanità quando la coppia è etero. Secondo la legge per adottare. [...]

Ma, oggi, a che cosa serve la coppia? Secondo la Chiesa per procreare. Secondo la psicologia, per offrire ai figli le due versioni dell'umanità quando la coppia è etero. Secondo la legge per adottare. Nel nostro codice non esistono norme che tutelano la coppia coniugale come tale (anzi, c'è il diritto al divorzio) benché sia stata ratificata la reciproca solidarietà economica e morale a parità di diritti e doveri. Invece la nostra normativa dà largo spazio ai diritti e ai doveri della coppia genitoriale. Per la Chiesa la coppia è indissolubile dal momento della celebrazione del matrimonio, che è soprattutto un sacramento. Una volta era praticamente doveroso sposarsi e fare figli, vuoi per la rispettabilità sociale, vuoi per tramandare il patrimonio accumulato, ma anche per avere braccia da lavoro e assistenza nella vecchiaia. Oggi ci sono coppie, anche non sposate, che non si uniscono per questi obiettivi, ma si affidano a un'ipotesi di felicità e, dunque, sono soggette alla variabile del sentimento. Sono, cioè, precarie. E' il singolo individuo a mettersi sul piano più alto della gerarchia dei valori, ragion per cui non ci si sacrifica più per la coppia, la famiglia o la società. Spesso neppure per i figli. Nella cultura pluridiversificata che segna il nostro tempo, la coppia è dunque vista come sacra da chi è seriamente e profondamente religioso; temporanea da chi si consegna ai principi di diritto; fragile e fugace da chi segue il respiro dei sentimenti. Tra tutte queste coppie, ci sono poi quelle che sanno crescere i figli nella serenità e stabilità; altre che li rendono spettatori delle emozioni più negative; altre ancora che li nutrono del gelo affettivo, dell'incapacità, del disordine esistenziale. Per non parlare di quelle che se li dividono a ore e giorni come fossero fette di una torta. Dunque, che senso ha continuare a pretendere che una creatura, quasi senza passato e col futuro incertissimo, possa essere accolta solamente da una coppia, apparentemente solida, in una famiglia costituita? Tanto più che molte, moltissime coppie adottive si separano, proprio dopo l'adozione. Anche per loro vale, purtroppo, il principio che un bimbo può mettere in discussione, fino a frantumarle, le dinamiche più consolidate che garantiscono l'unione coniugale. Spesso la famiglia, senza nulla togliere a quelle ben riuscite, altro non è che uno scontro permanente dei rispettivi egoismi. Per di più non si può trascurare di notare che moltissimi sono i figli allevati con attenzione e competenza da famiglie monogenitoriali. Papà e mamme vedovi o separati malamente; ma anche papà e mamme che hanno fatto ricorso alla fecondazione più o meno assistita. Papà e mamme che non possono contare sull'altro genitore perché troppo lontano, malato o emotivamente assente. Siamo indietro di oltre quarant'anni dalla Convenzione di Strasburgo che, nel 1967, ha indicato le nuove linee guida in tema di adozione, auspicandola anche per i singoli; ancora una volta, pertanto, dobbiamo sentire i supremi giudici che criticano la sonnolenza del parlamento sul problema. Tuttavia, le nostre leggi sono così flessibili e aperte da consentire ai nostri giudici di fare giurisprudenza e, quindi, di applicarle al meritevole caso concreto. Anche mostrando sensibilità ai cambiamenti nel tempo. Per cui, parafrasando proprio la sentenza della Cassazione, mi vien da dire che "ben avrebbero fatto i giudici" a mettere in primo piano l'interesse del figlio – che, per legge, è superiore a qualsiasi altro – e a interpretare i dati di fatto e normativi in suo pieno favore. Senza aspettare di togliersi ogni responsabilità, rifacendosi a scritti generici futuri e, così, svalutando anche l'opera degli avvocati. Nel caso di specie, non è stata concessa l'adozione legittimante, cioè piena, bensì quella speciale che, per esempio, non estende ai parenti il diritto successorio a favore dei figli adottati. Secondo il Vaticano, peraltro, il bene dei bambini è avere un padre e una madre. E' come dire che è meglio essere ricchi e sani, che poveri e malati. La legge, però, si deve occupare anche degli aspetti patologici della società: bambini abbandonati, orfani, maltrattati, abusati, devono continuare a vivere nella miseria affettiva ed esistenziale, in attesa della coppia perfetta? Di una coppia corrispondente allo stereotipo delle favole, e della Chiesa, che superi tutti gli esasperanti test di assistenti sociali, psicologi e giudici? Se dovesse essere così per ottenere l'autorizzazione al matrimonio e alla procreazione, la natalità sarebbe sotto lo zero, seguita a ruota dai matrimoni. Dato quindi per accertato che non tutti i matrimoni sono perfetti e non tutti i genitori sanno fare il loro dovere, perché non affidare un bimbo infelice o senza storia futura, a un singolo padre o a una singola madre, quando generosi e ricchi di buona volontà? Questo è l'interesse di un figlio senza famiglia. Nessuna persona al mondo ha la garanzia di ricevere solo felicità, né, tantomeno, di darla. C'è chi obietta che l'adozione risponde all'egoismo di chi vuole tutto anche se non è in grado. Non vale la stessa eccezione per la coppia che vuole autosponsorizzarsi come famiglia completa? C'è ancora chi pensa che, riconoscendo ai single la possibilità di adottare, si aprirebbe la strada gli orchi. Forse che non ce ne siano nelle famiglie "per bene"? In ogni caso si fa sempre e soltanto l'interesse dei figli sfortunati, quando si permette loro di essere adottati sia dalle coppie sia da un solo genitore. Purché il controllo preventivo sull'affidabilità delle persone sia serio e rapido. Non ci potrà mai essere garanzia di felicità per quel bimbo già nato infelice, ma gli saranno regalate moltissime insperate opportunità di vita e d'amore. Nel bene e nel male. In barba ai codini, ipocriti e malpensanti, convinti che esistano solo coppie felici e perbene.

IL GIORNALE - 9 febbraio 2011
C'è chi rinuncia alla dignità. Ma anche quello è un diritto
Io non mi vergogno, né tantomeno mi sento umiliata, se molte donne sono prostitute, mantenute, ladre o assassine. Mi dispiace, forse ogni tanto mi preoccupo; mi fa anche orrore; ma non penso [...]

Io non mi vergogno, né tantomeno mi sento umiliata, se molte donne sono prostitute, mantenute, ladre o assassine. Mi dispiace, forse ogni tanto mi preoccupo; mi fa anche orrore; ma non penso assolutamente a redimerle. Non me la prendo né con loro, né con gli uomini che le pagano, ne sono derubati o uccisi. Prendo le distanze, se mai. Ma, anche da vicino, non mi sento infangata dal loro agire. Coltivo la differenza. La responsabilità è personale, altrettanto quanto l'umiliazione. L'appartenenza a un genere, non generalizza. Semmai permette di distinguere le diverse specie. Non ho mai visto uomini organizzare gruppi di contestazione per salvare la dignità del genere maschile, a fronte del fatto che molte donne paghino i gigolò, mantengano i mariti, partecipino alle orge. I problemi delle donne, purtroppo, nascono dall'essere sempre viste solo come donne. E cioè bisognose di difese, quote rosa, tutor e badanti del pensiero. Anche se determinate nel bene e nel male. Qualcuno ha mai letto un articolo nel quale si dibattesse di un qualsiasi possibile attentato alla dignità maschile? Eppure ce ne sarebbe da dire: di uomini mascalzoni, vili, cialtroni, ladri, sfruttatori, assassini, pedofili, maniaci sessuali e via dicendo, è pieno il mondo. Ma sono uomini e, come tali, inattaccabili. Tutt'al più malati. Mi fanno schifo tutti questi, ma, tanto per distinguere e per parlarne in particolare, il puttaniere molto meno dello sfruttatore. Quello, se non altro, non commette reati e paga. Questo guadagna più che può dall'uso del corpo di una donna. Anche con la violenza. E una donna, come un uomo, è libera di preferire se donare, vendere o dare in appalto a terzi il proprio corpo. Se restare o scappare. Se seguire o no i buoni esempi. Oggi, nel 2011 è libera davvero di scegliere: la maggioranza di quelle che scelgono di dipendere dall'uomo, non se ne vergogna. Anzi. Si industria perché l'investimento sia più che proficuo, apparecchiandosi quotidianamente con entusiasmo, per umiliarsi nella mercenaria seduzione. Ma è un'opzione che per lei vale più di un'altra. E nessuna di queste donne vuole la compassione o la bizzarra solidarietà di altre donne; soprattutto di quelle che si autoqualificano "sobrie e indignate"; Tantomeno desiderano modificare lo stile di vita e l'orientamento "culturale". Nessuna, secondo me, vuol lasciare il certo (corposi redditi free tax) per l'incerto (forse un lavoro noioso e ripetitivo, se va bene a mille euro al mese). Sono avide, pigre e viziate. Consapevoli e fiere di esserlo. Sono, quindi, infastidite dalle moraliste ipocrite e bacchettone. Ma anche smemorate, perché dimentiche che la raggiunta parità dei sessi significa pure libertà di decidere, senza necessità di omologazione a modelli precostituiti. Tutte le puttane, le mantenute, le astute manager del loro corpo, sono terrorizzate dal grido oppressivo delle compagne, colte e vergini, "mi riprendo il mio futuro". Perché ognuna rivendica il diritto all'autodeterminazione nel farsi il futuro che preferisce; e anche di operare un accorto restyling del passato, se un giorno mai si vergognasse di averlo avuto. La libertà è un valore, la dignità un altro. E possono anche entrare in conflitto. La dignità dell'essere umano è certo un patrimonio innato, rispetto, per esempio, all'animale. Ma può essere nutrita, protetta e accresciuta, così come sperperata fino a farla dissolvere. Nessuno può obbligare un altro a mantenerla. La dignità emerge e si solidifica progressivamente in proporzione e in rapporto a ciò che si fa e se ciò che si fa onora l'etica e la morale socialmente condivise. C'è chi cerca la felicità e la sicurezza a ogni costo, anche trasformandosi in oggetto prezzolato del piacere altrui; e chi, invece, tutela la propria dignità non dimenticandosi mai di essere un soggetto unico e irripetibile e di volere seguire l'imperativo morale. Con fatica, impegno, incondizionatamente. Pagando qualsiasi prezzo; e non, invece, incassandolo per meriti relativi e discutibili. La dignità è autonomia, economica e di pensiero. Esclude qualsiasi assoggettamento al volere e al denaro altrui, salvo che derivino da un lavoro o un'attività che, a loro volta, abbiano la dignità etica del lavoro, così come costituzionalmente inteso e garantito. La dignità può essere sinonimo di elevatezza, rispettabilità, stima, orgoglio, decoro, amor proprio. Ed è dunque evidente che non possa appartenere né a tutti gli uomini, né a tutte le donne: perché non tutti vogliono faticare e meritare, essendo, invece, molti attratti dalle scorciatoie del rubare, sfruttare, tradire. In barba a qualsiasi ipotesi di dignità, che funzionerebbe come un invadente freno a mano. Queste persone – donne e uomini –vivono nella nebbia di urgenti pretese e interessi meschini. Lontane dai valori e dai doveri. Tuttavia hanno tutto il diritto di continuare a farlo, senza che frotte di populisti in sciarpa bianca cerchino di educarle in zona Cesarini. Missione impossibile, peraltro, quando, anziché tentare di convincerle, si fa terra bruciata dei pascoli che le nutrono: secondo i candidi "sciarpati", la colpa della morte della dignità è dell'erba avvelenata; non della lucida volontà di chi vuole comodamente brucare solo quella. Il popolo delle sciarpe bianche si scorda che, in tutti, c'è il luogo privatissimo della propria coscienza (inaccessibile sia alle parole sagge, sia agli schiamazzi delle manifestazioni di piazza) dove l'amministrazione dei valori è del tutto individuale. Così come il giudizio di sé. E' per questo che la dignità, chi non ce l'ha non se la può dare. Neppure tra le sciarpe bianche, malgrado macroscopici e notori interventi di make-up.

IL GIORNALE - 2 febbraio 2011
E ora chi difende il corpo delle donne?
C'è qualcosa di molto violento in ciò che è successo alla giornalista Annamaria Greco. Scrive un articolo che riguarda un magistrato. Con la velocità della luce, una sua presunta fonte viene indagata [...]

C'è qualcosa di molto violento in ciò che è successo alla giornalista Annamaria Greco. Scrive un articolo che riguarda un magistrato. Con la velocità della luce, una sua presunta fonte viene indagata per abuso d'ufficio ai sensi dell'art. 323 del codice penale. Quasi contestualmente, viene disposta la perquisizione del Giornale, nonché la perquisizione domiciliare e personale (ribadisco: personale) della giornalista. Il codice di procedura penale all'art. 352 dice "nella flagranza del reato o nel caso di evasione, gli ufficiali di polizia giudiziaria procedono a perquisizione personale o locale quando hanno fondato motivo di ritenere che sulla persona si trovino occultate cose o tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse, ovvero che tali cose o tracce si trovino in un determinato luogo o che ivi si trovi la persona sottoposta alle indagini o l'evaso…". La giornalista non è l'indagata. Certamente non stava commettendo alcun reato al momento della perquisizione, né stava "evadendo" dal paese, dal carcere o da chissà dove. Era a casa sua con suo figlio, quando, di primo mattino, sono comparsi i carabinieri i quali, dopo avere rovistato, investigato, frugato per tutta la casa, sequestrato persino il computer del figlio, l'hanno fatta spogliare e sottoposta a perquisizione corporale. Al fine, secondo il codice, di trovare su e dentro di lei "tracce o cose occultate pertinenti al reato". Cosa, per esempio? Un dossier? Una chiavetta usb o un cd? Non essendo l'indagata e non trovandosi in flagranza di reati, all'evidenza la giornalista è stata considerata un luogo, un nascondiglio e testimonianza del reato. Visto che l'unico corpo del "reato", se esistente, sarebbe potuto essere al massimo il suo cervello, il miglior mezzo investigativo avrebbe dovuto essere individuato nel sezionarle all'improvviso il cervello, prima che potesse cancellare la memoria con altri pensieri. Non osando tanto, per ora, i carabinieri comandati dal PM, hanno ispezionato fin dove possibile il corpo della donna. Trascurando, peraltro, di attendere che lei avesse…smaltito la notizia e così perdendo l'occasione di mostrare il massimo della diligenza investigativa nell'esaminare anche i residui della digestione. Il tutto per un'indagine priva di qualsiasi urgenza; esente da ogni allarme sociale, completamente inutile considerata la notizia già diffusa e l'esistenza di altri indizi comodamente valutabili dal PM. Altro che violenza. E' quasi paradossale che il reato in questione sia l'abuso d'ufficio. E' davvero inaudito e scandaloso quanto è avvenuto a danno di una giornalista, donna e madre. Che ha l'unico torto di avere fatto il suo dovere, pubblicando una notizia e proteggendone la fonte. Nel rispetto del suo codice deontologico. Malgrado ciò si è infierito sul suo onore anche di madre e sul suo pudore di donna. In un momento storico in cui la società e i magistrati, in particolare, si dichiarano paladini del corpo delle donne, spesso sbrodolandosi in un bigottismo ipocrita che crea solo confusione, il corpo di una seria professionista viene trattato come un luogo, un sito ispezionabile dalle forze dell'ordine. Senza che lei sia indagata, imputata o nota spacciatrice di ovuli di cocaina. E la ragione sta nella difesa, pronta e immediata, della privacy di un'altra donna. Perché l'una viene considerata intoccabile dalla risonanza del passato, e l'altra toccabile senza alcun passato oggetto di critica? Forse c'è una gerarchia di donne e una gerarchia di privacy. E la dignità, come la legge, non è uguale per tutte. E' inaudito, illiberale, persecutorio strumentalizzare la rispettabilità di una persona per bene, passando sul suo corpo, nell'ambito di un'inchiesta che la riguarda solo in rapporto al lavoro, che ha svolto con coscienza. L'eco di questa vicenda, non può che risolversi nella intimidatoria censura preventiva. Nella violenza oppressiva del diritto di informazione costituzionalmente garantito. In uno Stato di diritto che, prima, si nasconde dietro un gruppo di donne per colpire l'obiettivo; poi ne protegge altre e, infine, ne sacrifica qualcuna per giustificare il senso della legge. Forse aveva ragione Dostoevskij, quando diceva che alle persone piace la caduta del giusto e la sua ignominia. Ma ormai sono troppe le persone che coltivano il gusto macabro di vedere gli altri, giusti o non giusti che siano, in qualsiasi modo sfracellati.

IL GIORNALE - 21 gennaio 2011
Se il matrimonio dura una vita non si può più annullare
Il matrimonio concordatario è quello contratto secondo le regole del diritto canonico (in Chiesa) e che, in forza della trascrizione nei registri dello stato civile italiano, ha effetti nel nostro [...]

Il matrimonio concordatario è quello contratto secondo le regole del diritto canonico (in Chiesa) e che, in forza della trascrizione nei registri dello stato civile italiano, ha effetti nel nostro ordinamento. Quando se ne è chiesta la nullità alla Rota Romana, e la si è ottenuta, la relativa sentenza può acquistare effetti civili, cioè essere valida, oltre che per lo Stato del Vaticano anche per lo Stato italiano, solo con il superamento positivo del procedimento di delibazione, che si svolge davanti alla Corte di Appello italiana. La sentenza di nullità del tribunale ecclesiastico non deve però essere in contrasto con i principi del nostro ordinamento civile. Per cui è possibile che i vizi del consenso accertati nelle sentenze ecclesiastiche, e che hanno significativa importanza nell'ordinamento canonico, non siano rilevanti perché in contrasto col nostro ordine pubblico: i nostri principi giuridici, infatti, prevedono che sulla formazione della volontà dei nubendi, viziandola o facendola mancare, possano incidere solo cause esterne e oggettive. Da escludersi, quindi, la riserva mentale che, invece, ha grande importanza nel diritto canonico. Il nostro ordine pubblico, che si identifica con i cardini della Costituzione, con i valori e con i principi essenziali della nostra coscienza sociale, e con le norme inderogabili vigenti in materia matrimoniale, tende a tutelare la buona fede dei coniugi e la stabilità del rapporto. La famiglia, per di più, è espressamente tutelata, come tale, dalla Costituzione. Infatti, l'annullamento del matrimonio civile (cioè contratto in Comune) non si può ottenere, neppure per cause oggettive, se c'è stata coabitazione dei coniugi per oltre un anno, dalla cessazione delle cause invalidanti, salvo casi particolari di sanabilità. Perfino se c'è stata simulazione, vale a dire quando gli sposi abbiano concordato, sin dalla celebrazione delle nozze, di non adempiere agli obblighi che ne discendono, si deve chiedere la dichiarazione di nullità entro l'anno. Il principio fondamentale, di ordine pubblico, è quello per cui la validità del matrimonio non debba restare sospesa oltre il tempo strettamente necessario. La Cassazione si è, dunque, pronunciata in termini omogenei al nostro Codice e alla pregressa giurisprudenza, cassando la decisione della Corte di Appello di Venezia che aveva delibato la sentenza di nullità di un matrimonio durato venti anni, malgrado la moglie avesse avuto da subito la riserva mentale di non procreare. Secondo il nostro Codice Civile, il matrimonio si basa sul reciproco consenso dei coniugi alla comunione di vita morale e materiale. Il consenso è revocabile in ogni momento, anche se non c'è una colpa dell'altro: ne è prova il diritto alla separazione, che può essere esercitato per il solo fatto che non si ritenga più proseguibile la convivenza quando è oggettivamente intollerabile. Il fatto stesso che un matrimonio duri vent'anni, dimostra che il consenso allo stare insieme, indipendentemente dalla mancanza di figli, si è rinnovato sistematicamente e stabilmente nel tempo, da parte di entrambi i coniugi. Malgrado il permanere della riserva mentale. Per il nostro Stato, una famiglia c'è stata, e quindi è inaccettabile e contraria all'ordine pubblico la dichiarazione della sua inesistenza fin dall'origine (questo è il senso della dichiarazione di nullità). La separazione prima e il divorzio poi, revocato il consenso, portano ad affermare, invece, che la famiglia che c'era è venuta meno. La differenza tra famiglia mai esistita e famiglia che ha cessato di esistere, è significativa sul piano patrimoniale: con la delibazione della sentenza di nullità, i coniugi perdono qualsiasi aggancio economico tra loro, in particolare con riferimento ai diritti – doveri di mantenimento e alle aspettative successorie. Col divorzio, invece, si onora la famiglia che c'è stata, con le obbligazioni economiche post matrimoniali. Ecco perché, nella corsa alla conquista dei diritti e della libertà, il coniuge povero cerca di ottenere quanto prima il divorzio, mentre il ricco aspira all'annullamento per archiviare la sua vita senza costi. Con buona pace degli affaticati giudici, religiosi o laici che siano.

IL GIORNALE - 18 gennaio 2011
Alla fine l'unico a essere sfruttato è Berlusconi
Per giudicare, bisogna saper cambiare prospettiva. Per giudicare Berlusconi, è indispensabile, per un attimo, sottrarsi alla visione che di lui hanno i PM, (non i giudici), e gli avversari politici. [...]

Per giudicare, bisogna saper cambiare prospettiva. Per giudicare Berlusconi, è indispensabile, per un attimo, sottrarsi alla visione che di lui hanno i PM, (non i giudici), e gli avversari politici. Ma si deve anche rinunciare all'indulgenza di chi sta dalla sua parte politica. Dunque, bisogna trascurare il sospetto a ogni costo, l'invidia rancorosa, la generosità pelosa. La costruzione del suo profilo personale non può non partire dal fatto che è un signore ultrasettantenne, che si è fatto da solo partendo dal nulla, e ora è tra i più ricchi e potenti del mondo. Ha venti lussuose abitazioni e non se ne gode, in sostanza, che una. E' circondato da migliaia di persone, ha due ex mogli e cinque figli, ma pochissimi amici. Forse due o tre. E' politicamente molto abile e riesce ad averla vinta sempre su tutto e tutti. Anche sulla malattia. Ha una fantastica faccia tosta, che fa innervosire i suoi competitors politici. Tutto ciò spiega l'odio e l'invidia di chi non è dalla sua parte; e pure l'esagerato e permanente sospetto di chi non si rassegna all'idea che si può diventare miliardari senza commettere crimini. Di qui, lo stalking giudiziario che lo bracca da tanti anni. Ma chi braccano i PM d'Italia che vedono in lui la fonte di tutti i mali del Paese? Un uomo solo e infelice. Ancor più solo dopo la morte della madre e della sorella; le uniche donne, secondo me, che l'hanno nutrito del loro sentimento senza chiedere nulla in cambio. Certamente le figlie lo amano, ma l'amore gratuito è in genere discendente, cioè verso i più giovani e non viceversa. Un uomo solo e infelice che, all'evidenza, ha il terrore della morte. Perché la morte è il nulla e lui ha tutto. E chi ha tutto non sa mai se è "amato" per se stesso o per quel tutto che può dispensare: denaro, potere, chances. Nel dubbio, lui dispensa. Forse segue il principio cristiano del "date e vi sarà dato", sperando nella ricompensa ultraterrena o forse aspettandosi solamente che un giorno uno dei milioni di beneficiati gli rivolga un gesto di gratitudine. Qualcosa che gli riscaldi un cuore agghiacciato e atterrito da se stesso, e dal suo essere segregato in ciò che si è esageratamente costruito intorno. Per esorcizzare la morte, si circonda di giovani: affascinato dal demone della giovinezza, in bilico tra redenzione e dannazione, eros e thanatos. E' infelice e solo. Da chi può distillare quella linfa vitale che gli consenta di affrontare il trauma quotidiano delle sue battaglie e delle sue guerre? Nessuna donna l'ha amato in modo gentile e disinteressato, sì da accompagnarlo, custode materna e affettuosa, nelle ansie della maturità estrema. E allora lui ne vuole tante, impazzito nel tentare di formare un puzzle di umanità, che dia respiro all'anima delusa. Obiettivo impossibile da raggiungere, perché lui crede che bastino corpi giovani a rinfrescare l'arsura della vecchiaia. E' convinto di ritrovare nelle fresche risate quell'energia di gioventù e di gioie, che nel trascorrere degli anni sovente evapora. Qui sbaglia, gravemente, e nessuno lo aiuta ad alzare lo sguardo verso persone che potrebbero dargli senza chiedere. In realtà, dunque, lo sfruttato è lui. Chi lo frequenta lo fa per sé, per le opportunità che lui offre, per il denaro che piove dalle sue mani. Perché lui è lo sponsor di ogni derelitto in cerca di fama. Ora lo fanno passare addirittura come uno sfruttatore di prostitute, con buona pace delle presunte prostitute in questione. Si è mai visto un "magnaccia" che paghi, a piene mani, nutra e ospiti le sue protette, senza che costituiscano un grasso business? Il protettore incassa; lui invece elargisce. Ed elargisce anche perché è un "ganassa", un piacione, un egocentrico, che vuole essere citato, ricordato, applaudito. Ma anche perché si aspetta una inarrivabile carezza sul cuore. Se esistesse il reato di egocentrismo, sarebbe condannato all'ergastolo, persino con il rito abbreviato e senza sconti. Invece, obiettivamente, è vittima di se stesso e delle sue beneficiate. Oltre che degli accigliati, implacabili e onnipresenti magistrati. Lui non è un bandito, non è un criminale, ma un denutrito sentimentale. Come lui stesso svela in una canzone da lui scritta: "quello che il tuo cuore non ha, ti darò, ti darò. Ogni tua stagione sarò, cambierò i miei giorni e i tuoi; Nella calda estate se mi vuoi vento fresco io verrò… Mille vite ancora vivrò, morirò e rinascerò….." Ora lo si può giudicare. C'è solo da interpretare se i suoi versi poetici costituiscano una promessa o una minaccia.

IL GIORNALE - 5 gennaio 2011
Quella mamma bambina che non potrà più dire "io"
Cara piccola mamma, è con tenerezza e commozione, da mamma e da donna, che mi accosto alla tua storia. Però, quanto stupore e quanta ansia incalzano a frastornarmi i pensieri gioiosi che, in genere, [...]

Cara piccola mamma, è con tenerezza e commozione, da mamma e da donna, che mi accosto alla tua storia. Però, quanto stupore e quanta ansia incalzano a frastornarmi i pensieri gioiosi che, in genere, accompagnano la notizia di una nascita. Questa, infatti, è in realtà la storia di tre bambini, tutti e tre inconsapevoli della vita reale; tutti con un futuro complicato; tutti, finora, sintonizzati sull'onda dei sentimenti e non sulla responsabilità della vita quotidiana. La piccola, accolta dalla gioia dei nonni, fortunatamente è sfuggita al destino della pillola del giorno dopo: scappatoia diffusissima nelle famiglie "per bene", per non compromettere il futuro alle figlie indipendenti e temerarie. Il padre, inconsapevolmente trascinato, dalla sua ingovernabile virilità, in un progetto più grande di lui, ancora nell'età dei giochi con gli amici. Tu, poco più di una bambina che hai regalato in un attimo la tua infanzia e la tua adolescenza a un ragazzo, mai più in grado di ricambiare la preziosità irripetibile di quegli anni non vissuti. Hai rinunciato così all'età dei sogni bizzarri e delle molteplici aspettative, delle illusioni e delle delusioni, delle esperienze e degli ozi, della paura e dell'incanto. Hai bruciato le tappe nel percorso della scoperta e della formazione della femminilità. Hai vissuto e stai vivendo una vicenda, forse percepita ancora come una fiaba, che darà un'impronta potente e non facile alla tua vita. Non so con quanta consapevolezza tutto ti sia successo: persino da grandi certe cose accadono senza che ne capiamo l'importanza e poi agiamo senza senso critico. Però i grandi hanno l'esperienza e i muscoli psichici. La prima cosa che mi viene in mente è che non potrai sperimentare la forza dell'autonomia, l'ebbrezza dell'indipendenza, il gusto della libertà e la complicità della solitudine. Non potrai mai più pensare, decidere, agire parlando in "io": a soli tredici anni sei destinata a volere, fare, disfare, cambiare, sempre coinvolgendo anche una figlia e quindi ragionando col "noi". Quando la tua bambina avrà quindici anni, tu ne avrai ventotto: lei saprà, allora, della formazione di una donna, del carattere e del temperamento, molto più di quanto tu sappia oggi e mai saprai. Il tuo destino, d'ora in avanti, è quello di essere mamma, responsabile d'un'altra vita più della tua. E' la sua salute che ti interesserà, i suoi progressi, i suoi pensieri. Tu, negli anni in cui ogni donna è il centro di gravità di ogni luogo che frequenta, sei china su una culla a dar pace a una piccola creatura. Afrodite, che stava crescendo in te, selvaggia e bramosa d'amare, ha lasciato il posto a Giunone, che vede nel matrimonio la sua realizzazione e vive in funzione del marito. A proposito, lo sai che non potrai sposarti, se non con una dispensa del tribunale per i Minorenni, dopo l'accertamento della tua maturità psicofisica e dei gravi motivi che ti inducono a questo serio passo? Lo sai che non puoi riconoscere tua figlia, che dunque risulterà anagraficamente solo del padre, sempre che lui abbia compiuto i sedici anni? E lo sai anche che il vostro amore, così prematuramente e spensieratamente affermatosi nel territorio sessuale, ha viaggiato molto vicino ai pericoli del codice penale? Quando hai fatto l'amore la prima volta, probabilmente non eri informata che l'articolo 609 quater punisce (con la reclusione dai tre ai sei anni) il minorenne che compie atti sessuali con un minorenne che abbia meno di tredici anni. Come vedi, cara piccola mamma, niente è semplice nella vita. La conoscenza e l'esperienza, che si acquistano negli anni, servono proprio ad avere la consapevolezza di ciò che si sta per fare: ogni gesto può raccontare una storia, bella o brutta, facile o difficile; la maturità sta proprio nel prevedere le conseguenze delle nostre azioni e nell'assumersi la responsabilità di farsene carico. Un gesto d'amore è bellissimo, ma sempre gravido di conseguenze, soprattutto quando è sentito come irrinunciabile. Tu, per legge, non puoi, neppure se lo vuoi, essere responsabile di tua figlia: per il codice, e per la società, l'amore non è così importante e così forte da superare ogni ostacolo. Per loro la tua storia d'amore è solo la vicenda di una bimba senza mamma e di una mamma senza più infanzia.