ARTICOLI 2012

IL GIORNALE - 29 dicembre 2012
Il divorzio costa al Cav quanto De Benedetti
I giudici della separazione giudiziale hanno il potere di decidere solo sul collocamento dei figli minori dei coniugi, sull'assegnazione della casa coniugale, sugli assegni di mantenimento e sulla [...]

I giudici della separazione giudiziale hanno il potere di decidere solo sul collocamento dei figli minori dei coniugi, sull'assegnazione della casa coniugale, sugli assegni di mantenimento e sulla responsabilità di chi ha provocato la frattura coniugale. Oltre che, naturalmente, sulla pronuncia di separazione personale. Non hanno alcuna voce in capitolo sul patrimonio. Sulle restituzioni di beni o denaro o su qualsiasi altra rivendicazione i coniugi abbiano reciprocamente. Questa premessa per chiarire che nella vicenda Bartolini/Berlusconi, una volta rinunciata dalle parti la reciproca domanda di addebito della responsabilità (come è possibile fare in qualsiasi momento del processo e come le parti in questione hanno deciso d'accordo di concludere), il collegio dei tre giudici non aveva altra decisione da prendere che quella sul diritto all'assegno della moglie e sul suo ammontare. Ha diritto all'assegno di mantenimento (non "alimentare" come molti, sbagliando, si ostinano a definirlo) il coniuge non responsabile della rottura del rapporto e non in grado di condurre con i propri redditi lo stesso stile di vita assicuratogli dall'altro durante la convivenza matrimoniale. Il tenore di vita, provato e documentato in giudizio, è dunque il criterio di valutazione per determinare l'assegno periodico a favore del coniuge più debole economicamente. Dunque non "povero" o bisognoso, ma nell'incapacità di mantenersi come prima della separazione, cioè di condurre la propria vita in rapporto alle possibilità economiche e al contesto sociale della famiglia unita. E questo perché l'assegno di mantenimento non ha solo natura assistenziale, cioè la funzione di sostegno economico, ma è espressione della solidarietà coniugale. Di quell'obbligo cioè, che si assume con il matrimonio, di condividere con il coniuge le fortune e le sfortune della vita. Accertato, dunque, il tenore di vita, il giudice deve verificare che il coniuge più debole, che lo richiede, non abbia propri adeguati redditi a conservarlo. Infatti la concreta disparità economica tra le parti è un ulteriore elemento di valutazione per decidere se c'è il diritto all'assegno. L'età di chi lo richiede, le sue eventuali potenzialità lavorative, la durata del matrimonio costituiscono altrettanti metri di valutazione. Se un collegio di tre giudici ha studiato per oltre tre anni documenti e argomentazioni relativi allo stile di vita dei coniugi Berlusconi, e poi ha deciso che la moglie ha diritto di avere tre milioni di euro al mese dal marito, deve avere per forza verificato che la famiglia conduceva un tenore di vita di circa cento milioni l'anno. Infatti non bastano i 48 milioni di reddito annuo dichiarati da Berlusconi per giustificare un assegno così alto. Probabilmente egli avrà altri utili a tassazione separata, derivanti dalle diverse società, e consistenti frutti dai suoi sicuri molteplici investimenti. E' vero però che l'assegno periodico è soggetto a tassazione e, dunque, dei 36 milioni di euro l'anno saranno reddito disponibile della fortunata futura ex moglie circa 18 milioni, cioè 1 milione e mezzo di euro al mese, quindi 50 mila euro al giorno. Un vero problema per Miriam – Veronica. Come e dove e quando si riescono a spendere duemila euro all'ora, comprese quelle notturne? Forse la Signora potrebbe "salire" in politica e risanare il bilancio di qualche piccolo Comune prediletto. Ma potrebbe anche scrivere un bel romanzo, poiché si trova nelle condizioni ideali auspicate da Virginia Woolf: "una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi". Da parte sua Berlusconi avrà certamente calcolato che la moglie gli costa più o meno quanto De Benedetti: se per i prossimi trent'anni circa deve pagare 36 milioni di euro all'anno a Veronica, le dovrà versare più o meno un miliardo di euro. Poiché l'assegno periodico è deducibile dall'imponibile dichiarato, però, Berlusconi avrà avuto un costo effettivo di circa mezzo miliardo di euro. A De Benedetti ne ha dati 540 milioni … Intanto Berlusconi, fino a oggi, pagava le imposte irpef per circa 22 milioni l'anno sui 48 dichiarati. Dall'anno prossimo, dedurrà i 36 milioni di Veronica dal suo reddito e pagherà le tasse "solo" su circa 12 milioni. Sarà un problema per il nostro debito pubblico? Sarà colpa di Berlusconi, se aumenterà? Staremo a vedere. I problemi non sono ancora terminati. C'è il divorzio, che si potrà chiedere individualmente o congiuntamente non appena la sentenza di separazione passerà in giudicato. Sono infatti trascorsi oltre tre anni dall'udienza in cui le parti sono comparse davanti al presidente ed è da quella data che decorrono i tre anni per il divorzio. A quel punto il problema economico si può risolvere, d'accordo, con il versamento di una cifra in un'unica soluzione (e potrebbero essere quei cinquecento milioni di euro!) non deducibile fiscalmente e nemmeno soggetta a tassazione. Oppure con la conferma dell'assegno. A meno che non ci sia prima l'impugnazione in appello, per ridurre la cifra. Ma forse, caro Silvio, non ne vale la pena: credo che Lei tenga a Veronica più che a Carlo De Benedetti. Entrambi sono diventati un incubo e Le stanno togliendo il sonno, ma almeno, con Veronica, ha dormito felice più di vent'anni.

IL GIORNALE - 28 dicembre 2012
Balotelli può far gol col Dna
Ci sono inquietanti zone d'ombra in molte maternità, ma non tutte le donne sono capaci di dissiparle. Anzi, alcune hanno la capacità d'installare quell'ombra al centro del loro palcoscenico e [...]

Ci sono inquietanti zone d'ombra in molte maternità, ma non tutte le donne sono capaci di dissiparle. Anzi, alcune hanno la capacità d'installare quell'ombra al centro del loro palcoscenico e diventare protagoniste nel raccontarla. Nel sogno di tutti, la madre è manifestazione di amore e sacrificio; ma c'è anche l'incubo della mamma cattiva e indegna. Nella vita di tutti i giorni ci sono però, soprattutto, le mamme normali, affaticate e gioiose, distratte e ansiose, amorevoli e severe, ma pur sempre portate a mettersi in secondo piano rispetto al figlio che hanno generato. Se la mamma, invece, pretende la luce dei riflettori, usando il figlio come trofeo, non è una mamma "normale", non è sufficientemente buona. E' strana. Meritevole, quantomeno, di severe riflessioni. Raffaella Fico forse è immatura, forse è intemperante. Certo è che della figlia ha fatto un piano d'investimenti a breve e a lungo termine. Investimenti mediatici e monetari. Non per questo, forse, è una mamma cattiva, perché ci sono anche madri che torturano, trascurano, maltrattano, uccidono. E sono senz'altro peggiori. Ma queste tragedie sono alla base di molti studi psicologici, che tendono a escludere l'esistenza del cosiddetto istinto materno, e che, tuttavia, non possono arrivare a negare la possibilità dell'amore per una piccola creatura indifesa. E allora che dire di una madre che nasconde la verità della sua origine a sua figlia e al di lei padre? E che dire se su questa misteriosa verità si gonfia un business e una maligna notorietà a danno della piccola bimba? Forse che c'è poco amore, perché mancano attenzione, tutela e lungimiranza. O forse che l'amore è ambiguo e non si è ancora rivelato. O persino che la gravidanza è stata voluta per narcisismo, per interesse, per superficialità. Di sicuro, l'implacabile esibizione pubblica di questa bimba, fin da quando era nella pancia, non è un gesto che, finora, ha segnalato amore e responsabilità materna. Sentimenti che, invece, trasudano dalla lettera dei genitori di Balotelli, il presunto padre. Sono genitori adottivi, consapevoli dunque della generosità senza fine di un amore autentico. E' palpabile nelle loro parole la sofferenza per il dubbio che turba il loro figliolo. Sono padre? Non lo sono? E' questa la madre che ho scelto per mia figlia? O non l'ho scelta? Come potrò fare il padre, se lo sono? E, se lo sono, è giusto che la madre offra al mondo questa deteriore e inveritiera immagine del padre di sua figlia? Che cosa stiamo facendo a questa bimba? Come uscirne e proteggerla? Non c'è altro modo di uscirne che con un esame urgentissimo del DNA, per sottoporsi al quale non è necessario l'intervento (purtroppo lunghissimo) del Tribunale: basterebbe l'accordo immediato tra la madre e il presunto padre, nel solo interesse della bimba alla verità, e una visita a un istituto medico di genetica in qualsiasi città. La rapidità darebbe la prova della lealtà di chi attiva l'esame. Dopodiché il silenzio e la riservatezza, che sarebbero opportune e indispensabili carezze sul cuore di una bimba già schiaffeggiata da urla, luci e rumori. Per fare questo, tutto e subito, ci vuole l'energia dell'attaccante Balotelli, che non deve trascurare l'assist offertogli dalla lettera dei suoi genitori. Ci può stare anche la querela alla Fico per le bugie infamanti e diffamanti da lei diffuse con altero vittimismo. Ma non è questa la strada giusta e diretta per riprendersi la dignità. A questo punto, solo lui, da maschio coraggioso e padre possibile, può attivare i muscoli dell'anima per decidere di difendere subito una bimba dalle angherie della malevola, ossessiva e lucrosa curiosità, che le sta rubando il tepore silenzioso della culla. Quando Mario saprà con certezza che è sua figlia, potrà far valere con fermezza diritti e responsabilità di padre. Se accerterà che non è sua figlia, l'avrà salvata in tempo da altre morbose strumentalizzazioni.

IL GIORNALE - 7 novembre 2012
Omicidio e Islam: 50 sfumature di Beppe Grillo
E' isterico? Delirante dell'onnipotenza? Ossessivo compulsivo? Non possiamo saperlo, ci vorrebbe una psicodiagnosi competente. Tuttavia, il 3 novembre ho scritto su questo giornale un pezzo nel quale [...]

E' isterico? Delirante dell'onnipotenza? Ossessivo compulsivo? Non possiamo saperlo, ci vorrebbe una psicodiagnosi competente. Tuttavia, il 3 novembre ho scritto su questo giornale un pezzo nel quale esprimevo la mia indignazione verso il comportamento, intollerante e volgare, del comico Beppe Grillo, indirettamente tenuto con una signora attivista del suo movimento. Beffeggiata sul presupposto che i talk show siano per lei il punto G produttivo di orgasmo. La mia opinione si allargava anche nel giudicarlo incoerente, bugiardo e maschilista. Fino a paragonarlo a Robespierre che, per quanto rivoluzionario idealista, pretendeva di applicare le leggi del terrore anche ai suoi gregari. Non pensavo di ricevere tanti commenti adesivi, dal momento che, ovunque mi volti e giri, sento di persone che voteranno il movimento 5 stelle, raccolgo valutazioni entusiaste sul suo blog e ascolto da più parti molteplici "come dice Grillo". Addirittura Feltri dice di provare godimento nel vedere Grillo sfasciare il nostro marcio sistema. Di contro, c'è chi dice che il comico, pur predicando la trasparenza, avrebbe mostrato ambiguità nell'usufruire di un condono fiscale, nell'accettare e poi rifiutare interviste approfondite, nel condurre incoerentemente una propria vita a livelli non spartani, nel non chiarire i rapporti di vertice del movimento. Mi è stato anche raccontato di una condanna di Grillo per omicidio plurimo colposo in quanto, secondo i periti di primo grado, non avrebbe fatto scendere i passeggeri, dall'auto che guidava, quando il tratto di strada si è fatto più pericoloso. Ne ho trovato conferma su Wikipedia. Avevo letto, peraltro, che egli dava un buon giudizio di Bin Laden e che, secondo lui, in Iran la donna è apprezzata come fulcro della famiglia (c'è la lapidazione per l'adultera, è obbligata a girare a capo coperto, ne viene impedita l'emancipazione!). Ho visto il programma di Grillo e ascoltato le sue invettive. A questo punto, facendo le somme dei dati negativi che lo riguardano, pur aggiungendoci, per sottrarli, anche quelli positivi, e approfondendo la conoscenza del personaggio tramite i media, sono davvero preoccupata. Non riesco a godere, come Feltri, del possibile sfascio che causerà al sistema, perché mi sembra di percepire altri disastri peggiori. Il soggetto in questione sta, infatti, cavalcando le frustrazioni di un popolo, le paure, ansie e sofferenze. Tutto ciò con la promessa urlata di cambiare tutto politicamente, una volta ottenuto il consenso popolare. Parma insegna che l'ipotesi è molto difficile da attuare, perché la realtà è più complessa di come la si possa sognare. Grillo dichiara: "Governeremo", ma forse non sa che il governo non si regge su sermoni, rampogne e insolenze, bensì con la competenza e la partecipazione consapevole. In pratica si sta comportando come se proponesse a persone inesperte di gestire una centrale nucleare, promettendo a tutti indistintamente di aver accesso all'energia anche se impreparati. La conseguenza, non sarebbe certamente un incidente nucleare? Grillo è come un surfista che cavalca l'onda oceanica, cioè la moltissima gente arrabbiata, i giovani precari o senza un posto, gli affaticati dalla vita, i delusi dai politici, senza rendersi conto che il surf è uno sport per persone preparatissime, ricche di competenze approfondite sull'oceano. Chi non è pratico e allenato, prima o poi si fa travolgere dall'onda e ferire dalla sua stessa tavola. Governare è una cosa serissima, un impegno grande e formidabile. Non si può voler cancellare di colpo tutta la classe politica, che è fatta anche di persone capaci. Non si può depennare l'esperienza degli anziani, la competenza acquisita, la tradizione, senza un solido progetto alternativo. Non si può dire a chiunque, indistintamente, vaffà. Mi sembra, dunque, che Grillo non possa confermare le aspettative e i diritti di quelli che oggi costituiscono l'onda sulla quale lui, dittatorialmente, "surfeggia". I suoi seguaci, tuttavia, appaiono più golosi del sangue generato dalla guerriglia, che non consapevoli di essere titillati e manipolati da un'idea un po' isterica che, compulsivamente, eccita la loro rabbia sino all'orgasmo. Dopo di questo, però, in genere, si spegne la luce e non succede niente altro. Tantomeno la cosciente costruzione di una nuova repubblica fondata sulla partecipazione democratica e sulla libertà. Ma se Grillo non è l'alternativa praticabile, e quasi tutto il resto è pattumiera, chi si fa avanti per produrre energia pulita?

IL GIORNALE - 3 novembre 2012
Il maschilista intollerante ha gettato la maschera
Dentro il "populista Beppe Grillo parlante" c'è un arrogante "Pinocchio –maschilista". Predica democrazia e libertà, ma emana editti e aggredisce le donne. Pretende trasparenza, ma evita di garantirla [...]

Dentro il "populista Beppe Grillo parlante" c'è un arrogante "Pinocchio –maschilista". Predica democrazia e libertà, ma emana editti e aggredisce le donne. Pretende trasparenza, ma evita di garantirla per quanto lo riguarda. Censura chiunque, ma non ammette confronti. Parla alla pancia degli italiani, ma prende a calci nel sedere i suoi attivisti. Insomma, è incoerente e bugiardo come molti uomini, ma villano come pochi. Una per tutte, la frase da lui pronunciata, scritta e diramata in internet diretta a Federica Salsi "Il punto G, quello che ti dà l'orgasmo nei salotti del talk show". Un pensiero volgare, di vieta matrice sessista, destinato a commentare, o meglio a censurare, la partecipazione a Ballarò di un'attivista del movimento 5 stelle. Descritta peraltro (la partecipazione) come avvenuta con "voluttà", a favore di un pubblico incapace di capire e di giudicare. Forse, in quest'ultima osservazione, c'è il senso di colpa di essere diventato lui qualcuno di conosciuto, proprio grazie a quel mezzo televisivo che ora demonizza a scapito degli altri. Secondo me, Grillo, del punto G, non sa proprio niente e, probabilmente, non si è mai posto neppure l'obiettivo di andarlo a cercare o di accertarsi vagamente se esista o meno. Come qualsiasi rozzo maschilista, fiero della conquista e incurante del piacere altrui. Tuttavia rinfaccia di averlo, e di usarlo impropriamente, a una donna del suo movimento: come se questa "razza inferiore" (secondo il credo di qualsiasi antistorico discriminatore di genere) trovasse la felicità esclusivamente nei meandri del proprio fisico. E la strumentalizzasse a favore della notorietà e dell'immagine pubblica, invece di starsene a casa a fare politica seduta al computer. Ha fatto bene la Salsi a reagire offesa e a stigmatizzarlo. Mostrandosi delusa e indignata per l'uscita sgradevole e di pessimo gusto del "capo". Uno stile espressivo, quello di Grillo, che schernisce e mortifica l'altro; pur screditando, alla fine, se stesso. Se non altro perché l'intolleranza è un segnale d'impotenza, capace tuttavia di dare origine a linciaggi. In un'azienda e in altri luoghi, che non siano quelli impuniti della protesta populistica, un frasario simile sarebbe potuto essere l'oggetto di una denuncia per molestie sessuali. Infatti, un palpeggiamento al corpo, considerato reato dalla Cassazione penale, è molto meno umiliante di una locuzione che degrada il pensiero di una donna a un organo sessuale: quella frase ha la violenza di uno schiaffo al cervello e la morbosità di una manipolazione alla dignità femminile. Se poi quella di Grillo voleva essere una battuta da comico, è di pessimo gusto: come se si dicesse di lui che le sue continue esternazioni altro non sono che l'espressione del piacere di un onanista ossessivo, che si esibisce con "voluttà" e a favore di un pubblico incapace di capire e di giudicare. C'è chi considera Grillo un rivoluzionario idealista e chi invece, come me, lo ritiene un estremista arrabbiato per niente idealista; ma, anzi, capace, come Robespierre, di applicare le leggi del terrore prima di tutto ai suoi seguaci. Rivoluzionario per rivoluzionario, mi piace ricordare al Grillo–Pinocchio che Che Guevara ha detto: "O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere" (anche a Federica Salsi, persino se partecipa a Ballarò).

IL GIORNALE - 21 ottobre 2012
Quando i bambini pagano il prezzo dei matrimoni misti
Negli ultimi dieci anni sono più che triplicati i matrimoni tra stranieri e italiani. In particolare, sono gli africani in prevalenza a volere una sposa italiana (o viceversa?). Un po' più del 10% dei [...]

Negli ultimi dieci anni sono più che triplicati i matrimoni tra stranieri e italiani. In particolare, sono gli africani in prevalenza a volere una sposa italiana (o viceversa?). Un po' più del 10% dei matrimoni misti avviene tra cristiani e musulmani. Non c'è statistica sulle coppie conviventi o sui genitori di diversa religione. Fatto sta che il fenomeno è significativo e una ricerca istat segnalava, comunque sia, che la durata media di una coppia mista è di 13 anni a Lecce,7 aMilano, 5 ad Ancona. Perché la coppia mista può essere più fragile di quella omogenea; non solo per lo sguardo curioso o sospettoso di chi abita nello stesso territorio, ma anche per le ovvie difficoltà di mediazione nella gestione dei figli, nell'educazione religiosa, nel rapporto mai di parità con la donna, nella prospettiva di un ritorno al paese d'origine del partner straniero. Sono fatti obiettivi e pure spesso irresponsabilmente trascurati dalle donne che confondono l'estemporanea passione erotica con la possibilità di un progetto di vita sereno e soprattutto stabile per i figli che ne verranno. Se poi a questo si aggiunge la notoria prepotenza e persino la violenza di molti maschi stranieri e non, diventa evidente la gravità del problema. Fare una famiglia è una scelta seria, che si può sbagliare anche coinvolgendo un partner dello stesso paese, razza o religione. Il partner non "dei paesi tuoi", se la coppia non funziona, porta però un carico molto più pesante. Chi non lo prevede, e si illude di trasformare la vita e le persone secondo le più viete illusioni, non può affidarsi più di tanto all'aiuto e alla compassione altrui. Significativo in questo senso è il brutto episodio occorso a Milano: madre di 34 anni italiana e padre egiziano di 31. Bambino di 4 anni. Il padre islamico vuole, giustamente, che il figlio riceva l'educazione islamica. La madre, giustamente, si oppone. Dal loro personale punto di vista, entrambi hanno ragione. Ma entrambi, sulla pelle del bimbo, si sono ingannati e hanno imbrogliato l'altro nel momento in cui, facendo spensieratamente ciò che generalmente si fa per generare un figlio, non hanno previsto e tantomeno programmato le conseguenze. Drammatiche e crudeli per quella piccola creatura. Costretta a vedersi sballottare, fino a essere rapita, tra una madre egocentrica e un padre violento. Sbaglia la madre possessiva e prevaricante, sbaglia il padre aggressivo e persecutorio. Una donna a trent'anni non può non conoscere le regole della religione musulmana; se frequenta un egiziano non può non sapere che nella comunità egiziana c'è l'usanza di riportare per un certo tempo i figli in Egitto, ovunque siano nati, per essere affidati ai nonni che ne curano l'educazione alle loro radici, lingua e religione. Sia che lo sappia, sia che non lo sappia, è pur sempre una donna che decide di diventare madre nella superficialità colpevole. Colpevolissimo pure il padre che, con altrettanta tracotanza, pretende di farsi giustizia da sé. Dimentichi tutti che nel mare di prepotenze e reciproche cattiverie, i genitori garantiscono esclusivamente il naufragio esistenziale al figlio. Il gusto perverso della reciproca sopraffazione tra genitori, infatti, fa sempre vivere i figli in uno scenario privo di sentimenti e produttiva affettività: non sempre la giustizia può dare spazio ai bisogni negati di questi sfortunati bambini e quasi mai riesce a metterli al riparo della violenza. Gli errori nel creare le famiglie costano, dunque, cari; meno a chi li compie, moltissimo ai loro figli e in gran parte anche alla società, se non altro quando c'è la violenza, che è contagiosa. L'amore per i figli non è un marchio di fabbrica, non è così scontato, non è un dono del cielo: è il prodotto della consapevolezza, della lungimiranza, dell'impegno personale.

IL GIORNALE - 13 ottobre 2012
Bambino rapito, orrore figlio di tutti
Il Tribunale per i Minorenni di Milano nel 2010 haemesso una sentenza (estensore Mastrangelo, presidente Villa), in un caso simile a quello sconcertante di Cittadella, che dice testualmente [...]

Il Tribunale per i Minorenni di Milano nel 2010 haemesso una sentenza (estensore Mastrangelo, presidente Villa), in un caso simile a quello sconcertante di Cittadella, che dice testualmente "…rilevato che il minore ha avuto scarsi e poco significativi rapporti con il padre…è stato sempre allevato dalla madre ed ha confermato la propria volontà di non incontrare il padre…nulla impedisce che il minore, nel suo percorso di maturazione, possa decidere di costruire un rapporto con la figura paterna, ma tale eventualità deve essere lasciata alla libera scelta del minore e non è passibile di essere coercitivamente imposta da questo Collegio…." Il quale Collegio, per evitare le solite polemiche di genere, va detto subito, era composto da tre magistrati uomini e una donna. Questo provvedimento dimostra, ancora di più oggi, che abbiamo magistrati determinati a tutelare i minori, come è compito precipuo del Tribunale per i Minorenni. Prima di arrivare allo stupro emotivo a danno del piccolo Leonardo, attuato con feroce doverismo da quattro adulti, tante potevano essere le strade percorribili, tutte tese a evitare quello che in Italia e all'estero è stato percepito come un "rapimento" legalizzato, per di più in un luogo di socializzazione, protezione, solidarietà e responsabilità, quale deve essere la scuola. E dove il bimbo dovrà ritornare.
a) I giudici, nella loro ampia discrezionalità, avrebbero potuto rispettare la volontà del bambino. Ma avrebbero potuto anche affiancargli un educatore sociale che, per esempio, lo accompagnasse e lo riprendesse da scuola per capire e trovare il modo di attenuare progressivamente le ragioni del rifiuto. Se convinti dalla perizia della patologia alienante del bambino, sarebbero potuti intervenire sulla madre - responsabile secondo il consulente psichiatrico dell'ostilità del figlio contro il padre - imponendole un percorso di sostegno alla genitorialità e sanzionando sistematicamente le sue inadempienze.
b) Anche il padre avrebbe potuto rispettare la volontà del figlio (persino se convinto del condizionamento materno) cercando altre vie, invece di quelle giudiziarie, per un approccio basato più sul volere il bene del figlio che non il volere il figlio: tanti padri esclusi dalla condivisione della genitorialità scrivono lettere ai figli, inviano dvd, cercano regali simbolici, coinvolgono la solidarietà di amici e parenti per incontri estemporanei e rispettosi di eventuali disagi dei loro bambini. Fino a riconquistare chi si sente, anche ingiustamente, tradito. Ma avrebbe potuto fare anche un passo indietro, soltanto al pensiero che nessun amore si impone con la forza. Né egli può dire, oggi, di averlo "liberato" o che la colluttazione era inevitabile: è stato trascinato e maltrattato un bimbo, non i suoi sequestratori.
c) Gli avvocati dei conflittualissimi genitori avrebbero potuto governare con più determinazione il rancore, la voglia di vendetta e di conquista delle parti, fino a rifiutarsi di seguirli in un obiettivo che si è rivelato alla fine il soggiogamento violento del corpo di un ragazzino trascinato sul marciapiede, che mentre chiedeva aiuto è stato imprigionato dagli adulti. Una sconfitta per tutti. Nel diritto di famiglia è indispensabile avere competenze, esperienza, buon senso e rispetto dei minori prima che dei propri clienti. Chi si occupa in prevalenza di incidenti stradali o di banche, o chi non ha fatto un percorso mirato alla tutela della persona, non sempre può conoscere la giurisprudenza e le infinite variazioni sul tema. Può vincere come avvocato, perché la tecnica c'è e la legge è malleabile; ma umanamente può non essere previdente nell'intuire le trappole nelle quali far precipitare gli incolpevoli bambini coinvolti. Meglio sarebbe stato se avessero agito sulle inadempienze della madre, cercando di ottenere il suo allontanamento dal bambino e non viceversa. Si sarebbe potuto invocare la ripetuta inottemperanza dolosa agli ordini del giudice, o il maltrattamento, o la violenza privata sulla base della presunta pas – che è ritenuta patologia dei figli causata da comportamenti (dolosi) manipolatori di un genitore a danno dell'altro.
d) Gli agenti di polizia hanno sbagliato: il provvedimento sembra imponesse loro discrezione e delicatezza. Che hanno lasciato il posto all'arroganza ("io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno") e ai modi brutali che non si dovrebbero usare neppure con i criminali. Ed è emersa persino la paradossale difesa di un superiore che ha detto "non so che filmato abbiate visto, perché non c'è stato alcun trascinamento". L'ha visto, con raccapriccio, tutto il mondo. Gli agenti, invece, avrebbero potuto chiamare il loro capo e spiegare la resistenza del bimbo o farsi dare istruzioni dal Giudice che aveva raccomandato discrezione. L'attuabilità dei provvedimenti relativi all'affidamento dei minori impone, a chiunque se ne occupi, la continua valutazione della conformità all'interesse del minore di quanto si è deciso di fare.
e) Non è condivisibile neppure il comportamento del consulente psicologico, giacché, se è vero che il bimbo ha la pas e, dunque dovrebbe soffrire d'ansia, mancanza d'autostima e sfiducia negli adulti, mai avrebbe dovuto consentire che fosse sottoposto a quella violenta tortura. Lui stesso afferma che "soggetti traumatizzati nell'età in cui hanno più bisogno d'amore, maturano un'instabilità capace di degenerare nel suicidio".
f) Ha sbagliato certamente anche la madre, nel non rispettare né il diritto del figlio alla frequentazione paterna né i provvedimenti del giudice. Non ci si può fare giustizia da sé sulla pelle di un bimbo. Insomma, per quante originarie o orrende colpe possa avere la madre, tutti gli altri ne hanno altrettante. Nessuno, comunque sia, ha capito che un bambino non può essere tutelato se è contemporaneamente l'oggetto di una, per quanto mai corretta, pretesa giudiziaria e il soggetto di diritti assoluti intoccabili. Tutti i protagonisti di questa vicenda hanno mostrato di non avere né la testa né il cuore, sacrificati entrambi all'affermazione del proprio ruolo e della propria funzione.

IL GIORNALE - 7 ottobre 2012
Cari studenti, il futuro andatevelo a prendere
L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Non, dunque, sul posto di lavoro quale diritto ormai impropriamente urlato bensì sul dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità, un'attività [...]

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Non, dunque, sul posto di lavoro quale diritto ormai impropriamente urlato bensì sul dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità, un'attività destinata al progresso della società e alla singola autonomia economica. Certamente né i genitori, né tantomeno gli insegnanti, hanno cercato di trasmettere questo principio, basilare, agli studenti che l'altro ieri hanno manifestato in tutte le città italiane. Se così fosse stato, non ci sarebbero stati gli scontri violenti e volgari che hanno segnato quasi tutti i cortei. Peraltro, in un rito stanco e ripetitivo, come ogni anno in ottobre, contro il «cattivo» ministro di turno. Per quanto fisiologicamente ci si aspetti il ribellismo delle giovani generazioni, che è perfino indispensabile alla crescita personale e della società, dispiace che questi giovani non trovino più motivi innovativi di protesta e rivoluzione. Prima di tutto, se consapevoli (?) e convinti dei pretesi tagli all'istruzione, gli studenti avrebbero potuto chiedere - e forse ottenere dall'apparente apertura di questo governo tecnico - un confronto istituzionale. Un confronto per risvegliare i «vecchi», suggerire metodi nuovi, dare un senso concreto al disagio e all'incertezza attuali. Per esempio, si sarebbero potuti dolere dell'inefficienza della scuola e degli insegnanti. Magari raccontando del sistema scolastico americano, basato sulla capacità e sul merito degli istituti scolastici di formare e selezionare studenti così bravi da essere ammessi in certe università, note e ambite proprio per la loro particolare restrizione selettiva nell'accettare aspiranti alla laurea. Magari suggerendo l'opportunità che le scuole italiane più qualificate possano ottenere sovvenzioni private, come in America, detraibili fiscalmente. Magari, ancora, proponendo la necessità della scelta severissima del corpo insegnante e il sistema della supervisione periodica delle singole competenze (ma anche delle possibili strumentalizzazioni proprio da parte degli insegnanti) e tentando così di demolire l'antistorico e maligno diritto al posto fisso statale. Insomma, uno studente che, giustamente e come impone la sua età, si ribella, è credibile solo quando è concentrato sull'obiettivo di apprendere bene, se promuove il nuovo, se propone il merito, se è riformatore di metodi stantii. Non lo è, se protesta ritualmente, sguaiatamente e banalmente contro la casta, l'austerità, i tagli, le scuole private; mescolandosi a centri sociali, no Tav, nulla facenti nel denominatore comune della violenza. Si onorano, invece, la genuina insurrezione giovanile e il diritto allo studio, nonché la futura possibilità di scegliere come lavorare, con la rivoluzione mirata a un ideale, non all'ideologia. Consci tutti che il sangue e il sudore devono essere versati sui libri, per esempio nuovi e diversi, o su programmi di studio alternativi, e non nelle piazze, ai danni della collettività e dei poliziotti che, a loro volta, hanno il dovere di impedire e reprimere la violenza e i disordini sociali. Quell'imbecille di studente che ha urlato al poliziotto «coglione, sei un frustrato di merda», meriterebbe di essere bocciato ogni giorno della sua vita da ogni occasione che gli possa capitare, oltre che punito ultra severamente da un serio magistrato. E, se avesse studiato, saprebbe che persino quel rivoluzionario di Pasolini stava dalla parte delle forze dell'ordine. Purtroppo, si sa, sono il buonismo e il garantismo che hanno deviato lo spirito e i valori, del singolo come della società. La lamentela continua e indifferenziata finisce sempre con l'essere premiata dal pietismo. Quando il lavoro stressa, la protesta ingrassa. Se questi ragazzi - che, invece di una sana, naturale e produttiva rivoluzione, si oppongono al sistema con insulti, confusione e violenza -, sono il nostro futuro, rimbocchiamoci le maniche e continuiamo a lavorare ben oltre i già alti confini della pensione. Del resto, chi ha il senso del dovere sa che il lavoro, più che un diritto è un destino capace delle migliori rivoluzioni.

IL GIORNALE - 25 agosto 2012
Il quiz delle corna. Peggio gli sms o la scappatella?
Se proprio dobbiamo parlarne, parliamone. E' estate e lo spread non inquieta più di tanto; senza alcun dubbio si stanno consumando plurimi tradimenti; si sono esaurite fresche avventure; si progettano [...]

Se proprio dobbiamo parlarne, parliamone. E' estate e lo spread non inquieta più di tanto; senza alcun dubbio si stanno consumando plurimi tradimenti; si sono esaurite fresche avventure; si progettano nuove bollenti tresche. E allora perché non discutere, in questo territorio "culturale", banale e ripetitivo, anche dell'alternativa che emerge dalle dichiarazioni di Martina Colombari: "posso tollerare una scappatella, ma non uno scambio costante di sms". Dunque la domanda per tutti potrebbe essere "meglio un fatto inequivoco o uno scritto equivocabile?" Non ero certa che tutti rispondessero come Martina, per lo meno stando a una mia personale statistica derivante dall'esperienza professionale. Infatti, il traditore, sul sospetto di scappatella può mentire quanto vuole, giurando e spergiurando; ma l'ingannato ha sempre la certezza di non trovarsi difronte a un presunto innocente. Invece, lo scritto può dar luogo a interpretazioni e spiegazioni incredibilmente convincenti: c'è, per esempio, chi racconta, e viene creduto, che gli sms ricevuti altro non sono che gli "inoltri" di un'amica o di un amico che ha bisogno di consigli in tempo reale sulla sua storia d'amore. E per sostenere l'alibi, l'organizzato traditore ha da tempo celato il numero di cellulare dell'amante con un nome di fantasia, ovviamente del sesso opposto a quello reale. Ma, tornando a Martina e non trascurando di sottolineare che, per chiunque ami, l'alternativa tra corna scritte e corna veloci si pone come la scelta di dover decidere se mangiare un cane morto con o senza peli, sembra che il suo pensiero in proposito sia condiviso dalla maggior parte delle donne. Meno dagli uomini. Ho infatti intrapreso una rapida indagine di mercato in proposito, interrogando una dozzina di signore di varie età e anzianità di matrimonio e ho appurato che: a) tutte preferirebbero la "scappatella"; b) più della metà, vorrebbe non saperlo; c) l'altra metà si attesta in pari quota tra chi procederebbe all'evirazione immediata e chi comincerebbe ad attuare, subito dopo averlo saputo, un instancabile marcamento a uomo; d) all'unanimità considerano molto più ingiurioso lo stillicidio emotivo di chi, pur essendo con te, è impegnato altrove con pensieri messaggiati, e dunque, in un'attività di intima complicità con un'altra; e) in genere preferiscono (pur sempre considerando l'alternativa come quella del cane con o senza peli) essere tradite a ore invece che continuativamente (con gli sms); f) interrogata espressamente sulle parole della canzone di Patty Pravo "meglio far l'amore con te pensando a un'altra o viceversa", tutte, meno una, scelgono la prima ipotesi. I pochi uomini interpellati, invece, temono il corpo a corpo già avvenuto e danno poca importanza allo scambio, per quanto costante, di sms. Non percepiscono infatti quest'attività se non come virtuale e di corteggiamento: sono pertanto convinti di potere con il loro intervento – in genere tuttavia goffo e intempestivo – evitare il peggio, riproponendosi come oggetto di desiderio privilegiato. In conclusione, senza voler sembrare una bacchettona, che proprio non sono, rendiamoci conto che discutendo della scelta di modalità dell'infedeltà, la stiamo dando per scontata e acquisita. Abbiamo creato, cioè, una sorta di tolleranza benevola all'adulterio (traduzione corretta di scappatella) così facilitando l'hobby preferito di ogni uomo. Quando tutti, invece, dovremmo trovare insopportabilmente pornografica la visualizzazione in sé del tradimento, mentre si consuma, sia nel letto, sia sul display.

IL GIORNALE - 15 agosto 2012
Amante addio, ora c'è la baby moglie
Le donne scelgono gli uomini che le sceglieranno. E' un dato di fatto che, rivelato apertamente, potrebbe provocare il risentimento di ogni donna, per esserne state svelate le strategie più segrete. [...]

Le donne scelgono gli uomini che le sceglieranno. E' un dato di fatto che, rivelato apertamente, potrebbe provocare il risentimento di ogni donna, per esserne state svelate le strategie più segrete. Ma potrebbe suscitare anche lo stupore avvilito degli uomini, colpiti nell'ego più autocelebrato. D'altra parte è ora di dire le cose come stanno. Questo fenomeno imponente degli accoppiamenti – intesi in senso sociale – tra giovani donne e uomini molto più grandi, ha diverse chiavi di lettura, ma tutte portano a una precisa e razionale logica femminile. Il che una volta avrebbe subito provocato un risolino di sufficienza, considerandosi la logica unita alla femminilità un insuperabile ossimoro. La strada, invece, faticosissima che hanno percorso le donne, ha fatto loro conquistare leggi, opportunità e capacità di considerazioni che gli uomini, nel frattempo, distratti dall'unica rivoluzione da loro percepibile, cioè quella sessuale, non hanno imprudentemente valutato. Prima di ogni altra cosa, le donne hanno constatato sul campo che, rispetto ai coetanei, hanno una capacità di maturazione molto più rapida: se non lo notano a scuola, lo capiscono bene all'università o lo apprendono, esasperandosi, con la nascita del primo figlio: si fa presto a diventare mamma "sufficientemente buona", ma è un percorso più accidentato quello del padre responsabile e del coniuge solidale. E' difficile che gli uomini rinuncino al calcetto, al bar con gli amici, alle "scappatelle", alla carriera, sol perché improvvisamente genitori. Le donne, per un po' almeno, sono obbligate. E in più, sovente, diventano di fatto madri anche dei mariti. Poi si separano, perché capiscono di fare meno fatica senza un bambinone in più da accudire. A quel punto riflettono; e il pensiero femminile si estende con semplicità nelle generazioni, sull'opportunità di avere un "padre" che pensi a tutto, anziché essere una "madre" affaticata e doppiamente responsabile. Oggi, le venti-trentenni, vedono i loro coetanei, oltre che fanaticamente adolescenti, depressi per la precarietà del lavoro, impauriti dal costruire una famiglia e confusi dalla illimitata scelta di piaceri sessuali. Perché rischiare di formare una famiglia con un coetaneo? Ci sono arzilli e benestanti sessantenni, già rodati sul lavoro e nella vita, pronti ad offrire a un figlio un ottimo DNA sociale e alla vispa mogliettina uno status, anche reddituale, molto rassicurante. Neppure da dire che i sessantenni in questione si autolusingano nel credere di avere, malgrado l'età, il tocco magico e ormonale mantenuto così bene da potere ancora sedurre giovani ragazze. Non sanno e non vorranno mai credere di essere stati puntati e sedotti con malizioso raziocinio. Lo stesso accade con le amanti. Una volta quasi tutti gli uomini "grandi" avevano un'amante giovane che, tuttavia, conosceva perfettamente il codice comportamentale dell'amante: clandestinità, dedizione, silenzio, non porre problemi e, alla fine, una boutique. Non ci sono più le amanti di una volta: oggi le regole, anche per loro, sono la visibilità e la legittimazione; invece della boutique, un figlio bancomat, meno esposto alle altalene dello spread. Ci vuole poco a scegliere, e convincere, un uomo facendolo sentire seducente, desiderabile e lontanissimo dalla vecchiaia, tanto da progettare un figlio. E' ovvio che dobbiamo escludere le singole storie di amore vero (ma cos'è, poi, l'amore se non un qualcosa che ci faccia stare bene o che crediamo ci farà stare meglio?), ma la circostanza che il fenomeno sia tanto di tendenza, non può passare inosservata. Come il dettaglio, non trascurabile, che si sposino molto di più i vecchi ricchi, anche dopo gli 80 anni, che non i giovani in genere. Il calo impressionante dei matrimoni è un dato statistico indiscutibile, che "tiene" grazie ai maschi ultrasessantenni, e che potrebbe avere altre spiegazioni qualora fossero numerosi anche i matrimoni delle ultrasessantenni. Le quali, invece, se ex di un ricco, sanno sapientemente godere di un lauto assegno divorzile e forse, sotto sotto, sono felici di non avere scelto, da anziano, quell'uomo preso in saldo da una più giovane che, a un certo punto, avrà a che fare con gastriti e prostatiti. Risparmiate alle ex in zona cesarini. Sempre che, un giorno, come molto sovente accade, l'acciaccato "figliol" prodigo, abbandonato a se stesso dalla furba giovane mogliettina, non torni a bussare alla porta della ex, per farsi accudire tra le sue braccia, non più fresche ma materne. Il solito bambinone di sempre.

IL GIORNALE - 8 agosto 2012
L'ultima moda: fare la mamma è più Onorevole
Può una donna "avere tutto", cioè fare carriera e gestire la famiglia e la maternità? Ad Anne–Marie Slaughter, professore di scienze politiche a Princeton, che ne sostiene l'impossibilità, e [...]

Può una donna "avere tutto", cioè fare carriera e gestire la famiglia e la maternità? Ad Anne–Marie Slaughter, professore di scienze politiche a Princeton, che ne sostiene l'impossibilità, e dunque la necessità di scegliere, risponde la giornalista dell'Indipendent Laurie Penny affermando che le donne non hanno alcuna possibilità di scelta, perché, per loro, la libertà personale non ha lo stesso significato che ha per gli uomini. Nel concreto, una parlamentare del partito conservatore britannico, Louise Mensch, si dimette dal suo seggio perché sposata con un impresario musicale che vive a New York e, avendo tre figli piccoli, trova troppo complicato organizzare la sua vita. Dice di avere preferito la famiglia, contro la possibilità della politica, anche Marilena Parenti, prima dei non eletti del PD a Montecitorio e chiamata da Franceschini a sostituire un deputato designato a un altro incarico. Rifiuta quindi il seggio a Montecitorio, decidendo di vivere a Londra dove ha lavoro, marito e figlio in arrivo. A parte il malizioso sospetto che una legislatura destinata a finire nel prossimo marzo non può gratificare nessuno in nessun modo, può essere anche vero che le donne, a un certo punto della vita, si trovino a un bivio decisionale, che impone loro di rinunciare a qualcosa o di non volere accollarsi sacrifici pesanti per tenere tutto. Tuttavia, la coincidenza che siano due donne a rinunciare alla politica, dopo che tanto hanno fatto per arrivare nei luoghi di potere, deve far riflettere. Delle due l'una: o è possibile che le donne in politica non siano prese sul serio, come dice la Mensch, o è possibile che le donne siano le prime a percepire la non appetibilità del ruolo politico. In particolare donne che respirano l'aria anglosassone, da sempre anticipatrice di fenomeni che poi diventano internazionali (dalla musica dei Beatles ai patti prenuziali). Ebbene, a mio parere c'è una parabola discendente, in caduta libera quasi, del decoro sociale di un qualsiasi deputato, dovunque si trovi nel mondo. Dallo sfolgorio della carica, che portava onore, privilegi, tessere, pensioni rapide, importanti riconoscimenti economici e sociali, si è passati quasi alla vergogna di essere un deputato: il parlamento conta meno del potere esecutivo; degli onorevoli si parla ormai come di parassiti, ladri, sfruttatori, corrotti; tessere e privilegi sono destinati a scomparire. E' una logica conseguenza della caduta d'importanza dei partiti; prima del crollo del muro di Berlino, avevano la funzione di coagulare gli interessi di classe e la loro forza stava nella contrapposizione manichea delle idee, ma anche nell'onore di sostenerle. Dopo i compromessi storici, le convergenze parallele, e il consociativismo e le attuali larghe intese, il sistema ha perso la sua forza. Le diverse realtà sono praticamente indistinte e c'è una minima differenza tra le parti in opposizione; in conclusione, il parlamento non è più luogo del decoro. Tantomeno del potere, che è riservato all'esecutivo se non alle grandi istituzioni bancarie. Perso dunque il ruolo di centralità del partito, persi tutti i privilegi simbolici ed economici dello status, l'essere deputato non è più un oggetto del desiderio, non è più "onorevole"; non c'è più interesse all'ambita spilla di riconoscimento; per nessuno che non sia mediocre e incapace di una propria autonomia produttiva. Ecco, allora, che le donne rappresentano il termometro di un fenomeno che a breve si definirà storico. Le donne sono meno narcise degli uomini, più concrete e articolate; sanno usare i piatti della bilancia; checché dicano le Slaughter e le Penny, sanno scegliere bene tra un'ipotesi d'onore, che tale non è più, e un buono stipendio, un marito ricco o il fiore all'occhiello della maternità. Tramontata la vanità e l'opportunità economica e sociale del ruolo di deputato, non è per nulla difficile rinunciarvi, avendo a disposizione un'alternativa decente. Non trascurerei, dunque, l'aspetto sintomatico di queste scelte femminili, che tanto turbano le donne stesse e provocano sarcasmi maschili. Siamo in un'epoca di transizione e confusione. Persino gli economisti si affannano a spiegarci che cosa è accaduto, ma sono totalmente incapaci di prevedere o di scongiurare ciò che avverrà. Il nostro parlamento (ma anche altri europei) sta naufragando nella vergogna e nell'inutilità, come ha detto persino Monti, salvo ritrattare. Il diventare deputato, dunque, consente solo l'inserimento in una categoria sociale privata dell'onore e senza riverberi positivi. Vogliamo ancora credere che il rifiuto del seggio da parte di queste donne sia una scelta residuale da donnette, oppure cominciamo a pensare che le donne abbiano un'intelligenza istintiva ed emotiva superiore a quella degli uomini? Meglio "onorevole", oppure mamma, moglie, professionista, impiegata onorevole?

IL GIORNALE - 23 luglio 2012
L'inganno delle coppie civili: solo diritti, ma senza impegno
Le unioni civili, gay ed etero, non costituiscono una questione di destra e neppure di sinistra. Il fatto che l'uno e l'altro schieramento se ne approprino, per strumentalizzare l'avanguardismo o il [...]

Le unioni civili, gay ed etero, non costituiscono una questione di destra e neppure di sinistra. Il fatto che l'uno e l'altro schieramento se ne approprino, per strumentalizzare l'avanguardismo o il conservatorismo, è solo prova della malafede con la quale i politici affrontano qualsiasi tema che possa aggregare consensi o dissensi. Per fare numeri e fare parlare di sé.In realtà quello delle unioni civili è un problema non problema, artefatto e in buona parte sintomo di ignoranza.Dunque. Ogni cittadino ha diritti individuali e diritti riconosciuti. La Costituzione lo tutela sia come singolo, sia quale componente di una creazione sociale o familiare. E dice anche che la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio e che il matrimonio è costruito sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.A questo punto varie domande si impongono: perché, se la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio, si discute sempre delle famiglie non «matrimoniate», pretendendosi che abbiano gli stessi diritti di quelle segnate dal vincolo coniugale? È un non senso e un controsenso: il matrimonio è imperniato sulla libera volontà delle parti di assumerne doveri e diritti. Libera volontà espressa in forma solenne e sempre revocabile.Perché una ipotesi di legge, quali lo sono state le ineffabili Pacs, Dico, e Didore, dovrebbe sostituire il consenso personale e far trovare all'improvviso semisposate coppie solo conviventi in forza della precisa scelta di libertà di non sposarsi? O, peggio, fare trovare a sua insaputa sposato quello dei due che non ne aveva alcuna intenzione? O c'è, il matrimonio, o non c'è. E se c'è, deve contare solo la volontà libera e incondizionata di chi se ne assume le responsabilità. Non la volontà populistica dei tribuni pseudoprogressisti.Di conseguenza anche queste manfrine delle unioni civili costituiscono un inganno: agli ideali, alla Costituzione, al convivente speranzoso di essere un giorno praticamente sposato all'altro, senza nessuna fatica. Le unioni civili sono la trappola della libertà, in cambio di qualche misero beneficio amministrativo. Hanno poco da raccontare, quelli che pensano di superare le discriminazioni istituendo il registro: così facendo discriminano tra coppie che si sposano, con la volontà e l'impegno di farlo, e coppie che non assumono le responsabilità del matrimonio, ma ne acquisiscono le tutele assistenzialiste. Per di più con l'ipocrisia pesante e risonante di fare di tutta l'erba fascio: etero e gay così saranno contenti. Se, invece, gli omosessuali hanno dignità, come sono certa, devono rifiutarsi di iscriversi a qualsiasi registro, perché questo è un contentino che li discrimina ancora di più, pur se da molti viene loro proposto come il regalone politico. Ricordiamo, intanto, che esiste il matrimonio cattolico come quello laico e che il Concordato ha fissato le regole perché le nozze in Chiesa abbiano effetti civili nello Stato italiano. Il matrimonio civile ha pertanto natura e obbiettivi diversi, è un'altra cosa e riguarda solo lo Stato italiano. Con tutto il rispetto verso il matrimonio-sacramento, non si può dimenticare che il nostro Stato è laico e deve affrontare il matrimonio omosessuale in termini del tutto avulsi dal contesto e dal pensiero religiosi. Per i laici il matrimonio è una sorta di convenzione, che l'individuo sceglie per organizzare la famiglia; nel potere di autodeterminazione, può anche decidere di costruirla senza regole, nell'unione di fatto. Ma l'individuo omoaffettivo non ha la scelta alternativa, non può decidere di sposarsi per formare la sua personalità nel contesto di vincoli e opportunità, che invece hanno gli etero: parentela, riserve ereditarie, pensione di reversibilità, tanto per richiamare la base solidaristica del matrimonio. Già tante sentenze hanno detto che la legge matrimoniale, del 1942, dovrebbe adeguarsi alla Costituzione, del 1948, rendendo attuale il matrimonio anche agli omosessuali. Senza del quale continuano a essere ingiustamente discriminati: perché c'è confusione tra nozze civili e canoniche; perché non c'è scritto nella Costituzione che i coniugi non possano essere dello stesso sesso, perché il matrimonio laico non obbliga alla procreazione; perché l'intento solidaristico non può vietarsi a chicchessia, se ha i presupposti per sposarsi, tra i quali non è previsto il sesso. Sono perciò ridicoli i registri per regolarizzare (??) le unioni civili, quasi sia per dare una possibilità agli omosessuali. Le famiglie omoaffettive, invece, non devono coltivare questa speranza, perché hanno diritto al diritto di sposarsi. Una seconda scelta è patetica e irrispettosa degli inviolabili diritti di uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione personale e, cioè, anche dall'orientamento sessuale, che è un modo di porsi individuale, «una possibile variante del comportamento umano» (Oms, 1994). La Costituzione, per chi è in buona fede, è chiara e non richiede di istituire registri per aggirare i problemi irrisolti. Se gli studiosi del diritto negano la possibilità del matrimonio omosessuale, non resta che integrare la Costituzione e poi ricorrere al referendum confermativo sul tema, così da bypassare, una volta per tutte, politici vili, ignoranti e manipolatori.

IL GIORNALE - 14 luglio 2012
Ma il sadomaso tanto di moda è una vera noia
Ho ricevuto, uno dietro l'altro, Cinquanta sfumature di grigio poi di nero e ora di rosso. La trilogia del momento: quasi una cromoterapia sessuale. Subito incuriosita, come sempre di fronte [...]

Ho ricevuto, uno dietro l'altro, Cinquanta sfumature di grigio poi di nero e ora di rosso. La trilogia del momento: quasi una cromoterapia sessuale. Subito incuriosita, come sempre di fronte al fascino irresistibile di un libro, ne ho sfogliato qualche pagina e mi è sembrato di affacciarmi da una finestra aperta su un campo incolto: niente ha colpito il mio sguardo e la mia immaginazione; molto poco mi ha stimolato a continuare. Poi, qualche sera dopo, solo per partecipare alle innumerevoli conversazioni sui meriti e demeriti di questo libro, ho cominciato diligentemente a leggerlo. Tuttavia addormentandomi. L'incidente antiletterario si è ripetuto più volte. D'altra parte, la scrittura dell'autrice è lenta e non brillante; le descrizioni analitiche e ripetitive (del resto, raccontano minuziosamente parti anatomiche sulle quali rimangono pochi misteri); la trama ovvia anche se esagerata. Gli amici mi sollecitavano: "vai avanti, la parte interessante viene dopo, quando cominciano le descrizioni erotiche". Ecco, non credo che l'importanza e il successo di un libro possano stare tanto nel suo erotismo, quanto piuttosto nel raccontare l'eccitazione erotica del tempo di vita che descrive. I peccati di Peyton Place, per esempio, anche scritto da una donna e, peraltro, in un epoca per le donne molto difficile, è stato un capolavoro degli anni '60: con la sua forza di rappresentare la provincia americana, affollata di persone peccaminose, aventi 20, 40 o 60 anni, tutte con la medesima ingorda e sublime volontà di eros passionale. Il mondo secondo Garp di John Irving è un libro divertente e brillante, denso di erotismo geniale, mischiato alla vita e, perché tale, a volte grottesco. Uno specchio lucido, luminoso e intelligente degli anni '90. Che cosa ci dice, invece, del sesso e dell'eccitazione del tempo attuale, quest'autrice sconosciuta, che deve il successo a un abile strategia editoriale di passaparola e alla maliziosa solidarietà dei social network? Mi appare modesta pornografia, disegnata sulla personalità della scrittrice; di una banalità straordinariamente commerciale. Forse è però, davvero, la rappresentazione dell'erotismo di oggi: noioso, pedante, a volte estremo, cupo e molto bendato. Non escludo che tanti uomini e tante donne lo vivano e lo desiderino così, anche violento, sadomaso e misterioso; ma mi turba il fatto che milioni di donne si siano appassionate a un libro che, proprio in questi termini, descrive il travolgente amore di coppia. Insomma, dopo averlo letto sono rimasta con la sensazione di essermi seduta al tavolo di un ristorante alla moda; di essere poi andata via, senza avere gustato alcun godurioso manicaretto, tantomeno ostriche, tartufi; di essermi, invece, limitata a masticare diligentemente, dopo averla accuratamente letta, l'insapore e indigesta carta del menù.

IL GIORNALE - 6 luglio 2012
Balotelli e la tirannia delle donne incinte
Il caso, non solo di cronaca rosa ma soprattutto di grande rilievo umano, che coinvolge in questi giorni il nostro Balotelli, impone serie riflessioni sui diritti, i doveri, le responsabilità [...]

Il caso, non solo di cronaca rosa ma soprattutto di grande rilievo umano, che coinvolge in questi giorni il nostro Balotelli, impone serie riflessioni sui diritti, i doveri, le responsabilità genitoriali. Non dei protagonisti della vicenda, che meritano il rispetto con il silenzio, ma delle donne e degli uomini del tempo che viviamo. Le donne fino a poco più di trent'anni fa, erano giuridicamente considerate inferiori all'uomo. Fino al 1981, il tradimento di una donna giustificava il delitto "d'onore"; fino al 1984 l'aborto era un drammatico problema femminile che si risolveva nel segreto e nel rischio fisico e penale; fino al 1975 esisteva la patria potestà e non la potestà genitoriale. La società e i luoghi di lavoro hanno faticato in questi anni ad accettare la donna libera, autonoma e paritaria. La sovranità, dentro e fuori dalle case, apparteneva all'uomo. Che comandava, vietava, tradiva e persino uccideva nell'accettazione, sovente gratificante, di chiunque. Le legge, la cultura, la rivoluzione dei costumi hanno ribaltato tutto. O quasi. Con la complicità dell'energia aggressiva delle donne che, come schiave liberate, sono passate dal buio alla luce, facendosene accecare. Ma con la complicità anche della colpevole ignoranza degli uomini, incapaci di comprendere che chi è stato schiavizzato può diventare il nemico del padrone o persino il padrone. Come in tante occasioni sta dimostrando di fare la donna, forte delle norme giuridiche che la sostengono. Lasciamo perdere le poverette ignoranti che ancora si fanno maltrattare, malgrado decine di migliaia di altre donne si organizzino per informarle, aiutarle e salvarle, e pensiamo invece a quelle che sono convinte di essere nate contestualmente ai diritti e all'arroganza, che brandiscono in ogni momento della vita. Unitamente al potere del sesso, di fronte al quale ogni uomo è schiavo per natura. Ma anche gli animali imparano, se vengono addestrati. E gli uomini, buona parte dei quali hanno rango, qualità e capacità di gran lunga superiore a qualsiasi mammifero, non vogliono addestrarsi. Non hanno capito la potenza infinita della donna, che può dare la vita e decidere solo lei se darla o no. Non vogliono pensare neppure un secondo di potere essere strumentalizzati da una donna con qual mix fantastico, che può però rivelarsi micidiale, di parole e sesso. Non riflettono, prima di innescare in pochi secondi la reazione chimico-biologica (privi naturalmente di uno scudo protettivo) sul fatto che ogni donna è proprietaria, dominatrice, sovrana assoluta, a volte despota del proprio corpo. E' ingiusta, in parte, la legge che regola la questione delle nascite, perché l'uomo non può direla sua. Ese la dice, non vale nulla rispetto all'unico potere decisionale della donna, che ha il diritto incontrastabile all'ultima parola. Quando, invece, una nascita dovrebbe essere voluta solo con il consenso di entrambi. Qualsiasi uomo – spensierato su questo argomento - si può trovare padre quasi a sua insaputa. Il che vuole dire affrontare responsabilità affettive ed economiche (ai poveri capita raramente) non programmate e anche non volute. Qualsiasi donna, priva di valori, può decidere che il suo reddito sia un uomo e la carta di credito il figlio. Molti, peraltro, continuano a considerare le ragazze madri come vittime sedotte e abbandonate, perciò censurando l'egoismo del maschio; quando invece oggi le donne sono fiere della loro autonomia gestazionale, e non sanno che cosa sia il terrore degli anni cinquanta, quando quel figlio era considerato bastardo. Anche le leggi sono tutte dalla loro parte: riconoscimento, cognome del padre, mantenimento, obbligo di affettività, pena il futuro risarcimento del danno. Ci sono ogni giorno nei Tribunali cause introdotte da donne che, per qualche anno, hanno fatto le disinvolte mamme singles, salvo ripensarci, pretendere il dna dell'ignaro padre, conteggiare gli arretrati non versati, conquistare un bell'assegno mensile per il futuro e, persino, pretendere, in nome del figlio, il risarcimento per la vicinanza paterna non goduta. Quando, invece, nessun uomo diventato padre per forza, per sbaglio, per inganno, può mai neppure lontanamente pensare di chiedere di essere risarcito per la malafede subita, lo stravolgimento del proprio progetto di vita, l'aggressione all'identità e alla personalità, forse prima indirizzate diversamente. Detto questo, non si può non affermare che non vi sia discriminazione di genere a danno del maschio. Malgradola nostra Costituzione. Sarebbe bene che gli uomini cominciassero a scendere in piazza al grido "il seme è mio e me lo gestisco io".

IL GIORNALE - 4 giugno 2012
Mano tesa ai divorziati, un passo troppo timido
Il Papa ha detto: «Lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo "ben essere" nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita». Poi ha affermato che: «La legislazione e [...]

Il Papa ha detto: «Lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo "ben essere" nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita». Poi ha affermato che: «La legislazione e l'opera delle istituzioni statuali debbano essere in particolare a servizio della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita». Ma, prima ancora, aveva dichiarato: «La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire». Ebbene, come si conciliano queste convinzioni, proposte dal Papa come fondamentali e progettuali per lo Stato che è venuto a onorare con la sua presenza, con la spiegazione - traumatica per chi si aspettava un'apertura - «i divorziati sono nel cuore della Chiesa, non fuori, anche se non possono ricevere i sacramenti»? Cercando poi di mitigare questo severissimo ostracismo, con l'offrire la consolazione che la sofferenza dei divorziati, cui si rifiuta l'Eucarestia, «è un dono, non solo un tormento». Aggiungendo, ancora, che è importante per loro seguire la liturgia, così possono unirsi spiritualmente a Cristo, anche se non partecipare alla mensa della più ampia collettività religiosa. È un po' come dire che un passante molto sofferente chieda ospitalità, e il padrone di casa lo inviti a entrare con molta generosità, per poi aggiungere, però, «ma a tavola con noi non ti siedi». E, tutto ciò, mentre gli altri commensali, rendendosi conto della grande sofferenza dell'escluso, considerano il suo dolore «un dono che deve essere vissuto comunitariamente». Trovo molto interessante, per molteplici aspetti, la figura di Papa Ratzinger; in particolare, egli è molto istruito e studioso. Come capo di uno Stato estero, qual è il Vaticano rispetto all'Italia, ha bene individuato nei suoi discorsi i principi di libertà che definiscono la nostra Costituzione. Ha sostenuto, infatti, con vigore, che la libertà non è un privilegio, ma un diritto per tutti; e lo Stato deve garantirlo, perché prezioso. In italia, dunque, c'è il diritto di divorziare, come di sposarsi; nel governo di ciascuno della propria libertà, c'è l'obiettivo del «ben essere»; ogni individuo è «aperto alla vita» sia con il matrimonio sia con il divorzio. Lo Stato italiano consente un nuovo matrimonio (civile, ovviamente) dopo il divorzio. Lo Stato del Vaticano, no. Discrimina i divorziati, li chiude alla vita, impedendo loro di risposarsi e di accostarsi ai sacramenti, fondamentali nel «ben essere» di chi crede. Si illude, il Papa, al pensiero che il matrimonio possa essere preservato con una buona terapia preventiva, mediante la opportuna educazione da parte dei genitori e l'opera dei parroci, destinati a far capire alle coppie che «l'innamoramento deve fermentare e crescere e maturare». Qualcosa, infatti, è cambiato; bisogna tenerne conto. L'aspettativa di vita è raddoppiata negli ultimi duemila anni; se si arriva anche a 90 anni, non si può escludere di sposarsi due o tre volte senza che necessariamente muoia il coniuge. Gli individui crescono con la convinzione di avere un diritto «congenito» nell'utilizzare i diritti che lo Stato garantisce. Il divorzio, però, si può subire, oltre che deciderlo. La libertà di «ben essere» può venire pregiudicata da un marito violento o da una moglie mascalzona. Anche cattolici. In certi casi, il divorzio è indispensabile per tutelare la sanità psicofisica dei figli. Dunque, il divorzio, non è sempre una scelta «dolosa», contro il credo religioso e il sacramento del matrimonio. E allora, perché Papa Ratzinger continua a fare il passo più corto della gamba e a non praticare, anche a favore dei divorziati cattolici, quello spirito di autentica accoglienza, solidarietà e misericordia che si vuole e si dice caratterizzi la Chiesa? Se un cattolico divorziato viene invitato, dal Papa, a fare la comunione con Cristo ma non con la Chiesa, significa forse che la Chiesa si sente superiore a Cristo? O, quelle del Papa, sono affermazioni politiche a favore del suo Stato, dimenticandosi così di tutti i cittadini religiosi del resto del mondo? Anche lo Stato del Vaticano difende il diritto alla vita in tutte le sue forme: lo scegliere, però, di vivere un'altra vita, per amore di un'altra persona, diversa da quella sposata, non deve avere come sanzione la perdita di non poter partecipare più all'amore collettivo per Cristo. E, invece, così avviene. Perchéla Chiesa giudica, vieta e impone. Cristo, no.

IL GIORNALE - 20 maggio 2012
Melissa, quella ragazzina che non sarà mai donna
Cara dolce e bellissima Melissa, la crudeltà di uomini orrendi e l'indifferenza del destino ti hanno brutalmente rubato la vita e dissolto il futuro. All'alba della tua giornata operosa, una mano [...]

Cara dolce e bellissima Melissa, la crudeltà di uomini orrendi e l'indifferenza del destino ti hanno brutalmente rubato la vita e dissolto il futuro. All'alba della tua giornata operosa, una mano criminale ha premuto un telecomando e i tuoi occhi si sono spenti per sempre. I tuoi occhi che, da Mesagne, guardavano al domani nel mondo. Vivevi nella Puglia becera: un territorio stupendo, abitato da persone cordiali ed entusiaste della fatica di vivere, ma, purtroppo, gravemente inquinato da mafia, Sacra corona e criminalità organizzata. Non sappiamo quali siano le piste investigative, se mafiose, di vendetta o terrorismo; e neppure che cosa già seguano e che cosa troveranno gli inquirenti. Ci sono coincidenze inquietanti: il nome importante della tua scuola, la vittoria del concorso sulla legalità per merito tuo e dei tuoi compagni, la presenza della carovana legalitaria in città, il paese contaminato nel quale sei nata. Tutti ora ti dobbiamo l'irrinunciabilità di capire e di punire chi è quello schifoso Erode che ha voluto una strage di giovani e la tua ingiustissima morte. Sai, Melissa, forse eri troppo giovane per avere imparato con quanta violenza conviviamo ogni giorno. Stavi appena disegnando la tua vita, con la forza e la gioia che si riservano ai sogni concreti: dai confini di Mesagne a Brindisi, per apprendere le tecniche del mondo della moda. Con la prospettiva che il talento, la creatività e l'impegno ti avrebbero poi portata a Firenze, quindi Milano e infine New York o Parigi, in un crescendo di opportunità e successi, sui quali, sono certa, ogni giorno elaboravi nuovi prospettive e definivi obiettivi sempre più vicini. Il tuo mondo era quello degli affetti familiari, delle tenere complicità amicali, delle nuove dolcissime passioni amorose. Avrai anche provato sgomento e profondi turbamenti per le ragazze, adolescenti come te, strappate al mondo dalle mani omicide di parenti o sconosciuti, ma ti sarai anche, probabilmente, sentita al sicuro tra i tuoi familiari, i compagni di scuola, la tua storia futura, ogni giorno ricamata acquisendo competenze e coltivando progetti. Affermavi quotidianamente la cultura della fatica personale, contro la «cultura» mafiosa che devasta la tua terra. Non avevi ancora potuto immaginare che la violenza lucida e infame potesse arrivare al punto di infierire su incolpevoli adolescenti, per rapinarli del loro avvenire. Uccidere un giovane, mostra la volontà di strappare il cuore pulsante della società; chi si comporta in modo così disumano, è atrocemente cinico, sinstramente perverso. Tutti i violenti lo sono: le loro relazioni sono rozze, semplificate dal veleno del potere che le ammorba. I tuoi assassini, nel preparare e nell'attivare quell'ordigno rudimentale e micidiale che ti ha ucciso, non hanno pensato un solo istante all'importanza della vita e della vitalità dei giovani, alla storia personale di ognuno, al dolore cocente dei vostri familiari. L'anima dei violenti è infatti spenta, i loro occhi accecati dalla volontà di terrore; la loro mente del tutto incurante delle esistenze degli altri. I tuoi feroci assassini, purtroppo, non moriranno torturati dalla vergogna e dal rimorso di averti spezzato l'esistenza proprio nello slancio del suo rigoglio. Tutta l'Italia e tutto il mondo, quel mondo che tu volevi conquistare con il tuo talento, sono invece inorriditi e straziati per te. Fa molto male, guardare le tue fotografie e percepire il tuo carattere, l'ardore adolescenziale, la franchezza del tuo sorriso; la malizia festosa dei tuoi occhi che guardano l'obiettivo; la femminile vanità che si intuisce nello scegliere tu il colore di smalto più alla moda e il mascara più efficace. Fa orrore, pensare che questa vitalità sia stata bruciata da un atto di violenza sintetico e brutale. È angosciante concludere, senza capire e senza potersi dare una risposta, riflettendo sull'aspetto misterioso del destino - del tuo destino, cara povera Melissa - che, per una sorta di corto circuito, ha reso contigua e sovrapposta alla tua vita, bella e onesta, la volontà di morte di un immondo, vile, massacratore di anime giovani.

IL GIORNALE - 13 maggio 2012
Lavereste i piatti a questa donna?
Cara Elsa, per una sola volta diamoci del tu. Non considerarlo un sacrilegio: in fondo, dobbiamo solo parlare di cose di casa, e siamo anche [...]

Cara Elsa, per una sola volta diamoci del tu. Non considerarlo un sacrilegio: in fondo, dobbiamo solo parlare di cose di casa, e siamo anche coetanee. Dunque, dicevi? «Gli uomini dovranno fare di più in famiglia, poiché il tema della conciliazione tra gli impegni sul luogo di lavoro e quelli in famiglia, non riguarda soltanto le donne». Prima di tutto, devo segnalarti che apprezzo, mi fa quasi tenerezza, questo tuo costante tentativo di essere empatica, lasciandoti scappare sia le lacrime, sia quello che pensi di volta in volta. Poco diplomatica, e invece molto solidale, quando ti rendi partecipe, con una soffiatina di naso, del dolore corale per il «sangue» versato, che tu, peraltro, costretta dalla crisi, hai aspirato dalle nostre vene. Se ti mostrassi antipatica, ti massacrerebbero tutti, perché sei donna e non puoi permettertelo. Invece, questo tuo affrontare temi che riguardano tutti - il lavoro, le pensioni, gli anziani e scaricare la lavapiatti - e liquidarli con parole di apparente e risolutiva saggezza, ti permette di conquistare gli animi più semplici e di incuriosire i disperati. Però, con la tua forza, generosa e spensierata, di volere risolvere a modo tuo i nostri problemi, non ti rendi conto, soprattutto questa volta, dei potenziali, forse già attuali, conflitti che le tue parole creano fra le coppie. Non so quale sia la teoria e la posizione del signor Fornero sulla questione, ma gli uomini che volevano fare i casalinghi e i mammi, già hanno adeguato alla pratica il loro spirito e la solidarietà verso le compagne. Senza bisogno di incentivi e, a volte, con la necessità di qualche freno, visto lo strapotere che, anche tra spesa e lavatrici, riescono a esercitare. Imprudentemente ma, sono certa, consapevolmente, ti sei dunque rivolta agli egoisti, ai prepotenti, narcisi distratti; tuttavia, non hai pensato alle donne gelose del proprio ruolo, anche se faticoso, e a quelle che difendono l'erotica maschiezza a qualsiasi prezzo. Queste ultime, in particolare, sono le stesse che hanno lottato a lungo per affrancarsi dai lavori domestici. Non parlo delle retrive femministe che, sadicamente, hanno da tempo costretto i compagni a sparecchiare e a rifare i letti, bensì delle femmine tenacemente femmine che, evitando, per quanto è possibile, loro stesse di sporcarsi le mani con stracci e spazzoloni, non si sognerebbero mai di chiedere a un maschio altro aiuto che non sia quello di pagare lo stipendio alla colf. Né tantomeno scapperebbero con un uomo perché eccellente nello stirare. D'altra parte, qualora mai queste donne chiedessero agli ultimi esemplari maschi di scopare in cucina, ci sarebbero più equivoci che pulizia. Comunque sia, se escludiamo esodati, cassintegrati, licenziati, privi di alibi per sottrarsi alla condivisione del lavoro casalingo, e se cancelliamo altresì la specie maschia protetta dalle mogli ultras, o gli uomini affascinati dalla casalinghitudine, che cosa resta alle donne per farsi aiutare a conciliare i tempi e le fatiche del lavoro dentro e fuori casa? Restano, cara Elsa, gli uomini prodotto di una cultura matriarcale, ancora vigente per la quale la casa è il regno della donna, la famiglia è un problema delle madri e all'uomo è riservato l'onore di fare l'uomo. Salvo rivendicare il contrario di tutto al momento della separazione. Questa è la realtà degli uomini, e delle donne, cui ti sei rivolta con un buffetto sulla guancia e un'autorevole pacca sulla spalla. Ma vorrei capire se, quando hai lanciato questo simpatico invito, hai immaginato, per esempio, un Passera impegnato a strofinare i rubinetti per eliminarne il calcare, o un Monti che pulisce diligentemente il bagno prima di portare la spazzatura in cortile, o, ancora, un banchiere lobbista intento a programmare con la moglie i turni per stirare le lenzuola o assistere il nonno solo e malato. Se non è stato così, hai peccato un pochino di snobismo e anche un pochino d'irrealismo. Non ti sei mai accorta che gli uomini fanno solo i lavori che li appassionano o che credono dignitosi per il loro supersé? E che le donne hanno nel Dna i concetti di cura, accudimento, pulizia? Non dico che non si debba collaborare nella coppia; per amore e per civiltà si fa questo e altro. Tuttavia, che sia il ministro del Lavoro a suggerire comportamenti casalinghi, ad alto tasso di litigiosità sessista, invece di rendere più lieve il lavoro delle donne con interventi statali (detraibilità fiscale dei costi delle colf, conciliazione degli orari di lavoro con quelli delle scuole, seria sostenibilità economica delle casalinghe, accattivanti proposte per la crescita economica, ecc.) ha proprio il sapore della provocazione e della disattenzione dello Stato. Come dire: donna, lavori troppo? Hai un uomo, fatti aiutare! Il che si trasforma nell'incentivo inesorabile al lavoro per avvocati divorzisti che, in luogo degli ormai desueti tradimenti sessuali, potranno far valere la colpa della frattura coniugale nel non aver fatto, il marito, il bucato o nell'aver lasciato i piatti sporchi nel lavandino. Perché, per ora, nel sentire comune, il lavoro domestico non nobilita l'uomo.

IL GIORNALE - 7 maggio 2012
La mia dignità violentata dai cyberladri di identità
Un'amica mi segnala, una sera, che c'è una mia fotografia e un mio indirizzo mail su un sito pornografico. L'informazione è accompagnata [...]

Un'amica mi segnala, una sera, che c'è una mia fotografia e un mio indirizzo mail su un sito pornografico. L'informazione è accompagnata dalla «stampata» delle pagine del sito e, nel guardare, resto allibita: io, sorridente (ma inconsapevole!) mi propongo a un pubblico bisessuale di venticinque/quarantenni; mi dichiaro disponibile a qualsiasi tipo di attività sessuale, a 360 gradi, all'aperto, al chiuso, orgiastica, possibilmente con giovani e prestanti stalloni; indico il mio reale luogo di residenza, segno astrologico e persino una mail con le mie iniziali. Rimango attonita e presa dal panico, che si attenua solo quando noto che mi è stato fatto un generoso sconto sull'età. Ma, ancora incredula, continuo a scorrere le pagine e ho modo di leggere il contenuto delle mail che mi sono state inviate: un fiume di entusiastiche maialate, intervallate peraltro da apprezzamenti quasi galanti, e proposte di incontri a breve in ogni dove e per i più disparati scopi. Non so descrivere la reazione precisa, del cuore, del corpo e del cervello; fatto sta che ho trascorso la notte insonne e ho subito un significativo, allarmante, rialzo della pressione. Al mattino avrei voulto precipitarmi a sporgere denuncia, ma le udienze in tribunale me l'hanno impedito. Tuttavia, alle 13 mi sono recata alla Polizia Postale, ho esibito le pagine e ho sottoscritto la querela chiedendo anche l'oscuramente di quelle pagine dal sito. Dalla tragedia umana che stavo vivendo, sono passata in poche decine di minuti alla consolazione e alla serenità. L'orgoglio di essere italiana e di poter contare sulla tutela delle istituzioni - orgoglio da tempo ormai in coma perenne e attaccato esclusivamente alla cannetta del mio residuo ottimismo - all'improvviso ha avuto un piacevole risveglio. Senza appuntamento ero stata immediatamente ricevuta dal vicequestore Trifiletti che mi ha affidato al sovraintendente Deletteriis. Due donne straordinarie: competenti, efficienti, solidali. Con la loro attività, i consigli, le puntali spiegazioni e l'aiuto del mio amico Davide, in sole tre ore le pagine orrende sono scomparse da internet. La mia strana identità, rubata e maltrattata, così come era stata truccata e sporcata, utilizzata per il suo piacere perverso da qualcuno, ladro e porco, è stata azzerata. È stato come spogliarmi di un abito stracciato e insozzato, non mio, infilatomi a forza mentre ero con altri pensieri affaccendata. È andata bene e spero anche di scoprire l'autore di uno scherzo terribile e idiota o di una vendetta offensiva e davvero cattiva. Non sarà facile. Perché internet è una Cambogia di opportunità, interessanti ma anche devastanti. Mi meraviglio di quanti, con pericolosa spensieratezza, affidano a Facebook, Twitter, social network e blog, la loro vita, i pensieri, la foto dei figli, di vacanze e amanti. È un po' come vivere senza porte né finestre, raccontando a tutti, con il megafono, la propria esistenza minuto per minuto e lasciando che chiunque possa entrare in casa. Al piacere assurdo delle ipotetiche relazioni virtuali, si può però sostituire all'improvviso il furto, la rapina, lo stalking, lo stupro, la manipolazione della personalità. Ladri, violenti e mentecatti, del resto, sono fruitori di internet come le persone perbene. Ma la sconsiderata fiducia che si regala alle «richieste di amicizia», e alla condivisione indiscriminata, rende più facile l'attività dei malintenzionati. Non frequento i social network, non solo perché non ne avrei il tempo, ma per un principio di legalità: è un mondo senza leggi e senza regole quello di internet, nel quale ogni giorno, anzi ogni mezzo minuto, si violano tutti i diritti assoluti. Identità, dignità, libertà, riservatezza, nome, immagine sono alla mercé di chiunque. E non «di» chiunque, ma «del» chiunque possibile, bisogna sempre diffidare. Perché la propria dignità ha un prezzo altissimo: se ferita, non è mai adeguatamente risarcibile.

IL GIORNALE - 30 aprile 2012
Rosi, troppo maschia per fare la femminista
Cara Rosi Mauro, Non ne farei una battaglia femminista. Tantomeno femminile. Difendersi affermando "E' facile attaccare una donna", non è credibile. E sa di antico. Di tinello. Per quanto si viva in [...]

Cara Rosi Mauro, Non ne farei una battaglia femminista. Tantomeno femminile. Difendersi affermando "E' facile attaccare una donna", non è credibile. E sa di antico. Di tinello. Per quanto si viva in un mondo ancora maschilista, la cui deriva non risparmia la politica. Soprattutto se la donna, che si dichiara vittima della persecuzione, è Lei, che ha mostrato, con asciuttezza e determinazione, di non voler esprimere la specificità del DNA muliebre. Anzi. Si dice della Sua durezza comportamentale, si favoleggia di amanti più giovani, si sussurra del gusto di un potere abusato. Caratteristiche molto maschili che, per esempio, mai sono state applicate ad altre donne della politica. Tantomeno alle ministre del precedente governo che, invece, sono state avversate per la loro eccessiva femminilità, nel tentativo di oscurarne le obiettive competenze. Questo è il vero maschilismo, cioè l'attacco indiscriminato di genere. Il trattamento della donna non come cittadina che gode degli stessi diritti civili, politici e sociali di un uomo, bensì come un essere dedicato all'uomo. Per esempio, nell'antica Grecia le donne erano catalogate come mogli e il loro ruolo era esclusivamente quello di educare la prole legittima; oppure come concubine, se soddisfacevano stabilmente le esigenze sessuali di un maschio; o ancora come compagne (le etere) se si occupavano di intrattenere gli uomini con leggiadre conversazioni; c'erano anche le prostitute, libere professioniste del sesso a tempo, ma ultime nella scala sociale. Nessuna di queste posizioni era però oggetto di legislazione o di interesse politico. Oggi, tutti questi ruoli si sono rivoluzionati, spesso mescolati, e a volte si ritrovano tutti insieme in una sola donna. E, comunque sia, non c'è femmina, qualunque cosa faccia, o dica di fare, che, dopo secoli di lotte sociali e domestiche per la parità e la conquista dei diritti fondamentali, oggi non goda della più piena e ampia tutela giuridica. Dunque, se ancora esistono i beceri maschilisti, nella politica come nel giornalismo, nell'avvocatura e nella magistratura, perché molti uomini fanno ancora fatica ad aprire gli occhi, a capire e a spazzolarsi via la muffa del tempo, noi donne non dobbiamo cadere nella trappola che, alla fine, ci rende vittime di noi stesse. E' troppo semplice e scontato attaccare dicendo che è il maschio che vuole umiliarci, e poi, come corollario, anche piangere. Può essere vero che l'uomo spesso ci denigra per umiliarci, nella sempiterna lotta di potere tra i sessi, ma non dobbiamo usare i suoi argomenti per tentare di smentirli, bensì provare la verità dei fatti, che ci scagionano. Tuttavia, se la donna ha ottenuto il rispetto sociale, perché ha finalmente acquisito i diritti civili, deve lei stessa personalmente, ogni donna, essere meritevole di quel rispetto. Con il proprio fare, la competenza, le parole che dice. La dignità, che è riuscita a capitalizzare, spesso con fatica, nella sua storia di vita e che non è mai un accessorio collegato al diritto conquistato. Né un beneficio regalato dalla funzione sociale o politica che svolge. Se Lei, cara Rosi Mauro – presidente di un sindacato, oltre che vice-presidente del Senato, con un'intensa storia politica di consigliere comunale e regionale, e dunque dopo aver già dato prova di coraggio e di tenacia – non invoca questa storia, per difendersi, bensì la Sua, peraltro trascurata, femminilità, mi è caduta nel tranello dei maschilisti. E rischia il rogo come le streghe, invise ai maschi solo perché femmine non assoggettabili e del tutto ingovernabili. Invece, l'unica difesa, strategicamente efficace e sicuramente vincente, da quello che Lei considera giustizialismo maschilista, è dimostrare, carte alla mano, che non ha usato per sé i soldi degli elettori, che non è complice di nessuno che l'abbia fatto, che non è mai scesa a compromessi tra l'ideale e il denaro. Anche a costo di svelare, oltre ai Suoi, i segreti degli altri. Mi è piaciuto molto il Suo "non mi dimetto", anche se glielo aveva chiesto il capo. Questa è la dignità; che però merita la controprova della trasparenza assoluta, insindacabile e documentata, dei Suoi comportamenti oggi criticati. Non è ammissibile appellarsi alla dignità generica e generalizzata solo perché si è donna: come la responsabilità penale, anche la dignità è un fatto individuale. Deve essere così solida da superare ogni ragionevole dubbio. Dei maschi e delle femmine. Cara Rosi Mauro, accolga dunque l'invito di Kant, per il quale è un dovere rispettare e far rispettare la propria dignità. Rifiuti di sottostare all'idea, che si è purtroppo fatta, della strumentalizzazione sessista; non cerchi il nemico da combattere; non inalberi bandiere scolorite, ma dia prova di sapere che cosa vuol dire tutela giuridica dei diritti e garanzia del diritto di difesa. Senza dei quali, anche le parole perdono la dignità.

IL GIORNALE - 20 aprile 2012
Se una moglie arrabbiata mette in imbarazzo Cl
Se un giorno una signora scrive una lettera aperta a un quotidiano nazionale e annuncia "vi racconto l'amicizia tra Simone, Daccò e Formigoni", e se questa signora è Carla Vites, la moglie di Antonio [...]

Se un giorno una signora scrive una lettera aperta a un quotidiano nazionale e annuncia "vi racconto l'amicizia tra Simone, Daccò e Formigoni", e se questa signora è Carla Vites, la moglie di Antonio Simone, da poco in carcere perché sospetto di reati connessi alla gestione della sanità lombarda, molti lettori sono subito indotti a pensare male. A pensare, cioè, che questa sia l'ennesima moglie gocciolante il fiele della vendetta, pronta a distruggere gli "amici" che, a suo parere, le avrebbero distrutto l'inconsapevole marito. Del resto il contenuto in sé del racconto, di primo acchito, avvalorerebbe il sospetto iniziale; la moglie, in sostanza, dice: caro Formigoni, mentre mio marito è in carcere, come pure Daccò, tu fai il figo spensierato nella mondanità milanese, dopo aver preso le distanze a gran voce dagli indagati che, fino a ieri, erano due tuoi carissimi amici. Appunto Simone e Daccò. Rivela poi che l'amicizia trentennale tra i tre uomini, e lei stessa che ha poi sposato Antonio, li ha visti protagonisti inscindibili di innumerevoli occasioni, felici, golose e goduriose, nelle quali la loro risalente e solida intimità di pensiero si è sempre stemperata anche nella condivisione delle frivolezze. A questo punto, e anche per il fervore del racconto, non velenoso ma calorosamente impetuoso, si capisce, invece, che Carla Vites non è una moglie rancorosa e vendicativa; ma neppure la complice ipocrita delle eventuali malefatte del marito, come è d'uso tra tanti coniugi di politici in odore di pastette. Anzi. La Signora, infatti, forte anche di un'anima ben palestrata da Don Giussani, esplode all'improvviso nell'urlo d'amore verso suo marito Antonio Simone. Immaginato, con dolore e raccapriccio, nel giorno del suo compleanno, all'interno di una cella carceraria con altri cinque detenuti. Contro l'altra visione, rarefatta e patinata, oltreché per lei infinitamente ingiusta, di Formigoni fotografato "mollemente adagiato" in un lussuoso letto del salone del Mobile di Milano. In questo livido contrasto, generato dal suo cuore evidentemente ricco di amore, stratificatosi come roccia nel tempo, Carla Vites vede l'iniquità di una trentennale amicizia rinnegata, l'impostura delle parole regalate dal potente al popolo nell'atto di sconfessare un ricco patrimonio affettivo costruito con gli antichi amici. E, dunque, la moglie che vede il marito tradito, non può che, come lei stessa spiega, avere "un travaso di bile", ricordando la passata fratellanza con colui che lei oggi considera infido, e, contemporaneamente gridare la sua incondizionata solidarietà a chi, da quei sentimenti, non è stato onorato. "Auguri, Antonio" gli scrive, nel giorno del suo compleanno. E in quegli auguri c'è la trama di una vita vissuta intessendo sensibilità, coscienza e passione, valori e pensieri. C'è l'amore di una donna a fianco del marito nella buona e nella cattiva sorte. C'è il disprezzo per l'ingiusto agire di chi ha condiviso, malgrado tutto, la comune educazione umana e religiosa. C'è l'incredulità nell'accettare il male da chi ha avuto tutto il suo bene. C'è la voglia di onorare, e far onorare da tutto il mondo, quel marito, forse ancora inconsapevole del ripudio di un amico. Ma celebrato pubblicamente con vigore, dalla passione e dalla devozione incontaminata della moglie.

IL GIORNALE - 12 aprile 2012
Due o tre cose che Elsa non dice sulle pensioni
Cara Signora Ministro Elsa Fornero, in questi giorni ci siamo ritrovate in quattro generazioni: mia madre, 87 anni, io, Sua coetanea, mia figlia, 38 anni, e i miei nipoti di 12 e 11. Chiara, mia [...]

Cara Signora Ministro Elsa Fornero, in questi giorni ci siamo ritrovate in quattro generazioni: mia madre, 87 anni, io, Sua coetanea, mia figlia, 38 anni, e i miei nipoti di 12 e 11. Chiara, mia figlia, ha cominciato a leggere ad alta voce alcuni passi del libro segnalatole dalla nonna, " Sanguisughe" di Mario Giordano. Si era infatti indignata nell'apprendere dallo scritto alcune inquietanti notizie e ha voluto condividerle con noi. " Sai mamma, che un tuo collega avvocato, per essere stato un solo giorno deputato del partito radicale e per avere presentato come unico atto formale la propria lettera di dimissioni, percepisce dal 1983, cioè da quando aveva 44 anni, la pensione di 3.108 euro lordi al mese?" Da lì, poi, è emerso che altri deputati,cosiddetti a tempo ,giacchè dimessisi dopo pochi giorni dalla loro proclamazione ufficiale, hanno una pensione di 1.733 euro netti al mese ,dagli anni 80. Abbiamo poi tutti appreso,con orrore, che tale Felice Crosta, burocrate siciliano, è da noi cittadini mantenuto dal 2006, avendo lavorato poco più di 100 giorni, con ben 18.000 euro mensili che, dal 2010, sono saliti a 20.000, per diventare oggi, grazie al suo ricorso alla Corte dei Conti,addirittura 41.500. Al mese! Per quattro mesi di "sudatissimo" lavoro ed essendosi spontaneamente dimesso. E' ovvio il ribrezzo che suscitano queste cifre, al pensiero che Felice Crosta per tutta la vita avrà 1.300 euro al giorno,che un tal Sentinelli è da noi gratificato con 90.000 euro mensili, mentre la poverissima pensionata di 78 anni si è suicidata, in quanto la riforma, che Lei ha tecnicamente elaborato, Signora Ministro, le ha tolto duecento euro al mese!.Sono notizie che giustificherebbero la rivoluzione.No? Mia madre ha peraltro sottolineato che lei, alla sua età, se non avesse i risparmi da erodere, e ormai abbondantemente erosi, non potrebbe mai vivere con la pensione di reversibilità che mio padre avvocato le ha lasciato: 1250 euro. Pur avendo lei stessa per trent'anni sgobbato duramente, con quattro figli da crescere, ma non abbastanza da avere diritto alla pensione di insegnante e di avvocato; quando ci sono invece baby pensionati,che grazie alla sinistra, sono stati coccolati, dal 1983 ,da un significativo vitalizio dopo 14 anni di lavoro! Durante questo scambio di idee, è intervenuto mio nipote Francesco,undicenne, che ha voluto sapere cosa sia la pensione. Il fratello più grande gli ha spiegato che è un assegno che lo Stato versa ogni mese a chi è troppo vecchio per lavorare e come premio per avere faticato tutta la vita. Allora io gli ho domandato se sapesse perché lo Stato fa questo. Lui mi ha chiarito che lo Stato è protettivo, e che è rischioso risparmiare per la vecchiaia, tenendo i soldi a casa o in banca, perché ci sono le rapine. Poi però ha aggiunto " Non capisco come possa avere la pensione chi ha lavorato meno di un mese, quando i primi giorni di lavoro servono per accorgersi se uno è capace e si merita lo stipendio! " Il più piccolo allora si è informato perché, se lo Stato è protettivo, non dà un assegno uguale a tutti quelli che sono vecchi e stanchi. Il discorso si è approfondito e noi adulte ci siamo chieste se Lei, Signora Ministro, prima di programmare il miserevole e faticoso futuro di chi sta ancora lavorando e, prima di tagliare, con durezza inusitata, le pensioni davvero povere, abbia mai pensato di fare un po' di pulizia sulle pensioni d'oro, quelle dei parlamentari per finta e per poco, quelle degli euro burocrati e le baby pensioni, nonché le pensioni truffa.Si sarebbe divertita,invece di piangere. E ci siamo interrogate sul perché non l'abbia fatto e, nel caso in cui avesse ipotizzato di farlo, come mai non se ne sia saputo niente. Avremmo tutti apprezzato una Sua manovra etica contrassegnata dalla giustizia distributiva, dalla volontà di punire i furbetti, dalla capacità di non sacrificare i più sani a favore della lealtà e del merito. I bambini hanno partecipato con autentico interesse alle nostre animate, precise e documentate considerazioni. E naturalmente hanno voluto sapere perché ci sono tante ingiustizie, tanta differenza, nessun merito riconosciuto e nessuna certezza. Hanno in pratica chiesto chi comanda e chi fa le regole. Abbiamo risposto in coro " I politici". A quel punto Alessandro, il dodicenne, ha detto " Ah, ecco perché nel film Ghost Rider, tra le anime dei cattivi da recuperare, insieme agli assassini, ai ladri e ai terroristi, c'erano anche i politici!" Signora Ministro, dobbiamo lasciare che questi ragazzi e i loro coetanei crescano privi dell'ideale politico? Dobbiamo accettare passivamente che restino queste obiettive clamorose ingiustizie sulle pensioni? Io davvero non ho saputo trovare argomenti veri e sinceri per fare cambiare loro idea.Anzi,ho dovuto rivelare loro che la politica ha delle ragioni che chi è onesto non può comprendere. Lei cosa racconterebbe ai Suoi nipotini?

IL GIORNALE - 24 marzo 2012
Rifarsi una vita non è un capriccio
La Cassazione afferma che "non è possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale il diritto alla costituzione di una nuova famiglia è destinato a degradare al livello di mera scelta [...]

La Cassazione afferma che "non è possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale il diritto alla costituzione di una nuova famiglia è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale non necessaria". Vale a dire, con sintesi da sillogismo: formare una famiglia è un diritto riconosciuto e tutelato dalla costituzione; divorziare è un diritto per legge; poiché ciascuno può sposarsi e divorziare quante volte vuole, ciascuno ha il diritto di formare quante famiglie vuole. Il diritto al matrimonio peraltro, oltre che dalla Costituzione e dal nostro Codice Civile, è approvato dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e della Carta Costituzionale Europea. Tuttavia, ogni matrimonio e ogni divorzio sono fonte continua di assunzione di doveri e acquisizione dei diritti. Soprattutto economici. Apparentemente cristallizzati nel vincolo matrimoniale o nella sentenza divorzile. Se l'articolo 143 del Codice Civile impone a entrambi i coniugi la reciproca solidarietà morale e materiale, significa anche che i redditi a disposizione dei coniugi si devono condividere. Di conseguenza, al divorzio permane l'obbligazione post matrimoniale per la quale l'ex coniuge più forte deve continuare ad assicurare un tenore di vita, analogo a quello della convivenza, all'ex coniuge più debole non in grado di farlo da sé. E' ovvio che lo stile di vita non potrà mai essere identico, se non altro perché entrambi hanno il diritto di mantenerlo e, non vivendo più insieme, duplicheranno la voce delle spese. Questo vale per i coniugi. I figli hanno il diritto di essere mantenuti, fino all'autonomia economica, da entrambi i genitori, in proporzione alle capacità di reddito e di spesa di ciascuno di loro. Che cosa succede, però, se nel caso di queste vite, ormai lunghissime, si formano due o tre famiglie susseguentesi nel tempo, e dunque ci si trova ad avere mogli, ex mogli, figli di primo, secondo matrimonio e anche figli nati al di fuori di una legittima famiglia? I diritti e i doveri sono sempre gli stessi, ma la capacità di assolvere gli obblighi o la pretesa di vedersi soddisfatti i diritti, cambia inesorabilmente, "salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell'obbligato sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri". Così dice la Cassazione. Finora, però, la giurisprudenza, amava dire, più o meno, in termini grezzi: "hai voluto farti una nuova famiglia? Sapevi di avere a carico un ex moglie e due figli? dovevi pensarci! Anche se chiedi la riduzione degli assegni cui ti eri obbligato col primo divorzio, non ti accontentiamo, perché ormai hai assunto quel carico economico e non consideriamo una valida ragione per fare stare male gli altri, il fatto che tu voglia accontentare il nuovi familiari". La Cassazione ha rimesso le cose a posto, cioè ha parificato la dignità delle prime, seconde e terze famiglie, aprendo alla possibilità di rideterminare, equilibrandoli, con la discrezionalità del Giudice, i diritti economici di tutte. E ciò ha fatto valorizzando proprio il diritto di ciascuno a costituire una famiglia o più famiglie. Non è necessario, ma chi vuole deve poterlo fare, perché il formare la famiglia è un diritto fondamentale garantito da norme nazionali e sovranazionali. Che non può essere degradato a mero desiderio sentimentale, o ad accidente casuale, privo di presupposti e conseguenze giuridiche. D'altra parte la Cassazione sta mostrando di adeguarsi, nell'interpretare le leggi della famiglia, all'evoluzione dei tempi. E stiamo vivendo un epoca storica del tutto priva di certezze incrollabili; anzi, caratterizzata dalla necessità compulsiva di zapping in tutti i settori dell'esistenza. Ragion per cui, ormai, bisogna imparare a fare affidamento solo su stessi, assumendosi le proprie responsabilità, diventando autonomi a prescindere da qualsiasi tutela legale, senza contare sulla sicurezza a vita degli assegni di mantenimento. Salva la provvidenziale sopravvenuta sterilità dell'ex marito o il nuovo ricco matrimonio dell'ex moglie.

IL GIORNALE - 23 marzo 2012
Cara Ambra, per un vip, un bacio non è privato
Oltre il Fatto, ci sono i fatti. Un'attrice viene fotografata per strada con un collega, in atteggiamenti che possono anche prestarsi a equivoci, tenuto conto che la Signora in questione non è single. [...]

Oltre il Fatto, ci sono i fatti. Un'attrice viene fotografata per strada con un collega, in atteggiamenti che possono anche prestarsi a equivoci, tenuto conto che la Signora in questione non è single. Una rivista, cosiddetta "della famiglia", acquista e pubblica il servizio, non trascurando di svelare che ci sono stati tentativi di impedirne l'uscita. Un quotidiano, di provata fede sinistra, giudica l'uscita del pezzo una rappresaglia della destra, giacché l'attrice avrebbe mostrato inimicizia verso il premier. Gli avvenimenti descritti in poche righe, portano con sé problematiche giuridiche che richiederebbero un sostanzioso tomo per essere affrontate e spiegate. Sì, perché da una pur innocente passeggiata possono emergere questioni di diritto di cronaca, privacy, censura, libertà, identità personale e professionale, reputazione, violenza, lealtà. Senza che chi vi è coinvolto se ne renda conto. Parte di questi argomenti, tuttavia, non sarebbero neppure stati sfiorati, e il servizio fotografico – forse – avrebbe creato esclusivamente problemini da chiarirsi dentro i confini familiari, se il Fatto, invece di limitarsi ai fatti, non avesse applicato la logica del sospetto. Così dando la stura al solito processo alle intenzioni; così creando schieramenti bellicosi. Così, in sostanza, finendo col pubblicare esso stesso, un quotidiano sontuosamente politico, una notizia, in genere, giudicata da negozio di parrucchiere. Perché potesse avere la dignità di infilarsi tra righe sapienti e altezzose, il gossip, dunque, meritava di essere rivestito di un colore politico. Tutto qui: il danno – se c'è stato – alla malcapitata protagonista dei fatti, ha la sua origine nella golosità del Fatto di raccontare un pettegolezzo, camuffandolo però da indignazione moralpolitica. E dico questo per difendere la professionalità del giornalista che, così facendo, ha commesso un peccato veniale. Avrebbe commesso un peccato mortale, invece, se fosse totalmente ignorante del suo codice deontologico e delle norme civilistiche in proposito. Suppongo, quindi, che l'audace sospettoso abbia finto di dimenticare che i personaggi della politica, dello sport, dello spettacolo, e tutti quanti esercitano funzioni pubbliche, godono di una tutela affievolita della loro riservatezza, proprio in ragione della notorietà acquisita. Per tutti loro la sfera privata deve essere rispettata, se le notizie non hanno rilievo sulla vita pubblica. Solo gli interessati, quindi, hanno diritto a rivelare le vicende privatissime; e ciò possono fare o con dichiarazioni o con pubblici comportamenti. E' un pubblico comportamento, lo scambiarsi effusioni per la strada. E' un pubblico comportamento, coinvolgere varie persone per arrivare al direttore del giornale e raccontare i fatti propri. Le foto pubblicate non possono avere un carattere privatissimo, giacché scattate nella pubblica via. Dunque, il personaggio pubblico ha contribuito a rinunciare alla sua privacy. D'altra parte, il servizio fotografico pubblicato sulla "famigerata" rivista di destra, in sé è sostanzialmente delicato e non particolarmente lesivo dell'immagine dell'attrice. E' stato onorato il diritto di cronaca. Il direttore e il giornalista non hanno subìto la richiesta censura preventiva. L'attrice, maldestramente difesa dal baldanzoso sobillatore politico, è dunque stata inconsapevolmente strumentalizzata: con l'amplificazione e la coloritura del Fatto. Certamente ci sono spiegazioni più concrete nel territorio familiare. Al di là della politica e della spietata concorrenza fra giornali. Al di là degli equivoci, obiettivi o pretestuosi. Al di là di ogni nostra possibile immaginazione, non possiamo sapere, e non dobbiamo pretendere di sapere, né di insinuare, che cosa ci sia nella storia di una coppia e di una famiglia; in quale modo si esprimano l'amore e la lealtà reciproci. Le fotografie possono raccontare ciò che si può vedere, ed è un diritto pubblicarle se il personaggio richiede l'attenzione del pubblico in funzione del ruolo professionale. La cronaca quotidiana attiva il diritto dovere di qualsiasi giornalista a raccontarla, nel rispetto della sua etica professionale. C'è, però, un mondo di sentimenti, pensieri, accordi, tensione o solidarietà coniugale, che nessun giornalista – di destra o di sinistra che sia – si deve mai permettere di dare per scontato. Tantomeno anche solo lambirlo con insinuazioni malevole e arbitrarie. Il territorio dell'amore è misterioso e lastricato di strade, sentieri, viottoli e scorciatoie: alcuni senza uscita, altri che svelano dietro l'angolo inaspettate autostrade. Ai giornalisti è vietato rigorosamente l'accesso.

IL GIORNALE - 16 marzo 2012
Il cornuto vuole la rivincita. Chiede i danni all'amante di lei
Lei avrebbe un amante. Lui sostiene che lei è stata ossessivamente insidiata dall'altro al punto di cedergli e disgregare così la vita familiare. Provocando, di conseguenza, la depressione del marito [...]

Lei avrebbe un amante. Lui sostiene che lei è stata ossessivamente insidiata dall'altro al punto di cedergli e disgregare così la vita familiare. Provocando, di conseguenza, la depressione del marito e il grave disagio dei due piccoli figli. Il marito, allora, cita in giudizio il presunto amante e gli chiede il risarcimento di 600 mila euro per i danni morali cagionati a lui stesso e ai bambini. La causa è iniziata ieri a Spoleto e, prima della sentenza, passerà certo un po' di tempo, giacché la causa civile richiede in genere un'articolata istruttoria, comprendente testimonianze, perizie mediche e psicologiche, valutazione delle prove e diversi atti scritti difensivi. Che dire? Il problema posto è tecnico e complesso. Intanto, non si dovrebbero definire i danni come "morali", ma, se mai, "non patrimoniali". Fino a poco tempo fa erano considerati risarcibili, dalla dottrina e dalla giurisprudenza, solo i danni morali procurati da un reato. Quando l'adulterio era reato, il fedifrago e il suo complice potevano anche rispondere dei danni morali provocati al tradito. Oggi, però, sono risarcibili i danni non patrimoniali conseguenti alla lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti, tali da alterare la personalità della vittima, per esempio nella sua identità personale o nella libertà di vivere in un certo modo. Dunque, il danneggiato deve, tramite concreti e circostanziati fatti, poter dimostrare che il comportamento di un altro, in questo caso il presunto amante, ha leso precisi suoi diritti assoluti, protetti dalla costituzione, in modo tale da provocargli danni che condizionano negativamente la sua esistenza. Mi sembra di capire che, secondo il marito, proprio i comportamenti attivi, anzi addirittura ossessivi, del presunto amante, hanno indotto all'infedeltà la moglie, con la conseguenza della distruzione della famiglia. Dunque, l'ipotetico amante, pur provocando enorme piacere alla moglie, sarebbe responsabile di un fatto, la separazione, e questa avrebbe determinato danni esistenziali agli altri componenti della famiglia, cioè marito e figli. Se il marito avesse chiamato in causa la moglie, avremmo potuto affermare che il danno non potrebbe essere considerato per il fatto in sé della separazione intervenuta, poiché separazione e divorzio sono strumenti previsti dall'ordinamento per rimediare all'intollerabilità della convivenza. A tal fine basta la disaffezione. Se invece un coniuge compie atti di intrinseca gravità e di aggressione ai diritti fondamentali dell'altro, può essere citato in giudizio, con o senza separazione, ed essere condannato al risarcimento del danno. Il pregiudizio subìto, cioè, non è la separazione in sé e la disgregazione della famiglia, bensì la lesione ingiusta dei diritti personalissimi indicati e tutelati dalla Costituzione, quali nome, identità, dignità, libertà, salute ecc., provocati dalla condotta illecita del coniuge. Tradire non è un illecito, quanto invece una grave violazione delle regole di condotta imperative poste dal contratto matrimoniale. Il marito, invece, nel nostro caso, ha fatto causa all'ipotetico amante. Ma è subito ovvio che ciascuno è libero di instaurare relazioni affettive e sessuali con chiunque, anche se coniugato, perché non esiste un dovere giuridico di astenersi dalle relazioni con chi è sposato. Né l'obbligo di essere solidali o di tutelare le famiglie altrui, per quanto la famiglia in sé sia protetta dalla Costituzione. Mala Costituzionetutela pure la libertà, di ogni individuo, di esprimere come meglio crede la sua personalità. Anche innamorandosi di persone coniugate. L'amante, o presunto tale, del resto è del tutto estraneo alle regole giuridiche del vincolo matrimoniale. Ci mancherebbe altro che fosse costretto a rispettare l'obbligo di fedeltà cui sono sottoposti, invece, i coniugi. Che, dunque, un terzo estraneo possa indurre una signora al tradimento, persino contro la sua volontà, non solo è squalificante della capacità di ragionare della signora in questione, ma è un'illogicità giuridica il pensare che in qualche modo possa essere punito: si darebbe per scontata quell'ipotesi del dovere di astensione che non esiste nel territorio giuridico attuale. Diverso sarebbe se l'estraneo alla famiglia ponesse, o avesse posto in essere, da solo o con il coniuge traditore, condotte illecite offensive e gravemente lesive del coniuge tradito, indipendenti dalle aggressioni al vincolo matrimoniale e non collegate al tradimento: ingiurie, diffamazioni, attentati alla vita e via dicendo. In tal caso risponderebbe anche civilmente dei danni causati dal suo fatto illecito. Non è possibile dire come finirà questa vertenza, perché la giurisprudenza è spesso creativa. Intanto, però, il marito infelice dovrebbe meditare sulle parole di Paulo Coelho "molti sono stati abbandonati dalla persona amata, eppure sono riusciti a trasformare l'amarezza in felicità". Anche senza una sentenza.

IL GIORNALE - 5 marzo 2012
Signore, teniamoci strette l'articolo "la"
Gentile signora Nedda Gilè, il Sallusti ha chiesto ai collaboratori di trasmettere la Sua lettera «alla Bernardini de Pace» affinché Le rispondesse. Nessuno ha avuto esitazioni nell'identificarmi; né [...]

Gentile signora Nedda Gilè, il Sallusti ha chiesto ai collaboratori di trasmettere la Sua lettera «alla Bernardini de Pace» affinché Le rispondesse. Nessuno ha avuto esitazioni nell'identificarmi; né tanto meno qualcuno ha pensato di riferirsi a me come «la giornalista Bernardini de Pace» o «l'avvocato Bernardini de Pace» o, tanto meno, Annamaria Bernardini de Pace. In tutti e tre i casi avrebbero perso solo del tempo inutile, per arrivare al medesimo risultato: capirsi tra loro e informare me delle Sue pungenti e simpatiche doglianze. Io, peraltro, non mi sono sentita né offesa, né sminuita, né desiderosa di puntualizzare. Come a suo tempo invece ha fatto «il ministro Elsa Fornero» indignata di sentirsi appellare solamente «la Fornero». Io sono felice che nel mio studio i miei collaboratori mi chiamino, addirittura, con affettuosa riverenza, la Bdp. A Milano, del resto, dovremmo sentirci tutte umiliate e maltrattate, giacché è consuetudinario dire «chiama l'Annamaria», anziché «chiama Annamaria», come avviene certamente a Roma e forse a Torino. Tenderei a escludere che romani e torinesi siano più riguardosi dei milanesi verso le donne, sol perché, in linea di massima, evitano di anteporre l'articolo ai nomi propri o ai cognomi. Né i milanesi possono essere giudicati irrispettosi delle donne, dal momento che, per abitudine e senza alcuna discriminazione, enunciano «il Pietro» e «l'Ambrogio» o «il Brambilla». Ma raccontano pure delle ville «del Berlusconi» e non necessariamente «di Berlusconi». Non riesco dunque davvero a capire come un articolo preposto direttamente al cognome di una donna, senza la specificazione del nome o del ruolo ricoperto, possa essere percepito come sminuente della dignità o non confermativo dell'identità personale e professionale. Forse le rimostranze sono da inquadrarsi in una deriva femminista, che fa della presunta discriminazione di genere ancora una infruttuosa polemica. Per quanto divertente, come in questo caso. Se infatti i giornalisti, ma anche tutti i cittadini, usano celebrare «la» Fornero e non «il» Monti, il motivo è da ricercarsi più nella memoria etnica e dialettale di chi parla, cioè in una semplificazione eufonica, che non in un lessico volutamente screditante. D'altra parte la Duse, la Magnani, ma pure la Merkel o la Marcegaglia, mai si sono risentite di un articolo, solo oggi con questo sobrio governo, giudicato improprio e riduttivo. Forse perché loro stesse consapevoli che il Carducci, l'Alighieri, il Manzoni e l'Ariosto mai se ne dolsero; e nessuno di noi ha mai pensato di offenderli, in tal modo richiamandoli nella storia della letteratura. Anzi. Il definire chiunque con il solo cognome e un articolo, sta a provare che quella persona ha ottenuto il lasciapassare della storia o della cultura. Di ciò dovrebbe essere fiero, non essendosene mai lamentato, come invece la Fornero, per come è chiamato (Ignazio) La Russa. Quanti architetti o artisti di oggi, d'altra parte, vorrebbero essere definiti con un bell'articolo davanti al loro cognome, come si fa da sempre con il Brunelleschi o il Bernini? Certo, pronunciare «il Sallusti» per ora appare leggermente cacofonico; sarà tuttavia un gesto d'onore per lui, il citarlo in questo modo, quando avrà scritto tante odi appassionate come il Petrarca. Purtroppo alcune donne sono ancora tanto fresche di oneri e onori, per saper accogliere tutto ciò che le riguarda con disinvoltura e lievità: ci sono diffidenza, sospetto, un po' di paura e un po' di permalosità, che suggeriscono loro critiche e distinzioni non sempre opportune e a volte un po' ridicole. Fa parte del gioco; e ogni donna è libera di segnalare come meglio crede la propria differenza o la propria uguaglianza nel confronto con l'uomo. Altrettanto liberi sono, però, i giornalisti di usare gli articoli per chi, quando e dove vogliono, senza tema di essere scorretti o attentatori della dignità di chicchessia Anzi. Avranno il consenso e la gratitudine delle donne festose, ironiche e coscienti del proprio valore, per nulla in competizione con i maschi: queste donne, infatti, apprezzeranno come omaggio quell'articolo «la» davanti al loro cognome. In pratica, un articolo da regalo alla femminilità. Una consonante e una vocale che forse possono salvarci dallo scomparire nel magma indifferenziato della deprimente uguaglianza a tutti i costi. Con ossequio, signora Gilè (per il Suo cognome, ha ragione lei: «la Gilè», sarebbe confusivo) la Bernardini de Pace.

IL GIORNALE - 24 febbraio 2012
Quelle donne vittime innocenti. Muoiono in silenzio per amore
Secondo Rashida Majo, responsabile all'O.N.U. di studiare e riferire il fenomeno della violenza sulle donne, in Italia il "femminicidio" è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Il [...]

Secondo Rashida Majo, responsabile all'O.N.U. di studiare e riferire il fenomeno della violenza sulle donne, in Italia il "femminicidio" è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Il termine femminicidio vuole indicare, con acume onomatopeico, "la distruzione fisica, psichica, economica e persino istituzionale della donna", solo perché donna. La notizia più raccapricciante è, però, che la violenza domestica, cioè intrafamiliare, cioè di quel piccolo mondo organizzato per gli affetti, rappresenta dal 70 all'87 % dei casi. Il che significa che i fenomeni di crudeltà e sopraffazione del maschio a danno della femmina, si sviluppano nelle relazioni nate come rapporti d'amore, nel segreto delle case; finché i sentimenti vengono sporcati dalla cattiveria e, progressivamente, devastano i pensieri e il corpo della donna, perché l'uomo si è trasformato in persecutore e poi in assassino. A volte anche perché le donne, sventurate, non si rendono conto, non hanno la percezione precisa del problema: subiscono torture psicologiche, mancanza assoluta di rispetto, l'invasione del proprio territorio mentale, abusi quotidiani dell'identità, convinte che accettarli in silenzio sia un sacrificio generoso, anzi doveroso, in nome della "famiglia". I modelli culturali, antropologici e religiosi resistono, malgrado l'evoluzione sociale e legislativa; e intridono a tal punto la mente delle vittime designate che queste credono, pur soffrendo, che sia normale il trattamento violento del partner. Che in nome dell'amore, mal pensato e mal compreso, non vi sia limite alla tolleranza. Fino a un lungo stupro psichico e poi alla morte. In una brutalità quotidiana che coinvolge i figli, pieni di cicatrici loro stessi e probabilmente contaminati dal virus della violenza, perché costretti dalla madre, inerte, a subire lo scettro del potere e la frusta sanguinaria di un padre imbelle e cattivo. Nessun aiuto sociale, culturale o professionale può essere utile se la donna non ha la consapevolezza della propria dignità e di volerla riscattare, se intaccata. Anche una sola volta. Purtroppo, per ignoranza o per paura, o per forzata sottomissione, anche a superati progetti di vita, poi rivelatisi malsani, la donna accetta o si vergogna di raccontare. E così, timore, ipocrisia e perbenismo la portano a morire, nell'anima se non con il corpo. La crudeltà mentale, la cattiveria, il sadismo sono trasversali e quindi diffusi in ogni classe sociale ed economica. Si esprimono nei gesti e nelle parole e possono individuarsi fin da subito; da quando solo, cioè, si è in grado di salvarsi la vita. Ma le vittime, convinte di amare "troppo" chi è in realtà il loro carnefice, assumono ogni giorno dosi omeopatiche di cattiveria, che aumentano progressivamente fino a provocare assuefazione. L'infelicità e le ferite al corpo, sono quasi sempre annunci di morte: le vittime, invece, le esibiscono come prova di coraggio e di quanto si ama. Come uscirne? La sofferenza non deve diventare una dipendenza tossica e letale. Non bisogna autocompatirsi per assicurarsi un piacere malsano. Bisogna cambiare la prospettiva di quello che si ritiene il proprio destino. Il percorso di rinascita è difficile, ma ci sono tanti centri di aiuto per donne maltrattate. Tuttavia, il primo passo verso la libertà, e la certezza di non essere prima o poi uccise, è verso se stesse: volersi bene, identificare chi può aiutare veramente, non procrastinare il proprio riscatto, accettare anche la solitudine, archiviare la memoria orrenda della violenza sopportata, e ripetersi, ogni giorno, come un mantra, "mai più". Perché queste dolorosissime statistiche e il fenomeno del femminicidio possano essere sbaragliati dal sapore della vita, è bene ricordare anche che non bisogna mai avere paura di denunciare la prima violenza subìta: la paura della vittima è la droga di cui si nutre ogni persona cattiva.

IL GIORNALE - 12 febbraio 2012
Viva le lacrime (vere) di Marchionne
Avevo sei anni ed ero al cinema con mio padre. A un certo punto del cartone animato, Cenerentola fuggiva in giardino e, nascosta da tutti, piangeva sommessamente. Mio padre allora mi disse: «Vedi [...]

Avevo sei anni ed ero al cinema con mio padre. A un certo punto del cartone animato, Cenerentola fuggiva in giardino e, nascosta da tutti, piangeva sommessamente. Mio padre allora mi disse: «Vedi com'è elegante piangere da soli e in silenzio? Solo così si evitano critiche, imbarazzi e inutili consolazioni. Bastano le tue lacrime ad alleggerirti il cuore. Per gli altri, il tuo dolore è un peso, quasi sempre difficilmente sostenibile». Questo insegnamento, sulla dignità del piangere in solitudine, ha condizionato positivamente la mia vita, se non altro perché non mi posso rimproverare di fare parte di questa società di frignoni e spioni spudorati, che non hanno saputo difendere neppure l'ultimo baluardo della privacy; appunto, il pianto solitario. Naturalmente le lacrime non sono solo l'effetto di sentimenti negativi, ma anche espressione di emozioni positive. Le lacrime di gioia, è giusto e generoso condividerle con gli altri, quando nascono dal riso esagerato, dalla voglia di ringraziare, dalla solidale partecipazione a un evento felice anche per gli altri. Le donne, tuttavia, sono più abituate a piangere, anche pubblicamente, per concessione culturale e in omaggio muliebre al detto antico «Né nozze, né canto, né mortorio senza pianto». Del resto, basta pensare al rituale funerario delle prefiche, che ancora in molti paesi del Sud esprimono a gran voce, e anche per conto degli uomini, il dolore per la perdita di un appartenente alla comunità. Per tradizione, quindi, gli uomini non dovrebbero mai piangere; forse per non mostrare femminea fragilità, giusta il fatto che le donne passano come naturalmente propense al gemito e al singhiozzo. Invece, oggi, siamo circondati da una inquietante stirpe di uomini che, tanto poco si vergognano dei loro «sentimenti», da volerli fin troppo palesare, perfino con le lacrime. Sono uomini piagnucolosi, imbrigliati in se stessi e che si sanno esprimere alla vita solo con il lamento lacrimoso, perché hanno perso il lavoro, la fidanzata, la partita; con il loro umido vittimismo, pur di conquistare qualcosa, cercano di afferrare la compassione altrui. Anche se non arrivano mai all'abilità da giocoliere di molte donne che, con le lacrime opportunistiche e manipolatorie, seducono, esercitano il potere e accumulano risparmi. In questo mondo di lacrime, vere, finte, strumentali o inutili, è emerso improvvisamente Marchionne che, a New York, si è messo a piangere e ha lasciato la sala dove era stato proiettato il nuovo spot della Chrysler, interpretato da Clint Eastwood. È da escludersi che lo spot gli abbia fatto tanto schifo, da dover piangere per il disgusto. Invece, queste sì, sono lacrime importanti e preziose: segnalano infatti la potenza di un'autentica emozione. Marchionne è un uomo col potere, ma non «di potere». Basta il suo maglione a dimostrare che è in intimità con la gente, e perciò rifiuta lo scudo di giacca e cravatta. Sembra un duro, ma è solo determinato: è uno che fa, agisce, inventa, crea, riorganizza e ricostruisce. Ha coraggio. Ha passione per il suo lavoro vi si impegna con fatica. La fatica e l'amore per quello che si fa, combinati insieme, costituiscono una bomba ad alto potenziale esplosivo, nel momento in cui si raggiunge l'obiettivo prefissato. E, poiché il governo dei propri sentimenti, anche per un uomo pubblico, non deve giungere fino al punto di negarli, credo proprio che Marchionne abbia pianto per la felicità che è scoppiata, nel suo cuore ancora bambino, quando si è reso conto, con la visione del filmato, di avercela fatta. Dopo avere sfidato tutto e tutti, rischiato e rivoluzionato metodi e mezzi. Queste lacrime non possono che far mettere in discussione, e quindi svelare, un antico e paradossale equivoco, che mina la coppia. Le donne, infatti, hanno da sempre l'idea romantica di voler essere amate da un uomo avventuroso e poeta; così, però, maldestramente, incappano in traditori seriali che, poi, scoperti, piagnucolano e pretendono di farsi perdonare, spacciando le loro lacrime come poesie d'amore. Invece, se solo conoscessero l'etimologia di avventura (dal latino «ad ventura»: ciò che accadrà) e di poeta (dal greco «poietes»: colui che produce) apprezzerebbero solo veri e desiderabili uomini come Marchionne: capace di piangere per la emozionante gioia di avere fatto accadere qualcosa di buono e produttivo.

IL GIORNALE - 25 gennaio 2012
Le vittime del silicone falso non sono tutte uguali
Le tantissime donne che hanno voluto una protesi al seno, per motivi estetici o di salute, sono in grande allarme. In Italia e nel mondo. Infatti, un'azienda francese produttrice di dispositivi al [...]

Le tantissime donne che hanno voluto una protesi al seno, per motivi estetici o di salute, sono in grande allarme. In Italia e nel mondo. Infatti, un'azienda francese produttrice di dispositivi al silicone,la PIP, sembra abbia distribuito materiale scadente, e dunque difettoso, e dunque dannoso per la salute di chi se lo è fatto impiantare dentro al corpo. Non è il caso di dire che si merita quest'ansia, chi si è sottoposto a un intervento chirurgico per ragioni frivolissime collegate alla sua fisicità, ma certamente suscitano vera solidarietà tutte quelle donne che hanno preferito, con la ricostruzione mammaria, cancellarsi una ferita e far dimenticare la devastazione subìta dal cancro. Non solo perché la loro scelta nasce dal dolore invece che dalla fatuità, quanto perché un conto è dare spensieratamente la preferenza a un chirurgo estetico, un altro è assoggettarsi a un intervento oncologico e poi rimediare la propria estetica. Comunque sia, il problema c'è, ed è gravissimo. La responsabilità in assoluto, indiscutibile e inqualificabile, è certamente dell'azienda produttrice che, dolosamente, ha usato silicone industriale, ben sapendo che le protesi sarebbero state impiantate all'interno dei corpi umani e che non potevano escludersi, anzi, conseguenze pericolosissime per la salute. In secondo luogo, una buona quota di responsabilità appartiene agli istituti di certificazione riconosciuti nell'ambito di ogni Ministero della Salute di ciascun paese della Comunità Europea, che sono deputati ad apporre ai prodotti il marchio CE. Se hanno rilasciato alle protesi PiP l'attestato di buona fabbricazione, evidentemente hanno sbagliato, sono stati superficiali, non hanno compiuto attentamente il loro dovere. Ma una dose, oltretutto consistente, di responsabilità, ce l'hanno pure le strutture ospedaliere che, magari con convenzioni interessanti, hanno acquistato le protesi a prezzo concorrenziale rispetto alle altre; senza domandarsi il perché del prezzo più basso e delle condizioni favorevoli. Con l'unico obiettivo dell'utilità del risparmio. Alla faccia delle pazienti e della loro salute. Ma anche i singoli operatori chirurgici che hanno usato le PiP non possono andare assolti: nell'ambiente medico si è sempre saputo che, nella scala dei costi, le PIP erano gli impianti più a buon mercato. Se la preferenza loro accordata aveva quest'unica ragione, è chiaro che il medico non può avere agito con la necessaria prudenza che, specificamente, dal suo lavoro e dalla legge, gli viene richiesta. Ora la situazione drammatica vede pazienti con protesi PIP, oramai definite nel mondo "protesi killer", costrette a sottoporsi nuovamente a un'operazione chirurgica per l'espianto e il reimpianto; alcune di loro addirittura, sembra siano state colpite dal cancro. Certo, bisogna trovare un'evidenza scientifica e un nesso di causalità tra l'applicazione di queste protesi e l'insorgenza del tumore, prima di pensare a cause individuali o a class action risarcitorie in termini milionari; ma senz'altro responsabilità obiettive e comportamenti dannosi, e quindi risarcibili, già sono evidenti. Tuttavia, soprattutto per le operazioni estetiche, tante sono le situazioni da valutare, se non altro perché le pazienti danneggiate si sentono complici oltre che vittime. Oggi il paziente ha il diritto, e il dovere, di sottoscrivere il cosiddetto consenso informato. Lo ha fatto? Perché ha scelto un chirurgo anziché un altro? Era più a buon mercato? Era indispensabile l'operazione? Comunque sia, le protesi al seno sono la punta dell'iceberg, perché oramai tanti sono gli impianti composti dai più svariati materiali, che vengono alloggiati nel corpo. Per non parlare dei filler permanenti che migliaia di donne si fanno iniettare sotto la pelle, pur contenendo acrilati e metacrilati, notoriamente non riassorbibili dal derma. Molte di loro sono deturpate da granulomi, gonfiori, noduli e cicatrici. Ma i medici continuano ad applicarli e i produttori a venderli. Ciò succede perché, purtroppo, la seria, e una volta condivisa, gerarchia dei valori è sovvertita, quando ai primi posti ormai ci sono denaro e bellezza e agli ultimi salute e responsabilità.

IL GIORNALE - 11 gennaio 2012
Il matrimonio è un contratto: fede e amore non sono necessari
Di una cosa sono certa: matrimonio e amore non sono sinonimi. L'uno non definisce (né, tantomeno, garantisce) l'altro. E viceversa. Del resto, il matrimonio è un "contratto" e l'amore un [...]

Di una cosa sono certa: matrimonio e amore non sono sinonimi. L'uno non definisce (né, tantomeno, garantisce) l'altro. E viceversa. Del resto, il matrimonio è un "contratto" e l'amore un mistero. Il matrimonio dura finché permane la volontà dei coniugi; l'amore dura finché rimane il mistero. La morte fa finire il matrimonio, ma può sopravviverle l'amore. Il matrimonio può presupporre l'amore, ma può anche prescinderne a favore dell'interesse sociale o economico. L'amore però può fare a meno del matrimonio. Questo è legato alla cultura e al tessuto giuridico che lo riconosce; quello è universale e si esprime senza schemi programmati. La relazione erotica, come può in parte definirsi l'amore di per sé indefinibile, ha spesso necessità di legittimarsi pubblicamente e, dunque, di servirsi del matrimonio che, di conseguenza, si pone come mezzo al fine. Non dell'amore, però, bensì degli interessi dei singoli o della coppia. Pur essendo l'unione coniugale considerata e propagandata come un affare di cuore. Il matrimonio, in Italia, invece, se civile o concordatario, è un istituto giuridico, un accordo complesso tra gli individui e lo Stato che, nella Costituzione, "riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", ma prescrive ai genitori il "dovere di mantenere, istruire ed educare i figli", e, poi, promette, ottimisticamente, loro di agevolare "con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi". L'amore, come dicono molti, è un delirio a due; quando, invece, il matrimonio è un programma ben preciso, fatto di diritti e doveri, tra due persone che svolgono la loro vita insieme a tutte le istituzioni statali. La coniugalità obbliga alla reciproca solidarietà morale e materiale, garantisce il mantenimento, le aspettative ereditarie, la detraibilità fiscale, la pensione di reversibilità. Anche senza l'amore, prima durante e dopo. Il contratto matrimoniale impone l'obbligo della fedeltà che, invece, nell'amore è un gesto istintivo. Finché dura lo stato di grazia del sentimento. A fronte di tutti questi imperativi categorici che definiscono il matrimonio, dovrebbe sembrare valido l'invito di Casanova, quando affermò "il matrimonio dev'essere fatto a sangue freddo". Il che, subito, ci riporta all'idea dell'amore, per definizione vissuto a sangue caldo. E, pertanto, all'incompatibilità, troppo sovente dimostrata, tra amore e matrimonio. Dal quale spesso passione, erotismo e anche amore, vengono sfrattati per lasciare spazio al conto economico e alle poste di bilancio. Col beneplacito dello Stato che, così, "riconosce i diritti della famiglia". Meglio allora considerare sempre lo spunto sagace di Benjamin Franklin: "dove c'è matrimonio senza amore, ci sarà amore senza matrimonio".

IL GIORNALE - 3 gennaio 2012
Capirai solo quando sarai madre anche tu
Una coppia di terapeuti francesi, i Messinger, ha pensato e scritto un libro di grande attualità "Tra madre e figlie. Le parole che uccidono" ediz. Sonda. Perché d'attualità? Perché [...]

Una coppia di terapeuti francesi, i Messinger, ha pensato e scritto un libro di grande attualità "Tra madre e figlie. Le parole che uccidono" ediz. Sonda. Perché d'attualità? Perché nell'ultimo trentennio il rapporto affettivo e le dinamiche generazionali sono molto cambiati e, forse, tra mamme e figlie in modo ancora più sensibile. Pur mantenendosi, però, una sorta di lessico familiare che, non solo resiste ai tempi, ma, addirittura, sembra uguale in tutto il mondo. Per esempio, suggeriscono gli autori del libro, le sintomatiche apodittiche affermazioni: "questa casa non è un albergo", "quando avrai la tua casa farai ciò che vorrai", "quando sarai madre finalmente capirai", ma anche "E' per il tuo bene", "gli uomini non valgono niente" e, soprattutto, "Dopo tutto quello che ho fatto per te". Frasi di rabbia, ribellione, irriconoscenza. Se solo pensiamo, tuttavia, alle figlie degli anni cinquanta, prive di diritti e subordinate agli uomini e alle famiglie, percepiamo subito il diverso contesto in cui le stesse frasi risuonano oggi, quando si esprimono anche tra ragazze sessualmente libere e madri plasticate e in carriera. Ciò nonostante, e questa sembra essere la tesi del libro, le parole incriminate possono avere, anzi hanno, la potenza di proiettili velenosi che si abbattono con violenza su un legame emotivo che dovrebbe garantire solidarietà e reciproco nutrimento. Probabilmente il dissenso, a volte non solo formale, nasce dalla lotta intestina, e magari anche inconsapevole, tra due donne che lottano per il privilegio di essere la preferita dell'uomo di casa. O anche dalla competizione della figlia e dall'invidia della madre, aspirando entrambe ad apparire, nel confronto, la più socialmente desiderabile. Fatto sta che queste dinamiche non emergono, quando il rapporto materno è col figlio maschio. Il quale, semmai, in analoghi termini, deve vedersela col padre. Se c'è, se è presente, se è autoritario o passionale. Essere madri perfette, come vorrebbero psicologi e psichiatri, è impossibile. Loro lo sanno bene e ne sono quasi contenti, perché sanno anche, così, di non correre il rischio di rimanere privi di argomentazioni terapeutiche. Tuttavia, tra il modello impossibile e le frequenti mamme assassine, esiste una quasi infinita varietà di figure materne, positive e negative, costruite ogni giorno nell'imperfezione e nella fragilità dell'amore materno. Che è pur sempre un sentimento, quindi mutevole e ingannevole, influenzato dai propri bisogni, dall'ambiente e dalla capacità individuale. La figlia, di conseguenza, non può che essere il risultato di tutte queste personalissime variabili. Se poi aggiungiamo al ruolo materno il carico da novanta che gli viene dal mito, per cui la madre vera è annullamento di sé, dedizione illimitata e sacrificio, possiamo ben capire come sia facile per una madre sentirsi inadeguata e vittimizzarsi. E, dunque, ripetere alla figlia "Vedrai quando sarai madre tu" oppure "lo faccio per il tuo bene". Ma possiamo anche giustificare la figlia, che risponde "chi te l'ha chiesto?"; una figlia che oggi vive nell'epoca della pillola anticoncezionale, della libertà come mantra vitale, dell'egoismo esistenziale. Teniamo conto poi che, accanto alle mamme "sufficientemente buone", ci sono mamme che sbagliano, che non amano, che non vogliono capire; mamme viziate, aride o maltrattanti. Tutte, prima o poi, pronunceranno alle figlie le stesse identiche frasi, ricevendo risposte modulate sul tipo di trattamento materno da loro percepito. Nel bene e nel male, non manifestando, in quelle occasioni, né apprezzamento né gratitudine. Perché così va la vita, finché da figlia non si diventa madre e il mondo interiore si ribalta. A volte. Non sempre. Credo, in conclusione, che bisognerebbe interrompere questa acre catena generazionale e, addirittura, mondiale, affidando alla cultura il ruolo di ridimensionare la figura materna, subito liberandola dal peso del mito della maternità come perfezione e sacrificio. Suggerendo, invece, alle donne, mamme e figlie, una maggiore generosità e curiosità per l'amore paterno. Sempre che si trovino uomini in grado, non di fare i padri-padroni, non di essere perpetuamente loro stessi figli, non di interpretare il ruolo in termini ludici ed estemporanei e, tantomeno, mammistici ma, di essere creatori e portatori di un sano, concreto, autorevole, stabilizzante, importante amore paterno.