ARTICOLI 2014

IL GIORNALE - 10 dicembre 2014
Una mamma può essere cattiva anche se gli italiani lo rifiutano
L’istinto materno non esiste. Quello paterno anche meno. Genitori non si nasce: si diventa. Esiste invece l’amore, paterno o materno, quando la parola amore è ricca di indispensabili contenuti: [...]

L’istinto materno non esiste. Quello paterno anche meno. Genitori non si nasce: si diventa. Esiste invece l’amore, paterno o materno, quando la parola amore è ricca di indispensabili contenuti: responsabilità, rispetto, affettività, ma anche capacità di considerare i figli soggetti da formare, per renderli autonomamente capaci di affrontare la vita, e non oggetti, da possedere e manipolare per le esigenze della propria vita. Dunque non tutti i genitori esprimono amore ai figli. Anzi.
La cultura italiana è fondata, invece e purtroppo, sullo stereotipo dell’”amore”’ incondizionato di qualsiasi mamma e di qualsiasi padre; come fosse un dogma inoppugnabile. Tale da provocare sconcerto quando viene smentito da delitti nei quali indagati sono proprio il padre o la madre.
Di padri assassini, e addirittura sterminatori dell’intera famiglia, ne vediamo quasi ogni giorno e per loro invochiamo il carcere a vita; per le madri assassine invece è stata allestita un’apposita struttura psichiatrica specializzata a Castiglione delle Stiviere. Perché i padri vanno in carcere per omicidio e le madri a curarsi la psiche? Perché ripugna forse alla coscienza sociale poter credere che una madre sia cattiva invece che malata. La madre che sopprime il figlio, secondo questo modo di pensare, può essere solo fragile o psicopatica. Il padre, la maggior parte delle volte, un feroce giustiziere del cosiddetto onore familiare.
Se solo pensiamo alle madri che buttano i figli nel cassonetto o che li sfruttano per denaro a favore di pedofili e pervertiti, ma anche a quelle che li strumentalizzano per vendetta o per pietire elemosine più lucrose, non possiamo che rassegnarci all’idea della indiscutibile esistenza di mamme cattive. Al di là di ogni tabù. Non malate, ma proprio cattive, perché prive di considerazione della soggettività e umanità dei propri figli.
Mamme che, nella gerarchia dei valori, mettono al primo posto il proprio “onore” sociale, l’interesse, comunque sia se stesse: giudicano il figlio un addendo facoltativo, nella vita programmata, uno strumento, un’opportunità. Mai una persona. Sovente, appunto, un ostacolo da sopprimere. Senza panico e senza vergogna, ma con determinazione; spesso improvvisa, ma sempre lucida e organizzata.
Tutta Italia sta provando disorientamento, angoscia e terrore per la madre di Loris, ora indagata per la possibile uccisione dei figlio. Molta gente la vuole colpevole, forse per esorcizzare mostri interiori e paure ancestrali.
Bisognerebbe avere il coraggio di seguire gli indizi a disposizione, senza avere il filo conduttore della sua “fragilità”; inquadrando invece i possibili atroci eventi nella cornice della capacità di intendere e di volere di questa donna. Le contraddizioni nei suoi racconti, così come riferite dai media, che meglio sarebbe appunto definire menzogne opportunistiche, portano a una sola conclusione: se questa donna ha mentito (non eufemistiche “contraddizioni” o approssimative “incongruenze”, dunque) sta nascondendo qualcosa o qualcuno. Lo scudo di bugie, sempre e per forza, nasconde una verità maleodorante. Anche in questo caso. Sarebbe perfino meno atroce se dietro la corazza difensiva ci fosse il proprio delitto, anziché quello di un altro. Se, cioè, questa donna avesse soppresso il figlioletto per tutelare il proprio onore, sarebbe meno grave che se avesse voluto salvare la figura vile di un pedofilo o di un amante clandestino.
Dobbiamo per forza restare nel campo delle ipotesi, anche le più truci, perché nulla conosciamo degli atti processuali, se non le “indiscrezioni” che provengono da fonti investigative o le “smentite” rilasciate dagli attivi “avvocati di famiglia”.
Le uniche certezze a disposizione, a parte la fine orrenda di un bimbo legato, strangolato e buttato ancora vivo, sono costituite dai documenti tecnologici (video e tabulati) che smentiscono puntualmente il racconto della madre. E che portano, se confermati, a una risolutiva realtà: la madre mente.
Una madre che sente e dimostra l’amore materno, in ogni caso, non lascia solo il figlio quando è in vita e non alimenta di menzogne il mistero della sua morte. Una brava mamma accudisce il figlio e gli rende onore con la verità. Sempre. A qualsiasi costo.
Diversamente, è una mamma molto cattiva. Che non merita compassione, ma la severissima giustizia. Nel nome della legge, ma anche del dovuto, e malamente tradito, amore materno.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 19 novembre 2014
La femminilità non è una vergogna
Secondo Alessandra Moretti, lei rappresenta un’opportunità per il paese, che considera “scalabile” e, pertanto, vuole poter dimostrare che oltre a essere (molto) bella, è anche intelligente e [...]

Secondo Alessandra Moretti, lei rappresenta un’opportunità per il paese, che considera “scalabile” e, pertanto, vuole poter dimostrare che oltre a essere (molto) bella, è anche intelligente e competente. Un ribaltamento di pensiero che smentisce le sue colleghe di fede politica, le quali, fino all’altro ieri, per mostrarsi intellettuali e capaci, tendevano a snobbare qualsiasi segno di femminilità e avevano il coraggio di presentarsi al mondo austere o trascurate se non sciatte. La Moretti, invece, rivendica la potenza della sua femminilità e tiene giustamente a dichiarare che dedica parte del suo tempo alle cure estetiche, senza per ciò sottrarlo ai doveri pubblici o familiari. Anzi. La sua convinzione, da me condivisa pienamente, è che, rappresentando i suoi elettori, deve apparire nella miglior forma fisica. E anche il più elegante possibile, sul presupposto che chiunque di loro la osservi, mentre svolge il suo ruolo pubblico, debba potersi sentire ben rappresentato.
Apprezzo chi la pensa così, chi ha cioè sdoganato la bellezza e l’estetica come pubbliche virtù e non vizi privati. In verità, quando andavo al liceo, non riuscivo a capire perché le bruttine della classe erano di sinistra e le carine di destra. Dapprima pensavo che fosse una questione economica, per l’impossibilità delle prime di acquistare vestiti o cosmetici. In seguito ho proprio accertato che le “sinistre” anche se ricche, disprezzavano le “destre”, perché, invece di pensare alla pace nel mondo a i Kmer Rossi, si informavano sul rimmel e andavano alla ricerca delle più sfiziose minigonne. Alcune, peraltro, irrimediabilmente brutte, sceglievano di infoltire i gruppi di sinistra per travestirsi così da intellettuali impegnate.
Io, anarchica e provocatrice, quando ho iniziato la professione, pur dovendo dibattermi tra studio, bambine e casa, non ho mai rinunciato a prendermi cura di me e non ho mai pensato che il trucco, i capelli a posto e un vestito elegante potessero mortificare le mie capacità. Anche se il solito maschilista, “banal grande”, non ha mai perso l’occasione di osservare che il successo professionale provenisse dall’essere una “donna in gambe”.
Brava quindi Alessandra Moretti che lancia apertamente lo stile “lady like”. D’altra parte lo stile è l’immagine della personalità. In particolare lo stile di una donna è l’immagine della sua mente. Ma lo stile di una donna politica è l’immagine del suo saper fare.
Obiettivamente, nessuno dovrebbe fidarsi di una donna che rinnega la sua femminilità e che, anzi, la mortifica sotto la peluria incolta, i capelli disordinati, un vestito approssimativo e la faccia da sharpei depresso. Come ci si può occupare degli altri con efficacia se non si è l’esempio della massima cura per se stessi? Secondo Ovidio, la bellezza è un bene fragile. Come la democrazia e la pace del resto. Ma è la migliore lettera di raccomandazione, e sono anche convinta che il gusto e il rispetto dell’estetica agevolino al meglio la convivenza sociale e politica.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 17 settembre 2014
due ragazzi giù dall'8° piano e la famiglia che non vede. Quel naufrago d'affetto in cerca di famiglia
Due giovani sono morti. Avevano vent'anni. Forse si sono suicidati buttandosi insieme dal settimo piano. Forse lui ha ucciso lei, per portarla con sé nella morte. Forse lei ha tentato di salvarlo [...]

Due giovani sono morti. Avevano vent'anni. Forse si sono suicidati buttandosi insieme dal settimo piano. Forse lui ha ucciso lei, per portarla con sé nella morte. Forse lei ha tentato di salvarlo dalla voglia suicidaria di lui, ma è stata trascinata da un abbraccio mortale.
Probabilmente non sapremo mai la reale dinamica del terribile evento. Possiamo solo intuire o dedurre dalle scarne notizie che riguardano il ragazzo. Era stato adottato, poi i nuovi genitori si erano separati, si era innamorato di una coetanea e da lei era stato lasciato. Era in conflitto con la famiglia adottiva. Aveva già tentato di uccidersi. Era dunque affamato d'amore e segnato da plurimi abbandoni. Una serie di infarti affettivi, in così pochi anni di vita, non può che devastare l'anima di chiunque.
Perdere la madre, a qualsiasi età, è un lutto gravissimo: da piccoli, è una tragedia che produce angoscia e solitudine. Essere adottati è un conforto, spesso però foriero di paure e aspettative confuse, ma anche di diffidenza. Subire la separazione dei genitori è un trauma inevitabile, che fa sentire traditi e maltrattati. Innamorarsi tanto e non essere ricambiati, o buttati via all'improvviso, è intollerabile e fa sprofondare nel senso di panico della solitudine.
Questo povero ragazzo aveva dunque attraversato in pochi anni tutti gli altrove della felicità; quasi certamente soffriva di una grave sindrome abbandonica. Più volte, anche ogni ora della sua breve vita, era stato forse preda del dolore e della paura della ripetizione di una ferita che gli era stata già inferta. Se si era tanto attaccato a quella ragazza, era perché costituiva forse la risposta al suo bisogno insopprimibile di amare, di essere voluto, accudito, riconosciuto. Aveva l'esigenza di sentire di esistere e di essere importante. Quando il loro rapporto si è interrotto, oltre al già conosciuto atroce dolore del distacco, sarà stato sopraffatto anche dal tormento di non poter più manifestare amore al suo unico oggetto d'amore.
A volte succede che i sentimenti più belli e più forti, travolti dallo strazio dell'anima e dei pensieri, si deteriorino fino a corrompersi. E così l'amore diventa rabbia, odio, tormento vendicativo. Si arriva persino a desiderare la morte dell'altro, prima ancora che la propria. Perché è indispensabile fermare lo strazio e gli spasmi di un'anima per la quale la vita, se ha ancora un senso, è una nemica crudele e implacabile. La morte, invece, può accogliere e dare sollievo al male di vivere.
Una persona così flagellata, però, e per di più di soli vent'anni, è trasparente per chiunque la frequenti. Una personalità abbandonica è molto triste, abulica, arrabbiata: la sua sofferenza non può sfuggire agli occhi più superficiali. Dov'era la solidarietà degli amici, quando lui si perdeva nell'oscurità divorante dei suoi pensieri? Dove sono stati in questo tempo triste il papà e la mamma adottivi, e forse i fratelli se ci sono, e gli altri parenti? Perché nessun adulto si è fatto carico di tanta sofferenza? Non era questo un figlio nato per caso, ma adottato con tutte le difficoltà e le attese che conosciamo. I genitori adottivi vogliono un figlio e sono desiderosi di nutrirlo d'amore, quasi con più forza e impegno dei genitori biologici.
E' possibile che un padre e una madre, così generosi e tenaci, non abbiano mai colto segnali allarmanti, che pure ci sono stati, o che non siano mai intervenuti con efficacia per porvi rimedio? Con amore, per amore.
Ai figli non possiamo garantire la felicità, ma abbiamo la responsabilità di nutrirli di affetto e attenzione.
Dobbiamo saperli crescere insegnando loro ad amare la vita, e attrezzarli per tempo ad avere il coraggio di viverla.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 27 agosto 2014
Caro e noioso ex mi manchi. Per portare le valigie
Caro noioso ex, basta sms. Ma vuoi smetterla una volta per tutte? Ci siamo lasciati. Abbiamo deciso, consapevolmente, che la nostra storia è finita. Non hanno alcun significato questi incessanti e [...]

Caro noioso ex,
basta sms. Ma vuoi smetterla una volta per tutte? Ci siamo lasciati. Abbiamo deciso, consapevolmente, che la nostra storia è finita. Non hanno alcun significato questi incessanti e inesorabili tuoi sms, tutti più o meno dello stesso tenore, cioè "mi manchi". Se non mi apparissero così piagnucolanti e se non mi dessero ogni volta il senso sconfortante della tua pusillanimità, ti chiamerei persino. Ti ricorderei che ci siamo lasciati per la tua imbarazzante tendenza al bracconaggio sessuale. Ti farei anche notare che, dopo il quinto perdono, la mia dignità non avrebbe più un nome. Tornerei quasi volentieri, però, sulle barricate delle nostre discussioni, per riprendere gli argomenti che tu dicevi ti avevano sfinito al punto da indurti a cercare la leggerezza di altre donne. Per esempio, ti direi del piacere e della fatica di costruire insieme se stessi e la vita, senza lasciarsi distrarre dalle suggestioni devianti destinate a intrappolare l'uno o l'altra della coppia. Sbotterei per l'ennesima volta nel sentirti proclamare che l'amore si esprime nell'accettare i difetti e gli errori dell'amato. Chiamali errori, le tue relazioni stagionali, ripetitive e devastanti. Ti urlerei a gran voce che cantonate e sbagli non devono ricadere sull'altro e fargli male sistematicamente. Tutti abbiamo pecche, prendiamo abbagli, creiamo equivoci e ci mancherebbe altro che innamorandosi di qualcuno non ne mettessimo in conto gli aspetti negativi. Anzi, una delle mie tesi sul punto è proprio quella di credere fermamente che un amore cieco valga molto meno di un amore ipermetrope. E che la prova d'amore vero consista nel diventare consapevoli delle proprie caratteristiche negative, per tenerle sotto controllo ed evitare di nuocere a chi diciamo di amare. E' troppo comodo considerare chi ci ama un bidone della spazzatura, per buttarci dentro tutto quello che non riusciamo a fare bene, o un sacco per pugili da usare quando la frustrazione è insostenibile. Forse è anche questo l'amore. Ma non solo questo. Giocherei ancora con le parole per sostenere che nella coppia non ci si debba sopportare, bensì supportare. Aiutarsi reciprocamente a crescere e migliorare, a volte persino un po' cambiare, invece di essere sempre bonariamente contenti di se stessi. E credere che l'altro ci debba accettare purchessia, solo perché un giorno ci si è detti "ti amo". Aggiungerei che il supporre, cioè l'immaginare, lo sperare, in sostanza il pretendere, la dovuta indulgenza dell'altro è da deficienti, soprattutto dopo l'ennesima ripetizione dello stesso errore. Chi ama, invece, pre - suppone, cioè prevede, immagina prima, le conseguenze e gli effetti sull'amato dei propri comportamenti. Se lo conosce, naturalmente. Se lo rispetta. Se lo ha visto come persona meritevole di attenzioni e di riguardi. D'amore, insomma. Giacché l'amore non ha alcun senso se non onora l'oggetto amato con lo sguardo privilegiato.
Ma che cos'è secondo te l'amore? E' istinto sessuale? E' voglia di tenerezza? E' bisogno irrinunciabile di una persona? Dunque, che cosa ti manca? Forse ti manco io vitale e decisa. Pesante a tal punto che un tempo ti sei convinto dell'opportunità contraria, e cioè che il meglio sia il vuoto, la fatuità, l'incostanza. In effetti sei fatto così: sei attratto morbosamente da ciò che non hai e non vedi, perché non sai lasciarti affascinare dal piacere di osservare e raccogliere nell'anima il luogo abitato, vissuto, costruito. Non conosci la dolcezza della memoria emotiva, la poesia di rifinire l'opera compiuta, l'entusiasmo di migliorare. Ma non sei un esploratore curioso del nuovo, sei solo superficiale e capriccioso, hai la sindrome dello zapping, sei incapace di trattenere ciò che hai conquistato. Infatti senza di me, definita spesso la zavorra della tua creatività e il macigno oppositivo alla conoscenza della tua anima e del diverso, cosa fai? Non sei allegro. Non procedi oltre, non elabori alternative. Sei nello stagno del ricordo e del pentimento. Non credo del rimpianto e del rimorso, perché non sei così sensibile. E ora mi appari senza emozioni né tensioni. Senza idee né progetti. Senza niente. Sei recluso tra le mille strade della libertà; troppe perché tu abbia l'ardire di sceglierne almeno una. E così finisci con il mandarmi giorno e notte il medesimo, ripetitivo, triste riconoscimento della tua inutilità: "mi manchi". Quasi un ossessivo, autistico, gesto per resuscitare le pulsioni vitali e farti uscire dal coma esistenziale in cui ti sei ficcato. E' imbarazzante pensare che tu possa credere, per di più, di trovarmi pronta, come se nulla fosse stato, ad applaudire un povero, noioso autolesionista. Il più grande esperto della conquista seriale fine a se stessa. Un uomo generico e informe, se valido per tutte. La chiave universale per i camerieri degli alberghi.
A me non manchi proprio per niente. Anzi. Ho scoperto la libertà della vita senza di te. Il gusto di svegliarmi al mattino senza occuparmi, e preoccuparmi, del tuo umore. Sempre uguale. Depresso. Un uomo liquefatto. Un motore diesel col serbatoio agli sgoccioli. Prima di tre caffè non ti si poteva parlare, se non tra grugniti e smarrimenti. Ho ritrovato ora il piacere della libertà di orari, non più imprigionata negli obblighi del pranzo e della cena quando volevi tu. Mi sveglio e sono felice – ogni tanto e solo quando voglio io – di scoprire accanto a me un turbo a diecimila giri e col pieno di benzina. Finalmente il divertimento di vestirmi seguendo la mia indole e non le tue fissazioni borghesi legate all'età e alla situazione sociale. La soddisfazione di parlare con chiunque spontaneamente, senza dovermi trattenere per timore delle tue critiche. La gioia appagante di dilatare i miei giorni di vacanza e di usarli anche per lavorare, assaporando piacere e dovere, allegramente mescolati nel disordinato alternarsi della mia voglia e non più mortificati dalle tue fissazioni sull'ordine e sull'equilibrio.
Per anni ho cercato di essere come tu mi volevi: tranquilla, organizzata e pronta a perdonare. Sai cosa ti dico? Mi stavo annoiando di me stessa, ancor più che di te.
Voglio essere sincera fino in fondo però, come mi piace fare, come mi dicevi, ti dà un fastidio insopportabile. In realtà mi manchi. Solo qualche volta, ma mi manchi. Quando devo scaricare le valigie, portare i sacchetti del supermercato, aprire il vasetto della marmellata.
Se ti piace fare questo per me, ti chiamerò, in caso di necessità. Ti manderò un messaggino sul cellulare, scrivendoti "mi manchi". Capirai?
La tua felice ex.

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 25 agosto 2014
Caro uomo ideale con te ho fatto un buco nell'acqua
Caro uomo che vorrei, Un lampo, un tuono e subito un violento temporale estivo. E io con quei maledetti tacchi alti, malgrado la piccola ma complicata medicazione che ancora non potevo eliminare dopo [...]

Caro uomo che vorrei,
Un lampo, un tuono e subito un violento temporale estivo. E io con quei maledetti tacchi alti, malgrado la piccola ma complicata medicazione che ancora non potevo eliminare dopo l'intervento della settimana prima.
Ma perché caspita me li ero messi? Per piacerti, per rubarti lo sguardo quando ballavo e mentre camminavo. Ora ero proprio in crisi. Dovevo tornare a casa, non riuscivo a correre fino alla macchina, non potevo bagnare i piedi; il vento sferzante mi aveva già aggredito i capelli, ormai disfatti e appiccicati alla faccia.
Rabbiosa e quasi piangente, per non avere combinato nulla neppure con te, distratto e vago per tutta la serata, ti vedo arrivare correndo verso di me. Mi guardi, sorridi, ti chini, mi slacci i sandali, te li riallacci al passante dei jeans, ti giri, mi inviti ad abbracciarti il collo e a salire sulle tue spalle. Sorrido, mentre ti afferro le braccia da dietro, con un colpo di reni mi sollevo e stringo le gambe intorno alla tua vita. Parti in quarta, mi tieni stretta e percorri dall'interno il perimetro del tendone, attraversando la folla degli altri che bevono e ballano, fino a guadagnare l'uscita più vicina alla tua auto. Ci fermiamo di colpo. Mi chiedi se sono pronta e di corsa affronti l'acquazzone con me stupita e incredula sulle tue spalle. La pioggia è impetuosa, i nostri vestiti progressivamente si inzuppano, la mia bocca è appoggiata sul tuo collo e sento l'acqua fredda che ti gocciola dentro la camicia. Tu continui a correre, sembri non stancarti mai, poi il respiro diventa più pesante, salti tra fango e pozzanghere, continui ad ansimare e trovi la forza di dirmi "dai che ci siamo". Superi un mare di poltiglia, attraversi un cespuglio e ci siamo davvero. Lo capisco dalle frecce dell'auto che lampeggiano al richiamo del telecomando che hai prontamente estratto dalla tasca. Finalmente ci precipitiamo al riparo, dentro la macchina.
Insieme emettiamo un rumoroso respiro di sollievo e subito ci guardiamo. Ci sorridiamo. Verifichiamo un po' impacciati il disastro dei nostri vestiti. Siamo lì, forse increduli, sui sedili della tua auto, nel silenzio picchiettato dalla tempesta di pioggia sui vetri. E scoppiamo in una frizzante e complice risata. Mi chiedi poi se va tutto bene e ti dico certo, non potrebbe andare meglio. In quella corsa pazza sotto la pioggia hai conquistato a ogni passo il mio cuore e i miei pensieri sono impazziti di gioia. E' stato istintivo baciarci. Un bacio lungo e dolcissimo che, da infreddoliti quali eravamo, ci ha fatto perdere nel calore acceso del desiderio ingovernabile. E' stato appagante, poi, conoscere l'amore con te. Magica e irripetibile ogni situazione condivisa, nella volontà comune di darci gioia e continuo stupore. Tenerezza e pace. E sogni continui, allegri, articolati, segreti, protetti. Troppi forse mi sono sembrati questi sogni a un certo punto, perché poi, dopo mesi intensi e contenti, ho sentito il bisogno di tornare sulla terra.
Per dare ancora ascolto all'uomo che mi aveva inferto le sofferenze più grandi, che non mi aveva voluto più e che ora continuava a graffiarmi i pensieri. Mi cercava disperato e pentito. Pronto a pagare l'ipoteca del suo tradimento che aveva interrotto la nostra storia d'amore. Lui, violento e inopportuno, era all'improvviso precipitato tra di noi.
Ho voluto raccontarti ogni giorno e ogni ora dei miei anni con lui. Mi hai ascoltato per tante notti tenendomi abbracciata sul letto, sbucciando e offrendomi le banane, riscaldandomi con la tisana e scartando cioccolatini. Qualsiasi cosa purché io non accendessi una sigaretta dietro l'altra per placare l'inquietudine dei sentimenti contraddittori. Ti curavi del mio corpo e della mia anima insieme. Partecipavi attento ai miei dubbi, mi accarezzavi; generosamente cercavi di aiutarmi a capire chi di voi due io volessi davvero. Non mi hai lasciata però, hai lasciato che me ne andassi io, senza trattenermi. Volevo, risoluta, affrontare il mio passato per decidere seriamente se archiviarlo o riprendermelo. Non sarebbe stato onesto, secondo me, tenerlo lì in un cassetto che ogni tanto si apriva e mi turbava coi suoi contenuti di dolore e di amore interrotto.
Poi avevo deciso. Sarei tornata da lui. Lasciavo te. Te l'ho detto. La tua faccia era bagnata come la sera dell'inizio della nostra storia, ti guardavo e non capivo se vedevo lacrime o pioggia. Vivevo il tempo rarefatto in un solo unico istante, che comprendeva e confondeva in sé l'attimo in cui ti amavo per la prima volta e quello in cui ti perdevo per sempre. Hai sbagliato. Ho sbagliato. Non avremmo dovuto allontanarci neppure per un solo minuto. Tu eri certo che mi avresti perduta, se mi avessi fermata. Io sapevo che tra di noi si sarebbe inesorabilmente allargato un buco nero se non me ne fossi andata da te per vivere ancora con lui.
Subito dopo sono precipitata di nuovo nella sofferenza di un amore malsano, nei sentimenti fraintesi, nella fatica di trovarsi a volere quello che potrebbe essere.
Lui, l'avevo capito subito dopo averlo rivoluto, non era più l'uomo dei miei sogni: dopo di te lo vedevo banale, noioso e lamentoso. A volte mi facevo trascinare dalla mia volontà, rabbiosa ed esultante, di smentire il fato che aveva rinnegato l'eternità di quello che credevo amore. Bastava poco perché mi rendessi conto che non era stato il destino a mettersi tra me e lui, ma che era proprio lui stesso a non essere all'altezza della storia insieme costruita e insieme ripresa. Lui, lo stava capendo, non mi aveva cercata e voluta ancora perché sospinto dall'amore. Lui in realtà aveva avuto paura di vivere senza di me. Questo, percepivo ogni giorno con dolore quando avevo ripreso a stargli vicina. Sentivo che mi usava per acquietare le sue ansie e contemporaneamente lo vedevo incapace di occuparsi di me. Anzi di noi. Non c'era più niente che mi incantasse nel nostro ritrovarci insieme. Anzi. La mia gioia di vivere si dissolveva ogni momento più velocemente. La mia pelle si ribellava alle sue carezze e aveva nostalgia dei tuoi baci. Del tuo generoso costruire un mondo di intelligenti e vivaci emozioni.
Ma tu ora non ci sei più. Sei deluso da me. Ti ho ferito. Non mi vuoi più. Hai ragione. Sono sola. Non ho il coraggio e l'umiltà di tornare da te. E non riesco a desiderare nessuno, tranne te. Vivo immersa nel dolore della tua mancanza. Lo sento vivo; una presenza quasi rassicurante. Lascio che si impossessi di me quando mi sveglio e mi piace abbracciarlo prima di dormire. Vorrei riaverti tutto e mi faccio bastare questa tristezza straziante, che nutre il sentimento per te e a te mi unisce incessantemente. Forse un giorno questo dolore saprà raccogliere tutta l'energia repressa della mia volontà per raggiungerti ovunque tu sia. Intanto, caro amore mio, ti scrivo per dirti che finalmente non penso più all'uomo dei miei sogni. Preferisco aspettare l'unico capace di farmi sognare. Voglio te.
La tua donna che ancora non è.

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 23 agosto 2014
Caro collega, mi piaci e ti voglio ma non c'è futuro
Caro Collega, guardarti è bello, ma toccarti è meglio. Sei giovane, poderosamente virile e con muscoli eleganti e fermi che ti definiscono la pelle. Deltoide, bicipiti, grande gluteo e persino il [...]

Caro Collega,
guardarti è bello, ma toccarti è meglio.
Sei giovane, poderosamente virile e con muscoli eleganti e fermi che ti definiscono la pelle. Deltoide, bicipiti, grande gluteo e persino il vasto mediale sono la forza del tuo erotismo. Ma anche gli occhi sempre luccicanti, la bocca umida e tumida, i denti un po' sgranati e vividi e la tua andatura impetuosa. Mi piace accarezzare i tuoi sorrisi, disordinare i tuoi capelli e percorrere le tue braccia. In tutti i modi possibili. Stare con te è gustoso e rallegrante. Giovane collega e vicino di scrivania. Sei impavido, dolce, comico, spesso irriverente. Sei innamorato di me, dici. Mi racconti le tue emozioni, mi ripeti tante volte le prime che hai avuto e quelle dell'ultimo momento. Scoprirmi ogni giorno ti ha sorpreso. Ti sentivi deluso dall'avere percepito la mancanza di anima nelle donne "in carriera". Mi parli di femmine seduttrici e manipolatrici, mentre tu hai una idea romantica ma concreta della donna. Di me ti è piaciuta la forza delle convinzioni.
Sei molto attento e a volte ho l'impressione, con un po' di disagio, che mi invadi troppo. Quasi non rispetti i miei pensieri e la mia diversità da te, pur mostrando di esserne conscio. Mi divertono e mi commuovono le tue impervie motivazioni che giustificherebbero, come tu dici, il "nostro stare insieme".
Ma parli troppo. Sembra che tu voglia convincere te stesso, prima di me. E questo mi dà un po' di fastidio.
Ci sono sensazioni che non devono essere disturbate dalle logiche della ragione. Esistono per alchimie imponderabili e il solo descriverle le fa evaporare. Alla fine sono niente se non la ricchezza del momento che le fa emergere. Ma quel niente bisogna goderlo nell'incoscienza. E possibilmente nel silenzio.
Il fatto è che io non ti amo. E non ti voglio per sempre. Ma non voglio non volerti. Voglio sostare davanti all'amore. Non oltrepassarne la soglia. Rimanere ferma al margine del sentimenti. Voglio respirare l'alba e ignorare il giorno che verrà. Sono egoista? Forse. Quasi tutti gli uomini lo sono e non vedo perchè non possa esserlo una donna, in questo clima di confusione e di uguaglianza un po' cialtrona. Che c'è anche nella nostra azienda.
Non ti ho cercato io, sono stata subito chiara e persino aggressiva nel cercare di allontanarti. Relazioni sul posto di lavoro, creano disordine e problemi. Insisti e mi coinvolgi, però, ogni volta che non so dirti di no.
E' evidente, a quel punto, il potere lo prendi tu, con la tua allegra sensualità e il desiderio ingordo. Mi stordisci, nella pausa caffè, coi tuoi racconti, i progetti, i sogni davvero irrealizzabili che coltivi senza sosta. Sai trovare sempre le parole più sorprendenti per farmi sentire l'unica donna tramite della felicità possibile.
Ma il "sogno di stare insieme per il resto della nostra vita"è un incubo che ogni volta rompe il prodigio che tu abilmente costruisci intorno a noi.
Ti ho spiegato all'infinito cosa intendo io per amore, coppia, vivere insieme. Intanto la coppia è un'invenzione del mondo moderno, fondata sull'attrazione e sull'obiettivo della felicità. E' un'illusione: le dinamiche che ne sono il collante non possono durare nel tempo. La coppia unita dalla ricerca della felicità reciproca, è destinata a dissolversi in breve tempo. Dura, finchè dura il desiderio erotico.
Se scegli qualcuno per condividere ogni giorno la tua intimità, il tuo sonno, i risvegli, il disagio, la gioia, la fatica, non puoi farlo solamente forte dell'attrazione fisica, o comunque emotiva che riconosci di avere per quella persona. Pur nella reciproca libertà di pensiero, e se vuoi anche di tempi dedicati al lavoro o al divertimento, c'è sempre un territorio di esperienza quotidiana comune.
Uno spazio in cui inevitabilmente si confrontano e quasi sempre si scontrano le diversità senza possibilità di mediazione. Di temperamento, di educazione, di obiettivi, di reddito, di età. Queste variabili possono fondersi in armonia solo se c'è un progetto più ampio, che non sia quello precario e claustrofobico della coppia, vitale solo fino a quando è vigorosa la forza dell'eros.
Tu sei un uomo straordinario, hai una grande sensibilità estetica, sai apprezzare il particolare, sei a tuo agio e metti a tuo agio chiunque in qualsiasi stato d'animo; sei privo di barriere protettive e insieme proiettato a scoprire la particolarità degli altri. Sei tenero e tutelante. Sei anche un gran figo. Qualsiasi donna ti vorrebbe, ma il nostro incontro mi propone una prospettiva di minaccia. Perchè ti sei fissato con una donna che ha il doppio dei tuoi anni? Qual è il tuo problema patologico che io non riesco a riconoscere? Perchè vuoi Demetra invece di Afrodite? Ma con tutta l'intelligenza emotiva che hai, non riesci a comprendere che con me puoi fare un progetto tutt'al più a brevissimo termine? Tanto per cominciare non sono più nell'età riproduttiva, e dunque devi rinunciare all'idea di avere un figlio. E quindi alla prospettiva del completamento e dell'approfondimento della tua storia personale, verso orizzonti più ampi che non siano quelli di spartire, per quanto con gioia, le nostre due solitudini. Poi entri nella mia vita già organizzata e stratificata negli anni, con abitudini, case, frequentazioni di posti e persone che ormai fanno parte della mia personalità. Non posso disintegrare tutto per te. Vorrei certo ampliare le esperienze, le emozioni e tu me ne daresti certo l'occasione. Sarebbe tutto in più e tutto forse interessante. Ma sarebbero inevitabili paragoni, gerarchie di scelte, differenze di opportunità.
Parliamo dell'identità. Non so per quanto tempo tu, giovane uomo, alla prima esperienza lavorativa e con contratto a termine, come mio assistente, reggeresti l'impatto con la mia identità di donna più grande, affermata e molto più capace economicamente. Non sono vissuta inutilmente in tutti questi anni: ho acquistato esperienza, autorevolezza, capacità di decidere. E mi hai più volte detto che questo ti piace di me. Non so neppure immaginare quale possa essere l'imbarazzo di una discussione tra di noi, persino su temi teorici. "Zitto tu che non capisci niente". "Zitta tu che sei ormai rimbambita". E veniamo all'inevitabile deterioramento fisico dell'età.
Prima o poi dovrò mettermi, se non una dentiera, un impianto. Ancora per fortuna non è il tempo, ma conosco poche persone mature che non abbiano supporti tecnici di questo genere, o progressive invalidità da artrosi, o problemi cardiaci. Dovrei nasconderli tutti per malizia o per pudore? O dovrei condividere queste ansie con te, così sfrontatamente giovane e sano? Esteticamente poi, nel tempo, offriremmo un impatto ridicolo e confusivo per i più. Daremmo adito alle più bieche e squallide battute sulla nostra sessualità, o sulle mie corna, o sul tuo sfruttamento della situazione. Ho paura. Ho paura di succhiare e di comprimere la tua vita. Ho paura di sprecarti. Ho paura di incrinare la mia dignità.
E' inutile che continui a ripetermi che un uomo al posto mio farebbe i salti di gioia e rinuncerebbe a qualsiasi cosa per gustarsi ogni giorno e ogni notte una donna della tua età. E' vero ciò che dici; e trovo davvero inquietante che molti lo facciano senza porsi alcun interrogativo; in realtà mi risulta che, dopo un po' quegli uomini abbiano una vita triste.
E non è meno allegra quella delle loro donne, a meno che non ereditino capitali cospicui o pensioni a lungo termine.
Io credo che il significato di ognuno di noi stia nella capacità di riconoscere e coltivare la propria dignità, il senso di sè, e della posizione nel mondo, che non può essere mercanteggiato con nessun piacere e nessun interesse. E' un'impresa complicata: non finisce mai e incontra ostacoli ogni giorno, che ti suggeriscono di seguire quell'istinto che hai invece saputo modellare sulla limpidezza faticosa di valori quali la lealtà, l'onore, il decoro. L'onestà con se stessi. Tu sei un grande, terribile, adorabile ostacolo. Sei una tentazione insolente.
Sono gratificata dalla tua amabilità, ma sento anche la responsabilità della tua fiduciosa ingenuità verso la vita e le persone. Dunque. In realtà sarei persino indotta a cedere pezzetti della mia dignità, ad affrontare il rischio del sarcasmo altrui, della tua pietà o crudeltà, pur di assicurarmi una manciata di tempo tra le tue braccia, respirando la vita dai tuoi occhi e dalle tue parole. Però sei un ragazzo molto buono e ricco di qualità, che meritano di esprimersi in una storia di vita articolata e profonda. In progetti che richiedono il meditato e cauto svolgersi nel tempo.
Anche se poi dovrai fare i conti con la debolezza, la propensione al competere, la mancanza di coerenza, il narcisismo che, prima o poi, si insinueranno nella tua anima oggi ancora pulita. Molti uomini, infatti, a un certo punto della loro vita, si ritrovano in una sorta di vile acquattamento ai loro istinti meno educati e più ingovernabili. La donna che hanno vicina, per quanto amata, esce, da questa esperienza ferita, respinta e stremata. E tanto più lo è, quanto più si è consegnata fiduciosa all'uomo che l'aveva voluta. Forse tu non ti troverai a disperderti nell'oscurità del cuore, forse sarai capace di vedere lontano e così potrai non infliggere dolori inutili e cattivi a chi amerai. Ma io, mio caro giovane tesoro, proprio non voglio ricevere altri calci nel cuore e carezze bugiarde. Ho paura, in realtà, degli uomini. Mi lascio amare, quindi, ancora per un po' e finché ho la forza di dirti di no. Forse sono frigida. Se mi vuoi, è così.
La tua collega "anziana".

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 21 agosto 2014
Caro convivente ho sopportato ma ora te ne vai
Caro convivente, Tenacia, sordità e cecità. E moltissima dedizione. Queste sono state le mie priorità. Ti ho voluto, a ogni costo. Senza promesse né gesti solenni da parte tua. Ti amavo e basta. Non [...]

Caro convivente,
Tenacia, sordità e cecità. E moltissima dedizione. Queste sono state le mie priorità. Ti ho voluto, a ogni costo. Senza promesse né gesti solenni da parte tua. Ti amavo e basta.
Non ti voglio parlare però di sentimenti, perché tu mi guardi esterrefatto ogni volta che accenno a ipotesi emotive di qualsiasi genere. E allora passiamo ai fatti, forse più comprensibili al tuo cervello computerizzato, alla tua anima insonorizzata.
Ti ho voluto anche quando mi dicevi "quest'estate me ne vado da solo in vacanza"; ti ho voluto quando volevi uscire con gli amici senza di me, perché "non è obbligatorio raccontarlo agli altri che stiamo insieme". Ti ho voluto quando ho letto la e-mail della tua studentessa australiana che ti diceva quanto le eri mancato durante l'estate (mentre eri con me). Ti ho voluto, persino, quando ho scoperto che avevi nel tuo monolocale un nascondiglio solo per le mie foto, di cui ti sbarazzavi evidentemente ogni tanto per qualche visita erotica. Ti ho voluto ancora quando ho letto sul tuo cellulare i messaggini scritti a un'altra alle due di notte. E le sue risposte da troia: sapeva bene che c'ero io nella tua vita e che il nostro bambino stava per arrivare.
Ti ho voluto quando sparivi, il cellulare spento e nessuna informazione. Quando tornavi con quel profumo nauseabondo di vaniglia americana e ti buttavi sul letto farfugliando di dolori alla schiena "per quel maledetto pc". Ti ho continuato a volere anche quando, accasciato sul divano, la cravatta lanciata sulla poltrona e le scarpe sotto al tavolino, non ti accorgevi del mio nuovo colore dei capelli e, sgranocchiando patatine, restavi inebetito per ore davanti allo schermo della TV.
Ti ho voluto sempre perché ero innamorata di te e ti volevo con me e per me al prezzo di qualunque rabbia e pianto. Da quando ti ho visto la prima volta, nell'aula del Politecnico, ho voluto con determinazione che fossi mio. Anche senza il matrimonio, che non hai mai neppure immaginato.
Ho in ogni momento anticipato nella mia mente il piacere che mi avresti dato nell'essere mio, con me e dentro di me. Ho vissuto con te una spirale autodistruttiva, pregustando e rimandando il piacere ogni volta che il dolore lo abortiva sul nascere.
Mi hai sempre tradito e non sei stato capace di rispettarmi neppure nascondendomelo. Sarebbe bastato un minimo di generosa accortezza.
Tutte queste donne non contano niente per te, forse, ma contano moltissimo per me.
Ogni volta che vuoi tradirmi tu menti, spergiuri e poi sorridi strafottente; imposti sempre la discussione sulla base di file power point, come se anche i sentimenti potessero essere contabilizzati; non capisci la mia angoscia, non mi difendi dal nuovo male. Non ti spendi mai e investi altrove. Dimostri di non avere nessun orgoglio di quello che, nonostante tutto, abbiamo costruito. Non percepisci quanto sei crudele e pur ridicolo insieme.
Arrivi fino al fondo della tua disonestà, quando poi mi abbracci o mi porti dei fiori che ormai sanno di morte. Sono sopravvissuta sino a oggi per l'energia impensabile di questo pensiero bellissimo e assurdo che era il mio amore. Maltrattato e vigoroso, disonorato e acceso. Impotente e fortissimo.
Malgrado persino la malinconica ragioneria quotidiana del nostro vivere. Io conto le infedeltà e tu conteggi ogni nostra spesa per vivere. Guadagno un quarto del tuo sostanzioso stipendio, eppure dobbiamo dividere a metà tutti i costi: il cibo, l'affitto, la benzina, il cinema, un libro, un gelato, i regali al bimbo. Il mese scorso con raccapriccio ho notato, tra le trentadue voci del nostro bilancio, da te ossessivamente compilato ogni giorno sul maledetto quadernino viola, persino i ventisei euro dei meravigliosi ellebori rosa che mi hai portato quel mercoledì: ho pagato, dunque, tredici euro il tuo più recente tradimento.
La millesima coltellata. Non il tradimento. Ma i tredici euro.
Sei altezzoso, arido e puttaniere. Per dieci anni ti sei vestito del mio amore, della mia devozione, delle mie emozioni e poi riesci a rapinarmi tredici euro per fare bella figura con me, dopo l'ennesima tua proterva porcheria, che proprio non mi merito. Ora ti vedo proprio come sei, nudo, non abbigliato del mio amore, inutile e vanesio, ossessivo e fedifrago. Non marito, non amante e neppure convivente fisso. Tu sei un "non".
La parte migliore di te l'avevo inventata io ed è sparita quando ho incontrato un uomo. Mi ha colpito la sua fisionomia. La sua voce mi ha suscitato un brivido. Di calore forse, dopo la freddezza sperimentata con te. L'ho incontrato altre volte. Mi piaceva sentirmi ascoltata, curata, compresa. Non mi attraeva fisicamente. Tu sei bellissimo. Lui è approssimativo nei lineamenti del viso e del corpo, è un po' curvo e troppo alto. Però quel brivido mi ha dato un segnale di vita vera, senza addizioni e sottrazioni. Ci siamo scambiati i numeri di cellulare. E' stata l'unica volta che abbiamo parlato di cifre. Il resto è stato un viaggio nell'umanità e nella vita. Ho rincominciato a vedere e a sentire.
Lui ha l'abitudine di scrivermi sms e mi ha conquistato con i consigli, con l'attenzione alle mie parole, alle mie ansie, ai miei occhi e alle mie mani, al sole, alla pioggia, alla vita. Il mio cuore si è scongelato a poco a poco, lentamente, come una coscia di pollo rimasta troppo tempo nel freezer e riportata all'ossigeno dell'aria. Non abbiamo niente in comune, io e questo uomo. E' impensabile una vita con lui. Forse è uguale a tanti uomini, a tutti gli altri, ma è l'esatto opposto di te, e mi piace, mi è piaciuto molto. L'ho anche amato intensamente, solo con i pensieri. Non c'è stata una storia, ma ci siamo amati davvero, anche se non abbiamo dato ai sentimenti un luogo in cui dimorare. Gli ho detto un giorno "non ci vediamo più". E' stato molto triste. Mi è sembrato di dover chiudere una casa in cui avevamo messo tutto, anche le tazzine del caffè e i cubetti di zucchero a forma di cuore. Mi è parso di fare uno trasloco, anche se in quella casa non ci avevamo mai abitato. Ho preferito così. Una passione impossibile. Però ho potuto sperimentare cosa voglia dire il distacco. Ho imparato il senso dell'abbandono e il supplizio del vuoto nel cuore. Ho capito anche che posso abbracciarmi da sola e ascoltare con tenerezza i miei pensieri. Mi sono vista e mi sento. Non sono più né cieca né sorda. Ora so bene che posso farcela, che non muoio se qualcuno se ne va. E, tantomeno, se sono io a mandarlo via. Non sono morta di dolore senza più quest'uomo meraviglioso. Non può succedermi niente di male se rimarrò senza di te. Stasera troverai gli scatoloni, con tutte le tue robe, fuori dalla porta. Contaci e contali tutti. Per te non ci sarò più. Addio.
La tua futura ex.

IL GIONRALE - LETTERE D'ESTATE - 17 agosto 2014
Caro ex, ti credi un latin lover sei solo un baro
Caro ex, c'è chi lascia dietro di sé profumo di fiori e di incanto. E chi impesta anche i ricordi con la sua scia di merda. Tu sei uno di questi. E' difficile raccogliere i pensieri, rievocare la [...]

Caro ex,
c'è chi lascia dietro di sé profumo di fiori e di incanto.
E chi impesta anche i ricordi con la sua scia di merda. Tu sei uno di questi.
E' difficile raccogliere i pensieri, rievocare la nostra storia e visualizzare un solo episodio non contaminato dalla sconcezza che c'è in te. Segreta e impavida suggeritrice dei tuoi gesti, mentre io, inconsapevole, disegnavo, con la cura e la dolcezza dell'amore, i tuoi giorni e le tue notti.
Dopo anni ho capito: hai sempre avuto un'altra donna per tutta la durata del cosiddetto "nostro amore".
Avevo apprezzato la tua tenacia nel volermi, come fosse la migliore delle virtù covate da un uomo.
Quanto ne abbiamo parlato divagando sul tema: la ferrea volontà di raggiungere un obiettivo, la costanza dei pensieri, la determinazione di portare a termine le proprie opere. Però ci vuole coraggio, per fare e fare bene. I fatti devono confermare i propositi. Dicevi "avrei voluto che fossi stata tu a educare i miei figli, perché sai cogliere l'essenza positiva delle persone. Io sono stato sempre criticato per quella che gli altri chiamano cocciutaggine e tu invece dai valore alla mia ostinazione. Questo mi renderà migliore"
Hanno ragione gli altri. Invece. Sei cocciuto, infatti, perché sei stupido. E presuntuoso. E' proprio invece sull'equivoco della tua intelligenza che io ho interpretato ogni tua parola, gesto, fatto; sul presupposto dell'onestà. Sulla convinzione della verità che doveva sempre regnare tra noi. Sulla fiducia che ti eri conquistato manipolando il mio categorico e assolutista vivere l'amore.
Non ti volevo. Eri sposato. Mi hanno sempre fatto orrore i tradimenti. Mi hai inseguito con perseveranza straordinariamente lusinghiera. Ti dicevo che avevi il tasso erotico di un comodino, perché così vedevo tutti gli uomini "impegnati" che mi corteggiavano. Ho sempre nutrito una ferma solidarietà per le donne di quegli uomini e mortificavo col rifiuto irridente i loro penosi mariti.
A te non ho resistito. Mi avevi convinto. Per la tenacia e per le dichiarazioni di verità. Per le tue confessioni, non richieste, sul tuo passato e presente di traditore pentito. Per la tua voglia di cambiare. Volevi entrare nei miei pensieri e fare parte del mio modo gioioso e rigoroso di vivere. Dopo mesi e mesi, il mio sprezzante fare verso di te si è dissolto in un bacio ricco di dolcezze antiche e il mio corpo è diventato l'oggetto felice delle tue sapienti carezze. E io da quel momento la vittima della tua vita. Ora so che sei un narcisista. Tutto quello che hai fatto, l'hai fatto solo per farti apprezzare, per sembrare unico. Come ti credi di essere. Come hai fatto credere anche alle altre. Non è l'amore, non è il coraggio di amare un'altra persona, che ha guidato il tuo agire. L'"altra" non c'è, non esiste se non come presenza funzionale all'espressione di te. E in quel momento avevi bisogno di me, per scappare dai figli, dai mutui, da una moglie impositiva, da abitudini ripetitive che mortificavano la tua sete di grandezza.
Di te dicevi "sono un bel ragazzo" e ragazzo non lo eri più da almeno trent'anni. Ma mi piacevi. Un po' scanzonato all'apparenza, e tuttavia praticavi un senso del dovere esagerato. Serio e passionale. Attento al dettaglio.
Credevo di essere amata, eppure soffrivo. Ero troppo lacerata tra i miei rigori morali e l'attrazione verso di te. Tu dicevi di macerarti nel senso di colpa per la famiglia e rimandavi il tempo di cominciare a costruire una nostra vita che non fosse contemporanea a quella che affermavi esserti stretta. Naturalmente ti eri fatto subito scoprire da tua moglie: momento di grande trionfo per il tuo ego, ora capisco. Scenate epiche, dichiarazioni d'amore che non ascoltavi da anni, vacanze esotiche nell'interesse dei figli. E natali, pasque, compleanni con tutta la famiglia intorno, dedicata a trattenere l'ipotetico transfuga. Mai fuggito.
E io sola ogni notte nel mio letto freddo, sola a pensarti preda delle rassicuranti sensazioni di appartenenza familiare che trattengono e avviluppano la voglia di cambiamento. Mi sentivo persino io colpevole di avere tradito il mio modo di essere e di pensare. Lasciandoti, ogni volta che ti lasciavo, altro non facevo, ora me ne rendo conto, che coltivare il tuo protagonismo. Oggi non posso che ironizzare sul paradosso: predicavo l'ecologia di sentimenti senza rendermi conto di parlarne a un "egologista".
Addii, ritorni, promesse, allegre ripicche. La sceneggiatura, identica e implacabile, si è ripetuta all'infinito. E tu la rappresentavi sia per me, sia per tua moglie. Io non lo sapevo naturalmente, ma oggi ho capito che gioco sporco e crudele andavi conducendo. Le sue lettere, che mi facevi leggere accompagnando il gesto con parole di pietà per quella "poverina confusa", raccontavano bene la trama della tua commedia che io avrei dovuto intuire. Sarei dovuta scappare da te allora, quando hai cominciato a usarmi. So esattamente, ora, come si svolgevano le cose, perché hai tentato di ripetere l'inganno a spese mie e di un'altra che a un certo punto ha distrutto la tua vita e ha inopinatamente illuminato la mia. Tu hai proprio un bisogno malato di dividerti e moltiplicarti tra due donne; non ne puoi fare a meno. Non ne hai mai fatto a meno. Sai interpretare bene la parte dell'eroe sacrificale, capace di offrire alla sua donna niente più che i pianti disperati di un'altra donna. Non sei libero, non sai costruire, non sei progettuale se non a brevissimo tempo. Il tempo di confezionare uno spot. Per sedurre, per conquistare. Subito dopo viene il tradimento: è un colpo di scena per te essenziale, per capire quanto vali e chi ti vuole. E fino a che punto le altre ti vogliono. Non è quindi una vergogna o un intrigante imbarazzo. Anzi. Per te il tradimento è indispensabile che venga scoperto e diventi l'occasione di un ampio confronto. Più tempo dura la discussione e l'incertezza delle donne in gioco e più tu senti di esistere e di essere il centro del mondo. Il tradimento è l'unica prova che puoi dare per convincerti di essere entrato nel mondo dei sentimenti. Ti senti uomo, solo quando due donne si disfano per averti. Ma non c'è amore dove c'è distruzione, inganno, vigliaccheria. E così ti ho rotto il gioco. Non mi sono mai disfatta per averti, né mai ho elaborato strategie. Tu mentivi, complice tua moglie della tua anima sconcia; mi promettevi tanto amore. Io non sapevo, non capivo che lei c'era ancora. E in cambio della mia fiducia ho ricevuto tanto dolore. Da te e da tua moglie.
Tutte le donne che hai coinvolto nella tua perversione sono figure tragiche in un territorio grottesco, da te contrabbandato come luogo del sentimento e invece palcoscenico di un truffatore.
Bisogna provarne un'altra, per capire se ti andava bene o no la prima? Se ti "andava stretta", come dicevi tu che delle donne ti adorni come di un vestito. Ma, superficiale come sei, non hai mai valutato quale fosse di seta, di plastica o di lana. Anzi nella stessa stagione sai alternare, con glaciale e bieca indifferenza, cachemire e lino. Tanto il caldo e il freddo li crei tu, la realtà ti è indifferente. Il tuo coraggio consiste nell'ignorare le conseguenze delle tue finte parole e delle tue devastanti azioni. Il dolore di una donna che si strappa dal cuore brandelli di sentimenti è per te profumo di bosco, energia solare, acqua di ruscello. E quando tua moglie ha cominciato a inseguire per il mondo le follie artistiche di tua figlia, ti è mancato il respiro dell'oscenità. Forse lei era un po' esausta di quest'attesa di te malgrado me, forse ha capito di essere complice patetica di un tuo gioco per lei inutile, dove i sentimenti c'entravano poco. Fatto sta che lei ha, finalmente, cominciato a non convocarti più, a non sollecitare più la mia gelosia con la sua invadenza. E tu ti sei trovato senza palcoscenico e senza trama. Senza il triangolo eccitante nel quale l'ipotenusa è la tua nullità.
Quale scoop migliore e risolutivo, alla tua età, del coinvolgere una poverina che ha la metà dei tuoi anni? Una donna che nella sua vita ha festeggiato meno compleanni che uomini. Nel tuo impulso inarrestabile di sostituire il vuoto che tua moglie aveva lasciato nel teatro della nostra vita, sempre pianificando nell'ombra, ti sei organizzato per trovare la sostituta co-protagonista. Ti ho scoperto subito, naturalmente. Nello stesso momento in cui percepivo la tua strumentale e squallida pornografica menzogna, ho smesso di amarti. Di colpo. All'istante. Sei diventato un estraneo. Lontano e piccolo. Un vecchio triste. La bocca increspata e bugiarda, gli occhi senza dignità. Tutto quello che mi piaceva di te, è diventato improvvisamente fastidioso. E penoso. Sei senza coraggio: non sai scegliere, né lasciare, né amare. Hai detto che non eri innamorato di lei, ma che non potevi perdere l'opportunità di farti una giovincella alla tua età. Anche questa è mancanza di coraggio: il coraggio di vivere la vita che ti sei costruito, il coraggio di rinunciare a crederti immortale, il coraggio di seguire gerarchie e priorità prima di cedere a impulsi bestiali. Le tue parole risuonavano sorde nella nube di stupore che continuavo a produrre. Incredula e agghiacciata.
Tu non sai, non puoi sapere l'enormità del dolore che spacca i pensieri di chiunque si sente tradito da chi ama. Ero allibita dalla tua pochezza. Mi attanagliava la paura, mi avvelenava la delusione: ho respirato in un attimo tutto il male del mondo. E mentre rimbombava in me il fragore della certezza del tradimento, la mia coscienza era attonita: sapevo che quel dolore l'avevi voluto tu per me, me l'avevi dedicato con consapevolezza. Il regista del male.
Non sono pentita di averti amato. Non so darmi pace per non avere capito chi stavo amando minuto per minuto. Appunto: un uomo senza coraggio. Non libero da se stesso e dai suoi mostri interni: hai voluto continuare a coltivarli anziché ucciderli con la coscienza, la volontà, il sentimento. Con l'aiuto del mio amore infinito. Non hai saputo neppure rispettare i miei sentimenti e i miei valori. La verità, sopra ogni cosa. La lealtà come scelta, difficile certamente, di vita. Ti ho scoperto stupido, perché non hai capito l'importanza di costruire la vita onorando i sentimenti. Presuntuoso, perché convinto di gestire te stesso e gli accadimenti con la tua, creduta eccezionale, intelligenza. Ma sei irresponsabile. Hai seminato il male. Hai messo donne una contro l'altra e le hai tradite tutte. Hai sguazzato nel dolore altrui, di cui ti sei imbevuto, per mascherare la tua pochezza.
Come potevo continuare ad amarti? L'amore è uno stile di vita che si sceglie e si compone in due ogni giorno. Anche se si è molto diversi, l'uno dall'altra, si sa scoprire con sapienza il luogo di incontro e di fantasia. E' bello esporsi senza pudore all'accettazione dell'altro, ma non si può arrivare al punto di violentare la sua identità e i suoi rigori. Volevi usare il male che mi avevi fatto per piegarmi al tuo gioco crudele. Pretendevi la complicità che era stata delle tue donne di scorta. Iniziavi un'altra storia e mi volevi ancora, contrattare nell'aspettarti. Sei stato spiazzato dal mio rifiutarti. Hai trovato invece l'accoglienza incondizionata di quella che aspirava a gustarsi il mio avanzo, l'uomo deteriorato dal tempo e da se stesso. Ora sei infelice, non sai che fare, né con me né con lei. Continui inutilmente, come un bambino capriccioso, irritante e lagnoso, a volere rappezzare il tuo gioco immondo. Non hai neppure il coraggio di credere al mio odio. Certo che ti odio. Solo un grande amore può produrre un sentimento così grande e così forte, come l'odio che sento verso di te. Un grande amore maltrattato, vilipeso e imbrogliato. Un amore inutile, alla fine, perché non ha migliorato la tua anima sporca. Un amore suicidario il mio, visto che ti ha dato il coraggio, l'unico tuo gesto di coraggio, di ferirmi a morte.
Non mi hai ucciso, però. Hai ucciso la nostra storia. Il finale determina sempre il giudizio sulla qualità di un film o di un romanzo. Perché non dovrebbe essere così per una trama di vita scritta a quattromani? Che poi nella storia di un traditore, per scelta o per istinto, di mani ce ne siano molte di più, è solo il presupposto per trasformare la scrittura dei sentimenti in un romanzo banale e pasticciato, gravido di schifoso dolore. Ciò che non conosci e non puoi capire è la terribile lotta che ho dovuto sostenere contro la violenza del dolore. Un conto è smettere di amarti, un altro è capire come mai, dopo essermi liberata di un verme, mi manca il respiro e la notte sono convinta di morire. E allora esco da quel letto che un tempo ospitava il rinnegato e cerco di esaurire la rabbia bruciante che mi blocca la gola. Non capisco perché, pur non avendo toccato cibo per tutto il giorno, ho solo voglia di vomitare. E vomito. Vomito il ricordo di una sera davanti al camino, l'idea di tenerti per mano da vecchio, il desiderio di almeno una notte d'amore nella sincerità, la faccia da perdente che hai ogni volta che ancora mi vieni a cercare. Vomito il perdono che vuoi e non posso darti. Non posso, e non voglio, perdonare chi ha succhiato il mio sangue a tradimento per darlo a un'altra. Non posso desiderare le tue carezze dopo che hai usato le tue mani per abbracciare un'altra donna e sbatterla per sempre nei miei ricordi. Anche in quelli che ho archiviato per sempre. Perché puzzano di te.
La tua ex per sempre

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 14 agosto 2014
Caro amato sei una passione senza perché
Caro amato, L'amore è un lusso. E io l'ho avuto da te. Ogni tanto. All'improvviso. Un amore gratuito e gioioso, senza storia e senza perché. Tu sei strano. Molto. Intelligente, capace di raccordare [...]

Caro amato,
L'amore è un lusso. E io l'ho avuto da te. Ogni tanto. All'improvviso. Un amore gratuito e gioioso, senza storia e senza perché. Tu sei strano. Molto. Intelligente, capace di raccordare cose lontane tra loro e di dare sapiente riverbero a ogni cosa.
Ma sei a compartimenti stagni. A volte ti penso e mi fai paura, perché vivi la tua vita senza mappa. L'unica bussola è tuo figlio che ti guida ignaro alla scoperta degli altri, del mondo, forse di te.
Quando parli di lui hai una faccia curiosa e compresa dal racconto, che dipani tra un sorriso e un interrogativo stupito.
Sapevo che eri un duro, non ero preparata alla tua gentilezza quasi sfrontata. Temevo mi mostrassi la deferenza obbligata dal divario generazionale. Il tuo messaggino ha spiegato. "Sono emozionato. Domani facciamo colazione insieme". Non so perché, ero emozionata anch'io. Lo sono sempre, quando ti vedo. Non hai un fascino irresistibile, hai un accento buffo e la classica fisiognomica da sindrome di peter pan. Ti conoscevo da poche ore, ma ero inspiegabilmente attratta da te. E non era proprio una curiosità intellettuale.
In quella colazione, alle 8,30 del mattino, hai risvegliato la mia gioia di vivere, da tanto anestetizzata. Dopo qualche tempo mi hai preparato una cena spartana e ingenua. Mi hai fatto diecimila domande discrete e mi è piaciuto da subito raccontarmi a te. Hai un senso dell'umorismo feroce e garbato e mi appaga ogni volta il tuo modo di reinterpretarmi. Non hai sempre ragione, spesso ti compiaci del gioco ed esageri nelle critiche. Si vede che non ci credi, e mi piaci. Mi piace come mi guardi, come ti dedichi, come dici all'improvviso, burbero e intenso, "andiamo a letto".
Quando vieni da me sempre a tarda sera, e mi sorridi brusco, si accende silenzioso il mondo. Chiudiamo la porta e viviamo una vita intera sino a notte inoltrata. Non sei goloso, ma io ti corrompo e ti avvinco con delizie introvabili. Sei quasi astemio, ma accedi teneramente ai miei pressanti suggerimenti per assaggiare un nuovo vino rosso o lo champagne che ho conservato ghiacciato per te. A volte anche per mesi. Tu sei fatto così, appari e scompari. E io non ti dico mai di no, quando inaspettato suona il tuo messaggino di autoinvito. Perché dovrei? Mi hai dato solo gioie e attenzioni. Finora, perché sei pur sempre un uomo e c'è poco da fidarsi. Però una volta ti ho raccontato un episodio che mi aveva molto turbata e tu, senza dirmi nulla, hai messo le cose a posto. Mi hai difesa e hai punito "l'uomo cattivo". Sei geloso, hai dimostrato di essere geloso e ne sono stata lusingata. E' bizzarra questa nostra storia a corrente alternata. Non è neppure una storia. C'è un puzzle disordinato di ricordi belli, ma non c'è un patto, non c'è progetto. Non c'è impegno né reciproche pretese. C'è solo la semplicità di un incontro che si ripete. Solo quando tu vuoi. Siamo sospesi nel tempo e nei pensieri. Tu sei un mistero. Conosco qualche tuo sogno e le ansie, alcune, le ho intuite. Sei ipocondriaco. Un lieve mal di testa ed è subito riso in bianco. Forse hai una fidanzata, forse tre, forse tante donne da poche ore come me. Non ti chiedo e non voglio sapere. Né tu mi diresti mai. Sei indecentemente pudico. E' bello così. Forse è più sano amarsi ogni tanto e non disperdere le energie di entrambi nel costruire qualcosa che prima o poi va distrutto. Mi piace il tuo alito dolce, da bambino, reso selvatico da qualche rara sigaretta. Può essere vero che "non c'è sesso senza amore". Mi fa perdere il potere, la prepotenza lieve con la quale mi imponi di spogliarmi. Un indumento alla volta, lentamente e intanto lunghi, lunghissimi avvolgenti baci, senza inizio e senza fine.
Con te ho sperimentato situazioni che non credevo possibile tollerare: non chiedo, non controllo, non pretendo, non possiedo. E' la libertà necessaria, forse, dell'amore. Anche se tu ti informi, ti accerti ogni tanto dove io sia, cosa stia facendo, vuoi sapere cose e poi sparisci. Non so se sei interessato a me o se verifichi che il pezzo di te che mi hai lasciato non sia trascurato con l'indifferenza. Forse sei egoista, vuoi avere e non vuoi dare. Magari sei vigliacco, ti sei innamorato ma ti vergogni, perché hai un'identità da tutelare. Se sei un duro, rischi di mostrare accanto a me la tua debolezza. Un'ipotesi da non trascurare è che tu sia il solito infedele, smidollato, fermo alle confusioni adolescenziali. Uno che si fa grande col numero di donne che scopa, invece di mostrare abilità e sentimenti nel costruire una storia di vita dall'inizio alla fine naturale. Senza fare male a chi ti ha affidato la vita. Può darsi addirittura che nello stesso istante in cui mi sorridi, ruvido e amabile insieme, la tua donna, quella che crede di essere la tua unica donna, stia soffrendo per colpa tua. Perché ti aspetta e non arrivi, perché ha scoperto una tua ingenua e malefica bugia, perché da tempo non le dai una carezza. E tu, porco infingardo, stai qui ad adorare me. Probabilmente invece sei solo il solito stronzo che, più intelligente e sognatore degli altri, ti cerchi storie confortevoli, prive di fatica e solerzia. Sei prigioniero della tua sovrana libertà. Ma sei anche un perfezionista e tutto quello che fai, se hai voglia di farlo, deve essere il meglio possibile. Vuoi entrare nel pensiero e nel ricordo della gente che incontri, con l'aroma inestinguibile della tua eccellenza. Ma in realtà la gente non la sopporti, ti stufa, preferisci la solitudine. E ti piace godere, nel soliloquio della tua mente, al pensiero di quanto si dica bene di te. Ma non so se tu sia così. Forse hai solo paura dell'ovvio. Non voglio indagare, non voglio scoprire nulla, voglio restare nell'incoscienza del non fare, non aspettare, ignorare. Se ti conoscessi meglio, probabilmente ti metterei un piercing alle palle. Preferisco il silenzio annuvolato del segreto. Ma di amore tu non parli. Lo produci, lo regali, mi inondi, mi fai protagonista di ogni gesto e di ogni carezza, per tutto il tempo che mi dai tra quando apro la porta di casa e dopo quando la richiudo. Probabilmente non è amore, ma ogni volta è come se fosse amore.
E' uno stato erotico sereno, nel quale la carne perde la sua dimensione fisica invadente, per trasformarsi nel calore degli umori mentali. Le tue carezze più intime e segrete mi percuotono l'anima che si rinvigorisce nel cogliere qualcosa di insolito. Una quiete accesa, mai conosciuta prima e sempre attesa.
Ogni volta che facciamo l'amore ho sempre la sensazione che sia la prima e l'ultima. Non ti perdi niente di me. Sei concentrato e attento come nell'attesa di un miracolo. Che sempre ti riesce. Io ballo per te e tu mi racconti trame di libri strani. Forse li inventi. Stiamo abbracciati a lungo. In silenzio, se ci riesco. Con te sono spaesata, lontana dalle certezze, dal rigore dell'assoluto, felice di niente e di non fare. Poi sparisci, precipiti in uno di quei buchi neri che non voglio conoscere per non sapere come sei quando non sei come. Mi basta sapere che sei bravo nel tuo lavoro, il più bravo di tutti. A volte provo a immaginare come potrebbe essere la nostra vita se ci risolvessimo a vivere insieme. Dapprima offensive esitazioni, rancorosi ripensamenti, poi l'improvvisa follia decisa in un minuto di esaltazione o di smarrimento. E quindi il minuetto; decidi tu, no faccio io, figurati. Per non parlare delle pietose litanie stai bene, cosa fai, quando torni, cosa preferisci. Fino all'indifferenza, alla noia, al sospetto, alla paura. Le tue continue carezze diventerebbero appiccicose o distratte. Ti chiederei lagnosa i tuoi stupefacenti baci, ormai smarriti nella corruzione dell'abitudine. La tua divertente ipocondria mi apparirebbe fastidiosa autocommiserazione. E potrei mai avere fiducia in te? Le tue assenze sarebbero un incubo.
Preferisco la dignità della dolcezza insperata e autentica, precaria ma calda. Amo essere sorpresa, così evitando il dolore della banalità che ferisce con la sua sciatteria. E' per questo che, quando esci all'alba dalla mia casa, non voglio pensarti più, non voglio aspettarti, non voglio torturarmi nella nostalgia e disperdermi nel desiderio. Che pure mi sono compagni ogni tanto. Testimoni affettuosi e sorridenti che non si permettono di invadere il territorio prezioso dei tuoi segreti. Hai voluto creare per me, solo per me, un regno di stupore, di dolcezza, di fiera carnalità. Non voglio sapere il perché. Come tu hai detto "il mistero è indispensabile all'amore, che dura finchè dura il mistero"
La tua amante

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 11 agosto 2014
Caro genero degenerato, vai e non tornare
Caro genero, mi sai indicare il momento in cui da genero devoto sei diventato degenero? Forse quando hai giurato sulla tua bambina che non avevi tradito mia figlia, o quando, molto tempo prima, in [...]

Caro genero,
mi sai indicare il momento in cui da genero devoto sei diventato degenero? Forse quando hai giurato sulla tua bambina che non avevi tradito mia figlia, o quando, molto tempo prima, in segreto, l'avevi già tradita? O giorno per giorno, progressivamente, quando hai cominciato a snocciolare bugie, a trascurare la famiglia, a lamentarti di ogni cosa, a fingere una crisi esistenziale? O ancora prima, quando hai deciso di sposarti senza conoscerne le responsabilità?
La verità soprattutto, per piacere.
Lo so che ti sto sui nervi perché sono diventata un occhio giudicante, come ami dire per difenderti e attaccarmi insieme. Ma ti pare che io, la mamma di tua moglie, la nonna della mia adorata nipotina, la persona che vi ha curato la bimba ogni giorno finché tu non hai guadagnato abbastanza da permetterti finalmente una tata, non abbia il diritto di ragionare, criticare e mettere in ordine ciò che è successo? Il mondo devastato cui hai dato vita coi tuoi comportamenti, merita sicuramente un'indagine di conoscenza e un giudizio risolutivo, se non altro per essere archiviato, e tu con lui, per farlo sparire dalla vita della tua famiglia, che considero meritevole di ben altre cifre espressive. La loro vita però, non la tua che sembra trovarsi a suo agio nella palude piagnucolosa e frivola in cui l'hai collocata. Il giusto obiettivo, dunque, è stato sempre, e lo confermo ora - ma pure tu eri d'accordo, quando se ne parlava a proposito dell'educazione di quella bimba che porta il mio nome per tua precisa volontà - quello di abbeverarsi di chiarezze, cibarsi di fatti obiettivi, essere consapevoli degli impegni assunti. Poi valutare, scegliere, decidere. Anche sacrificarsi, se necessario. Rischiare, in tal modo, persino di avere torto, di mettersi in discussione, di soffrire. Comunque sia, la verità è un valore di per sé. E' anche prova sistematica di coraggio, il coltivarla. E la responsabilità è irrinuncibile, quando non si può più ragionare con l'"io", ma si deve rispettare il "noi". Secondo me è da vigliacchi nascondersi, dissimulare, omettere di dire, ignorare il resto della tua famiglia. Mentire a sé e agli altri. Continuare a dirsi io voglio, io cambio, io vado, senza accorgersi dei pensieri e delle esigenze degli altri. Che tu non hai voluto con te in quel luogo e in quel tempo.
Dunque, cominciamo dai fatti indiscutibili che, peraltro, costituiscono la storia banale e ripetitiva del mondo: tu e mia figlia vi siete conosciuti, piaciuti, poi sposati, diventati soci nella vita e in qualche modo nel lavoro. Poi arriva un'altra e la vita di tutti e tre cambia. Fin qui ci siamo? Non ho espresso valutazioni, né commentato. Non ho parlato di amore, felicità, tradimento, dolore, menzogne, lealtà, errori. Ho elencato obiettivamente il percorso della vostra coppia. I fatti nudi. L'"evoluzione" di miliardi di coppie nei millenni di storia. Forse se ne può già trarre una verità: la coppia non dura di per sé, è inevitabile che a un certo punto si traduca in triangolo. Ma questo non può essere un dato assoluto, né verificabile. Non possiamo essere certi che almeno una coppia non sia rimasta e non rimanga tale per tutta la vita. Non sappiamo quanti coltivano l'amore per non distruggerlo; quanti nella gerarchia dei valori vitali privilegiano la responsabilità al piacere, il sacrificio all'opzione alternativa, i ricordi alle illusioni; la narrazione del cuore allo spot del sesso. Dunque non è la verità, che tutti tradiscano e che le coppie siano destinate a dissolversi.
Il coraggio di perseguire lo scopo della verità impone di non accettare una mezza verità, per di più comoda e alibi perfetto dell'irresponsabilità affettiva. Mi sembra di sentire a questo punto le tue eccezioni e contestazioni: "Che importanza ha? E' successo e basta. E quando io ho conosciuto l'altra, la storia con mia moglie era finita, perché litigavamo sempre. Lei è prepotente e pretenziosa, io sono mite. E poi, la verità è irraggiungibile e comunque soggettiva. La verità è ciò che ciascuno percepisce degli accadimenti. E' indimostrabile, ha sempre un'altra faccia. Non esiste di per sé. Se la verità di mia moglie è un'altra, è altrettanto indimostrabile".
Tutte cazzate. Quelle che tu diresti in proposito, e che hai già avuto modo di elencare. Menzogne opportunistiche che dimostrano anche la tua irriconoscenza verso tua moglie: grazie a chi sei diventato direttore da semplice impiegato? Ai tuoi meriti inesistenti, O alle capacità di una moglie impegnata a organizzarti cene, incontri, modo di vestirti, lezioni di francese? Lei sì è stata responsabile di te e della Vostra famiglia. Tu lo sei stato? Prima di slacciarti i pantaloni fuori dalla tua casa, hai pensato che impatto avrebbe avuto questa patetica scena nella vita della tua famiglia? Raccontarsi la verità, in questo caso l'altra faccia di quello che slealmente stavi facendo in quel momento, avrebbe dato un senso alla tua fragilità, agli errori che avevi fatto e stavi per compiere, al dubbio, all'ansia di vivere, al bisogno di capire.
Nel cammino per arrivare alla verità delle cause che hanno portato alla dissoluzione della vostra coppia, il metodo più corretto non è quello di ascoltare la verità dei fatti secondo te o secondo tua moglie, perché così facendo continueremmo a discutere in superficie e non potremmo mai definire i contorni di una realtà oggettiva e, solo in quanto tale, inattaccabile da critiche relativistiche o da posizioni dogmatiche.
Oppure avreste entrambi ragione: il che sarebbe paradossale, considerato che tu ritieni inevitabile il tradimento nella storia di una coppia, mentre mia figlia pensa sì che sia ipotizzabile, ma che l'evitarlo onori i sentimenti e le persone coinvolte.
Proprio su questa divergenza di opinioni e di prospettive avete tra voi, fin dall'inizio, concluso un patto rigoroso, e all'apparenza solido, di lealtà: date queste premesse, libertà, fiducia e amore sono possibili solo nel rispetto assoluto della sincerità. Qualcosa che va oltre l'obbligo di fedeltà coniugale. O meglio lo specifica e lo nobilita con l'assunzione di un impegno di dedizione e attenzione psichica ben più coinvolgente dell'esclusività sessuale.
Dunque, alla fine, si può dire, e questa è finalmente una verità, che, prima ancora di essere traditore, tu sei stato sleale. Se fossi stato leale, non saresti mai potuto essere traditore. Se ti fossi fermato a pensare, prima di toglierti i pantaloni, forse ti saresti rivestito.
Nel riassunto mentale dei tuoi valori dichiarati, della responsabilità voluta, dei sentimenti vissuti dalla tua famiglia per te, avresti almeno potuto rinviare il tuo personalissimo piacere. Se avessi poi dichiarato apertamente la tua insoddisfazione, o i tuoi pruriti, saresti stato leale e forse non avresti sentito più la necessità di tradire. Oppure avresti consumato le tue voglie da sincero separato, senza tradire neppure te stesso.
E qui emerge un'altra verità: la slealtà, cioè la menzogna, ti era necessaria, invece, per consumare il tradimento in segreto. Che tale sarebbe dovuto rimanere, secondo te, perché tu con calma potessi valutare tutte le opzioni. Dunque sei anche un uomo interessato e manipolatore, ambivalente e in malafede.
E allora dimmi: se questo è quanto emerge da un procedimento logico semplicissimo (fatti obiettivi, comportamenti soggettivi, conseguenze per entrambi) come possiamo tutti sopportare le tue fantasiose accuse e la tua lagna ostinata? Cioè che hai sempre amato tua moglie, ma lei è cambiata; che vostra figlia è stata messa da lei contro di te; che è triste lavorare solo per mantenere i loro capricci e intanto vivere lontano dalla famiglia, che l'altra non c'entra con la separazione? Queste affermazioni non sono la verità obiettiva, sulla quale potrei anche ragionare, riconoscendo errori e pregiudizi. Posso anche concederti che mia figlia è rigida. Ma non basterebbe. Dovresti riflettere che lei è umiliata, incredula, confusa, abbattuta dal dolore, indignata dalle tue non qualità. Impossibilitata ad avere con te un atteggiamento generoso. Perdonare? "Per donare", cioè; farti un regalo: perché? Perché l'hai tradita? Perché hai abbandonato vostra figlia? Sarebbe folle e masochista, non invece coerente e onesta com'è.
Posso anche prevedere che tu finalmente un giorno giudicherai uno sbaglio quello che hai fatto. Ma dovrai completare questo tuo giudizio osservando che la ripetizione ottusa dello sbaglio suggerisce la presunzione o l'idiozia di chi ci ha messo tanto a capire il proprio errore. Posso accettare, con un po' d'imbarazzo, che tu abbia deciso di estraniarti dalla tua vita, dalla tua famiglia, e dal tuo modo di essere per una tipa dalla quale sei stato soggiogato in modo indecente. Ma questa circostanza, il fatto cioè che tu da irresponsabile, egoista e sleale, non ci abbia pensato prima di combinare il disastro, non depone a favore dei valori e dell'onestà mentale di cui ti accreditavo un tempo. E mia figlia non può accontentarsi di un uomo che nasconde il nulla sotto uno spesso strato di vigliaccheria. E tua figlia adolescente, che ha sei anni meno della tua complice nel tradimento familiare, non può stimare un padre che si è giocato la famiglia. Perdendo. In cambio soltanto di un corpo giovane, come il suo.
Sono certissima invece che tu non vivrai mai più sereno senza la famiglia che hai svenduto ai tuoi capricci. Senza la devozione, la sincerità, l'allegria, persino le polemiche furiose di tua moglie, con le quali avete dato un'impronta irripetibile e gustosa alla vostra vita insieme. Senza l'ammirazione incondizionata della tua bambina, ormai signorinetta, e i suoi racconti quotidiani, sarai infelice, non avrai più fiducia nell'altra giovane donna; avvertirai la precarietà e il vuoto. Capirai, infine: ci sarà in quel momento la percezione della mancanza dell'amore. Dell'amore della tua famiglia, dopotutto. E' l'unica verità cui arriverai da solo, dopo aver sgombrato il campo da tutti gli errori e le menzogne che hai prodotto inesorabilmente.
L'ultima verità te la dico io, perché tu non abbia ripensamenti: l'amore di tua moglie per te è morto. Ammazzato da te, dalle bugie, dalla viltà, dai dolori generosamente inferti come colpi di maglio su di un bambino allegro e giocoso. Piangilo pure, per sempre, questo bimbo che hai prima ucciso e poi preso a calci, pensando stoltamente che forse sarebbe potuto risorgere, prima o poi. Non ti resta, infatti, che la verità. Per sua natura, inesorabile. Ma non so proprio se tu avrai mai il coraggio di guardarla. Hai tanto predicato il senso della famiglia e ora hai lasciato a tua figlia solo il bruciante senso dell'abbandono. Non hai né fegato né cuore, mio caro genero, o degenero per meglio dire. La tua forza, anche sessuale, dura per il tempo di uno spot. Sei un uomo a breve termine di conservazione. Scaduto.
Tua suocera.

IL GIONRALE - LETTERE D'ESTATE - 9 agosto 2014
Caro finto amico mi hai amato solo per egoismo
Caro amico, è proprio così che ti spacciavi agli amici e conoscenti che volevano sapere se stavamo insieme. In effetti, erano increduli dinanzi all'incolmabile distanza tra il mio sguardo, nudo e [...]

Caro amico,
è proprio così che ti spacciavi agli amici e conoscenti che volevano sapere se stavamo insieme. In effetti, erano increduli dinanzi all'incolmabile distanza tra il mio sguardo, nudo e perso nel tuo, e quei tuoi occhi, blu come il più lontano degli abissi, gelidi e impenetrabili a qualsiasi forma di luce, di vita.
E amica, era l'aggettivo che per anni hai destinato a me.
Una parola che ancora oggi, dovunque la senta pronunciare, risuona sorda e insistente nel mio cuore, come un'eco implacabile. Che distrugge i pensieri e smuove i ricordi.
Dovrò assistere ancora qualche volta al susseguirsi delle stagioni prima di riacquistare la lucidità per comprendere appieno che l'amicizia è il più potente dei sentimenti, e non l'impulso malsano e perverso al quale mi avevi abituato.
Ho dovuto fare i conti per anni con l'ago della bilancia, la cui inesorabile discesa andava di pari passo con il precipitare della mia autostima.
Notti buie e interminabili sono dovute passare prima che il bagliore della luna riuscisse finalmente a far luce sulla cruda realtà e a mostrarmi chi avevo realmente davanti.
Un amico? Un uomo? Un amante? No. Niente di umano, niente di paragonabile a chi è dotato di anima.
Un abile stratega, forse, che con lucidità feroce ogni giorno attuava le sue tattiche di annientamento. E con grande successo.
Ero rapita dal tuo grande interesse per me. Ero commossa dalle tue attenzioni ossessive. Ti ero grata delle critiche per ogni dettaglio. Mi sentivo al centro del tuo mondo per la voglia che avevi di rendermi migliore. La migliore. Criticavi, con grazia e persino ironia, ogni atteggiamento del mio dire e del mio fare. Anche del mio vestire.
Ma più venivo sminuita da te, e più, destabilizzata e confusa, a te mi legavo. Più venivo umiliata, e più ti ero riconoscente: da amico quale eri, cercavi di rendermi perfetta, pensavo e credevo.
Ma quale amico si comporta di notte come il più possessivo e fugace degli amanti, e di giorno, ora lo posso dire, come il più spietato dei boia?
Quale amico si mostra presente e attento, così rendendosi indispensabile all'altro, quasi convincendolo della sua più completa inutilità e facendolo per sempre schiavo del proprio gioco perverso?
Quale amico può essere così malvagio da mettersi completamente a nudo, dal confessare all'altra ogni suo dolore, paura, frustrazione, all'unico scopo di suscitare in lei il senso di colpa? Colpa per essere stata più fortunata, per aver vissuto una vita serena, circondata da tutti quegli affetti di cui il carnefice, a suo dire, aveva dovuto fare a meno.
Sì, perché ora penso che sia stato questo – la gioia bieca di essere il mio carnefice - l'unico motivo per il quale, nell'evanescente luce di quell'alba irlandese, hai deciso di raccontarmi della depressione di tuo padre, del buio che ha avvolto la sua vita fin dalla tua nascita e dei suoi innumerevoli tentativi di trovare la luce altrove. O del senso di colpa che ti ha attanagliato fin dai tuoi primi anni di vita, convinto come eri di essere il responsabile del suo dolore. E di quello di tua madre, che se quel giorno avesse avuto un po' più di pelo sullo stomaco avrebbe potuto seguire il suo istinto, arrestare quel battito tenace che sentiva dentro di sè, lasciare suo marito e rifarsi una vita.
E' stato dunque solo per soggiogarmi per sempre a te, che quella notte, piangendo come un bimbo al quale nessuno aveva mai asciugato le lacrime, mi hai pregato di salvarti, di permetterti di saziarti di me.
Un "permesso" che, ovviamente, ti ho concesso incondizionatamente, destabilizzata come ero in quel limbo dove mi avevi gettata: un limbo fatto di confusione mista a gratitudine per il nobile compito che mi avevi assegnato. Un territorio nel quale i tuoi viscidi sistemi "educativi" mi avevano resa frustrata, triste, tormentata e insicura.
Tuttavia, non riuscivo a dare un nome a quel sentimento incontenibile che mi cresceva dentro, e che tu continuavi a chiamare amicizia. Ma mi avevi donato la tua fiducia, rendendomi l'unica custode del tuo "io" più profondo, e io non potevo non dimostrarti di essere all'altezza dell'incarico ricevuto.
Del resto, tu conoscevi bene le mie debolezze, il mio perpetuo bisogno di sentirmi necessaria e indispensabile per qualcuno, la mia ossessione di saziarmi dell'immagine di me che vedevo riflessa negli occhi degli altri. Di tutto questo ti sei sfamato, come il più feroce dei predatori fa con la più indifesa delle vittime. Io.
Inerme, come sa essere solo chi ama perdutamente, cioè al punto da perdere la concezione di sè.
Disarmata, come chi trascorre le sue giornate nell'attesa spasmodica di quel fremito irrinunciabile che c'è nell'unione carnale di due corpi.
Debole, come chi riesce a sentirsi viva solo sotto l'effetto stupefacente dell'essere posseduta da un altro corpo, dell'abbandonarsi completamente al piacere dell'altro, unica fonte del proprio piacere.
Volevo vivere tra le carezze del nemico, senza percepirne la crudeltà. Ero maltrattata dalla violenza delle tue parole e del tuo fare, e mi sentivo importante.
Esattamente come ogni carnefice conosce alla perfezione la sua preda, tu conoscevi tutto di me. Da amico quale ti eri finto per anni, eri riuscito a guadagnarti la mia fiducia senza sconti. A entrare dentro quel nucleo più profondo che rappresenta l'epicentro di ogni essere umano: quel nocciolo che ognuno di noi dovrebbe custodire gelosamente come il più intimo dei segreti e preservare da qualunque ingerenza esterna.
Io non l'ho fatto.
E così, mi sono assuefatta, prima alla tua violenza mentale, poi al tuo egoismo, via via trasformatosi in disinteresse, indifferenza.
Ho iniziato a considerare normali i tuoi silenzi. Quei silenzi più aggressivi di ogni forma di violenza fisica, più destabilizzanti e crudeli di ogni parola, più dolorosi di ogni lacrima. Sempre ostinata nello starti accanto, certa dell'onestà di quel sentimento di "amicizia speciale e inspiegabile" di cui ogni giorno ti fregiavi, della sincerità delle parole che continuavi a ripetermi ossessivamente, e cui io continuavo a credere, nel mio delirio di rovina.
E così ho fatto, anche quando i silenzi si sono trasformati in assordante indifferenza. Anche quando quel corpo caldo, che per pochi istanti ogni notte rappresentava la mia linfa vitale, si è trasformato in un gelido blocco di marmo, ancor più pregiato perché per me impenetrabile.
Non mi è bastato nemmeno essere buttata via. E per ben tre volte.
Anche se mi obbligavi a una perenne e distruttiva competizione con altre donne, se mi umiliavi con le tue fughe affettive, dettate da un'ossessiva attrazione per il nuovo, alla fine tornavi da me. E a me questo bastava. Anche se l'unica rassicurazione che eri in grado di offrirmi era la certezza che io non rappresentavo per te "un'amica come le altre": ero molto di più, l'unico essere sulla terra in grado di "farti ridere come non avveniva nemmeno da bambino", l'unica capace di "far bene alla (tua) anima", l'unica che ti aveva finalmente permesso di sentirti "vivo". Mi bastavano queste tristi consolazioni, anche se sapevo che dopo poco avresti ricominciato ad avvelenarmi con quell'opera di denigrazione e svalutazione che io, credendo amore e volontà di migliorarmi, ormai consideravo normale.
Sono dovuta arrivare all'esasperazione per riuscire a liberarmi di te e del tuo gioco crudele. Mi sono dovuta sentire respinta sessualmente per capire che non ero più disposta a sopportare.
Se, infatti, sono riuscita senza difficoltà a tollerare di sentirmi usata da te, di essere lo strumento del tuo fulmineo piacere quotidiano, non ho potuto accettare di sentirmi trasparente, inutile a tal punto da non poter rappresentare più nemmeno il tuo momento di piccolissimo sfogo giornaliero. Se non sono riuscita ad ascoltare il mio cervello, maltrattato dalla tua perversione, almeno sono stata in grado di sentire il mio corpo e di affidarmi alle sue pretese. Un corpo giovane e desiderabile, che non poteva essere annientato dalla violenza del rifiuto.
E l'incubo è finito.
A quel punto, è bastato un attimo per staccarmi da te. Per cogliere finalmente quella spavalda leggerezza del tuo essere, quell'egoismo irriducibile, reso ancora più inquietante dalla superficialità di chi è incapace di amare; di chi rifugge a tal punto anche solo il suono di questa parola, da dover ricorrere ad altri termini per definire il sentimento che da sempre anima la vita di ogni uomo. Di chiunque sia degno di essere chiamato tale.
A quel punto, è stato più che naturale cercare di restituire finalmente alle parole "amore", "coppia", ma soprattutto "amicizia", il loro vero significato. E ti ho lasciato.
La tua mai amica

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 5 agosto 2014
Caro figlio ti scrivo (perché se parlo non mi ascolti mai)
Caro figlio mio, te le scrivo le cose che ho da dirti. Così, forse le leggerai. Farmi ascoltare da te, è un'ipotesi azzardata, visto che le tue orecchie sono sempre occupate dall'auricolare o dalle [...]

Caro figlio mio,
te le scrivo le cose che ho da dirti. Così, forse le leggerai. Farmi ascoltare da te, è un'ipotesi azzardata, visto che le tue orecchie sono sempre occupate dall'auricolare o dalle cuffie. Certo, questo non è un sms e non so quando e se arriverai in fondo allo scritto.
Hai vent'anni: l'età che avevo io quando tu sei nato. Eppure tu vivi da ragazzino senza un gesto di responsabilità, senza un sogno con il quale mordere la vita. Sei bravo negli studi, è vero. Sei anche educato e rispettoso. Hai sofferto molto, però, per la nostra separazione causata da tuo padre, anche se ho cercato di spiegarti che non doveva essere un problema tuo. O meglio, non potevi ignorare questo fatto obiettivamente grave, ma non devi viverlo come un affronto personale.
Non è rassicurante per il tuo equilibrio che lo chiami ex padre, che tu abbia bloccato il suo account su facebook; che, parlando della sua nuova donna, tu la definisca "troia fallita" o "ladra di vita altrui"; che gli dica apertamente che lo disprezzi perché "chi tradisce e passa al nemico merita la pena di morte". Ha sbagliato tuo padre, mi ha ferita atrocemente, ti ha certamente traumatizzato, ma è pur sempre soltanto un uomo. E intorno a me vedo solo uomini traditori. Ce l'hanno forse nel DNA, perché è loro compito propagare la specie. Oppure, a un certo punto della loro vita, "sbroccano" e rifiutano il dovere per immortalarsi nel piacere.
O forse ho sbagliato io con lui: non credere che le donne non abbiano gravi colpe nel condurre una coppia alla dissoluzione. L'uomo tradisce e si fa beccare, perché è più infantile, perché non ha il coraggio di prendere la decisione di separarsi. Perché magari tenta, senza riuscirci al meglio, di condurre una vita parallela; perché non sa rifiutare i corteggiamenti femminili (e oggi non sai ancora quanto siano trendy!); ma anche perché ha una donna pesante o diventata noiosa nel tempo, volubile, pretenziosa, capricciosa, imbranata, spenta, sessualmente riottosa o traditrice. Gli uomini vogliono sempre avere qualsiasi cosa e non sanno modificare al meglio ciò che hanno già: preferiscono cambiare del tutto. Come del resto fai tu con i tuoi cellulari o con le scarpe da tennis: l'idea di riparare ciò che si è rotto o di evitare di distruggere del tutto, non ti sfiora neanche lontanamente. Non va bene? Si cambia. Quando un oggetto comincia a non funzionare, ti precipiti su internet a scoprire cosa offre il mercato in alternativa. E così non mostri il tuo senso di responsabilità, non coltivi l'affezione per ciò che hai - persino le cose sono testimoni della tua vita, figurati le persone- privilegi i desideri rapidi da soddisfare invece di aggiustare o di nutrire un sogno a lungo termine.
Neppure con la tua ragazza condividi progetti e percorsi: fate sempre le stesse cose, senza un senso e senza un perché. Vivete nell'empatia emotiva. Ogni sera l'aperitivo negli stessi posti e con gli stessi amici; dopo cena, dopo molto la cena cioè verso le undici, e quando avete finito di dirvi cose vuote e incomprensibili con i vostri coetanei su facebook o su whatsapp, incontrate gli stessi amici in un altro bar e ciondolate poi in un altro ancora per parlare (di cosa?) per ridere (di cosa?) e per bere. Ti dico non mi piace che tu beva, mi rispondi è solo birra. Solo? Tante birre riempiono un barile e attenuano il potere del cervello. Un cervello, questa è la mia sensazione, mai collegato col cuore che, invece, darebbe un impulso intelligente alle passioni.
Qualche anno fa, quando con il papà giravamo la costa in cerca di baie sconosciute, avevi detto che avresti voluto circunnavigare l'Italia con una barca a vela per conoscere i confini più belli del mondo dove vivi. Ero terrorizzata all'idea, ma ora vorrei vederti impegnato in un'impresa del genere invece che disperso tra i tavolini del bar. O, peggio, a disputare con la tua ragazza sul colore di smalto che lei predilige per le unghie dei suoi piedini.
Tesoro mio, avevo la vostra età quando tuo padre e io, nel pieno del nostro amore, ti abbiamo messo al mondo. Ti sono grata della gioia che ogni giorno mi hai dato; delle responsabilità che ho vissuto con tanta fatica fino in fondo senza mai dimenticarmi di te. Anche se andavamo in discoteca con tuo padre, qualche volta (qualche volta) ci facevamo gioiosi una bottiglia di vino rosso, lavoravamo tanto e ogni giorno facevamo l'amore. La nostra vita, il nostro lavoro, il nostro bambino, ma anche la musica, gli amici, la barca e lo sci erano le nostre passioni. Che gustavamo fino in fondo, con impegno ed entusiasmo, scrivendo ogni giorno una storia.
Non sai ancora che cosa vorrai fare "da grande"; ti sei iscritto all'università perché lo hanno fatto i tuoi amici, ormai lo fanno tutti. Ma non hai un obiettivo. Anche la storia con la tua ragazza è priva di colori e di sprazzi luminosi: siete sempre insieme, forse ogni tanto fate l'amore, quando io non sono a casa; non potete però mai sentire la forza del desiderio e della curiosità dell'altro, perché conducete una vita simbiotica e omogenea. E piatta. E ripetitiva.
Basta, non voglio fare la "prof con le sue menate", come dicevi tu. Sono la tua mamma e tu sei la gioia più preziosa che ho: vorrei vederti crescere davvero; spargere il tuo sguardo anche critico sul mondo; togliere le cuffie per ascoltare la voce della gente; cercare, nella foresta di opportunità che hai, un fungo prezioso che risvegli la tua voglia di avventura; vorrei vederti in gioco con il coraggio e la sete d'ignoto che un uomo deve avere.
Mi dici che la politica ti fa schifo; le persone estranee ti fanno paura; le regole ti inquietano. Ti rispondo che se non ci fosse la paura, il coraggio sarebbe inutile; che la politica siamo noi e se non ci mettiamo in gioco facciamo proprio il gioco dei corrotti; che le regole hanno un senso e persino quello di essere trasgredite con malizia.
Mi piacerebbe anche che imparassi a conoscere le donne e non ti fermassi alla prima che ti ha scelto (sì, perché sono le donne a scegliere gli uomini che le sceglieranno): è importante questo, credimi, non ti sto invitando al tradimento. Se tu mai un giorno decidessi di sposarti con questa ragazza, sei destinato a renderla infelice. Noi donne abbiamo tempi di crescita diversi dai vostri e ci spazientiamo quando gli uomini non capiscono e non sono nel tempo che noi decidiamo essere giusto. Il papà mi ha lasciata perché voleva una compagna e non una madre impositiva quale io ero diventata, anche con lui. Voi uomini purtroppo rimanete adolescenti per tanti anni, anche dopo il matrimonio, se prima non avete morsicato tanti pezzi di vita. E a noi tocca fare le madri anche dei nostri mariti perché, nel frattempo, siamo diventate adulte. Gli uomini spargono dovunque il loro seme, noi accogliamo chiunque nel nostro cuore materno.
Vivitela tutta prima, la tua adolescenza. Sposati solo quando avrai capito, scelto, sofferto e rinunciato tante volte. Solo quando incontrerai quella donna che ti farà sentire uomo solido, capace di responsabilità, coraggio e tenera pazienza. Una donna che ti tratti come uomo e non come figlio. Una donna che ti vuole perché sei tu e che tu vuoi perché è lei.
E non farle mai male: le donne credono sempre che chi dice "ti amo" sottintenda "mi prenderò cura di te e non ti farò soffrire". Purtroppo non è mai così: ti prego, figlio mio, contraddici nella tua vita da uomo questa mia amarissima convinzione. Riscatterai tutti gli uomini.
La tua mamma.

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 3 agosto 2014
Caro seduttore, grande (solo) nelle promesse
Caro Seduttore, Non ho armi né stratagemmi. Credo all'amore, ma ne temo gli eccessi, che distorcono e confondono i sentimenti. Le chiacchiere e i vagheggiamenti nostalgici mi intristiscono quanto i [...]

Caro Seduttore,
Non ho armi né stratagemmi. Credo all'amore, ma ne temo gli eccessi, che distorcono e confondono i sentimenti. Le chiacchiere e i vagheggiamenti nostalgici mi intristiscono quanto i corteggiamenti involuti. Tu, alla fine, appunto, sei proprio triste.
Eppure non si direbbe. Bello, elegante, informato sull'arte, sui profumi, sui marchi femminili. E' delizioso chiacchierare con te anche di gossip, di film e di social network.
Tra un viaggio e l'altro giochi a calcetto, provi i tuoi abiti su misura, leggi l'ultimo libro e sei sempre abbronzato. Puntuale sugli sms, strepitoso nella scelta dei fiori, tenero quando dici di confessare le tue fragilità.
In sostanza inutile e volteggiante come una libellula. Sei ricco soprattutto di obiettivi non raggiunti. Di fatue promesse d'amore. Di appuntamenti sterili. Non riesco ancora a capire come tu abbia potuto avere successo nel lavoro. Suppongo che sia stato capace di corteggiare colleghi e interlocutori con la stessa grazia che usi con le donne. In effetti all'inizio è difficile dirti di no. Il primo appuntamento è un evento che sai predisporre con raffinata lentezza, mostrando di desiderarlo caparbio e tuttavia procrastinandolo per ingovernabili sopraggiunti impegni.
Poi ti scusi con garbata costernazione, ti impegni di nuovo, manifesti il tremito dell'attesa. Suggerisci perfino come mi vorresti vedere vestita. Gonna di seta fluttuante, sandali tacco 12, tanga di pizzo. Il giorno è un'ipotesi, l'ora è un optional. Non è semplice, lavoro anch'io, tenersi a filo di parrucchiere, ceretta, massaggio d'oli profumati.
Eppure è tale l'aspettativa che crei e descrivi, da non porre alternative. Forse hai bisogno di non concedere alla donna alcun vantaggio. C'è qualcosa di assolutamente conflittuale e drammatico, al di là dell'apparente leggiadria, nel tuo proporti all'universo femminile. Il tuo comportamento suggerisce che hai paura della donna, che nutri ostilità, che la controlli e ti metti in competizione. Ma nessuna può accorgersene subito, stordita com'è dalle parole, dalle promesse, da continui e sorridenti pensieri. Ecco perché fai tristezza: amoreggi con chi detesti. Tutto e tutti diventano testimoni delle tue imprese ardue e vittoriose, ma non conquisti mai il bottino, restando vincente solo nell'attesa. Forse tu tenti di distruggere il tuo nemico prima di trovartelo di fronte. E quando ce l'hai sul terreno da combattimento, lo stordisci in un attimo.
La tua risorsa è nel nutrire l'immaginazione di una donna, che è priva di governo quando è sapientemente guidata e manipolata, quando la vanità e l'illusione d'amore sono solleticate.
Non c'è niente di meglio che una donna sappia fare del tormentarsi. Mi hai illuso per mesi, hai eccitato il mio erotismo a tal punto che vivevo ogni attimo come se precedesse l'esplosione di una passione incontenibile. Non sono mai stata così bella e così infelice e così pronta. Al niente, dopotutto.
Quando finalmente hai sparato, dal tuo sontuoso cannone è uscita una ridicola pallina da ping pong. Sei triste anche nel fare l'amore. Banale, ridicolo e scontato. Il tuo pallido e tiepido attrezzo da combattimento tremava insicuro, al suono delle tue parole inutilmente audaci. La lingua irresoluta e le carezze goffe spaziavano intimidite sul mio corpo proteso, che cercava invano impulsi di forza.
Ero disorientata e mi veniva da ridere. Sarebbe stato semplice, è stato il mio primo istinto, alzarmi dal letto e andarmene dopo averti fatto pagare l'amarezza delle mille illusioni sminuzzatesi in pochi gesti impacciati. Gesti che l'uomo racconta nella sua storia millenaria, e nascono dal gusto dell'incontro voluto e atteso per onorare il corpo della donna. Un uomo. Non tu, privo di tutto e vestito della tua sola nudità. Fiero del tuo inconsistente membro, come fosse il dono più prezioso col quale celebrare una donna. Che non è un corpo nudo, ma il frutto di una storia ogni volta diversa e irrepetibile. Ogni donna porta in sé ferite antiche e nuove energie. Torve paure e magica speranza. Anche una donna inutile, o cattiva, o incapace ha in sé la potenza ancestrale e il bisogno urgente di accogliere l'uomo nel suo corpo. Cui si accede con baci e carezze.
L'efficacia di una carezza narra sempre i pensieri di chi li fa; la lingua vivida e irruente è prova del volere insinuarsi anche nelle pieghe dell'anima; l'energia degli abbracci indica il desiderio di appartenenza. Il sesso è dunque anche un'espressione del sentire e dell'essere. Tu invece sei cieco e sordo. Sai solo parlare per nutrirti e intrappolare gli altri. Ma le tue parole sono inconsistenti come bolle di schiuma ed evaporano, scappano da tutte le parti, non le puoi conservare. Perché non nascono da pensieri veri e non si esprimono in fatti reali. Anzi, non sono per nulla coerenti ai fatti che poni in essere.
Tu mi hai offesa.
Tanto.
Hai trascurato la mia storia di donna, non hai dato peso ai sentimenti che hai provocato con le tue parole; hai disonorato la tua anima esprimendola in una piccola sessualità. Ancor più piccola della tua anima stessa. Il sesso è la sintassi dei pensieri che uniscono due persone, e tu l'hai esposta, balbuziente, in una lingua elementare. Meschina e rattristante.
Ero lì tra questi pensieri confusi e già fastidiosi, pronta quasi a dirti qualcosa di sferzante, quando ho percepito che forse avevi già terminato la tua mite impresa, perché mi stavi chiedendo "ti sono piaciuto?". Non, "ti è piaciuto?", frase conclusiva insopportabile, ma almeno sintomo di un certo interesse. Questo inedito "ti sono piaciuto?" mi ha disorientata, ma all'unisono eccitata nella voglia di vendicarmi di un cretino, presuntuoso, inutile narcisista.
Senza quelle tue parole, madri del tuo vivere, la cosa sarebbe finita lì nel nulla della tua incapacità di esistere, finalmente rivelatasi. Con la mia lucida delusione, obiettiva insoddisfazione e sana determinazione di cancellarti. Mi avevi fatto anche un po' pena. Forse non ti avrei mai suggerito di frequentare i boy scouts per acquisire quel minimo di virilità che ti manca. Non avrei neppure osato paragonare ciò che tu definisci il "destriero infuocato al galoppo" a una pecorella smarrita nel bosco. Non ti avrei mai rivelato che le sensazioni da te provocate mi hanno regalato l'entusiasmo suscitabile dal bere l'acqua fradicia di una pozzanghera, quando ti aspetti invece il vigore della bevanda ghiacciata. Mai ti avrei detto che le tue parole creano un mondo abitabile solo da te, incurante di concederti un solo istante per vivere una vita pensata, cercando di cogliere negli altri argomenti per osservare la realtà. Che cosa dovevo risponderti? Che sei un mago con le parole e un puffo alla resa dei conti? Ho preferito dirti, ambigua, "meriti una lettera d'amore, per descriverti quanto mi sei piaciuto". Eccola.
La tua "conquista".

IL GIORNALE - LETTERE D'ESTATE - 1 agosto 2014
Caro marito ti scrivo...
Caro marito, non so perché, ma non riesco a smettere di amarti. E di volerti con me a qualsiasi prezzo. Anche al costo volgare di scoprirti ogni giorno più debole. Non deve avere fatto molta [...]

Caro marito,
non so perché, ma non riesco a smettere di amarti. E di volerti con me a qualsiasi prezzo.
Anche al costo volgare di scoprirti ogni giorno più debole.
Non deve avere fatto molta fatica questa nuova giovane donna per convincerti di essere rimasta folgorata dal tuo fascino al primo istante. Va bene, sei un medico affermato ma molto generico. Non sei proprio calvo, ma la tua "piazza" non ha nessuna attrattiva. Hai a volte un po' di forfora. E la tua pancia non è proprio sexy. Si è innamorata, anche lei, perché sei un "bel ragazzo, simpatico e carino", come ami dire ai tuoi pazienti? Tu sei certo di esserlo, per giunta. Non è ciò che vedono gli altri che conta, per te, ma il tuo film sempre uguale che gira instancabile nella tua testa. Tanto egocentrica da non capire che oggi molte "ragazze" vogliono la sicurezza economica, non l'uomo ardito che le difenda dalla guerra e dalle intemperie. E infatti molte aspirano ai cinquantenni già rodati, senza mutui, con un buon capitale e un'aspettativa di pensione reversibile e interessante. Non sanno rinunciare al loro papà, che le ha viziate fino a trent'anni, e si scelgono un papà diverso, perché l'incesto è, per ora, ancora un tabù. I loro coetanei o non hanno lavoro o lavorano troppo. Non le portano nei ristoranti trendy e pretendono la metà del prezzo del cinema. Gli arzilli cinquantenni, che annaspano nel testoterone, si lasciano invece corteggiare con tre o quattro sms e poi ripagano col week-end nella beauty-farm. La clandestinità dura poco. Perché oggi le ragazze (una volta tuttavia a trent'anni non si era ragazze, ma donne) vogliono esserci, apparire, entrare da protagoniste vittoriose nella casa al mare già pronta o sul luogo di lavoro garantito. Sono avide di rubare la vita degli altri, perché non hanno imparato a costruirsela. Molte fanno sesso con la stessa disinvoltura che applicano nel messaggiare col cellulare: si propongono e cliccano "invia" prima ancora di sapere con chi hanno a che fare.
Se solo la tua nanetta bionda vedesse la faccia da scemo che fai non appena ti vibra il cellulare nella tasca, si stupirebbe di averti reso protagonista dei suoi obiettivi esistenziali. Io ormai faccio finta di niente. Anzi mi allontano, per evitare di essere coinvolta e dover prendere posizione. E dalla cucina sento il tuo silenzio gravido di fermento. Inforchi gli occhiali, leggi il messaggino, indossi il sorriso da prete benevolo, rispondi "anche io amore". E' la frase più breve che credi di poter scrivere, data la mia presenza incombente. Non ti preoccupare, maritino mio, non mi concedo di coglierti in castagna. Tanto, appena sarai addormentato, andrò a leggermi tutte le scemenze che non pensavo potessi mai dire, mentre il tuo fiero russare mi garantisce di non essere sorpresa. Ormai da anni vivo due vite parallele: l'una apparente di devota moglie trentennale, l'altra segreta di morbosa spia. Queste due donne sono tenute insieme dalla paura: della solitudine, della dichiarazione ufficiale di fallimento, della sconfitta. Nessuno quindi deve sapere. Perché io alla resa dei conti, sarò la vincitrice. Tutte le donne che hai avuto sono sparite dalla nostra vita, l'hanno abitata per pochi mesi o qualche anno. Io, invece, ci sono sempre. Sono qua, con te. Tu ritorni immancabilmente da me. E in fondo quelle donne, certamente loro neppure lo immaginano, lavorano per me. Lo sai come faccio a scoprire ogni tua nuova infatuazione? Dal fatto che improvvisamente diventi più gentile, più attento. Ti interessi dei miei programmi, accondiscendi alle mie richieste di acquisti, eviti ogni discussione, fai l'amore una volta alla settimana anziché ogni tre mesi. So bene che si tratta di manovre idonee a mascherare le tue imprese da seduttore, ma che importa? Intanto ti accorgi che esisto e ne tieni conto. La tua coscienza è tranquilla, perché credi di farmi felice. Ti appaio serena. Ma io vivo nel tormento, nella rabbia, nello strazio cocente dell'umiliazione. Nessuno deve sapere. Sperpero la mia dignità nel fingere di crederti, nel mentire, nello scoprire tutti gli indizi e le prove clamorose della tua idiozia. Leggo con rodimento dal tuo cellulare tutti gli sms (quasi sempre uguali in ogni nuova storia), conto con supplizio le chiamate fatte e ricevute, controllo apprensiva dall'estratto della carta di credito i conti dei ristoranti e degli alberghi. Non ne parlo con nessuno. Penso con disperazione amara al tempo che sai trovare e moltiplicare per donne così diverse da me e incapaci di un amore solido come il mio. Mi faccio male andando a visitare i ristorantini che hai scelto per loro e mi sorprende la tua incoerenza estetica. Per anni hai convinto gli amici, e tua moglie, del caloroso e ruspante sapore delle trattorie e delle locande campagnole. Con le altre, ora, scegli invece luoghi gelidi e lucidi, troppo illuminati e coi camerieri bardati. Quando entro nella nostra auto e sento un profumo nemico o scorgo un capello clandestino, con tristezza, ti distraggo rapidamente, per evitarti l'imbarazzo di una spiegazione che non sapresti darmi. Ti proteggo e contemporaneamente mi cola il liquido del dolore dentro al corpo, dagli occhi fino alla pancia. Sopporto l'angoscia per evitare che tu ti umili in una frettolosa menzogna. Il periodo più brutto della mia vita è stato quello in cui la tua amante era mia sorella. Chissà per quanto tempo non me n'ero accorta, ancora oggi non riesco quasi a crederlo. Eppure da un certo punto in poi, quando non vista ho assistito a un vostro bacio sulla spiaggia, ho monitorato per mesi, nello strazio silenzioso, i vostri incontri, le conversazioni, le complicità. Vivevo come avendo un coltellaccio ficcato nello stomaco e sanguinavo la solita rabbia e il solito dolore, che sgorgavano da ogni millimetro della mia pelle. Anche allora non ho reagito, nessuno ha saputo niente. Ero terrorizzata che qualcosa trapelasse a mia madre, ai nostri figli, alla portinaia. Ero umiliata, ma attenta. Ho protetto questa vergogna dalla vostra incoscienza e dalla cattiveria della gente. In quei mesi ti eri perfino offeso con me, perché rifiutavo i tuoi tentativi di sesso coniugale. Ho dovuto inventare una ciste alle ovaie per evitare che le tue insistenze mi inducessero a dirti l'orrore che mi disfaceva. Così facendo, ho salvato il tuo schifoso segreto. Per amore tuo e della famiglia. Non credere, però, che il mio amore per te sia sempre così granitico. A volte penso di lasciarti, di separarmi, di tradirti, persino di ucciderti. Per non soffrire più. Ma hai un bel dire "via il dente, via il dolore". E' dopo, quando ti hanno strappato le radici, che ti gonfi, sanguini, combatti col dolore martellante, devi assumere antibiotici e antinevralgici. E poi rimane un buco. Bruttissimo e minaccioso. Che richiede tempo e altro dolore per essere riempito. E' il dopo, dunque, che temo. Il dopo senza di te, le abitudini, le consapevolezze, anche amare, ma certe e sempre riconoscibili. Che cosa potrei mai essere senza di te? Io so fare solo la moglie, mi piace esserlo. Ho voluto essere la tua donna per tutta la vita e continuerò con tutte le mie forze a difendere il mio ruolo. Ti amo? Credo di sì. Penso che solo l'amore possa farmi accettare di ingoiarmi gli spasmi della gelosia che vivo, la vergogna di frugare furiosa tra le tue cose, l'amarezza di accogliere sulla mia pancia il tuo corpo usato dalle altre. L'attesa di un altro tradimento, ancora. Lo scrutarti ogni giorno e vederti sempre meno uguale all'uomo che eri quando ci siamo sposati. Il percepire la progressiva evaporazione della tua intelligenza, la trascuratezza dei valori morali una volta condivisi e persino predicati, la goffaggine dei tuoi comportamenti elusivi e depistanti. Sognavo una vecchiaia che ci avrebbe visti, temprati e addolciti dalla storia della nostra vita. Mi immaginavo grata per la protezione che mi avresti riservato negli anni e invece mi trovo a essere la guardiana delle tue sporcizie. Sapendo che da vecchi ci si ammala, ipotizzavo per noi malattie pulite tipo il diabete e l'ipertensione, o persino qualche sofferenza cardiaca. Combatto invece ogni giorno con la mia inarrestabile diarrea psicosomatica e col tuo reflusso gastrico che mi regala rutti improvvisi e acidi. Spero che con le tue conquiste tu stia più attento: non voglio vergognarmi se loro capiscono che cosa io sopporto, oltre alle tue corna. Lotto e vivo e non sono sola. Accetto tutto questo non solo perché ti amo, ma perché un giorno avrò la soddisfazione di vedere la tua consapevolezza nel riconoscermi come unica e insostituibile donna della tua vita. Quella che non vorrai lasciare mai.
Tua moglie.

IL GIORNALE - 29 luglio 2014
Ma scoprire il finale toglie gusto a tutto il nostro film. Ma scoprire la fine toglie senso alla vita
Quest'oroscopo genetico, non mi convince. Anzi mi turba. Leggo ogni tanto l'oroscopo astrologico, ma solo perché non ci credo. Lo faccio per divertirmi, per stupirmi della creatività umana. Alla [...]

Quest'oroscopo genetico, non mi convince. Anzi mi turba. Leggo ogni tanto l'oroscopo astrologico, ma solo perché non ci credo. Lo faccio per divertirmi, per stupirmi della creatività umana.
Alla scienza, invece, darei la massima fiducia e così ne diverrei prigioniera. Con la mappa ragionata del mio DNA, se bene ho capito, potrei leggere ipotesi e tesi del mio futuro, come la vita fosse già scritta; ed eventualmente riscriverla, correggendola. Il libero arbitrio andrebbe però a quel paese e, per evitare o allontanare la morte, dovrei sottopormi a una categorica serie di regole comportamentali e alimentari. Come se non bastassero quelle che già un'esistenza civile ci impone e il cui fascino è essenzialmente nel poterle trasgredire. La scienza del benessere ci ha insegnato a mangiare in un certo modo, evitando, per quanto possibile, grassi e cibi conservati per privilegiare frutta e verdura. Chiunque ormai sa che il movimento fisico sistematico, per una mezz'oretta al giorno, migliora e allunga la vita. Tutti, però, ne sono certa, godiamo maliziosamente nel restare a letto quella mezz'ora in più per barare ogni tanto e regalarci la "non corsa" del mattino. Per non dire la gioia di un piatto di triglie fritte o di un fiorentina col suo grasso colante a abbrustolito. Non oso neppure immaginare l'angoscia nell'addentare un panino con la mortadella, qualora la mia diagnosi di vita, con la lungimiranza dell'esame del DNA, prevedesse grossi rischi nell'aumento del colesterolo: se resta basso vivi fino a 80 anni, ma, se si alza, a 60 puoi salutare tutti. E il panino gravido di sapori? Sembra niente un panino, magari incide per pochi giorni sull'esistenza, ma a volte un mese in più può servire a sistemare meglio cose e persone. Quindi addio panino se il DNA lo impone.
La certezza che la vita debba ruotare attorno alla doppia elica del DNA, senza mai dimenticare di onorarne le caratteristiche specifiche, le esigenze imperiose, i bisogni alimentari dichiarati, è, secondo me, una tortura. Chi potrebbe mai lasciarsi andare a innamoramenti passionali, se consapevole di avere un cuore fragile? Chi coltiverebbe progetti, sogni e illusioni sapendo di essere destinato a morire giovane? Che fine farebbero la tenacia, la pazienza, la curiosità, l'ottimismo? La speranza?
Conoscere in anticipo la cartina geografica della nostra vita, potrebbe anche significare non voler viaggiare per nulla. Un po' come quando vedi dovunque gli spoiler di un film attesissimo e poi, quando assisti alla proiezione non ti entusiasmi, perché hai perso l'effetto sorpresa. In seguito ti può capitare di non voler più andare al cinema del tutto o di evitare come la peste le anticipazioni.
Che dobbiamo morire è l'unica certezza indiscutibile; sul quando e sul come ci sono voragini di timori e aspettative che ognuno deve potersi vivere un po' come vuole: affidandosi alla fede, al fato, a poche regole e qualche medicina, per esempio. Ma c'è chi può preferire la descrizione analitica della propria cellula e verificarne con puntiglio la possibile, probabile ma non certa evoluzione, e anche la disposizione alle più svariate patologie, dal cancro all'alzheimer, dall'infarto al diabete. Regolamentare di conseguenza ogni proprio gesto e segno di vita per evitare ambienti, situazioni e cibi che favoriscano l'apparire di una qualsiasi malattia. Quel signore, magari, arriva a settant'anni con la vita computerizzata e le analisi del sangue simili a quelle di un adolescente, esce da casa un mattino e muore colpito da un vaso di fiori precipitatogli sulla testa. Senza aver mai fumato, fatto sesso, bevuto alcolici e mangiato zuccherosa panna montata.
Che vita sarebbe questa?
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 24 luglio 2014
Se dopo le corna vince il perdono la coppia rinasce. Ecco perché non posso credere alla scappatella terapeutica
Diversamente dal Papa, io non apprezzo per nulla le donne che perdonano i tradimenti. E tantomeno se lo fanno i mariti. Che, tuttavia, in percentuale sono in numero minore. Infatti le donne sono più [...]

Diversamente dal Papa, io non apprezzo per nulla le donne che perdonano i tradimenti. E tantomeno se lo fanno i mariti. Che, tuttavia, in percentuale sono in numero minore. Infatti le donne sono più scaltre e non si fanno scoprire e gli uomini, in genere, non considerano le corna perdonabili, quando non sono loro a farle spuntare.
Dicevo del Papa, perché a ogni pontificato si inneggia all'unità della famiglia e si invitano le mogli a esercitare la capacità del perdono verso i mariti infedeli. I Papi raccomandano la misericordia alle donne, dunque, a tutela della permanenza e dell'indissolubilità del sacramento matrimoniale. Potrebbero qualche volta rivolgersi agli uomini per ricordare loro l'importanza della parola data. Rispetto, ovviamente, chi crede e chi si comporta, di conseguenza, secondo i dettami papali. Tuttavia, posto che non siamo tutti santi e neppure inutilmente generosi con chi si fa un baffo dei giuramenti di fedeltà, sono molto più solidale con chi espelle il traditore dalla sua vita, o si vendica o lo tortura per sempre. I traditori sono bugiardi, bastardi e insopportabili di per sé. Il perdono è un regalo che non meritano.
Per cui, secondo me, è assolutamente lecito sdoganare un sano disprezzo nei loro confronti. Soprattutto se il tradimento va oltre la banalità dell'atto sessuale in sé e si traduce in pubblica ingiuria del coniuge. La risonanza della slealtà coniugale si propaga per tanti motivi, tutti riconducibili alla stupidità, amoralità o immoralità del fedifrago. La pubblicità del misfatto, ovviamente, sale al quadrato quando i coniugi coinvolti sono personaggi noti. In questi casi il traditore lancia spensierato un colpo al cuore e lascia il coniuge insanguinato sulla pubblica piazza. Però, a volte, il tradito reagisce in modo tale per cui sembra che, invece del proiettile, sia stato trafitto da una ricostituente flebo di ossigeno. In questi casi il tradimento appare essere addirittura terapeutico di una coniugalità già spenta o fortemente compromessa. Sono sempre stata convinta che le corna si possano digerire solo per interessi, economici o personali, di gran lunga prevalenti sul presunto amore o sulla ipotetica stima verso il fellone. E persino sul dolore della vittima. Mi inquietano, pertanto, i viaggi riparatori post-adulterio, i baci in pubblico, il far finta di niente con tutta la famiglia adorna di sorrisi confezionati. Mi indignano, con buona pace delle prescrizioni papali, ancor di più le indulgenze plenarie e, dunque, la totale remissione dei peccati, a chi si è macchiato di colpe ben più gravi a coronamento dell'adulterio.
Mi sembra di sentirla la vocina velenosa di chi, consapevole dell'attività che svolgo, dice, a questo punto, che è comoda pensarla così, per chi trae guadagno dalla dissoluzione della coppia. Ognuno è libero di raccontarla come vuole, ma io avrei questa idea anche se facessi il minatore o la manicure. E' impossibile infatti vivere la quotidianità in coppia, se non c'è un minimo di fiducia e considerazione reciproca che, per forza, svaniscono nell'istante dello svelarsi dell'inganno perpetrato. E' eroico dover sopportare di guardare e accudire chi ti ha inferto consapevolmente un dolore gravissimo. E' impervio giustificare ai figli il perché si accetta di continuare il progetto di vita con chi ha trasgredito le regole basilari sulle quali è stata impostata l'educazione dei figli stessi.
E' tutto molto più semplice, forse, quando l'amore non è amore, ma un calesse carico di soldi e di interessi di vario genere, che restano sotto il tappeto sporco della "famiglia unita".
W l'amore, dunque, anche senza più baci, ma onorato da un considerevole numero di poderosi calci nel sedere.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 18 giugno 2014
Quel vile in fuga dalla famiglia. Quanti vigliacchi in fuga dalla "gabbia" della famiglia
"Non avevo il coraggio di chiedere a mia moglie la separazione. La famiglia per me era diventata una gabbia. Con il divorzio i figli restano". E così, "fa l'amore" e li sgozza tutti. Questa non è [...]

"Non avevo il coraggio di chiedere a mia moglie la separazione. La famiglia per me era diventata una gabbia. Con il divorzio i figli restano".
E così, "fa l'amore" e li sgozza tutti.
Questa non è follia. E' la lucida determinazione di un vile, incapace di uscire da quella che lui definisce una "gabbia". Un comportamento abituale, con diversi e distanti gradi di ferocia – dall'abbandono improvviso, alla strage familiare – degli omuncoli crudeli, consapevoli solo dei propri bisogni.
In genere, questi insani personaggi sono di bell'aspetto, abituati ad avere tutto ciò che desiderano, a cominciare dall'apprezzamento degli altri. Quando formano una famiglia, scelgono una moglie bella e capace, alla quale delegano la scrittura e il montaggio di un film fascinoso del quale loro devono apparire registi magistrali e interpreti da oscar. Non sbagliano una mossa: chiunque descriva com'era quella famiglia (quelle famiglie purtroppo) prima del gesto repentino e rivoluzionario, dirà che richiamava le storie del Mulino Bianco, che lui era molto innamorato, la moglie l'adorava, i figli erano buoni e felici.
Poi lui se ne va, insalutato ospite; oppure inizia un'inaspettata relazione; o ancora chiede all'improvviso la separazione per colpa di lei; oppure lascia i suoi cari senza denaro; a volte, accoltella a morte la famiglia e va a vedere la partita.
Dunque scappa dalla "gabbia", o decide di distruggere la gabbia con gesto criminale. Cancella senza vergogna quelli che lui, lo schifoso vigliacco, considera limiti insuperabili ai suoi nuovi desideri, al cambiamento, alla rinascita di un sordido verme represso. Il vero problema è la moglie: in genere vale più di lui, o è più ricca; in ogni caso non c'è niente che le si possa imputare. E' talmente valida e perfetta, che la solidarietà degli altri sarebbe solo per lei. Lui chiederebbe anche la separazione se lei fosse noiosa, infedele, algida, rompiballe. Ma, non essendo lei così, o è costretto a inventare colpe inesistenti di lei, o non può accettare di doversi scusare per voler cambiare direzione al progetto fino allora condiviso; teme i perché e le eventuali critiche; non può per l'ennesima volta compararsi a lei e dovere ammettere la propria inferiorità. Anche pubblicamente. Questo tipo di uomo, megalomane e meschino, infedele e bastardo, vigliacco e ingrato, ha sempre la presunzione di voler sembrare più interessante e capace della moglie. Soffoca e non elabora il senso di colpa (per volersene andare o per avere già tradito) trasformandolo in aggressività, fino ad arrivare alla violenza e persino all'omicidio. Non è follia, non è vendetta. E' odio, invidia, superbia, anaffettività e narcisismo che tracimano nel sangue e nel respiro di coloro che, inconsapevoli, amavano una bestia feroce, assetata sempre del proprio personalissimo trionfo. A spese della vita altrui.
Soffrono duramente i figli e le mogli rinnegati e depennati in vita da uomini imbelli, che godevano la fiducia della responsabilità di progetti e sentimenti comuni. Questa sofferenza, portata all'ennesima inimmaginabile potenza, deve aver tramortito la povera disgraziata moglie di quel mostro di egoismo, che ha trucidato scientificamente la sua bella famiglia. La poverina, dopo avere fatto con lui "l'amore", gli chiedeva piangendo "perché?", mentre lui le affondava il coltello nella gola baciata un istante prima. E forse a quei bimbi sereni, perché accuditi nella culla di una famiglia illusoriamente felice, il sonno ha risparmiato di capire la peggiore delle infamie.
Ora lui, l'orrido orco, nella sua abituale e sontuosa stima di se stesso, chiede alle autorità di poter avere il massimo della pena: e diamoglielo! E anche un bel po' di più, se possibile. I cattivi esistono e bisogna avere il coraggio di punirli, senza pietismi e inappropriati garantismi. Ai ladri di vite altrui deve essere rubata la vita per sempre. Quantomeno per fargliela trascorrere nella vergogna bruciante di esistere.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 3 aprile 2014
Se adesso anche il Papa cerca la formula del matrimonio perfetto
Per quanto apprezzi Papa Bergoglio e per quanto sia rimasta ammirata in genere dai suoi concreti suggerimenti comportamentali, non riesco a seguirlo sul matrimonio e sulle regole che ha lanciato per [...]

Per quanto apprezzi Papa Bergoglio e per quanto sia rimasta ammirata in genere dai suoi concreti suggerimenti comportamentali, non riesco a seguirlo sul matrimonio e sulle regole che ha lanciato per farlo durare. Anzi. Mi suscita però un'immensa tenerezza quel suo ottimismo generoso, fondato sui "per piacere", "scusami", "facciamo la pace". Tutte le mamme del mondo hanno insegnato e insegnano ai figli a comportarsi in questo modo, con gentilezza, in casa e con i compagni. E i bambini quasi sempre si adeguano. Fino ad avere circa dieci anni. Dopo, emergono i caratteri individuali, la competitività, la rabbia, la voglia di sopraffazione. L'individualismo. Il senso dei propri diritti. E queste caratteristiche si solidificano nel tempo. Vengono parzialmente modificate e attutite nella confusione erotico-ormonale-progettuale che porta al matrimonio, per poi riemergere implacabili nello scenario casalingo, nella quotidianità dei ritmi, dei problemi, della ripetizione. Le mogli tendono a privilegiare il ruolo di madre, sovente trascurano (solo con il coniuge) la capacità di seduzione, si lacerano tra famiglia e lavoro, tralasciano di apprezzare le qualità dei mariti e si fissano sulle loro debolezze; molti mariti, a loro volta, si sentono imprigionati nell'abitudine, si deprimono e trovano sollievo solo nel seguire l'obiettivo del piacere personale che – inesorabilmente – passa dal tennis, al circolo degli amici, per arrivare alla caccia di fringuelle spensierate.
E' un osservatorio un po' contaminato il mio, certamente. Non escludo, tutt'altro, che ci siano coppie di lunga vita come quelle auspicate dal Papa. Tuttavia posso dire che non lo sono certamente per i sistematici "scusami" e "per piacere", che, invece, in linea di massima cominciano a comparire nella coniugalità, all'improvviso, quando c'è un tradimento da nascondere e, così facendo, si spera di non essere sgamati.
La formula del matrimonio perfetto non esiste. Purtroppo. La chimica della storia matrimoniale è affidata a due individui che, già di per sé, sono incompatibili e che credono di potere essere in sintonia per realizzare un bellissimo progetto insieme. Poi c'è la vita, la fortuna o la sfortuna, i caratteri, la disattenzione, i dolori, persino i figli, che provocano quotidianamente il rischio del distacco e del frantumarsi progressivo di quell'iniziale obiettivo comune. Una disgregazione che il Papa è convinto si possa evitare affidandosi a un protocollo di gentilezza. Le tre parole magiche della formula? "Permesso" per non invadere, dice il Papa. Ma ve li immaginate i coniugi che chiedono permesso prima di esaminare il cellulare, il computer o la borsa dell'altro? Bisogna avere fiducia, direte voi. Provate a dirlo, rispondo io, a tutti i traditi che hanno regalato fiducia assoluta in cambio di ingiuria e dolore e ora sono soli. "Grazie" dice il Papa, per quello che ognuno ha fatto per l'altro. Potete pensare solo per un momento ai grazie che dovrebbe ricevere ogni sera un marito che ha combattuto tutto il giorno sul lavoro, sulla strada e nella sua testa da una moglie che, nel frattempo, ha guerreggiato tra bambini, insegnanti, medici, magari anche parcheggi e pure sul lavoro?
In pratica, una serie di litanie al vespero sull'uscio di casa, mentre i bimbi approfittano per un cartone in più e squilla il cellulare di entrambi i coniugi: così si può essere grati e gratificati?
"Scusa" conclude il Papa, dobbiamo dirlo perché tutti noi sbagliamo. Ma il Papa dimentica la verità profonda incisa nel tempo e lasciataci dal film "Love story": "Amare significa non dover mai dire scusa". Perché, se chiedi scusa, hai già sbagliato; e gli sbagli in amore e nel matrimonio sono imperdonabili e non cicatrizzabili.
Si può accettare qualsiasi cosa per interesse personale, ma non per amore; soprattutto se per amore si è già offerta l'altra guancia dopo il primo schiaffo. Come si può fare un regalo, a qualcuno, lealmente e con convinzione, dopo essere stati profondamente feriti o delusi da questo qualcuno? Perdono significa appunto regalo: per dono. Amore e matrimonio, quando coincidono, non durano grazie alle parole, anche le più gentili. Si nutrono, invece, di fatti, di prove e tantissima fortuna.
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 1 febbraio 2014
Se le donne sono sempre più colpevoli. Donne discriminate anche come killer
Manipoli di maschilisti, tetragoni nel loro pensiero, malgrado l'obiettivo traguardo ormai raggiunto della pari dignità giuridica e sociale di maschi e femmine, continuano a stagnare impavidi nelle [...]

Manipoli di maschilisti, tetragoni nel loro pensiero, malgrado l'obiettivo traguardo ormai raggiunto della pari dignità giuridica e sociale di maschi e femmine, continuano a stagnare impavidi nelle redazioni dei giornali e delle emittenti radiotelevisive. E così scrivono titoli e declamano a gran voce "condanna più pesante per Amanda".
Dimenticando, nella cecità della misoginia, che Amanda è stata condannata anche per calunnia e che, dunque, quei tre anni in più non le sono stati inferti in quanto donna, ma perché bugiarda. Del resto, fin dall'origine del caso, gli organi d'informazione hanno sempre amato definire lei come "l'americana", che aveva circuito il ragazzotto italiano e dunque aveva anche organizzato la scena del crimine, servendosi di lui per il lavoro sporco: da qui la condanna, sottolineata come "più pesante", che rappresenta appunto l'occasione per discriminare ancora la donna, e non solo con il maschio (condanna "più pesante" di lui) ma persino con il "complice" nero, cui è stata comminata una sanzione più leggera.
Basta un titolo per ripescare e riproporre una mentalità retriva, oltre che ignorante.
Un modo di pensare che continua a invaderci e che ha definito e ammorbato il percorso critico intorno a molti delitti, soprattutto passionali, degli ultimi anni.
I poeti maschilisti della cronaca avevano subito soprannominato la bellissima Katharina Miroslava l'"Angelo Nero": il suo amante era stato ucciso dal marito, ma si voleva a tutti i costi credere che l'ispiratrice del delitto fosse lei. Che pure ancora oggi si dichiara innocente, malgrado abbia scontato la pena per "concorso morale" nell'omicidio. Per non dimenticare il gusto eccessivo con il quale si è sempre comunicato della "mantide" di Cairo Montenotte, della "saponificatrice" di Correggio, della Circe della Versilia; e persino dei due ragazzini Erika e Omar, si è sempre voluto dire che la mente fosse lei e lui l'indispensabile braccio armato. Per non parlare del ruolo di manovalanza dell'ineffabile zio Michele, succubo delle presenze assassine di casa sua.
Se riflettiamo che gli assassinii femminili costituiscono solo il 10/15% del totale, non possiamo non intravvedere proprio nella volontà discriminatoria di alcuni (forse anche troppi) questa capacità di avvalorarli e accreditarli come più appassionanti, sconvolgenti, interessanti. Meritevoli, comunque sia, tutti, di una pena più pesante per le protagoniste, che entrano nell'immaginario sociale con il peso provocatorio e suggestivo di un soprannome, quasi per diventare indimenticabili.
Oppure dobbiamo credere che non vi sia discriminazione e che questi manipoli di uomini, raccontatori di cronaca, lungi dall'essere maschilisti, abbiano surrettiziamente trovato il modo di sottolineare la categorica superiorità del pensiero femminile in ogni situazione e in ogni scienza e, persino, nell'allestire, dirigere, e lasciare fotografata, per sempre, la scena del crimine?
Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 14 gennaio 2014
Se l'Eliseo val bene un perdono
Chi di adulterio ferisce, di adulterio perisce. E' una regola senza eccezioni. Per tradire Ségolène, Valérie è stata protagonista indispensabile del misfatto, quanto Hollande. Vale a dire che un uomo [...]

Chi di adulterio ferisce, di adulterio perisce. E' una regola senza eccezioni.
Per tradire Ségolène, Valérie è stata protagonista indispensabile del misfatto, quanto Hollande. Vale a dire che un uomo non può tradire da sé e con sé, ma ha la necessità di un'altra donna (o uomo a volte) complice e con quasi pari responsabilità. Dunque, se una donna, consapevolmente, si accoppia con un uomo già accoppiato, commette essenzialmente due errori. L'uno, di non essere solidale con un'altra donna – l'alleanza tra donne sarebbe l'unica prevenzione in tema di tradimenti – e l'altro di disegnarsi malamente il proprio destino.
Gli uomini traditori, infatti, non si accontentano mai di uccidere una volta sola o un solo amore: sono serial killer dei sentimenti e cercano il gusto della maschilità nella ripetizione a catena della conquista pseudo amorosa. Pertanto chi accoglie tra le braccia un traditore, acquista giorno per giorno il ruolo certo della futura tradita. Se non altro per una questione di giustizia distributiva e perché ci si renda finalmente conto di quale sia la durezza di un dolore prima inferto e poi ricevuto.
Se invece l'oggetto del desiderio non è proprio quello che possa definirsi "un gran figo", ma un ometto che si sponsorizza del suo potere (sociale, ops, non sessuale) allora forse non dovremmo parlare di sentimenti devastati bensì di aspettative frustrate. In questa direzione potremmo interpretare il diplomatico ricovero in ospedale di Valérie, forse per la necessità di elaborare opportune strategie di mantenimento delle posizioni conquistate.
L'Eliseo val bene un perdono, ma solo per tenersi il luogo e non l'uomo in questione, probabilmente.
E se Valérie pensa che Hollande potrà mai essere pentito e sconvolto dal suo immediato ricovero, non conosce ancora bene la stoffa dei traditori: il senso di colpa non fa parte del loro ordito e la trama del loro sentire è piena di falle sconnesse. Per di più, l'apparentemente pacioso Hollande, ha istericamente invocato la privacy e quasi imposto la censura su questo "affair d'amour", quasi ne avesse diritto: ignora che la notorietà e ancor di più la pubblica responsabilità dovrebbero quasi annullare le pretese di privatezza del proprio agire, perché in cambio si guadagnano enormi interessi economici e sociali. Che non è giusto siano gratuiti, ma devono invece poter costare almeno qualche sacrificio personale.
Se questi uomini sapessero mantenere a dritta quello spensierato timone che li guida, eviterebbero di spargere dolore e di scandalizzarsi alle inevitabili e giuste critiche.
Le donne, da parte loro, dovrebbero allearsi per considerare, tutte, privi di qualsiasi attrattiva gli uomini accoppiati. Presidenti o impiegati del catasto che siano. Risparmierebbero, solo così, lacrime brucianti e perdoni inutilmente profusi.
A meno che, la posta in gioco non sia un trono all'Eliseo. Dove, però, bisogna metterlo in conto, non c'è da indossare una corona rilucente di diamanti, bensì intrecciata di corna molto evidenti e ampiamente commentate.

Annamaria Bernardini de Pace

IL GIORNALE - 8 gennaio 2014
Non serve, siamo già iper-garantite. Il potere sui figli è già tutto in mano alle donne
La Corte Europea di Strasburgo ha imposto all'Italia di introdurre, entro tre mesi, un articolo di Legge, o di riformare quello in vigore, affinché i figli abbiano il diritto di ricevere anche o solo [...]

La Corte Europea di Strasburgo ha imposto all'Italia di introdurre, entro tre mesi, un articolo di Legge, o di riformare quello in vigore, affinché i figli abbiano il diritto di ricevere anche o solo il cognome materno. Questa Corte, istituita nel 1959 dalla convenzione europea per la "salvaguardia dei diritti dell'uomo", ha dato invece un altro carico da undici al potere che stanno ogni giorno di più conquistandosi le donne, da quando è diventato legge operativa il principio costituzionale della pari dignità giuridica dei sessi.
E' vero che la disciplina italiana dell'attribuzione del cognome al figlio si discosta da quella degli altri paesi europei; è vero che può apparire retaggio della desueta visione patriarcale della famiglia; è vero anche che contrasta apertamente con gli articoli 2 e 3 della Costituzione, perché viola il diritto all'identità personale del cittadino di vedersi identificato con entrambi i rami genitoriali e perché non solo contrasta con il diritto di uguaglianza e pari dignità sociale dei genitori nei confronti dei figli, ma anche con il diritto di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
Dunque, su queste premesse incontestabili, bene ha fatto la corte a condannare l'Italia. Tuttavia, pensiamo allo strapotere della donna nella relazione sessual - sentimental – procreativa con l'uomo e chiediamoci perché non si provveda con urgenza a "salvaguardare l'uomo", più ancora dei suoi diritti, dall'evidente discriminazione e debolezza personale che ne emerge. E' la donna, infatti, che decide – ovviamente in un rapporto normale e non di violenza – se e quando generare un figlio; se assumere o no la pillola; se dire la verità in proposito; se far riconoscere, e quando nel tempo, il figlio dal padre; se abortire, fare la madre, a tempo pieno o ridotto, o dare il figlio in adozione non riconoscendolo alla nascita. E tutto questo anche contro la volontà del malcapitato padre. Il quale sventurato, anche dopo vent'anni, può essere chiamato in Tribunale per riconoscere un figlio di cui mai ha saputo l'esistenza e, se rifiuta la prova del DNA, essere dichiarato padre in nome della legge, regalare il proprio cognome, pagare gli arretrati del mantenimento, rivedere il proprio asse ereditario, e risarcire il figlio dell'affetto non profuso nel tempo dell'inconsapevolezza.
In conclusione, cara Corte a salvaguardia dei diritti dell'uomo, prima di prescrivere nuove leggi, non sarà il caso di valutare come funzionano quelle esistenti? Se il diritto dei figli alla bigenitorialità vale per il cognome, perché non dovrebbe valere quando la madre decide di non far nascere un bimbo che il padre vorrebbe vivo? E perché una madre può rivelare il padre al figlio, impunemente dopo vent'anni di monogenitorialità, e il Tribunale le da sempre ragione? Perché la legge evidentemente non è uguale per tutti e i diritti pesano ormai a favore delle donne. A tal punto, che hanno perfino rotto i cognomi.

Annamaria Bernardini de Pace