ARTICOLI 2013

IL GIORNALE - 13 luglio 2013
Così dormire insieme unisce più di un anello
Quando si è innamorati, non c'è dubbio. Condividere il letto e la notte è un desiderio irrinunciabile; l'esigenza basilare della coppia. Non a caso Sàndor Marài ha scritto "L'amore dispone di due [...]

Quando si è innamorati, non c'è dubbio. Condividere il letto e la notte è un desiderio irrinunciabile; l'esigenza basilare della coppia. Non a caso Sàndor Marài ha scritto "L'amore dispone di due palcoscenici sui cui si recita il grande duetto, e sono entrambi infiniti: il letto e il mondo". E' intimo, in modo quasi inspiegabile, condividere il lettone: ci si sente coppia, di un grado più speciale che con la sessualità o con i comuni progetti di vita. Nel letto matrimoniale c'è l'abbandono reciproco all'altro, la complicità del "giù la maschera", l'emozione della fisicità. C'è un senso di sicurezza quasi cosmico, che permette di negare l'ansia della solitudine. C'è la convinzione di essere protetti. La vicinanza sotto le coperte sollecita tante voglie e soddisfa molti bisogni, quando le persone si amano. Se c'è l'amore, dormire distanti, persino nella stessa casa, rende tristi e inquieti. Ci si sente privati di possibili tenerezze. Ci si domanda perché tante ore lontani da quel corpo e da quel respiro. E' impossibile che gli innamorati rinuncino razionalmente al simbolico abbraccio notturno che esaudisce la voglia dell'altro.
Non è solo la spontaneità e l'immediatezza del desiderio erotico, che subito si esprime senza filtri e costrizioni, ma soprattutto l'opportunità di una carezza improvvisa, la voglia di raccontarsi e raccontare, l'occasione di ascoltare nel silenzio. Si creano, nel calore della quiete notturna, momenti di reciproco scambio, sovente non attuabili nelle giornate tumultuose e assordanti della coppia che ha una famiglia. Chi condivide con gioia la voglia di dormire con l'altro, anela per tutto il giorno a vivere l'attimo in cui si possono chiudere tutti gli altri fuori dalla camera matrimoniale e può cominciare la solitudine accesa della coppia. C'è, nell'andare a dormire con la persona che ami, nello spogliarsi insieme con gesti naturali, nel condividere le abitudini individuali acquisite nel tempo, nel ripetere a due voci i riti serali, nel lasciarsi andare contemporaneamente sotto le lenzuola, una seducente colonna sonora che scandisce la storia della coppia. Insieme, le persone che si amano, rendono meno oscura la notte e si allontanano dal mondo, perché l'addormentarsi insieme è di per sé un'energia che coltiva i sentimenti e scaccia le paure. Poco importa se poi si dorme a cucchiaio (raggomitolato sulla schiena del partner sdraiato sul fianco) o a cancelletto (quando si arpiona l'altro con la gamba o con il braccio) o dandosi la schiena (cioè a bilancia).
Il modo di essere nel letto dà probabilmente prova dei caratteri e del tipo di relazione, ma intanto la coppia vive la verità e la pienezza dell'amore; condivide la vulnerabilità del proprio essere con qualcuno che dà fiducia; dichiara così ogni giorno e ogni notte di volere continuare a stare insieme. Che poi l'uno o l'altra, cominci a un certo punto a lamentarsi del russare del partner, o s'infastidisca perché non c'è l'accordo nel guardare lo stesso programma televisivo, o si lamenti della luce accesa, ciò significa solo che l'amore si sta dileguando per lasciare spazio ad altri sentimenti. O al niente. Se la vita nel lettone riflette la temperatura dell'amore, ecco questo è proprio il tempo di pensare seriamente alle camere separate. Meglio ancora, a due case distanti.

IL GIORNALE - 10 luglio 2013
La lunga estate di guerriglia dei figli contesi
E' impensabile che i coniugi in guerra siano contemporaneamente genitori in sintonia. Questo però vorrebbe la legge sull'affido condiviso, che impone la bigenitorialità. Cioè il diritto dei figli di [...]

E' impensabile che i coniugi in guerra siano contemporaneamente genitori in sintonia. Questo però vorrebbe la legge sull'affido condiviso, che impone la bigenitorialità. Cioè il diritto dei figli di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con mamma e papà, che hanno pari responsabilità genitoriale. Significa, cioè, che ogni scelta, in regime di affido condiviso, deve essere un frutto omogeneo al progetto genitoriale: scuola, educazione, amicizie, attività sportive, viaggi per studio e vacanze devono essere programmati e valutati per tempo nel solo interesse dei minori.
Invece non succede proprio così, perlomeno per una buona parte dei genitori in eterno conflitto. Prendiamo le vacanze estive che, per i figli, sono davvero belle lunghe. Se i genitori conoscessero i diritti dei minori e non equivocassero sulla parola "amore", i loro ragazzi potrebbero trascorrere durevoli periodi con la mamma e altrettanti con il papà; potrebbero avere l'occasione di stare con i nonni e anche di frequentare un corso sportivo o di studio all'estero. Certo, denaro permettendo. Ma il tempo ci sarebbe senz'altro. Invece no. Fino all'ultimo momento possibile, i genitori non sciolgono le riserve sulle proprie ferie, tantomeno dichiarano dove vogliono andare; poi fingono presunti overbooking, per cambiare volo o treni e mettere a disagio l'altro; proibiscono ipotesi di soggiorno dai nonni, nascondono o fanno scadere il passaporto. Al momento della partenza dei figli simulano loro improvvisi malesseri, ed esibiscono opportunistici certificati medici. La guerra è su diversi fronti, quindi anche contro i nuovi partner o i luoghi prescelti. Non esiste una differenza di accanimento per genere: il genitore collocatario, cioè quello presso il quale ha la residenza prevalente il minore, che sia la madre o il padre, esercita il senso di proprietà o di veto in modo crudele e determinato.
Il genitore non collocatario, a sua volta, pretende di far valere il proprio diritto di visita, incurante dei problemi che crea al figlio. Certi bimbi trascorrono vacanze da incubo, trasferendosi ogni settimana da un genitore all'altro e, dunque, essendo obbligati anche a venti viaggi nell'estate calda, in auto, in aereo e persino in moto. Questo perché, per alcuni, affido condiviso vuol dire spezzare a metà la vita del figlio. Perché molti (padri) continuano a pretendere appunto le visite settimanali, obbligando i figli a tornare, per esempio il mercoledì e il week-end, da Lampedusa, o Sestrière a Milano o Roma. Questa è, per vari motivi, ignoranza arrogante, spesso anche degli avvocati, più litigiosi dei loro clienti. Prima di tutto il benessere di un minore impone la stabilità; in secondo luogo è giurisprudenza costante che il diritto di visita del genitore collocatario si sospenda durante le vacanze estive. Inoltre, come ha diritto il genitore non collocatario a trascorrere 3/4 settimane con i figli, altrettanto devono poter fare la mamma o il papà collocatari. Poi, se le vacanze si prolungano e se proprio il desiderio è di incontrare i bambini, li si va a trovare nel luogo di vacanza e non li si obbliga a insani sballottamenti.
La responsabilità di queste guerre e di questi disagi, non è sempre solo dei genitori egoisti o degli avvocati incapaci, ma anche di quei giudici che, invece di prevenire il conflitto, ammorbano sentenze e ordinanze con la pomposa sciatteria, lasciando spazio alle interpretazioni interessate, dispettose e vendicative. C'è da dire, però, che i giudici lungimiranti e diligenti, tengono conto del marasma dispettoso che caratterizza le vacanze e spesso puniscono i genitori così palesemente inadeguati e noncuranti della serenità dei figli. I quali, poveretti, non vedono l'ora che arrivi settembre, per ritrovare se stessi nella tranquillità e nell'immutabilità delle regole della scuola.

IL GIORNALE - 28 giugno 2013
Il decoro perduto dei magistrati militanti
Quando i giudici emettono una sentenza "in nome del popolo Italiano", tutti noi che ne facciamo parte abbiamo il sacrosanto diritto di commentarla e criticarla. Se no, che democrazia sarebbe? O perché [...]

Quando i giudici emettono una sentenza "in nome del popolo Italiano", tutti noi che ne facciamo parte abbiamo il sacrosanto diritto di commentarla e criticarla. Se no, che democrazia sarebbe? O perché nascondersi dietro di noi? Abbiamo anche l'altrettanto sacrosanto diritto di giudicare noi il lavoro che i magistrati svolgono e di valutare come lo praticano, visto che hanno milioni e milioni di processi arretrati (a parte le volate per quelli di Berlusconi); senza non ricordare che le loro carriere sono garantite da automatismi e scatti d'anzianità e che vengono retribuiti con il denaro da noi versato allo Stato. Abbiamo, peraltro, il doveroso diritto al sospetto, dal momento che non sono un segreto i magistrati indagati o condannati per corruzione, quelli politicizzati, quelli che competono tra loro; ma anche quelli gossippari e ammalati di visibilità mediatica o i favoreggiatori per istinto.
Mio padre era magistrato e lo è stato fino all'età di 37 anni, quando si è dimesso dopo essere stato pretore, giudice e avere avuto accesso giovanissimo alla procura generale. Ha educato noi figli al culto della Giustizia come pilastro fondamentale della libertà e della democrazia. Sosteneva che un magistrato abbia il dovere di essere imparziale, indipendente e ultra competente. Ha lasciato l'incarico quando, all'inizio degli anni sessanta, l'associazione nazionale magistrati ha cominciato a frammentarsi in correnti di diverso indirizzo politico. Mi ha poi impedito, negli anni ottanta, di accedere al concorso in magistratura, perché mi riteneva non abbastanza emotivamente equilibrata, per potere onorare una professione che richiede l'equidistanza.
Se oggi mio padre fosse vivo, morirebbe di dolore constatando il degrado professionale (e per una parte anche morale) della magistratura. Non di tutta, ma indubbiamente di una parte molto visibile. Se non altro per il tradimento che è stato fatto al referendum, quando avrebbe voluto affermare la responsabilità civile dei magistrati. In un mondo giuridico, dove pure l'idraulico risponde dei suoi sbagli e dove l'assicurazione è obbligatoria per i professionisti, c'è da rimanere increduli e basiti che un giudice o un PM non vogliano assumersi la responsabilità dell'errore, preferendo farla ricadere pro quota sui cittadini (e quindi paradossalmente anche sulla vittima) che paga le tasse. Si sono così conquistati il diritto alla fallibilità e all'impunità. Non dico poi che si debba seguire l'esempio delle parrucche e delle toghe chiuse delle Corti inglesi, ma il look fuori luogo di molti giudici è un'occasione irrinunciabile per manifestare sfiducia obiettiva: come si può avere stima e rispetto per donne sciatte in zatteroni e coi capelli che gridano vendetta o per uomini sgualciti e approssimativi? L'abito non farà il monaco, ma l'istituzione esige la forma. Non si devono poi lamentare i magistrati, facendo inopportunamente le vittime, se diventano oggetto di opinioni severe e se, grazie anche a tutte queste generalizzate mancanze (irresponsabilità, indifferenza, politicizzazione, incuria e incompetenza) perdono la credibilità. A danno, per di più, di tanti magistrati capaci, diligenti e competenti. Non conta solo il sapere, per deliberare o investigare sul reato.
Da un magistrato ci si aspetta un'indole equilibrata, l'aspetto ordinato, il carattere fermo, la psiche non influenzabile. Il concorso per arruolarli dovrebbe comprendere anche queste severe valutazioni, e la formazione successiva dovrebbe dedicare molto tempo a questi temi. Se un giudice si fa le canne, e non ha rispetto del suo ruolo, sarà portato all'indulgenza verso drogati e spacciatori. In sostanza, perché si torni tutti a onorare e ossequiare la magistratura, c'è l'impellenza che ciascun magistrato capisca che la sua funzione è super partes, che non può confondersi tra tutti gli altri cittadini, che l'autorevolezza muore anche in un paio di scarpe, in un riporto incollato sulla testa o negli occhiali color puffo. Ma soprattutto un magistrato deve essere soggetto solo alla legge e davvero indipendente, di testa e di cuore. Lontano, quando è nell'esercizio delle sue funzioni, dalle sue manie, fobie, idee, aspirazioni e ispirazioni di ogni segno e colore. Indipendente anche da se stesso.

IL GIORNALE - 25 giugno 2013
Donne umiliate da una battaglia al femminile
Qualunque fosse stata la decisione del Tribunale, il danno era stato già fatto. Per difendere l'idea della legalità (contro l'ipotesi di reato di concussione) e per fare valere la dignità della donna [...]

Qualunque fosse stata la decisione del Tribunale, il danno era stato già fatto. Per difendere l'idea della legalità (contro l'ipotesi di reato di concussione) e per fare valere la dignità della donna (contro l'ipotesi di reato di induzione alla prostituzione) è stata apparecchiata e imbandita una tavola mediatica ricca di stoviglie raffazzonate e di cibi andati a male e persino velenosi. Il risultato è che ora i banchettanti, invitati o imbucatisi, hanno alcuni un fastidioso mal di pancia, altri sono in fase di lavanda gastrica e altri ancora hanno digerito a mala pena il boccone amaro. Eppure tutto era partito con i migliori auspici: se sol si osserva che protagoniste e cuoche del processo-party sono donne e se si richiama l'idea trendy che le donne, qualsiasi cosa facciano, sappiano condurla in porto meglio degli uomini. Donna è il magistrato Pubblico Ministero confezionatrice dell'accusa; donne sono i magistrati giudicanti; donne sono le presunte vittime dichiaratesi non tali; donna è il funzionario della Questura che ha negato di essere stata condizionata nella decisione. Gli uomini si riducono a essere l'imputato, in onore del quale è stato organizzato il party, e i due suoi custodi difensori. Un'interessante partita dunque di una cinquantina di donne da una parte e tre uomini dall'altra.
Se fossero state rispettate tutte le regole, avremmo letto un menu comprensibile e avremmo potuto scegliere le pietanze con cognizione di causa. Avremmo potuto concordare sul piattino-concussione, se fossero stati usati ingredienti noti e non tirati fuori da una dispensa postuma. Avremmo persino potuto condividere che la torta-Arcore fosse un lupanare, se i componenti della ricetta non fossero stati scelti e mischiati a casaccio. E lievitati oltremodo. Come sempre accade, invece, tra le donne non c'è stata solidarietà. Si sa, peraltro, che l'amicizia tra donne altro non è che il complotto contro un'altra. Alcune di loro si sono in verità coalizzate nell'obiettivo di confezionare una gastronomia purgativa; altre hanno sgomitato fra loro abbattendosi a vicenda per offrire in esclusiva budini e pasticcini; rare quelle che hanno optato per una sana bistecca. Il risultato è stato di confusione, malessere, indigestione. Se l'obiettivo era difendere la dignità della donna, ovunque alberghi, in cucina, in camera da letto o al potere, c'è stato un massacro che ha ferito a morte le vere donne. Il lussuoso convivio improvvisato, si è trasformato in una bisboccia tra convitate. Intanto si è creata una nuova inaspettata identità, quella delle "olgettine", che non esisteva, ma in funzione della quale si è precluso un futuro dignitoso a tutte coloro che, definite come tali, sono state usate da vittime a loro insaputa. Tutte le protagoniste hanno poi perso un sacco di tempo: anziché rimanere nei propri ruoli, hanno improvvisato un lungo e imbarazzante processo al diverso modo di essere donna. Addirittura proponendo ardite ricette di nouvelle cuisine sulla donna che, per essere apprezzabile, secondo le chef più accreditate, deve sapersi condire con cultura, virtù e modestia. Senza mai usare spezie.
Chi si è trovata a dover giudicare, suo malgrado, ha dovuto infine attraversare una foresta intricata di capi d'imputazione, moralismi bigotti e accanimenti lessicali, riuscendo eroicamente e, sembra, senza difficoltà a individuare i radi cespugli di erbette-prove presunte. I tre uomini, attoniti e impassibili, di fronte a tante donne sull'orlo di una crisi di nervi, hanno, con educazione, doverosamente bevuto fino in fondo l'amaro calice, pur tentando di eccepire l'incomprensibilità di un simile simposio. Alla fine tutte queste, troppe, donne insieme ci hanno servito, direttamente dal pentolone, un minestrone nauseante e molto piccante, nel quale sono state mescolate matrone e gentildonne, erinni e donnicciole, virago e gallinelle, dame e donzelle, fate e streghe. Un minestrone abnorme e surreale, immangiabile perché disgustoso. Distribuito a noi cittadini inermi e incolpevoli, incapaci di digerirlo persino con tonnellate di Alka Seltzer. Forse aveva proprio ragione Dostoevskij: la donna, solo il diavolo sa cos'è!

IL GIORNALE - 20 giugno 2013
Quel trattato sulle donne tutto pasticci e ipocrisie
Il Senato ha approvato all'unanimità, così come aveva fatto la Camera, la "Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza [...]

Il Senato ha approvato all'unanimità, così come aveva fatto la Camera, la "Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica". Prima dell'Italia era stata ratificata da Albania, Montenegro, Turchia e Portogallo. Affinché abbia valore, è necessaria la firma di almeno altri 5 paesi europei. Perché allora il silenzio assordante degli altri 23 paesi – tra i quali, per dire, le progressiste Spagna, Francia, Germania – che pure hanno firmato nel 2011 e a oggi non hanno ancora ratificato? La Convenzione prevede che i paesi del Consiglio d'Europa che la condividano, debbano inserire, nei loro codici, nuovi reati di violenza e che adottino misure di prevenzione, protezione e supporto delle vittime, che ci sia l'effettiva persecuzione e condanna dei colpevoli, e che si attuino politiche adeguate per prevenire i fenomeni di violenza domestica e contro le donne in genere, ma anche per eliminare ogni forma di discriminazione.
Il senso di questa convenzione, e delle misure preventive e sanzionatorie che gli Stati firmatari si obbligano ad attuare, sta nel riconoscere che la violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, ma anche "una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali fra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulla donna e alla discriminazione …". E nel riconoscere altresì che "la violenza contro le donne … ha natura strutturale in quanto basata sul genere … è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata …". Ebbene, malgrado l'importanza degli obiettivi, ho la sensazione che vi sia qualcosa che non vada. Intanto queste approvazioni all'unanimità, senza che i parlamentari abbiano ascoltato le relazioni introduttive, mi sanno di consenso peloso. Privo di convinzione e di certezze sul fare, ma opportuno per sponsorizzare la dormiente attività politica. Dal punto di vista strettamente giuridico, infatti, quanto meno in riferimento alla nostra Costituzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di altri leggi. Perché, proprio contro la violenza, ce ne sono già tante. Basterebbe che funzionassero bene forze dell'ordine, pubblici ministeri e giudici. Sarebbero sufficienti la tempestività del giudizio e la certezza della pena. Diventa ridicolo e paradossale regolamentare tutto ossessivamente, inventare tutele esasperate ad personam e poi non avere i mezzi per attuare gli obiettivi.
Questa maniacale difesa della donna come donna, rischia, per di più, di trasformarsi in neorazzismo di genere, anche per l'idea propugnata di punire in modo più grave il "femminicidio". Perché? La nostra Costituzione impone la pari dignità sessuale. E poi sono convinta che un uomo non uccide la moglie, la fidanzata, la ex, in quanto donna, ma per il suo ruolo. E altrettanto sanno fare le donne a danno dei loro uomini. Allora vogliamo definire questi delitti amoricidi? O coniugicidi? No, sono delitti e basta; da punire possibilmente con l'ergastolo, nella speranza che ci siano PM e giudici consapevoli della loro responsabilità istituzionale. Anche i numeri lasciano perplessi: in Italia siamo 30.000.000 circa di donne; in media ogni anno ne vengono uccise 150 (meno di quando "vigeva" il delitto d'onore), delle quali buona parte non perché donne, ma perché familiari o ex, o commercianti, o pedoni o altro. Ci sono più donne che muoiono in incidenti stradali o domestici, di quante muoiano per la "natura strutturale della violenza contro le donne". C'è poi una contraddizione strana: nell'articolo 1 si dice "contribuire a eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi", ma nell'articolo 4 "le misure specifiche necessarie …. non saranno considerate discriminatorie". Come si può eliminare la discriminazione, avallandola? Insomma, è orrendo pensare a una donna uccisa; ma pure a un uomo, o a un gay. Senza che vi sia differenza di sesso tra carnefice e vittima. Continuare a promuovere la differenza, impedisce che si arrivi alla concreta parità, "de iure et de facto". Finirà che le povere vittime della violenza e i loro parenti, forti della Convenzione, invocheranno speranzosi l'articolo 56 per ottenere protezione, giustizia, assistenza. Ma lo dovranno fare diventando loro stessi assidui stalker di giudici, assistenti sociali, medici, case di accoglienza. Perché purtroppo non esiste una convenzione che ci difenda dal silenzio, dall'inanità, dalla lentezza e dall'inefficienza di qualsiasi istituzione.

IL GIORNALE - 29 maggio 2013
I figli tiranni delle case. Lo stabilisce la legge
C'è una nuova legge di cui pochi parlano, e che, invece, cambia significativamente gli equilibri della famiglia. Ad Assisi, c'è stato finalmente un bel convegno. Era organizzato dall'Università di [...]

C'è una nuova legge di cui pochi parlano, e che, invece, cambia significativamente gli equilibri della famiglia. Ad Assisi, c'è stato finalmente un bel convegno. Era organizzato dall'Università di Perugia e dal Professor Antonio Palazzo, grande studioso del diritto civile e in particolare della filiazione. Importanti giuristi (tra gli altri Serio, De Nunzio, Treggiari, Tizzi, Palazzolo, Stefanelli) si sono confrontati e hanno discusso le novità. La legge è la 219 del novembre 2012, che ha finalmente reso uguali tutti i figli, che ora non potranno più essere definiti naturali, legittimi o incestuosi. Perché, per legge, tutti i figli sono uguali. Figli e basta. Fino a oggi la discriminazione dei figli è stata garantita da un diritto di famiglia sordo all'evoluzione della società e alla rivoluzione dei sentimenti.
La Costituzione, ha dovuto aspettare 65 anni, per vedere sancito il principio solenne "tutti i figli hanno lo stesso status giuridico". Malgrado la tanto osannata riforma del diritto del 1975, che aveva lasciato non riconoscibili i figli incestuosi, privi di parenti quelli nati fuori dal matrimonio, e due diversi Tribunali per decidere gli affidamenti. Ora con la parificazione, meglio sarebbe forse stato dire e scrivere "unificazione", tutti i figli, anche quelli una volta detti "naturali" e "incestuosi", hanno zii, nonni e cugini e partecipano alla successione ereditaria. Per capire bene questo aspetto, come tanti altri, però, bisognerà avere la pazienza di aspettare i risultati dell'amplissima delega data dalla legge al Governo, in forza della quale dovranno essere emessi numerosi decreti destinati a regolare, per esempio, le prove della filiazione, la disciplina sulla presunzione di paternità e sul riconoscimento, ma anche le regole per l'ascolto del minore e il nuovo senso della responsabilità genitoriale. E' dunque censurabile la dilatazione temporale tra l'entrata in vigore della nuova legge e i tempi per l'emanazione degli incerti decreti legislativi. Così come il legislatore ha perso l'occasione di intervenire sulla questione cognome.
La Corte Costituzionale aveva già scritto, nel 2006, che il sistema di "attribuzione del cognome è retaggio di una concezione della famiglia non certo coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna". Il silenzio della nuova legge sul punto stride con le ragioni della riforma: se c'è uguaglianza tra i figli, perché non unificare il sistema di attribuzione del cognome (per esempio facendolo decidere ai genitori) invece di lasciare che i figli nati nel matrimonio assumano quello paterno e gli altri quello del genitore che per primo li riconosce? Fatto sta che questa legge non è meravigliosa: con la criticità del rinvio al governo, con le solite omissioni sintomo di sciatteria a monte, con la discriminazione residuale di due diversi Tribunali competenti a decidere le questioni inerenti la potestà e due diverse procedure per sentenziare sull'affidamento. Per di più ha rivoluzionato gli equilibri familiari. Invece, cioè, di garantire effettiva parità di trattamento a tutti i figli, dovunque nati, ha valorizzato il ruolo dei figli e soppiantato quello del genitori. Ha previsto cioè un vero e proprio statuto del figlio in quanto tale. Nel nuovo articolo 315 bis, i doveri verso i genitori sono indicati al quarto posto, mentre il figlio ha diritto non solo al mantenimento (senza limiti di età), all'educazione e all'istruzione, ma anche di essere assistito moralmente, così esasperando la, già pesante, responsabilità genitoriale di una maggiore attenzione psicologica alle esigenze del minore, le inclinazioni naturali e le aspirazioni del quale devono essere "rispettate": in precedenza se ne doveva solo "tener conto".
Un mutamento d'approccio non irrilevante, giacché ciò che restava della concezione gerarchica e autorevole della famiglia è stato totalmente travolto da una forza centripeta "bambinocentrica". Vale a dire: se la figlia tredicenne vuole partecipare alla selezione delle veline, se il figlio vuole un tatuaggio, se l'adolescente ha l'aspirazione di diventare campione di videopoker, il genitore deve rispettare la volontà del figlio, cioè deve aderire alle richieste. Per di più, in caso di separazione, o di procedure che lo riguardino, il figlio ha il diritto inviolabile di essere ascoltato. E se poi, a trent'anni, ha voglia di riflettere e di non lavorare, i genitori devono mantenerlo e rispettarne le esigenze. Giusto dunque che le colpe dei padri (e delle madri!) non debbano ricadere più sui figli e che quindi vadano archiviati aggettivi come illegittimi, adulterini, irriconoscibili. Tuttavia, non può passare sotto silenzio il fatto che questa nuova legge ha fondato una sorta di dittatura dei figli, diventati per legge praticamente ingovernabili, con diritto d'indirizzo della famiglia e con diritto di voto risolutivo in ogni situazione vitale. Ottimo impulso al più efficace controllo delle nascite!

IL GIORNALE - 22 maggio 2013
Rosaria e quel perdono che violenta le donne
Lui l'ha massacrata a calci e pugni nella pancia; lei ha dovuto subire due operazioni, è ancora in prognosi riservata ed è senza milza. Lei ora dice di volerlo perdonare e di desiderare di tornare con [...]

Lui l'ha massacrata a calci e pugni nella pancia; lei ha dovuto subire due operazioni, è ancora in prognosi riservata ed è senza milza. Lei ora dice di volerlo perdonare e di desiderare di tornare con lui. Perché lo "ama da morire". Appunto: da voler morire. Non è spiegabile in altro modo la difesa del quasi omicida ("non voleva farmi del male" "non ho lividi in faccia") da parte di una donna che è finita, grazie alle sue botte, in una pozza di sangue, calpestata nel corpo, nel cuore, nella dignità. Forse la sua anima è già stata uccisa da quell'uomo, che lei ora non vuole né denunciare, né lasciare. Non può, quindi, rendersi più conto che è il perdono a nutrire la violenza: il carnefice si vuole abbeverare di una quantità sempre maggiore di orrore e di strazio, per calmare il suo mostro interno, che s'acquieta di tanto in tanto solo per ricaricarsi di un'energia più feroce. Non è follia quella degli uomini che picchiano: è follia quella delle donne che non scappano al primo schiaffo. Dal ceffone alla mano omicida, il percorso è garantito dalla cattiveria primordiale e ingovernabile di uomini possessivi, rabbiosi, incolti, maledetti, disumani. E le donne hanno molta paura all'idea di restare sole, invece di essere atterrite dagli abbracci di un orco sanguinario. Si vergognano di denunciare, di fuggire, di chiedere aiuto agli altri, invece di sentirsi oltraggiate dal disprezzo di una bestia deforme.
Non si amano, queste donne dipendenti dalla violenza. Si svalutano, si credono inutili e quasi sembra vogliano comunicarlo al killer, scelto e alimentato da loro, per farsi sopprimere. Oppure dicono di volersi immolare sull'altare sacrificale della maternità: "non posso lasciarlo, non posso denunciarlo, ci sono i figli". Balle! Così facendo, non si comportano da eroine, ma imprigionano i figli negli effetti devastanti della violenza assistita, coltivano la catena generazionale della brutalità, sfamano le loro creature con lividi, urla e bestemmie quotidiane.
Più tenaci di Penelope, ogni giorno ricuciono la loro vita strappata, convinte di tessere la tela preziosa della famiglia unita e invece allestiscono i drappi funebri dei sentimenti, dei diritti, del rispetto; spesso della vita loro e dei figli. Queste donne non sono pazze in senso psichiatrico, perché ce ne sono troppe che subiscono, accettano, rimandano, sperano. La violenza domestica è purtroppo un dramma sommerso dal pudore personale, dalla vergogna sociale, dalla paura di non essere protette. L'accoglienza e la tutela sono affidate più ai privati che alle istituzioni. Oltre la metà delle denunce vengono, infatti, con grave colpa, archiviate o abbandonate. Le poche belve che vengono perseguite, tornano presto in libertà, senza essere state rieducate, ma anzi con in bocca il sapore sanguinolento della vendetta. Ancora, del resto, c'è chi insegna alle donne a subire; chi crede che sia normale per un marito picchiare la moglie; chi considera la separazione una violenza ai bambini; chi è convinto che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia.
Dunque si può pensare che le vittime della violenza siano anche vittime di una "cultura" sbagliata. Cultura, paura, vergogna, sacrificio, ma di che cosa vogliamo parlare di fronte al valore della vita e della libertà di essere? Molti di noi, tutti anzi, invece di blaterare di quote rosa, dovremmo rendere le donne, figlie, sorelle, madri, meno deboli nel rapporto di coppia. Potremmo cominciare col dire loro che il diritto a essere mantenute è molto meno significativo di quello a essere rispettate. Potremmo anche suggerire di valutare bene i segni premonitori della sopraffazione in colui che decidono di volere con sé nella coppia: le parolacce frequenti, le urla, gli scatti improvvisi, lo spintone, uno schiaffo, la possessività, la persecutorietà, il controllo, il repentino isolamento, le reazioni inadeguate. E potremmo infine spiegare che le scuse sono pur sempre un patteggiamento, così come il perdono. Il "reato" è stato consumato e confessato ma non sanzionato. Il che vuol dire che il delinquente non ha avuto modo di pentirsi. Dunque ripeterà il gesto aggressivo e lesivo. Inutile illudersi. Il seme della violenza si nutre di compromessi, fino ad acquistare un potere distruttivo nel vuoto d'amore. C'è un momento, anche molto prima della tragedia, per scegliere di scappare: "perché la libertà, uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo" (J. Baldwin).

IL GIORNALE - 16 maggio 2013
La magistratura che commette femminicidio
Il femminicidio può essere anche mediatico. Per come si è proposta, quella delle "olgettine" è stata una vera e propria strage di donne. Preceduta da uno stupro di gruppo. E conclusasi con lo [...]

Il femminicidio può essere anche mediatico. Per come si è proposta, quella delle "olgettine" è stata una vera e propria strage di donne. Preceduta da uno stupro di gruppo. E conclusasi con lo sterminio nella camera a gas di una impropria notorietà. Chiunque è libero di pensare ciò che vuole e le ragazze in questione altrettanto libere di fare ciò che preferiscono. L'unico limite per tutti è il reato. Non saprei dire, tuttavia, chi merita di essere perseguito in questa brutta storia. Qual è, cioè, il reato da sanzionare.
La prostituzione in sé, infatti, quand'anche ci fosse, nel caso che stiamo trattando, non è un reato. La diffamazione sì.
Soprattutto se di massa e indifferenziata. Ebbene, è palese che una trentina di giovani ragazze, per quanto possano non essere condivisibili i loro scopi di percorrere sentieri veloci per affermarsi nel mondo dello spettacolo, non possono essere, tutte, bollate, urbi et orbi, come componenti di un "sistema prostitutivo"; In particolare Ruby, la vittima confezionata, non sarebbe dovuta, con violenza, essere marchiata dalla certezza, affermata con prove quantomeno fragili, di avere esercitato la prostituzione con un uomo potente e di avere così raggiunto l'obiettivo interessato, sfruttando bellezza fisica, "furbizia orientale" ed "extracomunitarietà". Tutte, peraltro, queste ragazze, l'una per l'altra, "accusate" pubblicamente di essere coinvolte in un sistema difensivo allestito e retribuito per nascondere la verità. Risultando, quindi, non solo prostitute ma anche bugiarde e colpevoli di falsa testimonianza. La requisitoria del P.M. è stata solo l'ultima occasione dello stalking mediatico, che perseguita le, malamente definite, "olgettine" da ormai tre anni; da quando cioè sono state private della privacy per essere state sottoposte a migliaia di ore di intercettazioni, i cui testi sono stati spensieratamente diramati ai giornali.
Mentre la Procura di Milano, notizia di oggi, continua ad archiviare sistematicamente, senza alcuna istruttoria, più della metà delle denunce di donne vittime di violenza domestica e stalking. E' corretto tutto questo? E' giusto che un magistrato, donna competente e valida, che ha vissuto gli anni della lotta femminista per la conquista della dignità femminile, attacchi pubblicamente le donne che lei ritiene spregiudicate? E' ammissibile, l'inquietante "puritanesimo di ritorno" della Boccassini, come scrive Ritanna Armeni, e quale identico professano le intellettuali (magari radical chic), finalizzato a biasimare e calpestare il decoro delle donne che gravitano intorno a Berlusconi? Mostrandosi, così, all'evidenza un disprezzo misogino verso le "altre" donne, violando la libertà di vivere del genere femminile, ipotecando il futuro di queste ragazze con un'incancellabile lettera scarlatta. Ho l'impressione che in questa inchiesta si sia confuso il disvalore sociale con il disvalore penale: che non possono sempre coincidere, perché l'etica è soggettiva e il reato oggettivo. (Per non essere maliziosi e non ricordare il disvalore politico). Una requisitoria dovrebbe, dunque, essere precisa e circostanziata, idonea a giustificare, con le prove, la validità dei capi d'accusa, e dunque motivare oggettivamente il perché della richiesta di condanna. Nel caso Ruby, l'unico imputato è Berlusconi, ma la requisitoria è sembrata una geremiade pomposa e moraleggiante, che si è risolta nella condanna anticipata e per sempre, non solo di Ruby (in ipotesi "vittima") ma di tutte quelle donne che hanno come unica "colpa" quella di essere state a cena ad Arcore, con la speranza di sfondare in TV, e che, tuttavia, ora e per sempre, saranno ricordate come prostitute. Dai mariti che non avranno, dai datori di lavoro che le hanno licenziate o che non le assumeranno, dalle famiglie mortificate, da qualsiasi interlocutore anche casuale. I loro figli potranno, senza tema di smentita, essere chiamati figli di puttana. Senza aver commesso alcun reato, queste donne sono state condannate all'ergastolo della reputazione.
Berlusconi potrà essere assolto, anche oltre ogni irragionevole dubbio, ma le donne violentate dalle acritiche o faziose truppe mediatiche non potranno mai raccogliere e ricomporre la loro giovane vita, stracciata nei tribunali e nelle tribune stampa. Cannibalizzata.

IL GIORNALE - 9 aprile 2013
La femmina dominatrice che odiava il femminismo
Come ogni donna forte, Margaret Thatcher è stata amata e odiata, applaudita e perseguitata dalle critiche. Per di più era conservatrice, anticomunista e rivoluzionaria. Una vera leader politica, come [...]

Come ogni donna forte, Margaret Thatcher è stata amata e odiata, applaudita e perseguitata dalle critiche. Per di più era conservatrice, anticomunista e rivoluzionaria. Una vera leader politica, come ci vorrebbe in Italia in questo periodo: lei infatti ha saputo far risorgere il suo paese, traghettandolo implacabile dalla depressione allo sviluppo economico. Le sue forze sono state l'antistatalismo, l'antisindacalismo e l'antifemminismo. In una parola, si è sempre mostrata fermamente contraria a ogni forma di garantismo spicciolo, di pietismo, di assistenzialismo. Dando invece spazio al merito, alla competizione, all'autonomia privata. "I penny non cadono dal cielo, devono essere guadagnati qui sulla terra" affermava con durezza. Ragion per cui è stata molto invisa alla sinistra, per quanto Tony Blair condividesse molte delle sue idee. E per quanto alcuni l'abbiano voluta persino dipingere come femminista e ne facciano oggi un'icona del femminismo: questo equivoco nasce forse dal solo fatto di essere stata una donna di potere al comando di un vasto drappello di uomini. O forse, ancora, perché lei stessa si diceva "costretta" a comportarsi da maschio nel deserto di uomini veri che la circondavano. La "Stella Rossa", il foglio dell'Armata Rossa, l'aveva definita satiricamente Lady di Ferro, nel ricordo del cancelliere Otto Van Bismarck, a sua volta un secolo prima soprannominato cancelliere di ferro. La Thatcher, da allora è sempre stata così chiamata, sia dai detrattori, sia dagli estimatori, con evidente valenza suggestiva di segno opposto. Ma la Thatcher non è mai stata femminista e la prova inconfutabile è data dal suo immancabile, categorico, filo di perle: si è mai vista una femminista che si adorni il collo con le perle? E lei infatti ha detto: "odio il femminismo, è veleno".
Del resto, le femministe del suo tempo l'hanno snobbata, conoscendo bene il suo conservatorismo e non condividendo la sua durezza contro gli scioperanti. Non hanno però forse mai digerito facilmente i suoi incontestabili palmares di donna determinata e vincente: prima e sola donna a guidare il partito conservatore inglese; prima e sola donna a diventare primo ministro; prima e sola donna a far parte del maschilissimo Carlton Club. Senza quote rose, senza piagnistei, senza appoggi opportunistici. Intelligente e capace, ha lottato contro pregiudizi e tradizioni, si è imposta da donna, con eleganza e fermezza, in ogni confronto internazionale. È stata una grande donna, perché la sfolgorante carriera non le ha impedito di essere una madre attenta e una moglie devota molto amata. Non era interessata al "sociale", politicamente contrabbandato come religione, bensì agli uomini, alle donne, alle famiglie. E infatti sosteneva "qualsiasi donna che conosce i problemi di gestione di una casa, sarà più vicino alla comprensione dei problemi di gestione di un paese". Ha onorato dunque la sua femminilità e la femminilità in genere. Indimenticabile la frase in un discorso pubblico nel 1982 "in politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna". Poiché Maggie ha fatto molto per l'Inghilterra, la sua politica concludente e ricca di risultati, è stata chiamata thatcherismo, termine più spesso usato con aria sprezzante.
Montanelli, a chi gli aveva chiesto se fosse stato possibile avere una Thatcher italiana, e se il thatcherismo qui potesse esistere, aveva risposto che dubitava potesse mai avverarsi. Perché la Thatcher, al massimo, avrebbe potuto essere prussiana (per il carattere) o americana (per l'ideologia "andate e arricchite"), mai italiana, mancandole l'istinto del compromesso e l'etica del "tutto s'aggiusta". Secondo Montanelli, un'italiana primo ministro, anche se simile alla Thatcher, non avrebbe mai avuto la forza di prendere di petto un dittatore arabo o di affrontare turbe di minatori in sciopero. Dunque, secondo Montanelli, un'ipotetica Thatcher italiana, dopo due settimane di guida del governo, si sarebbe seduta sui divani di Santoro alla ricerca di qualche accordo con gli altri politici ospiti. E' bruttissima questa immagine, perché ancora oggi ci avvicina alla nostra inquietante realtà politica. Tuttavia è la cartina di tornasole di quanto rispetto e quanta autorevolezza abbia saputo, da sola, conquistarsi una donna ("la figlia del droghiere" come spesso ha ribadito il principe Filippo) rinunciando a sfruttare privilegi e vittimismi dell'essere femmina e perseguendo valori e obiettivi senza subordinarsi ai maschi e senza scimmiottarli. Ora è morta. E, per solo suo merito, è indimenticabile. Nel bene e nel male. Da oggi si riaprono le dispute pro e contro. Ma lei ha sempre sostenuto, e quindi ne sarebbe felice: "Amo il dibattito, amo le discussioni. Non mi aspetto che nessuno sia d'accordo con me". Meravigliosa.

IL GIORNALE - 5 aprile 2013
Se per il Tribunale i figli sono proprietà di mamma e papà
Per legittimare una famiglia, non sono necessari i figli. Né i figli devono tenere insieme una famiglia. L'immaginazione del giudici italiani ha però un altissimo grado di fertilità. L'ultima sentenza [...]

Per legittimare una famiglia, non sono necessari i figli. Né i figli devono tenere insieme una famiglia. L'immaginazione del giudici italiani ha però un altissimo grado di fertilità. L'ultima sentenza nata nei Tribunali afferma che il divieto di fecondazione eterologa mina la serenità e la stabilità della vita familiare; ragione per cui la legge 40 del 2004 deve essere sottoposta all'esame della Consulta, per verificarne la costituzionalità. Secondo i giudici, infatti, l'impossibilità di ricorrere a un donatore estraneo, "quando la coppia eterosessuale è sterile o infertile", "condiziona la libertà di realizzare la propria vita familiare". Ormai, cioè, il principio categorico sembra essere diventato quello per cui se non ci sono figli, non c'è famiglia. Il che vale a dire che i figli devono supportare e sopportare con la loro esistenza il progetto della coppia che, in loro assenza, non si "realizza".
In sostanza i figli costituiscono lo strumento dell'affermazione degli adulti. Sono quindi, nel pensiero comune, oggetti e non soggetti di diritto; prima di essere meritevoli della più ampia tutela giuridica e affettiva, sono indispensabili a due adulti impossibilitati a "realizzare la propria vita familiare". Dobbiamo concordare con Nietzsche? Scriveva: "Di solito la madre, più che amare il figlio, si ama nel figlio". Così la coppia, dunque – che vuole un figlio a ogni costo, per "amarsi" nel figlio. In questo modo, la ricerca della genitorialità diventa un caparbio percorso di guerra, nel quale si sbaragliano persone e sentimenti (nonché leggi dello Stato), nella cocciuta convinzione che la famiglia abbia un diritto indiscutibile. Spesso, però, anche quando il progetto è convinto e condiviso, la coppia si frantuma tra ormoni, operazioni, prelievi di semi e delusioni mensili. Quando appunto, non ci sono i viaggi all'estero e i costi per superare il divieto nazionale e per catturare un seme sconosciuto: è proprio lì, in quel fatidico momento della conquista del figlio necessario, che il calore dell'atto sessuale si sfalda. E corrompe i sentimenti.
Nell'algida visualizzazione di una provetta del donatore anonimo. In quell'istante il maschio deve decidere di adottare un figlio prima ancora che venga concepito. Nel lutto psicologico della sua impotenza deve persino accettare la presenza di un virtuale misterioso amante che farà il figlio al posto suo. E la femmina deve concedere al suo uomo, nel nome della famiglia, l'uovo di un'altra donna feconda. Con inquieta rassegnazione. E tutto questo, secondo i giudici, bisogna poterlo fare nell'interesse della famiglia. Così, in funzione della famiglia, perdendo di vista l'amore, rischiando lo sfaldamento dei reciproci sentimenti di appartenenza, nell'imbarazzo, la rabbia, il senso di inutilità? Se proprio bisogna smantellare l'ipocrisia che c'è sulla fecondazione eterologa e sul suo inattuale e antistorico divieto, e bisogna farlo, bisogna partire dai diritti individuali: ciascuno dei genitori deve poter scegliere, prima di tutto liberamente per sé, il percorso difficilissimo della fecondazione eterologa; in forza delle proprie personali convinzioni, attitudini, volontà. E, poi, discuterne con il partner, in funzione della capacità di assumere precise responsabilità a favore del figlio che verrà.
Così soltanto una famiglia può gratificare un figlio, e non viceversa, perché l'individualità non si deve perdere nel contenitore - famiglia. La famiglia non ha un diritto precostituito ad avere figli, ma deve essere capace di coltivare il diritto dei figli. Ciascuno dei genitori, in base a un proprio diritto – dovere e non a un ipoteca familiare.

IL GIORNALE - 14 febbraio 2013
L'ultima follia dei grillini: licenziato un assessore solo perché è incinta
Se nel 2013 in Italia dobbiamo ancora parlare di femminismo e maschilismo, quando ormai è stata ratificata la pari dignità giuridica tra i sessi, significa che qualcosa non funziona o, quantomeno, che [...]

Se nel 2013 in Italia dobbiamo ancora parlare di femminismo e maschilismo, quando ormai è stata ratificata la pari dignità giuridica tra i sessi, significa che qualcosa non funziona o, quantomeno, che l'anacronistico modo di vedere le donne e gli uomini, non riesce a sradicarsi dal pensiero comune. Per esempio da quello di Bersani, Grillo e Berlusconi. Dunque, il primo chiederebbe a Berlusconi quante "bambole" porterebbe in Parlamento, affermando contestualmente che lui porterà il 40% di donne. Ebbene il lessico di Bersani è di per sé sintomo di un maschilismo potente nel suo DNA quando parla delle "sue" donne: le donne, infatti, non si "portano" e non si misurano come quantità percentuali in rapporto all'avversario, trascurando il merito e le qualità di ciascuna, a favore della propria immagine politica e per raccattare il consenso. Quel 40% è evidentemente da lui usato, e rozzamente strumentalizzato, come oggetto sponsorizzante se stesso.
Questo è il tipico atteggiamento maschilista di chi si reputa superiore alle donne, con paternalismo propone le quote rosa e, poi, con autoritarismo se ne serve per "massacrare" l'avversario, che lui ha testualmente minacciato. Anche in Grillo c'è una solida impalcatura sessista, così ben costruita e data per scontata nel suo personale retaggio educativo, da farlo arrabbiare ferocemente se qualcuno glielo contesta. Basta ricordare l'episodio vergognoso di Federica Salsi e il richiamo al punto G: anziché contestare nel merito il comportamento della compagna di movimento, Grillo ha istintivamente messo in campo una serie di affermazioni volgari concernenti la sessualità della Signora. Se non è puro e becero maschilismo questo… E che dire dell'ultima gloriosa uscita del movimento 5 stelle, per la quale un assessore viene d'imperio mobbizzata, per il solo fatto di essere in stato di gravidanza? E' il tipico autoritarismo violento, il governo dei maschi, l'androcrazia! In questo panorama di comportamenti antichi e aggressivi verso le donne, questi intrepidi maschilisti hanno il coraggio di definire tale Berlusconi: forse con l'invidia tipica di certi maschi tra loro e per paura di non essere alla sua altezza, usano tutte le connotazioni negative che li riguardano per rilanciargliele contro, sperando evidentemente, solo così, di vincere il confronto. Dimentichi che per prima proprio l'amante di un politico del PCI è salita alla Camera, dimentichi che oggi molti del PD proteggono le loro amanti e le sorreggono politicamente e in televisione, continuano a riferirsi al berlusconismo come fosse maschilismo. Non condivido Berlusconi, ma lo apprezzo solo ed esclusivamente per il suo inarrestabile cripto-femminismo. Mascherato da esagerata femminofilia. Antico e ormai insopportabile, il femminismo, perché fuori tempo e fuori luogo.
Tuttavia, se c'è uno che ha dato spazio alle donne è proprio lui. Anche alle cittadine che, da lui, e grazie alle donne elette da lui, hanno avuto importanti normative a loro tutela: la legge che concilia i tempi della famiglia con quelli del lavoro, la legge contro lo stalking, contro le violenza domestiche, contro la riduzione in schiavitù, per esempio. Per non trascurare la riforma dell'art. 51 della Costituzione sulle pari opportunità nell'accesso alle cariche elettive (grazie alla quale Bersani oggi si può "portare" il carico del 40% di donne e mandarle a "massacrare" Berlusconi) . Berlusconi non ha trattato le donne come bambole: se alcune di loro lo hanno fagocitato, vampirizzato e sfruttato, loro sì da vere maschiliste, è con queste che Bersani o Grillo dovrebbero prendersela. O piuttosto dovrebbero domandarsi che cosa avrebbero fatto loro due al posto suo. Da solidi maschilisti, sosterrebbero, a proprio favore, la tesi che un uomo non può mai rifiutare una donna. Sarebbe da cafone o da gay.

IL GIORNALE - 6 febbraio 2013
I matrimoni gay? Sono sacrosanti, ma peggio per loro
Le leggi creano ordine, ma anche discriminazione. Cioè, verso chi non è stato previsto dalla norma, ma non ne è stato neppure escluso. Se c'è un principio indiscutibile, invece, è proprio quello della [...]

Le leggi creano ordine, ma anche discriminazione. Cioè, verso chi non è stato previsto dalla norma, ma non ne è stato neppure escluso. Se c'è un principio indiscutibile, invece, è proprio quello della pari dignità giuridica di tutti i cittadini nello stato laico e democratico. Ma anche quello affermato, con vigore inusitato e apprezzabilissimo, da Monsignor Paglia, responsabile vaticano della famiglia, della pari dignità di tutti i figli di Dio. E allora perché ci sono ancora una quarantina di paesi al mondo nei quali l'omosessualità è reato, da punire con la morte, e in Italia non è ancora stata approvata una legge contro l'omofobia? Perché c'è pregiudizio e censura, o patetica e inconcludente tolleranza, verso l'orientamento sessuale non condiviso dalle religioni e dagli Statuti sociali. In barba alla realtà obiettiva e alla libertà di essere. Dimentichiamo spesso, però, che la sessualità è anche espressione di affettività e sentimenti. Etero o omo che siano le persone a esprimerli e a convogliarli nel progetto di coppia. Per la vita o per qualche tempo. Posto che la legge, per principio, deve creare un ordine sociale, eliminare le differenze e rispettare l'identità di ognuno, è sacrosanto che i gay pretendano i diritti riconosciuti a tutti gli altri, trattati quindi diversamente da loro. E' giusto che si oppongano all'ipocrisia e all'ottusa considerazione di chi non prende atto neppure del pensiero della Cassazione sul punto: "la libertà sessuale va intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze sessuali in quanto diritto alla realizzazione della propria personalità, tutelato dall'art. 2 della Costituzione". E' dunque fuorilegge quella civiltà, sociale e giuridica, che non tutela al cittadino omosessuale il diritto all'affettività e al progetto di coppia, come lo prevede per il cittadino eterosessuale. In tal modo la famiglia ha un trattamento diverso, a seconda di come si sia formata. Sarà per tradizione interpretativa delle norme sul matrimonio, sarà per omofobia pura e semplice, oppure per supino rispetto religioso (peraltro fuori tema nello stato laico), fatto sta che la coppia omoaffettiva non può accedere al matrimonio e alle tutele costituzionali che ne derivano, e neppure alle tutele derivate per le coppie di fatto. Secondo me, alla fine, è forse solo un problema di welfare: come farebbe il nostro Stato, pasticcione e spendaccione, a trovare le risorse economiche per pagare la pensione di reversibilità agli omosessuali vedovi? E come accetterebbe le detraibilità fiscali per il congiunto gay a carico? Come potrebbe rinunciare alle quote ereditarie che, in assenza di testamento e di parenti fino al sesto grado, sarebbero incamerate dallo Stato anziché riservate di diritto alla vedova gay? Per non parlare dell'assistenza sanitaria, sussidi familiari e via dicendo. Escludere i gay dal matrimonio, comporta un sicuro risparmio della spesa pubblica. Ma quand'anche potessero accedere al matrimonio, siamo certi che sarebbero in tanti i gay a volerlo fare? In fondo, le garanzie e i servizi che riceverebbero, dal cosiddetto stato sociale, sarebbero sempre più ridicoli nella loro entità economica. Invece dovrebbero subire l'invadenza dello stato-polizia, sempre più prepotente nel controllare, governare e legiferare su ogni aspetto della famiglia. Avrebbero a che fare con i costi, i problemi e le lungaggini del divorzio, dell'adozione, dei principi cogenti del matrimonio. Sarebbero tenuti alla fedeltà, ma anche ai doveri verso i parenti e gli affini in stato di bisogno (solo il matrimonio crea la parentela e, a cascata, una serie gerarchica di obblighi). La famiglia è ormai una dimensione mutevole e contorta, soggetta a cambiamenti di dimensione, organizzazione e funzione. Le unioni omoaffettive hanno il diritto insindacabile di essere parificate alle altre. Tuttavia, ho la sensazione che gli omosessuali, quantomeno e pur nell'odiosa discriminazione, abbiano ancora la fortuna e la libertà di potersi sottrarre a una scelta matrimoniale che, non di rado, si risolve in un sequestro di persona. Complici il coniuge e lo Stato.